Il biscotto

Il corridoio era lungo, segnato dalla luce che filtrava dalla serie infinita di finestre scrostate. A terra  le scarpe, dalle punte scolorite, facevano risuonare il rumore dei paratacchi di ferro, mentre gli orfani camminavano in fila, verso i bagni. Il prete li guidava come un secondino, pronto a metterli in cella. Ogni tanto arrivava uno scapaccione sonoro sulle nuche di chi si distraeva girandosi verso le finestre, per tentare di scorgere i primi segni della primavera sugli alberi del cortile. Franco già percepiva l’aria di aprile arrivare dallo spiffero sotto l’imposta, come la volpe annusa l’odore dei cani sulle sue tracce. Il ragazzino alzò la testa verso i raggi del sole, senza ferirsi gli occhi: così tra le foglie, si trasformava tutto in una foschia arancione. “Quanto sarà cresciuto il mio salice, adesso?” La mano nervosa del pretino lo risvegliò, scaraventandolo a terra con una sberla. “Muoviti disgraziato!” Franco si voltò verso l’uomo, come un animale ferito, pronto a difendersi. Avrebbe voluto morderlo, ma subito si ricompose. “Lavatevi bene, bestie, ché i vostri genitori vi vogliono vedere puliti.” A cosa sarebbe servito? Franco non avrebbe visto nessuno oggi, Palmira era al lavoro e Tanino era perso con la zappa in qualche fangoso campo della pianura. “Col cazzo che mi lavo, la devono sentire tutti la mia puzza, fino al cortile! Li devo far scappare!”  Un altro prete li aspettava nei bagni. No, Franco non sarebbe rimasto sporco. Non potè ribellarsi quando il superiore  gli tenne a forza la testa sotto l’acqua ghiacciata, strigliandolo con l’altra . Riuscì a malapena ad aggrapparsi al bordo del lavandino. Il prete lo strofinò così tanto da fargli diventare il collo viola. Così i pidocchi sarebbero andati via, come l’odore di figlio di nessuno che portava addosso. Il prete digrignava i denti, quasi provasse un piacere perverso. Franco urlava  mentre il sacerdote lo prendeva a calci nel sedere: “Lavati porco!” “Basta, adesso”, Don Piermarino  entrò e redarguì il giovane prete. “Forza, andiamo”, disse accarezzando il volto pieno di lacrime del ragazzo. Franco chinò la testa sul fianco del precettore quasi a cercare conforto.

“ Su, mettiti in fila con gli altri.”

Nella piccola sala dove erano sistemati tavoli e sedie, amorevoli madri e padri, timidi ed emozionati, continuavano tremanti ad accarezzare le teste dei fanciulli. Tutti domandavano – Come stai?- stringendo quelle guance imberbi. I padri aprivano vecchie borse da lavoro dove  erano nascosti i regali preparati per quei figli. I doni della nonna: un pezzo di formaggio fresco e una manciata di noci insieme ad una sciarpa di lana grezza. Un altro padre cacciò dalla tasca qualche figurina e dieci lire. Franco vide quei gruppi di persone chiuse nei loro mondi di ritrovata felicità e pensò che lui, un padre, lo avrebbe voluto diverso da Tanino. Quando ritornava a quelle mattine nelle quali sbirciava dalla porta della camera e pregava in silenzio, perché quell’orco non facesse male a sua sorella, sperava che quel padre scomparisse dalla sua vita. Aveva il terrore di quello sguardo che si fissava con una smorfia beluina sul corpicino di Agnese nascosta sotto le lenzuola. No, non voleva che quel padre venisse a trovarlo.

Cercava con lo sguardo, tra i padri degli altri, quale gli sarebbe piaciuto. Si fermava sui piccoli gesti di affetto delle mani nodose del genitore, sulle guance dei suoi compagni. Dalla porta socchiusa udiva i bisbigli e le parole di conforto, il rumore degli incarti che nascondevano i cibi da mandare giù di nascosto del prete, come il sacchetto pieno di biscotti caldi per la colazione delle cinque del mattino. Franco quella notte pianse, quando l’odore dei dolci si propagò nella camerata. All’alba, mentre cercava di scaldare il tozzo di pane sotto il sedere per rendere meno amara la sua colazione, un bimbo al suo fianco inzuppava un lungo biscotto nel biancastro liquido della tazza.

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