Nebbia

Non c’era alcuna dote per una ragazza che scappava dal paese con il figlio e per un uomo solo che era stato lontano a lavorare. Nulla, tranne le valigie che Anna aveva lasciato alla figlia, perché il bagaglio desse un senso al loro viaggio. Ci avrebbe pensato Palmira, a riempirle.  Tanino alzò la testa: le valigie erano lì, vicine, sul portabagagli dello scompartimento. Il treno bucava la nebbia, srotolando la pianura in canali, mentre i carretti attraversavano piccoli ponti di cemento e legno. La risaia senza volto si stendeva sotto la coltre lattiginosa dalla quale emergevano aironi, che decollavano lenti. Tanino guardò dal vetro della carrozza le mani di Franco, appiccicate sulla superficie trasparente e fredda. Il bimbo muoveva velocemente gli occhi seguendo le case che gli si  schiacciavano contro il naso, ad ogni passaggio a livello. Palmira dormiva sotto lo scialle. “Ci sarà l’estate a Mede?” si domandava Tanino. Oltre le piccoline colline, sullo sfondo del panorama, egli immaginava altre lande, la pianura, sotto gli occhi di un uomo del sud, non aveva gerarchie, non mentiva, anche se, quella nebbia che gli sarebbe entrata nei polmoni, per poi uscirne intatta, lasciando il bruciore nella gola ed il puzzo dei mucchi di letame.  In questa terra piatta, sono tutti uguali – credeva Tanino – potrò guardare ogni padrone negli occhi, da pari a pari. Nessun Barone mi troverà chino nei campi a comandare. Il tramonto sarà uguale per tutti, con i piedi nell’acqua della risaia: Solo a notte allora, avrò sogni di montagne.

Nella grande cascina, il mezzadro li accolse. Appoggiarono sulla ghiaia le loro povere cose. C’era una stanza per loro, con un braciere, un letto con coperte di tessuto grezzo e un materasso pieno di foglie di mais. La nebbia li inseguì anche quando ebbero chiuso la porta. La nebbia la leggeva, la loro miseria. Capirono che quella terra avrebbero dovuto farsela amica, sarebbero stati costretti a dividere il vino con chi li avrebbe disprezzati. Tanino ripensò a quello che gli era venuto in mente sul treno, poco prima – No, qui non ci sono conti e baroni ma toccherà sempre a noi zappare per gli altri-. Al piccolo Franco, qualsiasi padrone per il quale lavorare, non avrebbe cambiato le cose. Ad aprile, avrebbe corso ugualmente scalzo lungo i canali, affacciandosi sotto le gonne delle mondine per sentirle urlare, acchiappando le carpe nella risaia e cacciando le rane da mangiare con la polenta dura. Una sera, lo zio, venuto anche lui a cercare fortuna, dal sud, si mise a piantare, lungo la via che conduceva al canale maggiore, un piccolo salice. Il tenero alberello, giaceva con la sua zolla di terra abbarbicata alle radici, mentre Franco guardava l’uomo compattare la terra attorno al giovane tronco. Sarebbe cresciuto, quell’albero, insieme al bimbo, mentre le mondine avrebbero cantato melodie come le sirene ad attirarlo nell’acqua bassa fino ai polpacci, sarebbe arrivata la primavera e le estati prima di diventare troppo grandi per rimanere felici…

…Le urla provenivano dalla stanza matrimoniale. Franco si alzò. La porta era socchiusa. Un pianto flebile, soffocato dal cuscino nel quale era rannicchiata l’esile figura di bambina. Le mutandine abbassate fino alle ginocchia. Franco guardò verso la finestra. Lì, illuminato dagli spirali di luce che filtravano dalle veneziane, Tanino si stava riallacciando i pantaloni, sigaretta stretta in bocca.  Franco era un ragazzino, non riuscì ad interpretare subito il pianto della sorellina Agnese. Gli sembrava che il padre le avesse fatto del male. Perché? Di solito venivano puniti con gli scapaccioni. Era mattina, la mamma era già uscita a lavoro. Cosa poteva aver fatto una bambina così piccola? Si allontanò dalla porta senza farsi scoprire. Ogni mattina si ripromise di affacciarsi in quella stanza per scoprire se la sorella stava bene. Spesso non udiva lamenti, altre volte i gemiti si interrompevano solo quando udiva il padre alzare la voce verso la bambina in tono di minaccia.

“Chi ti ha dato quei soldi?” Franco aveva aperto con forza le manine di Agnese, scoprendo che stringeva nel palmo cinque lire. “Papà mi ha detto che se non dicevo niente alla mamma, potevo tenerle e me ne avrebbe date delle altre”. “Cosa non devi dire alla mamma?” Franco la spinse contro il muro. La bimba iniziò a piangere “Non mi picchiare, ti prego” Urlò Agnese “ Se non urli ti tocco come mi dice di fare papa”, Agnese stese il braccio e strinse Franco in mezzo alle gambe. Una sensazione dolciastra e nauseabonda strisciò lungo la gola del ragazzo. Si ricordò di quella volta, quando, giocando in mezzo ai campi con i compagni di paese, aveva trovato la prostituta del paese Stella, con il vecchio bovaro Aminta, allungati dietro una siepe. Lei gli teneva il sesso con un mano, facendola scivolare su e giù ritmicamente lungo il membro, mentre, con la bocca, glielo succhiava come fosse una pesca matura. Non poteva essere. Suo padre, non poteva costringere Agnese a fare quelle cose. Non capiva esattamente cosa fosse male, ma quella cosa gli suscitava orrore. Sapeva che non sarebbe potuto intervenire per proteggere la sorella, perché Tanino lo avrebbe massacrato di botte ma iniziò ad accumulare rancore verso il padre, odio misto ad impotenza. La mattina, quando sentiva il pianto della sorella, si premeva le mani sulle orecchie per non sentire e piangeva, digrignando i denti. Avrebbe voluto mordere Tanino, fino a farlo sanguinare.

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