Tanino passava le sue giornate in piazza, a Mede. A volte lavorava nel piccolo pezzo di terra, tra le risaie. Il viso segnato dalle rughe di un respiro ormai strozzato in gola, a cercare aria in quei polmoni colabrodo. Su tutte, una ruga, come un nervo riottoso, gli tendeva la palpebra sotto l’occhio di vetro, tenendolo ancora più fisso, inquietante, mentre il resto del volto si muoveva in altre direzioni. Sognava ancora i sogni della morte. Iniziava a contare i giorni e gli anni che lo separavano dalla probabile fine dell’esistenza. Non era un calcolo racchiuso nel disegno della sua vita.
Ritornava con la mente a coloro che furono più vecchi di lui, parenti, amici dei suoi parenti, conoscenti, gente di Roccadaspide. Provava a ricordarli quando avevano l’età che aveva lui in quel tempo. Collegava i giorni nei quali li aveva visti e nei quali aveva visto i loro cambiamenti. Tanino continuava a collezionare le foto tessere in fila per studiare la ruga ai lati della bocca, scavata dalle ore, giorno per giorno. Un perenne esorcismo per farsi amica la morte. Confrontava il suo viso con quello di suo padre, Ernesto, in tenuta da macchinista, di sua madre, alla sua età. Li vedeva, lui piccolo, adulti, anziani. No, lui non poteva essere stato così, come loro. Andava scrutando il suo volto sfregiato da l’incidente. Si levava l’occhio davanti al vetro delle specchio, per scrutare nel fondo dell’orbita, quasi volesse andare oltre, nel cervello, per scavare nella sua mente. Lui, malato, andava a tutti i funerali in paese, entrava nelle case a visitare le vedove, i figli, si fermava sui feretri per scrutare col monocolo i segni della morte, fingendo compassione in questa attività morbosa. Non avrebbe voluto somigliare a quei morti, lui non si sarebbe decomposto. Lo avrebbero ritrovato intatto, i nipoti, con le carni ancora attaccate al viso. Le sue ossa non sarebbero state mai esposte bianche alla luce del sole. Sì, lui era vivo quello che bastava per portare fiori sulla tomba degli amici.

Palmira lo trovava spesso appoggiato contro la credenza della cucina a respirare affannosamente. Tanino era stanco. A sera crollava sulla sedia. Era un’agonia alzarsi per mettersi a letto. Palmira non c’era quasi mai. Nella tabaccheria al confine, in Svizzera, c’era poco tempo per l’intervallo e nessun spazio per sottrarsi alle impazienze dei contrabbandieri. Fosse morto sotto la miniera, a chi sarebbe importato? Prendere moglie per farne una vedova! Un figlio, Franco che non era il suo! Poi c’era Agnese, la piccola Agnese. Nel fondo della sua anima, non sorgeva mai il rimorso per quello che le faceva. – Quella figlia è mia e ne faccio ciò che voglio-, Non comprendeva la natura della sua colpa. Forse aveva rimosso l’orrore e ogni volta scontava la sua pena nel vino bevuto di nascosto ad ogni bettola incontrata durante il suo girovagare nella pianura. Quando stava più del solito a casa, solo Nino passava ogni tanto per veder come stava. Glielo aveva chiesto Palmira, ma gli raccomandava pure di non dirglielo. “Come stai? Come va?” Forse meglio non parlare, ma limitarsi a qualche accenno sul raccolto, se Franco aveva mandato una letterina dal collegio, se andasse bene o se sarebbe tornato per le vacanze di Natale. No, Tanino aveva l’occhio fisso sul bicchiere mentre Nino parlava e lo scrutava, seduto da l’altra parte del tavolo. Rimanevano fino a tardi, quando tornava Palmira dal lavoro. Si guardavano quasi non avessero più nulla da chiedersi. A volte lui avrebbe voluto che lei non rientrasse più, che scappasse con un altro uomo, sano, robusto. Non c’erano più accenni a progetti futuri. “Tani’, stai bene? Ti vedo pallido! Faccio venire Nino ad aiutarti?” “No, No, va tutto bene.” Ma il demone gli teneva già gli artigli sulla gola. Tanino aveva capito. Il dottor Gaeta, lui sì, che avrebbe potuto fare qualcosa. Il dottore guardava Tanino, le occhiaie scavate quasi fossero il fondo di una vecchia bottiglia. Lo auscultava, lo rigirava. Tanino sentiva il disco freddo dello stetoscopio mentre tossiva e il rantolo faceva scansare rapidamente il dottore dalla sua schiena. “Tani’, i tuoi polmoni sono andati.” Tanino rideva quasi provasse sollievo. “Non lo dirò a tua moglie, ma tu devi promettermi che non mi farai stupidaggini, che cercherai di resistere il più possibile. Vai a trovare Franco in collegio! Ricavati il tempo per fare quello che ti piace, fai stare allegra Palmira.” Ora la strada di Tanino appariva dritta, non aveva più paura. Guardava la fila dei pioppi e le sue scarpe bianche di polvere. Si poteva arrivare alla cascina anche da questa strada. Tanino sentiva affondare i piedi nell’acqua della risaia. Il coltello nella mano era sporco di sangue. Non aveva paura di rimanere al buio per sempre, ora che si era cavato l’occhio buono. Non aveva terrore di vedere la notte.
Gianluca Di Renzo è un maestro nel creare storie e personaggi che escono dalla lettura e prendono vita. Riesce ad emozionare sempre, come assaporare una nevola ortonese: semplice, ma unica, complessa e buona di profumi antichi, dolce e amara insieme sul finale.
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