Tra i vicoli stretti di mura bianche, il frastuono lontano della banda, si infiltrava rimbalzando da una porta all’altra. La festa era al culmine. Dalle frazioni vicine, gruppi di cavalieri affollavano il borgo, pronti per onorare il Santo. Tutto il paese sembrava fermarsi, immortalato nelle camicie candide dei bifolchi tirati a lucido, con le rughe brunite dal sole della mietitura di luglio, a malapena nascoste dai coppoloni calcati larghi sopra le teste. In agosto quando l’aria sembra inchiodata nella luce diurna, molti salivano dalla marina tra gli olivi giganteschi fino alla città. Ogni tanto qualcuno si girava ad incitare le mogli con le gerle sopra la testa, approfittando per rimirare la line azzurra del mare, rotta in piccoli tratti di spuma. Anche gli asini, carichi dei figli più piccoli, sembravano voler partecipare alla celebrazione, dondolando il capo, lungo la strada bianca. Chiunque avesse voluto, per un attimo, smorzare la cornucopia dei suoni gioiosi del borgo, in un silenzio d’incantesimo, avrebbe udito un unico rumore, quello proveniente dalla bottega del fabbro dove, il piccolo Ottaviano, come un Efesto condannato, batteva ripetutamente il ferro rovente sull’incudine. Il locale, dalle mura lorde di fuliggine, pareva essere l’ingresso degli inferi. Il ragazzo era intento a forgiare le zappe per le nuove arature. In un angolo, seduto su una vecchia sedia di paglia, il padre malato, guardava il giovane sudare contro il mantice che arrossava le braci. Ogni tanto rantolava qualcosa al figlio, non gli era semplice da quando, un tumore alla gola, forse provocato dai fumi della fucina, gli aveva levato le forze per lavorare. “Ottaviano, figlio mio” sospirava l’uomo “ Ti ho dato questa condanna ma bisogna pur sopravvivere per mangiare”. Il giovane non se ne lagnava ma covava in cuor suo, il sogno di una vita migliore. Un amico di Ottaviano, vestito di fresco, si affacciò in bottega per chiamarlo, cacciando la testa dalla scrima appiccicata a forza contro la fronte. “Ottavià, ci vediamo stasera” – “Forse Ciccio” rispose il giovane fabbro, continuando a menar martellate contro il ferro. “Forse” era la parola giusta quando la vigoria propria sera gli veniva a mancare, stremato dalla lunga giornata in bottega. Ci andò quella sera alla festa, Ottaviano. Gli amici lo trovarono allungato a dormire sopra una panchina, cotto come una pera. “Anche questa festa è andata, papà”. La mattina dopo il ragazzo era di nuovo a bottega sotto gli occhi del padre al quale mancava ogni giorno di più la parola. Avrebbe voluto accarezzarlo quel giovane generoso ma gli mancava il coraggio. Ogni rantolo da quella gola malata, sembrava una maledizione contro la sorte avversa che dava alla sua famiglia e a quel figlio una condanna alla fatica…

A settembre Ottaviano decise che da solo non avrebbe potuto sostenere la bottega a lungo. Decise quindi di trovare lavoro come garzone di un venditore ambulante che vendeva abbigliamento presso i mercati delle Puglie e del Molise. Per mesi lavorò lontano da casa, dormendo nella vettura del commerciante, a guardia delle merci, lavandosi alle fontane, mangiando senza un vero desco, girando per le città, smontando e rimontando bancarelle, sotto la pioggia o il sole. Imparò a trattare con la gente, a riconoscere una moneta vera da quella falsa, a contrattare il guadagno più vantaggioso per il suo datore di lavoro.
Era un uomo fatto Ottaviano quando, i guadagni del suo girovagare gli permisero di prendere la patente per poter guidare la vecchia seicento che il padre non poteva più usare. “Papà, dobbiamo andare via da Ostuni, se vuoi guarire” Ottaviano era convinto che fosse quell’aria maledetta della bottega a tenere stretta la gola del padre nella morsa della malattia. La voce del genitore era ormai più flebile di una brezza, tuttavia i suoi occhi avevano ancora la forza di parlare al figlio. Sperava nella gioventù del ragazzo per migliorare la loro condizione. Ormai per loro non c’era più possibilità se non quella di aspettare la morte e una vita di stenti. Ottaviano decise di acquistare, con gli ultimi risparmi, una partita stoffe, per iniziare la propria attività di ambulante in Abruzzo. Non voleva che ci fosse un solo confine a dividere la sorte della sua famiglia, da quella terra bella e maledetta. Con l’aiuto del padre, caricò fino all’inverosimile la vecchia Fiat. Il genitore aveva deciso, con quel poco di energia che aveva ancora in corpo, di aiutare il figlio nei primi periodi della sua nuova avventura. Aveva giurato a sé stesso che avrebbe ceduto alla morte, solo quando avrebbe visto la sorte girare a loro favore. Fu quando arrivarono a Campomarino che il destino parve presentare il conto. La Seicento si fermò. Non c’era verso di farla partire. Ottaviano le provò tutte, per ore. A sera si accasciò sconfitto sul sedile dell’auto. Guardava il padre, ormai assopito, il quale era rimasto tutto il tempo, seduto nell’abitacolo, quasi fosse cosciente che il loro destino non poteva essere cambiato. Ottaviano si sentì come quel naufrago il quale, riuscendo a riemergere dalle acque, convinto di essere salvo, si vede ricacciare la testa verso il fondo del mare, da una mano invisibile. La notte fu quasi insonne.
Ottaviano si svegliò colpito dal primo accenno di alba. A ponente, nuvole oscure stavano per raggiungere la costa, a suggellare la loro totale sconfitta. Uscì dalla macchina. Nonostante la sorte pareva aver deciso per loro, non pensò di tornare a casa. Gli sembrò strano provare un sentimento diverso da quello della resa. Era convinto che i destino gli stesse imponendo ulteriori prove per rendergli la libertà che tanto desiderava. Comprese che doveva provare ancora. Salì in macchina. Girò la chiave di accensione. Il motore partì, al primo colpo. Il padre si svegliò. “Andiamo, in ogni caso”. Il padre annuì. Il cielo era carico di pioggia. La rabbia, per aver osato di nuovo, stringeva le tempie del ragazzo. Ottaviano continuava a guidare , alzando la mano verso il cielo, imprecando i santi che si stavano prendendo gioco della sua vita. “Dobbiamo fermarci nella prima città che troviamo, prima che venga giù il diluvio” disse il padre “Altrimenti non venderemo nulla”. Arrivarono a Vasto in un’atmosfera surreale. Il mercato, nonostante il presagio di un temporale, era in pieno svolgimento e le persone si accalcavano presso le bancarelle, come volessero fare più acquisti possibile, prima della pioggia. Ottaviano voleva tentare lì, subito ma non conosceva nessuno. Girò tra gli ambulanti chiedendo chi fosse il responsabile dell’organizzazione. Lo trovò, dietro la sua bancarella, circondato da clienti. “Scusate, siete voi che organizzate il mercato?” “Sì ma sono molto occupato, che volete?” disse l’uomo “Siamo venuti da Ostuni, io e mio padre, vi chiediamo se è possibile vendere la nostra merce, almeno per oggi” chiese Ottaviano “ No, guardate, è tutto pieno! Non so dove piazzarvi e poi il mercato dura solo un altro paio d’ore! Cosa pensate di vendere?” Ottaviano iniziò a scoraggiarsi “ Vi prego, se non guadagniamo qualcosa, non avremo i soldi per poter tornare indietro ad Ostuni. La macchina già si è fermata una volta. Non sappiamo come fare” L’ambulante parve non ascoltarlo, tanto era intento a trattare con una cliente. Ottaviano sentì che qualcuno gli stava tirando un braccio. Si girò, il padre gli era alle spalle. Udì la flebile voce del genitore supplicarlo “Andiamo, figlio mio, non c’è più niente da fare” Ottaviano chinò la testa, sconfitto. Si era ormai voltato per tornare alla sua auto ma udì una voce richiamarlo: era l’ambulante, aveva visto tutto, aveva notato il padre e la sua profonda cicatrice sulla gola, a malapena nascosta dalla camicia. “Ehi voi! Forse posso accontentarvi. Ho un posto in coda alle bancarelle, alla fine della strada, se vi va bene” Il sorriso si riaccese sul volto del giovane. “Spero che possiate guadagnare qualcosa. Buona fortuna”.” Vi ringrazio” disse Ottaviano “Spero di potervi incontrare di nuovo un giorno”.
Era una mattina del 1966. Nonostante tutto, non piovve. Ottaviano e suo padre incassarono trecentomila lire…
…Dietro la scrivania, Ottaviano aveva gli occhi fissi contro una fotografia ben incorniciata, appesa alla parete, persa tra le decine di premi e riconoscimenti, ricevuti durante la sua vita lavorativa. Nella fotografia, una vecchia Fiat Seicento, davanti alla quale lui e suo padre apparivano sorridenti. Levò gli occhi da quel ritratto solo quando la sua segretaria gli annunciò la visita di un vecchio ambulante, responsabile di categoria di un’altra regione. “Buongiorno, si accomodi” Ottaviano stava guardando il video del computer e aveva accennato un’occhiata distratta verso l’uomo che era appena entrato e gli stava di fronte. A l’improvviso, nel profondo della memoria, qualcosa affiorò come se la polvere del tempo fosse stata soffiata via da un vento impetuoso, come quello che cinquant’anni prima aveva portato le nuvole sul suo destino, costringendolo a fare mercato a Vasto, cambiando per sempre la sua vita. Gli occhi di quel vecchio lui li ricordava bene: erano quelli dell’uomo che concesse loro la possibilità di vendere il quel mercato. “Mi scusi ma lei, tanti anni fa, era il responsabile del mercato di Vasto?” Il vecchio ambulante si aprì in un sorriso. “ Io sono quel ragazzo di Ostuni al quale lei dette la possibilità di vendere le sue stoffe” Nel dire queste parole Ottaviano indicò la foto sulla parete. L’anziano si girò. Ottaviano vide i suoi occhi scrutare nel riquadro quasi a scavare nel fondo di un baratro dove si era accesa una piccola luce che rendeva visibile il fondo. Di colpo il vecchio si irrigidì, si girò verso Ottaviano. Aveva gli occhi umidi. “Grazie”, disse Ottaviano. Si abbracciarono.