
“Figa, ragazzo! Corri veloce come una boccia!” Il Tettamanzi, vecchio pugile, ora titolare della palestra “Folgore”, mi guarda dal bordo ring quasi avesse visto per la prima volta due che si prendono a pugni. Il “Tetta” come lo chiamano i suoi amici, tifosi di un tempo, non fa sconti. Ne ha visti passare di spacconi oltre le corde. Tanti li ha mandati via subito con un bel discorsetto: “Senti ragazzo, lo so che sei venuto qui per fare il pugile, ma, dai retta a me, non è roba per te. Sei troppo buono. Tu, l’avversario lo devi odiare. Fai finta che ti abbia scopato la morosa e ti abbia ciulato il portafoglio! Tu sei un polentone! Io non posso far passare il tempo ad un mollacchione! Va! Va! Vai a giocare a golf che è meglio.” Il Tetta non è tenero con i nuovi arrivati. Non vuole creare illusioni e mezze seghe suonate. Così fa la stessa pantomima con me, appena entrato nella palestra. Mi osserva. Mi levo gli occhiali. Nota subito qualcosa di differente nel mio sguardo, qualcosa che il Tetta ha visto da qualche altra parte in un altro tempo. Abbassa leggermente gli occhi di lato come a scavare nel fondo della sua memoria, a l’improvviso mi fissa di nuovo, i suoi occhi ardono come fosse una belva prima dell’agguato. Il pugno arriva direttamente dal basso, dove il Tetta teneva ferme le mani fino a qualche istante prima. Mi scanso velocemente e blocco la sua mano a pochi centimetri dal mio grugno. Il suo volto si illumina: “Cristo! Sei sveglio!” Si blocca per un istante, mentre mi rilasso, continua a guardarmi. Ha visto nel fondo dei miei occhi dove si cela il senso di tutto questo. L’odio, il dolore, li tieni a bada, ma prima o poi qualcuno li vedrà, qualcuno che li nasconde, come te. “Come ti chiami?” “Franco. Sono di Mede, ma vengo da Salerno.” “Azz, un terùn! Bene! Voi del sud ci avete la violenza in corpo, siete delle bestie di natura!” Mi sta già provocando, ma non dico niente. “ Dai, africa, mettiti sul ring, voglio solo vedere come ti muovi, poi vediamo come aggiustarti. Ma non farti male. Giuvannin non perdona. E’ un padano originale, lui” . Il Giuvannin è un pugile avanti con gli anni, nato e vissuto nella palestra. Ha tentato di sfondare da giovane ma non ci è mai riuscito. E’ diventato il braccio destro del Tetta e passa il giorno a torturare i ragazzetti che si allenano, gonfiandoli come dei canotti, mentre di notte, va a rubare macchine. E’ grosso, con le sopracciglia unite, il classico esempio di come sia possibile che l’uomo derivi da una scimmia. Questo mi pesta, ma venderò cara la pelle. Così, quando il Tetta ha deciso di soprannominarmi “Boccia”, quando l’omaccione peloso che avrebbe dovuto riempirmi di botte, sta ancora all’angolo con il fiatone perché non è riuscito a mandare un solo colpo a segno sulla mia faccia.“Uè, Boccia, vieni in ufficio che parliamo degli allenamenti.
Seguo quel vecchio piegato in due, dalle mani bitorzolute, rigide come due badili. Nella stanzetta che il Tetta chiama “ufficio” campeggia una gigantesca fotografia di Mussolini, con l’elmetto. La mascella stretta sembra indirizzare lo sguardo verso la finestra che illumina la cornice scorticata dell’immagine. Sotto la foto un drappo sdrucito e scolorito dal tempo: “Decima Mas, Battaglione Folgore.” “Sì, è stato un onore. Io non ce l’ho la fotografia del presidente della Repubblica.” Non riesco a rispondere. Tutti sono comunisti in pianura. E’ normale. Non si può essere fascisti. I fascisti hanno rovinato l’Italia. Possibile? Esiste ancora ‘sta gente qua? “Boccia, non mi guardare così. Ma te sei un rosso, vero?” “A me hanno abituato così” rispondo con un pizzico di soggezione.” E allora? A cosa ti hanno abituato, a pensare con la testa degli altri? Non mi vedi a me? Sembro uno assassino? Un porco, come dicono loro? A te ti devo fare un po’ di lezione di storia!” Non riesco a dire niente. “Se vuoi stare in questa palestra, non mi devi parlare dei rossi! A me hanno ucciso la moglie ed un fratello! I partigiani, davanti a me li hanno fucilati! Ero nascosto a guardare. Non potevo fare niente! Non li hanno uccisi per vendicarsi, ma lo sai per cosa? Il capo dei partigiani era il mio confinante! Non li hanno fucilati perché erano fascisti ma perché il mio confinante voleva la mia terra! Diceva che ad un fascista la terra serviva solo per ricoprire la sua bara. Sono stato a combattere in Africa, in Grecia. Questo è il ringraziamento. A lui, l’hanno data, la mia terra. Sono rimasto solo io con i miei pugni. Cosa ci ha un uomo, quando gli fanno terra bruciata intorno? Solo odio. E’ l’odio che mi fa tirare avanti. Quando ti ho guardato negli occhi, ho visto lo stesso odio. No, tu non sei un rosso, non puoi essere un rosso. Che ti ha dato a te il partito?” “Mi ha dato la libertà”, ribatto, quasi fosse uno slogan letto sui manifesti elettorali. “Ah! Ah! Ah! La libertà! Ma guarda te! Te sei nato terrone e muori terrone, magari sotto qualche trattore, a zappare, con l’illusione che il partito ti ha dato la libertà!” Io sono fascista perché non voglio essere come loro!” “Ma il popolo dei lavoratori è unito per avere gli stessi diritti -cerco di dire qualcosa quasi volessi giustificarmi-, lotto per la giustizia a favore dei più deboli.” “I più deboli? Ma che cazzo dici? Il popolo? Il popolo fa schifo! Guardalo, il popolo! Stavano tutti a testa in su ad applaudire Mussolini e qualche giorno dopo tutti contenti a vederlo penzolare a testa in giù! Il popolo! Te lo raccomando, il popolo! Ci vediamo domani. I guantoni all’inizio te li do io. Vieni in orario, perché io non ti aspetto.”