Lo sguardo dell’agnello prima parte

Il rumore si avvicina. Un tuono lontano che precede la tempesta. La vibrazione fa suonare il letto come una ringhiera esposta al vento. Ferruccio si gira quasi a non voler ascoltare. Le palpebre sbattono veloci, facendogli arricciare il naso e le tempie sulle quali si scorgono piccole gocce di sudore. Ora il vento si alza, si sentono i campanacci delle bestie ma Ferruccio non si schioda dal letto. E’ poco più di un ragazzo lasciato solo nel pascolo su in montagna. Si avvinghia alla ruvida coperta di lana. Inizia la pioggia. Dapprima un leggero ticchettare sulla tenda, poi un battere insistente. Un diluvio. Il prato di erba medica è un fiume in piena , fatto di mille rivoli. Ferruccio ha paura. Un tuono vicino, rompe il battere regolare delle gocce. Il ragazzo si alza in preda al panico: solo, nella tempesta, che ne sarà di lui? Di colpo la paura si trasforma: una forza sovrumana gli impone di fuggire a valle, senza le pecore, lasciando i cani a guardia del gregge. Ferruccio si perde, nella faggeta senza luci. All’alba, infreddolito, zuppo, finito il temporale, cerca una via per uscire dal bosco. Conquista la radura solo a mattino inoltrato. Da lì può scorgere il crinale sul quale ha abbandonato le pecore ma non vede nessun movimento. Solo puntini bianchi immobili. Ferruccio corre in salita, lungo la via più corta. Arriva sfinito. Sul prato, decine di pecore a terra, il ventre gonfio, giacciono agonizzanti. Hanno mangiato l’erba bagnata dalla pioggia e stanno soffocando. Da lontano, Nicola, l’amico suo più caro anche lui pastore, sta cercando di bucare il ventre delle bestie e fare uscire il gas. Ferruccio è paralizzato, è la prima volta che gli accadde. E’ la rovina. “Presto, aiutami” grida Nicola. Si getta sulla pecora più vicina ma non sa come fare. Tutte, una ad una , muoiono loro tra le mani. Tutte tranne un agnello. Ferruccio lo tiene tra le braccia piangendo. Con una sola pecora non si fa un gregge. Nicola guarda con compassione l’amico. “ Ferrù, è inutile, è finita”. All’improvviso il ragazzo tira dalla sacca il coltellaccio e con violenza sbatte la povera bestiola a terra. L’agnellino tenta di divincolarsi, belando. Ferruccio affonda l’arma nella gola dell’animale. Mentre il fremito della vita abbandona l’animale, il suo occhio spalancato nella smorfia del terrore e del dolore si pianta nell’anima del pastore…

Sul fronte, a nord, in mezzo alle montagne, si muore e basta. Ti svegli una mattina, in trincea, il tempo per grattarti i pidocchi e arriva l’ordine di andare all’attacco. Ferruccio fissa la baionetta sulla punta del fucile e si lancia sulla costa fangosa fino a salire sul campo di battaglia dove i suoi compagni stanno già cadendo come mosche. Si odono le urla dei nemici, colpiti dalle lame affilate degli italiani. Ferruccio corre in mezzo alla foschia e al fumo della battaglia. Dal bianco della nebbia gli compare davanti un soldato. Non ha il tempo di pensare. Si china per evitare il colpo e con una spallata atterra il suo avversario. Ferruccio blocca il nemico, puntandogli uno stivale sul petto e solleva il fucile per assestare il colpo mortale con la baionetta. Tutto accade in quei pochi attimi che precedono la morte: il ragazzo lo guarda, gli occhi pieni di terrore. Lo stesso sguardo dell’ultimo agnello di Nicola. Ferruccio colpisce.

…Nicola alla guerra non ci voleva andare. “Affanculo tutti quanti!” andava urlando per i vicoli di Cutruni, quando il messo comunale aveva chiamato tutti gli abili nella piazza principale, allo scopo di censirli per poi farli partire nelle varie caserme di destinazione. Nicola masticava ancora amaro per la sorte che era toccata a Ferruccio, l’amico suo, andato in miseria per la strage del suo gregge. “Nicò, io non ci ho più niente da perdere- gli aveva detto Ferruccio – è meglio se mi ammazzano in trincea, così non torno a fare la fame in questo paese maledetto. Magari mandano una medaglia a mamma e pure una pensione di guerra”. Fu così che Nicola si fece uccell di bosco, tanto che quando i carabinieri andarono a cercarlo, quasi picchiavano la madre per farle dire dove si fosse andato a nascondere. Ma il pastore conosceva bene le sue montagne, sapeva come passare le stagioni invernali dentro a un bosco, come accendere un fuoco, farsi un riparo. Queste cose gliele aveva insegnate Lucariello, un vecchio brigante che aveva passato tre anni sulla montagna, per sfuggire alle guardie del regio esercito. “Trovati un posto che conosci solo tu e da dove puoi guardare chi arriva anche di notte” gli aveva detto Lucariello. Nicola non disse niente neanche a sua madre, ammucchiò qualche straccio vecchio e due paio di scarpe in un sacco, e partì a notte fonda verso la montagna. Nessuno lo vide più.

Ferruccio scese fino a Genova. Gli avevano dato il congedo e una medaglia di bronzo “per il comportamento valoroso e lo sprezzo del pericolo dimostrato in battaglia”, seguivano una serie di paroloni che quel povero pastore, sulla pergamena firmata dal ministro, faceva fatica pure a leggere. Sin dalla fine delle ostilità, aveva compreso che il progetto di rimanerci secco, in battaglia, era stato un fallimento. “A casa non ci torno in queste condizioni -pensava tra sé e sé – che ci vado a fare?” Aveva pensato di arrivare fino alla costa per cercare fortuna in un posto che fosse tutto il contrario rispetto al mondo che aveva abbandonato, venendo via dal suo paese. Quando arrivò sulla banchina, rimase a bocca aperta: lui il mare, lo aveva visto solo su qualche cartolina attaccata nell’unica bottega di Cutruni. “Giovane, cerchi lavoro?”  Ferruccio udì quella voce provenire dal ponte di una grossa nave merci.  In quel momento pensò che aveva fatto bene a venire a Genova. Salì.

Tre uomini di una compagnia della Panzergrenadier division stavano risalendo la china della montagna sopra Cutruni, mandati in perlustrazione dal comandante di reparto, per un capriccio di quelli che prendono i superiori quando temono di riscuotere poco timore presso i loro soldati. Il più vecchio tra di loro andava avanti, facendosi largo tra i rovi di ginepro che ostruivano l’accesso alla faggeta. Quel posto sembrava non essere mai stato frequentato da anima viva. Grande fu la sorpresa quando il sottotenente senza emettere un grido, sprofondò in una buca nascosta sotto il fogliame del sottobosco. I due commilitoni si affrettarono presso il luogo dove il sottotenente era scomparso. Nella buca giaceva il corpo senza vita del loro camerata, infilato sopra dei pali aguzzi che spuntavano dal terreno. Non fecero in tempo a rendersi conto dell’accaduto che vennero colpiti alla nuca da due pietre lanciate con estrema abilità da una fionda. Fu allora che una strana figura, coperta di una vecchia pelle di pecora, uscì dal nascondiglio, avventandosi sui due malcapitati, per sgozzarli. Nicola era irriconoscibile. La permanenza su quelle montagne aveva cambiato la sua anima ma soprattutto il suo aspetto fisico. Era un uomo che aveva raggiunto quasi la cinquantina. Non era più sceso in paese, per paura che la vecchia condanna in contumacia avesse ancora validità. A Cutruni, dopo tanti anni, anche le forze dell’ordine si erano convinte che fosse morto. Talvolta si avvicinava alle case, riuscendo a rubare qualche arnese che gli potesse servire per sopravvivere. Quasi volesse adattarsi al contesto selvaggio, si era fatto crescere una barba lunghissima che ora era totalmente bianca e la sua pelle mostrava tutti i segni di una persona che era rimasta per un quarto di secolo esposta a tutte le stagioni, senza dimorare in una vera casa. Qualche cacciatore che si era avventurato nei boschi narrava di aver visto questo individuo aggirarsi nel folto delle faggete come una bestia mitologica. A Cutruni si era sparsa piano piano la voce e nessuno aveva più il coraggio di frequentare la montagna per paura di incontrare “U’Bbestiu” così lo chiamavano i più vecchi per spaventare i bambini, nei loro racconti.  Con il tempo, gli abitanti delle case alle pendici del monte, avevano imparato a rispettare e temere Nicola. Talvolta le donne lasciavano delle provviste fuori dalla porta, specialmente l’inverno, perché così erano sicure che U’Bbestiu non avrebbe fatto male alle loro famiglie. Nicola lasciava stare in pace gli abitanti di Cutruni e loro lasciavano in pace lui.

(Fine prima parte)

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