Donna Felicetta, portava il nero della vedovanza anche quando dormiva. Aveva ormai passato la quarantina ma era ancora una donna sulla quale il tempo pareva non aver fatto presa. La grande guerra gli aveva portato via il marito, prima che avesse tempo di figliare. Da allora si era ritirata ai margini del paese, a curare da sola la campagna e le bestie. A tutti gli uomini liberi aveva detto no, preferendo conservare il castigo del lutto quasi che una sorta di maledizione l’avesse colpita come la granata che aveva ucciso il suo compagno. Sapeva di essere ancora una bella donna ma a nessuno concedeva un sorriso. A Cutruni era l’unica cui U’Bbestiu non faceva paura, forse perché Nicola non si era mai interessato a lei. Donna Felicetta aveva iniziato a provare una certa curiosità e spesso aveva lasciato sulla porta di casa del cibo affinché anche U’Bbestiu si accorgesse di lei. Nulla era accaduto per mesi fino a quando, una notte d’inverno nella quale la neve copriva per metà le porte delle case di Cutruni, aveva udito lo scricchiolio di alcuni passi vicino la finestra. Anche quella sera aveva lasciato qualcosa da mangiare per Nicola sull’uscio. Corse subito alla porta con il desiderio di sorprendere U’Bbestiu ma quando se lo trovò davanti, Nicola non accennò a scappare. La guardò con gli occhi che sembravano tizzoni ardenti a malapena visibili, tanto erano nascosti dalla barba e dal cappellaccio che l’uomo si era cavato in testa. Donna Felicetta sentì qualcosa salirle fino alla gola. Era una sensazione che non ricordava eppure tanto tempo prima l’aveva provata. U’Bbestiu fece un piccolo cenno del capo, come a voler ringraziare, quindi sparì nella tormenta.

A Ferruccio la nave piaceva. Per lui che era un uomo di montagna, abituato alle salite e alle discese, lo spettacolo orizzontale del mare emanava un certo fascino. La sensazione che quella distesa senza limiti lo avrebbe portato in una condizione nuova, dove tutto sarebbe stato possibile. Aveva rimosso completamente la possibilità di tornare alla sua terra. Comprese come quelle montagne che una volta aveva vissuto con la rassegnazione di chi, per nascita era destinato a non andare oltre, erano state per lui un ostacolo che gli aveva impedito di guardare il mondo. “ Non ci torno più” andava ripetendo anche quando i suoi compagni marinai, gente che era nata sulla costa, gli chiedevano della sua terra e del suo gregge. Ferruccio all’improvviso si adombrava: non era il rimorso per aver lasciato che le sue pecore morissero ma il sacrificio dell’ultimo suo agnello. Rivedeva la sua mano puntare la lama alla gola della bestia, poco prima di colpire. Nel silenzio dentro il quale lasciava i suoi interlocutori, i suoi occhi si bloccavano in un punto imprecisato dell’orizzonte, era allora che lo sguardo di quell’agnello gli restituiva tutto il senso dell’orrore di cui era stato vittima e responsabile. Il sacrificio inevitabile di quella bestia lo aveva spinto a cercare un altro destino e una sorte differente…
A Boston gli fecero scontare la quarantena. Stette ammucchiato dentro un capannone per giorni, insieme a alcune famiglie d’italiani che avevano preferito arrivare in quella città piuttosto che sbarcar a “Nuova York” come la chiamavano loro. “Lì, i controlli sono più severi e ti rimandano a casa, anche se ci ha solo un colpo di tosse” gli raccontò Bastiano, un contadino che si era portato dietro tutta la famiglia. Le due figlie e la moglie di Bastiano ascoltavano l’uomo mentre parlava con Ferruccio. “Le vedete quelle valigie sulle quali stanno sedute le mie figlie? Quelle me le ha date mia sorella maggiore: Anna. Lei è dovuta tornare indietro. Ha aspettato quaranta giorni, chiusa dentro l’ospedale di Ellis Island insieme con gli altri. Dicevano fosse la terra della libertà. Guardava dalle sbarre quella statua, illuminata anche di notte: comm’è belle, Bastià! Non la smetteva più di tossire, ma cercava di nascondere il rantolo, dentro lo scialle. Aveva comprato quelle valigie al mercato di Patierno. Vedete la pelle com’è bella ancora, sono due valigie uguali, di vacchetta. Le teneva sotto il letto, prima di metterci i quattro stracci da portare in America. Ci aveva messo pure una statuina della madonna che schiaccia il serpente col piede e una foto della famiglia. La tosse non se ne andava. La notte, mia sorella tremava al pensiero che i custodi se ne accorgessero e la portassero dalla guardia medica. Ma non poteva più nascondere. Già lo sapeva che per lei la vita non avrebbe potuto cambiare. Il ventesimo giorno la mandarono a fare la visita dal dottore. Gesù, teneva na’ faccia! Senza espressione, come il marmo delle tombe vecchie. Al suo fianco, ci stava nu’ giovane italiano, con i baffi tirati in su, che traduceva tutt’ chell ca dicev’ o miedico, con accento napoletano. “Signorina, ha detto che a Nuova Yorka non ci potete entrare, siete malata, sembrate “na’cosa secca”. Chi se la prende la responsabilità, se portate in giro per la città la malaria o la tubercolosi? Guardate, non è possibile. Ma come vi è venuto in mente di partire!” Così l’hanno rimessa sopra al ferry boat e ha dormito sopra le valigie. Ha sempre pensato: se Bastiano che ora è solo un ragazzo, un giorno vorrà partire, serviranno a lui per tentare un’altra traversata, per tenerci dentro le sue povere, per andarsene via da questo posto. Così me le dette, quando decisi che sarei venuto a Boston.” Con le lacrime agli occhi. Ferruccio si rese conto di quanto era stato fortunato ad arrivare. Ora toccava a lui farsi strada in quella terra sconosciuta. La quarantena passò senza tanti problemi. C’era da trovare un lavoro.
La morte dei tre soldati non passò inosservata. Qualche giorno dopo, non ricevendo notizie, un’altra pattuglia compì la perlustrazione della stessa zona, riuscendo a recuperare i cadaveri. Al Comando, si fece strada l’idea che qualche abitante del luogo avesse già organizzato azioni di resistenza. Quest’atto, in ogni caso, non poteva passare impunito. I tedeschi decisero di compier una rappresaglia. Erano decisi a stanare questi partigiani, a tutti i costi. Pensarono di rastrellare uomini, donne e bambini per dare una lezione “terribile e degna di essere ricordata per lungo tempo” salvo che qualcuno rivelasse i nomi dei sabotatori. Nella piccola piazza di Cutruni, i pochi uomini che abitavano ancora il paese furono radunati sotto la minaccia delle armi mentre donne e bambini furono rinchiusi dentro il piccolo edificio comunale.
Fine seconda parte