Donna Felicetta fu prelevata insieme con gli altri. A nulla valsero le implorazioni delle madri perché risparmiassero i figli. Le urla e i gemiti riempivano l’aria del paese. I piccoli piangevano stretti ai fianchi delle donne, il palazzo comunale conteneva il dolore di tutta quella piccola umanità che non aveva alcuna colpa se non quella di essere innocente. Solo un uomo sentiva tutto il peso di quello che aveva fatto: U’Bbestiu. Se non avesse ucciso quei tedeschi, forse avrebbe risparmiato a quella comunità un delitto così grave. O forse no? Forse quei contadini anziani, che ora rimanevano fermi al centro della piazza, sarebbero stati uccisi lo stesso per un capriccio di qualche SS. Un giovane soldato tedesco, in attesa di ricevere l’ordine di sparare sugli ostaggi, osservava il ragazzo allampanato che gli si parava davanti, le mani legate dietro la schiena, in attesa di morire. I suoi occhi neri erano la domanda, quella che quel fuciliere si sarebbe posto per tutta la vita, ammesso che fosse riuscito a sopravvivere alla guerra. Si udirono alte le grida dei prigionieri nell’edificio quando nella piazza echeggiarono le sventagliate dei mitra. Sul selciato rimasero pastori, contadini, e qualche bottegaio troppo vecchio per andare in battaglia. Subito dopo il comandante ordinò di appiccare il fuoco all’edificio nel quale i sopravvissuti erano stati rinchiusi. Le fiamme si alzarono senza che i prigionieri avessero possibilità di fuga. Qualcuno, nel delirio generale, sfondò un vetro e tentò di saltare fuori ma, una volta caduto in strada veniva subito falciato dai mitra dei soldati. Altri seguirono la stessa sorte. L’edificio era simile a quei vespai dai quali, una volta andati a fuoco, gli insetti uscivano morenti terminando il loro essere con la loro libertà. Solo Donna Felicetta non faceva nulla. Rimaneva seduta ad aspettare che le fiamme la lambissero e la avvolgessero. Mentre le fiamme consumavano la casa comunale dalle fondamenta, i tedeschi decisero di abbandonare il posto come si fossero resi conto dell’orrore compiuto. Il fumo aveva invaso tutte le stanze e molti ragazzini giacevano ormai senza vita tra le braccia delle madri, le quali gemevano per le ustioni nel tentativo di salvare gli altri tra le fiamme. Le urla e la concitazione nel tentativo di salvarsi avevano presto lasciato il posto alla rassegnazione soffocata dai colpi di tosse e dai rantoli.

Donna Felicetta si era rannicchiata a terra ora, sperava che, facendosi piccola, la morte non si sarebbe accorta di lei. All’improvviso il portone principale venne giù in un colpo solo. La luce dell’esterno, filtrata dalla coltre di fumo, disvelò la figura di un uomo possente, completamente rivestito di una pelliccia di montone zuppa di acqua. L’uomo iniziò a prendere tutti i bimbi che avevano ancora un po’ di vita in corpo e a portarli in salvo sul selciato della piazza. Entrava nell’edificio sfidando le fiamme e subito ne usciva tenendo in braccio una donna, un ragazzo o un vecchio. L’edificio stava per essere completamente avvolto dalle fiamme e U’Bbestiu ormai esausto, tentò un’ultima sortita. Si accorse solo per caso della presenza di Donna Felicetta, la quale giaceva a terra senza dare più alcun segno di vita. La trasse in salvo prima che il solaio del primo piano crollasse. Era stremato, bruciacchiato, tossiva ma tentò in tutte le maniere di far rimanere in vita la donna. La portò nella sua masseria e la depose nel suo giaciglio. La donna era ustionata gravemente. A tratti riprendeva conoscenza, molto spesso cadeva in un profondo deliquio. Nicola la accudì tutta la notte. Lei lo guardava come quella sera, quando lo aveva sorpreso a prendere i viveri che gli aveva lasciato davanti alla porta. Non si dissero nulla, come allora, forse perché non c’era più nulla da dirsi. All’alba le condizioni di Donna Felicetta peggiorarono nonostante Nicola si adoperasse per curarla. Negli occhi della donna comparve la paura della morte. Fino a quel momento aveva guardato quell’uomo con tenerezza e riconoscenza, ora il suo sguardo era quello che Nicola conosceva bene, lo stesso che aveva visto negli occhi del suo ultimo agnello prima che lo sgozzasse. La Donna gli spirò tra le braccia.

Per un italiano arrivato in America, senza soldi e senza istruzione, i lavori possibili erano solo quelli dove ti dovevi fare i calli alle mani, bestemmiare la sorte e mangiare una zuppa fredda nelle ciotole di latta ammaccate nella pausa pranzo, sperando che qualcuno ti passasse un mezzo mozzicone per farci un tiro. Ferruccio fu subito attirato da voci italiane che stavano baccagliando tra gli ormeggi del porto. Un grosso autocarro era accostato a una piccola nave mercantile e dalla stiva, alcuni operai stavano scaricando dei quarti di bue per poi trasferirli sul cassone del mezzo. “Ce l’hai la forza cumbà?” gli disse un omino dai capelli appiccicati sulla fronte, il quale stringeva una cartella degli appunti, sulla quale stava segnando il numero dei capi. Ogni tanto si levava dalla bocca un mezzo sigaro puzzolente per imprecare in un dialetto che a Ferruccio rimaneva incomprensibile. Ferruccio pensò bene che guadagnare qualche dollaro gli avrebbe fatto bene per procurarsi una cena decente. “ Mi raccomando, non piegare le gambe, sennò sei morto”. Ferruccio aveva già fatto quel lavoro qualche volta, quando a Cutruni il bovaro del villaggio ammazzava le vacche migliori per venderle in città. Sapeva che un quarto di bue poteva pesare più di cento chili e se non lo avesse preso correttamente, si sarebbe potuto spezzare pure la schiena.
Dopo un attimo di esitazione, quando lo scaricatore gli aveva messo il primo quarto sul collo, Ferruccio iniziò a lavorare senza battere ciglio. Alla fine della giornata era stremato ma riuscì a cavare il necessario per pagarsi un letto per la notte ed un pasto caldo. Gli fece strano avere sottomano i suoi primi dollari. Li girava e rigirava mentre l’ometto della carne se lo guardava con l’aria di chi aveva trovato un nuovo vigoroso paio di braccia. “Come ti chiami, ragazzo?” chiese l’ometto. “ Ferruccio e sono sbarcato oggi”. “ Ferruccio – replicò l’uomo – sai lavorare, fatti vedere domani dal boss” e indicò l’insegna sul lato del cassone del camion : “Mastrobuono Brothers – Best meat”.