Lo sguardo dell’agnello quinta parte

Ferruccio si presentò l’indomani mattina presso il piccolo mattatoio dei fratelli Mastrobuono. Lo accolse l’ometto che aveva conosciuto il giorno prima. “ Ieri non mi sono presentato, sono Giuseppe e sono il tuttofare dei fratelli Rosario e Donato”. Mi sembri un giovane che ha voglia di lavorare, penso che i padroni non avranno difficoltà a trovarti un posto nella ditta”. Da lontano, nel capannone arrivavano i lamenti del bestiame che era raggruppato a l’interno, in attesa di essere abbattuto per la macellazione. Ferruccio dovette raccogliere tutte le sue forze quando udì il lamento delle pecore che erano portate a l’olocausto. Comprese come le possibilità di rimanere in quel posto a lavorare dipendessero dalla sua capacità di evitare che le immagini della miseria che aveva lasciato potessero ritornare nella sua mente a tormentarlo. Nel minuscolo ufficio i fratelli Mastrobuono avevano sistemato le scrivanie una di fronte a l’altra quasi volessero controllarsi a vicenda in una sorta di contesa costante per la gestione della ditta. Le attitudini di verse avevano deciso per loro, quali fossero i compiti ai quali erano destinati: Rosario, meno avvezzo ai conti, era più propenso a passare il suo tempo tra le bestie, girando il paese il lungo e in largo, alla ricerca dei capi migliori. La sua conduzione delle trattative, quando si recava presso i ranch o gli allevamenti, era qualcosa che somigliava maggiormente a una sceneggiata napoletana alla quale sottoponeva i cow boys. Con la sua gestualità riusciva a convincere anche il più burbero dei cow boys sul prezzo di una bestia. Abituato alle pozze di fango nelle quali sguazzavano le sue bufale a Battipaglia, sin da piccolo, comprendeva la rudezza del lavoro svolto da un bovaro texano e riusciva a stabilire un contatto fatto più di sofferenze comuni che di parole. A differenza di Rosario, Donato era l’uomo di affari, quello che aveva costruito tutta la rete di clienti a Boston e dintorni, dalle macellerie ai ristoranti, alle mense. A lui si doveva l’espansione rapida della ditta e molti vociferavano che non si trattasse solo di meriti suoi, ma che molto avesse contribuito l’amicizia con un piccolo gangster della zona. In ogni caso i fratelli Mastrobuono capivano quale fosse il limite oltre il quale non era prudente spingersi. Nella loro ditta cercavano, per questioni di convenienza, di assumere solo italiani, irlandesi e qualche nero, perché ritenevano si trattasse di gente più bisognosa e capace di sopportare anche i lavori più duri, senza fiatare. Lo facevano anche per un altro motivo: ai Mastrobuono piaceva la boxe e ogni tanto, fra i loro dipendenti, capitava che ci fosse un ragazzo bravo a menare le mani, tanto che qualcuno di questi si era trasformato in un valente pugile, al soldo del suddetto gangster.

Nella piccola masseria una volta occupata da Donna Felicetta, la mano invisibile di Nicola, era riuscita a conservare il ricordo di quella creatura che aveva acceso una promessa d’amore verso quell’uomo del quale aveva solo incrociato lo sguardo. U’ubestiu abitava nella povera casa e i pochi abitanti di Cutruni avevano imparato ad amarlo per ciò che aveva fatto, tentando di salvare i paesani da l’eccidio. Nonostante la considerazione per quell’uomo solitario ma coraggioso, nel paese c’era anche chi non vedeva di buon occhio che Nicola abitasse quella casa rimasta ora senza un proprietario. In particolare Mastro Cenzino Di Gravio, commerciante di carbone e gasolio il quale, dopo aver fatto affari in tutta la vallata con i fascisti e i tedeschi, dopo la liberazione aveva preso contatti con le forze alleate di cui era diventato uno dei principali fornitori nella zona.  Il suo motto “pecunia non olet” era stampato a lettera cubitali contro il paraurti del vecchio Isotta Fraschini con il quale praticava i suoi commerci nella zona. Prima che la guerra scoppiasse, aveva avuto una predilezione particolare per Donna Felicetta, arrivando anche a farle proposte di matrimonio, alle quali la donna aveva sempre opposto un risoluto diniego. Mastro Cenzino non era uomo da farsi sbattere la porta in faccia e, per tutta risposta, aveva impedito a Donna Felicetta di acquistare la sua merce tanto che la sventurata, per ripararsi dai rigori dell’inverno, era stata costretta a procurarsi legna nei boschi onde potersi scaldare e cucinare. La storia de U’ubestiu e di quell’amore breve e impossibile tra lui e la donna, era arrivata all’orecchio di Mastro Cenzino e l’astio per non aver potuto vendicarsi su Felicetta, fece sì che il commerciante riversasse i suoi propositi di vendetta su l’uomo il quale con un solo sguardo aveva conquistato la sventurata. Forte dei suoi appoggi con gli alleati, si accreditò come l’unico in grado di ristabilire l’ordine a Cutruni, in attesa di libere elezioni e divenne reggente della comunità. Rivolse attenzione immediata alla piccola masseria, dove ora U’ubestiu tentava di preservare il ricordo di Felicetta. Quando le jeep con gli ufficiali e i soldati alleati arrivarono sullo spiazzo antistante a l’edificio in pietra, Nicola era intento a zappare il piccolo orto che aveva predisposto davanti la casa. “Che volete?” Chiese perentoriamente U’ubestiu, i militari non degnarono della minima attenzione Nicola e sfondarono la porta dell’abitazione, mentre altri soldati iniziavano a portare dentro pesanti casse contenenti armi e vettovaglie. Nicola, non ebbe il tempo di considerare le conseguenze dei suoi gesti e si scagliò con forza contro quelli che avevano osato profanare quel luogo a lui così caro. Per tutta risposta i soldati colpirono U’ubestiu con il calcio dei loro fucili fino a farlo stramazzare al suolo. “Maledetti, questa casa è sacra!” Urlava Nicola mentre i soldati continuavano a colpirlo.

“ Comandante, vedo che avete fatto conoscenza con questo criminale” Mastro Cenzino era arrivato a cavallo dal paese “Lo cercavo da qualche tempo, è una spia al servizio dei fascisti”. Nicola non credeva alle sue orecchie, come poteva quell’uomo accusarlo di una cosa così meschina quando tutti sapevano quello che lui aveva fatto per gli abitanti di Cutruni? Subito comprese che gli unici a non sapere di quella storia fossero proprio gli alleati i quali si fidavano di Mastro Cenzino. “Non è vero, tu menti, bastardo!” Urlava U’ubestiu cercando disperatamente di farsi capire dai soldati ma questi non sembravano minimamente dare ascolto alle sue parole. Mastro Cenzino con un sorriso simile a una smorfia terribile si avvicinò a comandante del plotone e stette a parlare con lui per qualche minuto.  Subito dopo fu ordinato ai soldati che legassero Nicola e lo chiudessero nel porcile. “Cosa gli hai detto, maledetto?” Urlava U’ubestiu nei confronti di Mastro Cenzino. “Addio Nicola- rispose l’uomo prorompendo in una risata – recita le tue ultime preghiere, per te domani è finita”. Detto questo, Mastro Cenzino si voltò e ripartì a cavallo in direzione di Cutruni tra le grida e le maledizioni de U’ubestiu.

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