Lo sguardo dell’agnello sesta parte

Gli irlandesi avevano preso di mira Ferruccio. Il ragazzo aveva iniziato a lavorare da poco nel mattatoio dei Mastrobuono e la sua inesperienza talvolta lo rendeva goffo nei movimenti e impacciato quando si trattava di svolgere compiti che lui riteneva facili, dopo aver guardato i suoi colleghi i quali si muovevano agilmente, nonostante la durezza del lavoro. Talvolta i colleghi ridevano di lui quando lo sentivano imprecare in dialetto cutrunese, quasi a conferma dei loro pregiudizi sugli italiani. A questo si aggiungeva una sorta di nonnismo tra i lavoranti che prevedeva l’uso di costringere i nuovi arrivati a svolgere mansioni tra le più umili. Ferruccio non si lamentava e ogni volta che la mansione gli sembrava impossibile, subito la sua mente ritornava alla ruvidezza delle giornate invernali nelle quali era costretto a uscire per mungere le pecore o sorvegliare che gli ovili non fossero attaccati dai lupi. Era in quel momento che alzava gli occhi tra i capannoni del mattatoio quasi volesse scorgere quelle montagne dalle cui nevi traeva auspici per le primavere a venire. Nonostante fosse immerso in una vita che gli prometteva lavoro e un non ben precisato benessere, iniziò ad insinuarsi in lui il germe di una libertà che sembrava fosse stata naturale come l’aria da respirare quando aveva frequentato i pascoli natii ed ora gli appariva come una visione all’orizzonte velata da una foschia leggera. Questa sottile nostalgia talvolta gli oscurava l’animo e lo costringeva a lavorare con i nervi a fior di pelle specialmente quando coglieva la sottile aria di dileggio nei suoi confronti da parte del gruppo di nerboruti irlandesi addetti all’abbattimento del bestiame.  Gli sberleffi e le offese andavano avanti da qualche tempo sotto l’occhio indifferente dei padroni i quali sapevano benissimo a cosa stesse andando incontro Ferruccio, perché avevano ricevuto lo stesso trattamento quando a loro volta erano stati emigranti e dipendenti. Ferruccio quella mattina ebbe il compito ingrato di ripulire le budella dei maiali, che servivano per fare salsicce. Lavorava da qualche ora in quella specie d, inferno caldo e maleodorante, tra i l puzzo delle feci e la soda quando Zoot, un pelo rosso alto e sdentato ebbe la malsana idea di arrivargli alle spalle per ornare in suo collo con un paio di metri di budella di porco appena squartato. Ferruccio si girò alle risa del gruppetto d’ irlandesi. Gli sembrò che un velo nero stesse scendendo sopra i suoi occhi quasi che la sua mente non dovesse vedere quello che il suo corpo avrebbe fatto. In un attimo si trovò a faccia a faccia con Zoot il quale si era già messo in guardia pronto a dare all’italiano una sonora lezione con le sue nocche. Ferruccio non aveva alcuna idea della boxe ma ricordava le zuffe da ragazzo, quando lui e Nicola si davano da fare per respingere gli assalti alle ragazze del loro paese da parte dei bifolchi o quando qualche ladro di pecore tentava di decimare i loro greggi. La rabbia gli scese dalle spalle fino ad arrivare ai suoi pugni e l’irlandese ebbe la sfortuna di assaggiare le mani di Ferruccio. Gli irlandesi ammutolirono: il loro compagno il quale pure aveva uno stile acquisito in qualche palestra dei sobborghi nella quale gli operai andavano a coltivare le loro velleità da boxeur, fu tramortito da un diretto e due ganci che gli fecero saltare i due denti che gli erano rimasti in bocca. Pel di carota fini con la faccia nella pozza di sterco, frutto del lavoro di Ferruccio e i suoi amici dovettero trascinarlo a fatica sotto una pompa di acqua gelata per farlo rinvenire. Donato e Rosario Mastrobuono avevano assistito alla scena dalla finestra del loro ufficio. Si guardarono e sorrisero.

…Nella piccola stalla del casolare di Donna Felicetta, Nicola vegliava in attesa di quella che sarebbe stata la mattina della sua esecuzione. Non aveva potuto difendersi perché non c’era stato alcun processo. I soldati avevano creduto alle parole di Mastro Cenzino e tutto in poche ore sarebbe finito. Le mani legate dietro la schiena erano intorpidite dalla stretta della corda e un rivolo di sudore gli scorreva dalle tempie fino a inzuppargli la barba incolta. Una rabbia impotente gli gravava sulle spalle come un peso che qualcuno gli avesse inopinatamente imposto. Con il passare dei minuti lo prese la stanchezza. Guardò l’incerta luce della luna tra le nuvole che la tagliavano veloci, ma non riusciva a pronunciare nessuna preghiera contro quello che sembrava un destino ormai scritto. Si addormentò in ginocchio, chinando il mento sul petto. Nel sonno disturbato, riuscì a percepire un lieve rumore che proveniva dalla porticina della stalla: qualcuno stava cercando di entrare. Stette in silenzio. L’ombra gli si avvicinò alle spalle e senza proferire parola si adoperò lentamente per slegare il nodo della fune che gli bloccava le mani. “Chi sei?” Mormorò tra i denti U’ubestiu ma non ebbe risposta. Dalla delicatezza dei gesti, comprese che non si trattava di mani maschili. Tuttavia quel tocco aveva qualcosa di strano, una sequenza di movenze impalpabili nelle quali nulla era lasciato al tentativo, ma tutto era sicuro e risolutivo. Nicola sentì che le mani erano libere, si sfregò i polsi indolenziti. Si girò per veder chi fosse quel liberatore e grande fu la sua sorpresa quando si accorse che la figura alle sue spalle era scomparsa, lasciando la porta aperta.  Al turbamento causato dalla situazione in cui si trovava fino a qualche attimo prima di essere slegato, si aggiunse una strana sensazione per quella libertà inaspettata e sperata. Uscì ne l’aia. U’ubestiu non ebbe il tempo di ragionare: un fruscio proveniente da l’abitazione lo mise in allarme. Si allontanò velocemente…

…I cani avevano abbaiato tutta la notte tanto che Mastro Cenzino si era messo in allarme perché credeva sarebbero arrivati un terremoto o una disgrazia. Si affacciò alla finestra ma tutto sembrava tranquilla nel panorama delle colline ordinate, oltre le quali si estendeva la sua proprietà. Anche qui la luna concedeva di scorgere i fianchi dei campi arati di fresco, le macchie oscure di querceti e il mulino incastrato nella fiumara.  Rimase paralizzato dal terrore quando sentì il freddo di una lama appoggiata sul collo e una mano che gli tappava la bocca: “La senti, bastardo? – una voce roca, carica di risentimento gli fischiava ne l’orecchio – avrei potuto scannarti come un porco, uno di quelli che rubi ai poveri contadini con la scusa che sono stati iscritti al partito, così ti compri il loro silenzio. Io invece voglio aspettare – continuò U’ubestiu – desidero che tu viva con il terrore che un giorno di questi io possa tornare la notte ad impiccarti alla trave maestra del tetto – Mastro Cenzino sentiva mancargli le gambe, lo specchio appoggiato alla parete, rifletteva la paura nel suo volto. Riconobbe Nicola – ascolta le parole di Nicola U’ubestiu: compirò il tuo destino quando meno te lo aspetti, non importa se tra un mese, un anno o venti. Hai finito di dormire la notte”  Nicola guardò la sua immagine riflessa nello specchio mentre la lama premeva sul collo di Cenzino. Gli occhi del fattore erano iniettati di orrore. Nuovamente U’ubestiu si bloccò davanti alle sue pupille come quelle che tanti anni fa Nicola aveva visto implorargli pietà. Lasciò la presa e fuggì mentre Mastro Cenzino si accasciava piangendo nella pozza della sua urina.

Fine sesta parte

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