
“Ferruccio, vieni in ufficio che ti devo parlare”. La voce di Donato Mastrobuono risuonò alle spalle del ragazzo. Ferruccio si spaventò, credendo che i fatti accaduti il giorno prima con l’irlandese potessero avere ripercussioni sul lavoro. Gli stranieri, una volta arrivati negli Usa, dovevano rigare dritto, almeno per i primi tempi. Non era difficile che qualche connazionale ritornasse nel paese di miseria dal quale era partito, con un foglio di via e il consiglio di non tornare più in America, se era stato coinvolto in qualche guaio, anche piccolo. Ferruccio si presentò da Mastrobuono, tenendo stretto il cappello tra le mani, con l’aria di chi si aspetta qualche lavata di capo. “ Uagliò tu picchi duro!” Donato accennò ad un piccolo sorriso che subito spense, perchè il giovane non pensasse di aver fatto un bel gesto “Ma in questo posto non è cosa da farsi” continuò Mastrobuono “Gli irlandesi sono lavoratori come gli italiani e come agli italiani, ogni tanto gli va il sangue alla testa” Ferruccio ascoltava in silenzio “ Se vuoi continuare a lavorare qui, tu ti devi controllare…solo così puoi vincere sul ring” Il giovane non capiva “Senti Ferruccio, che ne diresti se ti faccio conoscere un amico mio, un allenatore, uno di quelli che ti può far guadagnare qualche extra, giusto per levarti qualche sfizio?” “Voi mi state chiedendo se sono interessato a fare a pugni, ma…” “Non ti preoccupare, tu prova – disse Donato. Se non ti piace tu ci hai sempre il lavoro assicurato qui da noi” Ferruccio annuì in silenzio “Domani dopo il lavoro ti accompagno io, ora va che c’è tanto da fare e non dare pretesto agli irlandesi che quelli adesso, se lo sono segnato al dito quello che hai fatto”.“Colpisci!” Ferruccio era davanti a quel sacco che pendeva dal soffitto, enorme. Steve Centofanti aveva messo due guantoni a quel ragazzo, i più consumati che aveva trovato, ma sempre troppo nuovi da destinare ad un bifolco appena sceso dalle montagne di Cutruni. Ferruccio guardò il sacco. A l’improvviso tirò indietro il braccio, morse il labbro, facendo partire il colpo. Il polso incerto, nel momento dell’impatto, gli fece piegare la mano che scivolò sulla pelle consunta del bersaglio. Il sacco accennò a una piccola vibrazione mentre Ferruccio si ficcò la mano dolorante sotto l’ascella. “Sei un fesso.” Centofanti sorrise. Ferruccio lo guardò accigliato. L’allenatore si ricompose. “Concentrati, piega le ginocchia, colpisci, ma ricorda di tenere il pugno allineato al polso.” Ferruccio aveva di nuovo lo sguardo sul sacco. Sembrarono degli attimi interminabili: colpire di nuovo, provare di nuovo dolore, incapacità? Possibile che un sacco potesse svelargli la sua debolezza? Li vedeva già, gli irlandesi ridere di lui mentre goffamente tentava di smuovere quel otre pieno di cattivi pensieri, di greggi morti, di montagne abitate dalla miseria, di stanze grigie e di bestemmie contro i quarti di bue. Centofanti guardò il collo del ragazzo irrigidirsi. Il sacco incombeva su Franco quasi come una vita troppo grande per quel ragazzino. Aveva gli occhi pieni di lacrime e sentiva la sua impotenza ammollargli le braccia, appesantirgli i polpacci. Poi, come una luce al termine di una galleria, emerse dal fondo della sua mente, un suono flebile, un lamento, la voce dell’agnello che chiedeva pietà al pastore, perché non lo sgozzasse, non gli facesse del male. Ferruccio fu stretto alle tempie da un calore sordo, un grido soffocato stava per tracimargli dalla gola. L’odio arrivò come una locomotiva, Ferruccio lo sentì salire fino alle spalle; le orecchie diventarono viola, una smorfia gli deformò il labbro e la guancia come l’effige di guerra di un dio pagano. Il braccio si contrasse. Il pugno partì. La mano affondò nel sacco che si spostò lentamente a l’indietro, dondolando. Ferruccio rimase fermo sulla sua posizione mentre il sacco tornava verso di lui. Rise. Rise anche Steve Centofanti.

…Mastro Cenzino tentò di dimenticare la notte nella quale U’ubestiu era arrivato in casa sua e gli aveva promesso vendetta. La guerra era finita e tutti erano contenti. Tornavano i reduci, le famiglie si ricomponevano e Cenzino aveva approfittato delle sue connivenze per arricchirsi, rubando le terre e i possedimenti a chi era troppo ignorante per poter far valere i propri diritti. Dapprima con i fascisti e poi con il comitato di liberazione, approfittando anche dell’eccidio, aveva avuto accesso alle carte comunali con l’incarico di reggente della comunità e aveva fatto sì che molti beni pubblici venissero alienati a suo favore. In particolare era riuscito a comprare a un prezzo irrisorio il mulino comunale al quale tutto il paese si rivolgeva per la macinatura del grano. Non ci volle molto per diventare sindaco. Bastò a Mastro Cenzino farsi vedere in chiesa molto più spesso di quanto non avesse mai fatto, per ottenere la simpatia di quelli che non vedevano di buon occhio i socialisti o addirittura i comunisti. In verità, Cenzino aveva sguinzagliato i suoi sgherri tra i pastori e i braccianti di Cutruni, promettendo tutto quel benessere che sembrava un sogno possibile dopo le miserie della guerra. In verità a quei bifolchi bastava che l’acqua e la luce entrassero nelle loro case e tutto sarebbe andato bene. A molti, abituati a prendere le botte dai padroni, la democrazia sembrava una cosa strana, difficile da capire. Avevano sempre avuto un prete che dicesse loro come fosse giusto lavorare e obbedire, senza lamentarsi perché il vero premio stava “nel regno dei cieli” così che il padrone era diventato il loro Dio il quale concedeva punizioni e pane. A chi si ribellava, perché vedeva il sacerdote spesso seduto a tavola con padrone, la risposta era quella della Bibbia e del peccato originale. Tutti questi poveri ignoranti non capivano per quale motivo la loro esistenza, provata dalla miseria, doveva svolgersi espiando la colpa di un peccato che non sapevano di aver commesso. Mastro Cenzino era lì perché loro avessero la loro giusta pena, lui era cosciente di tenere in pugno quella manica di poveracci ma la sua sicurezza iniziò a vacillare quando il fantasma de U’ubestiu ricomparve improvvisamente così come’era sparito. Fu una notte di primavera quando, da l’alto della montagna Malacosta che sovrastava il paese, si udì un boato fortissimo. La mattina dopo, il ruscello che alimentava l’immensa ruota del mulino di Mastro Cenzino, rimase a secco. Il mugnaio era disperato e nonostante non ne avesse colpa, Mastro Cenzino, una volta arrivato sul luogo dove la pala del mulino avrebbe dovuto accogliere la corrente d’acqua, iniziò a menare legnate sulla gobba dello sventurato, sotto gli occhi attoniti di tutti i cutrunesi che erano arrivati fino lì per farsi macinare il grano. Sembrava tutto così strano, eppure la Malacosta era carica di neve tanto che l’acqua sarebbe bastata fino a l’autunno successivo. Le fontane di Cutruni erano ricolme di quel liquido cristallino e nessuno aveva notato una discesa del livello nelle vasche degli abbeveratoi. Mastro Cenzino decise di salire, ripercorrendo il letto del fiumiciattolo, per capire dove fosse il problema. Poche persone conoscevano la zona e mai nessuno si era avventurato fino alle sorgenti del ruscello perché i cutrunesi sapevano che era zona de U’ubestiu così come anni prima credevano fosse il regno degli spiriti. L’impresa si presentò subito ardua, Mastro Cenzino procedeva a fatica, frustando il suo asino come fosse colpevole dell’accaduto. Era accompagnato da due scagnozzi con tanto di lupara a tracollo. Si fermarono per la notte dopo aver scollinato a l’altezza di un pianoro che introduceva alla parte più ripida della salita, quella nella quale il torrente cadeva a picco da due coste altissime di roccia grigia