
Ferruccio iniziò a frequentare la palestra di Steve Centofanti sempre più assiduamente. Finito il lavoro presso la macelleria, correva a prendere l’ultimo tram che lo conduceva nel quartiere di North End dove si poteva allenare fino a tardi sotto la supervisione del vecchio Steve. Il quartiere era pieno d’irlandesi e gli scontri con gli italiani erano all’ordine del giorno specialmente in palestra. A volte capitava che i match di allenamento tra due pugili si trasformassero in risse violente tra popoli diversi. Nonostante tutto Ferruccio, a parte la lite avuta con Zoot, sembrava non farsi problemi con gli irlandesi. Fu così che strinse amicizia con uno di loro, Paddy Ryan, un pugile che aveva avuto già qualche esperienza in match ufficiali e lavorava come muratore per mantenere la moglie Loreena e i suoi quattro figli: “Ferruccio, i soldi della borsa non mi bastano”. I match, agli sconosciuti li pagano poco. Lo faccio perché voglio che i miei figli crescano con un’istruzione. In Irlanda badavo alle pecore. Sapevo di dover lavorare duramente ma non fino a questo punto”. Ferruccio guardava quel giovane pieno di speranza e pensava che ognuno nel mondo avesse avuto un agnello da sacrificare per sopravvivere. Vedeva negli occhi di Paddy, lo stesso suo sguardo che s’illuminava ad immaginare le colline e i monti del suo paese e le braccia di un pastore disperato tese contro il cielo a maledire gli dei delle foreste per ogni agnello sacrificato. Si allenavano con impegno e Ferruccio, dopo qualche mese, ebbe i suoi primi incontri ufficiali. Le vittorie arrivarono facilmente. I fratelli Mastrobuono lo avevano preso in simpatia e spesso, quando doveva combattere in qualche città vicina, non gli negavano il permesso di assentarsi per qualche giorno dal lavoro. C’era da dire che contavano molto sul ragazzo anche perché Rosario era un amante delle scommesse e il fatto di puntare su Ferruccio vincente gli assicurava molto più denaro di quanto ne avrebbe potuto guadagnare con il lavoro del ragazzo in macelleria. Paddy e Ferruccio sapevano che alla fine avrebbero combattuto l’uno contro l’altro. Accadde la settimana di Natale. L’incontro ebbe luogo in un palazzetto adibito alla boxe nel West End. Ferruccio era stranamente nervoso, l’idea di combattere contro un amico non gli piaceva ma la borsa messa in palio era abbastanza cospicua e consisteva in un’automobile. In sala non c’erano molti spettatori anche perché non si trattava di pugili molto quotati. Il pubblico era composto prevalentemente da operai, qualche allibratore e un paio di gangster di quartiere, pronti a bruciare i loro soldi nelle scommesse a bordo ring. Ferruccio e Paddy salirono sul ring. Nonostante l’irlandese guardasse l’italiano con l’aria di chi sapeva che di fronte non avrebbe avuto un nemico ma un fratello che avrebbe tentato di fargli meno male possibile, Ferruccio aveva ancora addosso la sensazione strana che lo aveva accompagnato sin dal momento in cui aveva saputo dell’incontro. Non osava guardare Paddy come se volesse cancellare dalla sua mente ogni forma di rimorso per i colpi che di lì a poco gli avrebbe inferto. Il match prese subito una piega inattesa. I pugni di Ferruccio si fecero pesanti. Paddy percepì, nel procedere del match, che l’italiano era venuto lì per vincere a tutti i costi. Ferruccio sembrava animato da una strana energia e l’immagine del suo amico iniziava a sfocarsi per assumere quella di un nemico dai contorni non ben disegnati, il quale doveva essere abbattuto. L’uomo di fronte a lui non era più il ragazzo con il quale aveva stretto un patto nella miseria, ma era un ostacolo, una forza esterna a lui che gli avrebbe impedito di sopravvivere. Ferruccio sferrava colpi e intanto sentiva l’avversario cedere lentamente sotto i suoi pugni. Paddy era ormai scomparso. Nella sospensione della sua coscienza, Ferruccio si ritrovò immerso nella grandinata tra le sue montagne: il suo sudore era l’acqua che scorreva copiosa sul suo volto, mentre lui si affannava, roteando le braccia per evitare i chicchi ghiacciati che scendevano dalle nubi scure. Ferruccio correva a salvare le sue pecore rimaste sotto gli elementi, disperse in preda alla paura, precipitate negli orridi, lungo i pendii scoscesi della montagna. Nella gragnuola dei colpi che sferrava alla tempesta, s’illuse di averne salvata una e la teneva ferma a terra, per evitare che anche questa sua ultima si gettasse dalla rupe. Fu allora che fissò i suoi occhi sullo sguardo dell’agnello terrorizzato, che si dimenava tentando di fuggire. Ferruccio uscì dalla trance nella quale era caduto: ai suoi piedi, al posto dell’animale. Paddy giaceva inerme mentre, intorno a l’irlandese, una folla impietrita guardava il dottore ne l’atto di rianimare il ragazzo. Gli occhi di Paddy erano sbarrati. Durò poco: il medico posò una mano pietosa sulle sue palpebre e le abbassò. Tutti guardarono Ferruccio senza proferire una parola. Paddy era morto e lui lo aveva ucciso con i suoi pugni…

…Mastro Cenzino decise di accomodarsi con i suoi accompagnatori per passare la notte lì. Il primo turno di guardia toccò al più giovane che lo aveva accompagnato. Cenzino e l’altro scagnozzo si addormentarono vicino al fuoco. La notte era silenziosa e non ci misero molto a prender sonno. Dopo un paio d’ore Mastro Cenzino fu svegliato da un ticchettio insistente, sembrava il rumore lontano di qualcuno che stesse sbattendo due pietre focaie, l’una contro l’altra. “Giovà!” Chiamò l’uomo di guardia per assicurarsi che tutto procedeva liscio ma non ebbe risposta. Cenzino e l’altro uomo si alzarono continuando a chiamare la sentinella. Giovanni pareva essere scomparso. Fecero un giro di perlustrazione quando Cenzino inciampò in qualcosa lasciato lì tra le rocce: erano il fucile di Giovanni e i suoi stivali. Udì un fruscio sulla sua testa e alzò lo sguardo: la sentinella pendeva a testa in giù da una grossa quercia. Il ragazzo era legato per i piedi e un bavaglio gli impediva di chiedere aiuto. Mastro Cenzino tentò di liberarlo chiamando a gran voce lo scagnozzo più anziano. Per tutta risposta un urlo riempì la vallata. Cenzino accorse per vedere cosa fosse accaduto ma anche l’altro uomo era scomparso. Il mastro iniziò ad avere paura. Non aveva possibilità di liberare Giovanni perché se avesse tagliato la corda, questi sarebbe caduto malamente e aveva perso anche il secondo accompagnatore. Fino il mattino rimase a vegliare il ragazzo a testa in giù. Fu colto da un senso di rabbia e impotenza e questo accrebbe il suo desiderio di risolvere la questione del ruscello. Ormai aveva capito che era opera di U’ubestiu e il suo odio per quest’uomo si era moltiplicato poichè si era fatto beffe dei suoi uomini così facilmente. Avrebbe potuto uccidere anche lui se avesse voluto, a questo Mastro Cenzino aveva pensato e questo rendeva Nicola un uomo da eliminare a tutti i costi perché era un avversario temibile, il quale non si sarebbe accontentato di una semplice vendetta. Decise di sciogliere Giovanni a qualsiasi costo. L’uomo, una volta tagliata la corda che lo teneva appeso, cadde come un sacco di patate. Mastro Cenzino si rese subito conto che non gli sarebbe stato d’aiuto e lo lasciò lì a riprendersi per poterlo trovare rinfrancato al suo ritorno. Cenzino continuò a salire il pendio roccioso seguendo il corso del fiumiciattolo. Ci vollero tre ore prima di arrivare al punto nel quale, il torrente compiva un salto di una ventina di metri, cadendo da una stretta gola. Fino a quel momento Mastro Cenzino aveva proceduto con estrema cautela, tenendo il fucile sempre in mano e osservando i pendii circostanti. Anche lì, il letto del fiume sembrava stranamente asciutto, solo un piccolo rigagnolo simboleggiava l’esistenza di un corso d’acqua. Mastro Cenzino, arrivato ai piedi del luogo nel quale avrebbe dovuto esserci la cascata, comprese cosa era accaduto: una frana aveva ostruito completamente il corso del torrente. Mastro Cenzino trovò subito le tracce di quello che era stato il luogo nel quale U’ubestiu aveva preparato la miccia per l’esplosione. Rimase impietrito quando, tra le rocce che occludevano il passaggio dell’acqua, scorse il suo secondo accompagnatore, legato come un salame. L’uomo si dimenava quasi a voler dissuadere Mastro Cenzino perché non si avvicinasse. Intorno al suo corpo, una miccia lunghissima era stata accesa. Il filo terminava dentro una cassetta sulla quale era seduto lo scagnozzo. Mastro Cenzino era paralizzato. La miccia si bruciava velocemente e Cenzino corse subito al basto del suo cavallo per cacciare il coltello ma non trovò nulla, U’ubestiu si era appropriato di tutto: fucili, coltelli, corde. Intanto la miccia bruciava e l’unico modo per liberare il suo uomo sarebbe stato quello di usare le mani o i denti. Doveva srotolare la miccia che avvolgeva lo scagnozzo, per poi slegarlo e fuggire con lui in un posto riparato onde non essere travolto da l’esplosione. L’operazione fu rischiosa e la miccia era quasi arrivata alla cassetta quando Mastro Cenzino riuscì nel tentativo. Si girò per correre verso il suo cavallo ma anche questi era sparito nel nulla. I due uomini si gettarono a terra. L’esplosione liberò nuovamente il corso del fiume e i due furono trascinati dalla corrente per diversi metri prima di poter mettersi in salvo. “Questa volta ti è andata bene” Gridò U’ubestiu dal folto della boscaglia “ma ricordati che sei appeso a un filo e quando penserai di essere al sicuro, quel filo io verrò a farlo dondolare ogni tanto.” La voce scomparve travolta dal rumore delle acque che scorrevano di nuovo.