Ferruccio non fu mai perdonato dagli irlandesi per quella morte. Lui non voleva uccidere Paddy ma sapeva, in cuor suo, che avrebbe potuto evitare, di essere così spietato durante l’incontro. Forse lo aveva fatto per il premio o perché in quell’amico che lo affrontava, aveva visto il volto di un essere misero come lui, pieno di quella povertà che lui avrebbe voluto scacciare con i suoi pugni. Giurò che non avrebbe più combattuto. I fratelli Mastrobuono, sebbene soffrissero per quella decisione, perché Ferruccio era un talento, compresero il dolore che il ragazzo portava dentro di sé. Ferruccio si gettò a capofitto nel lavoro quasi a volersi stordire per non ricordare quello che era accaduto. Nei mesi che seguirono spesso gli altri operai, arrivavano al lavoro che già Ferruccio era lì dall’alba e se ne andavano che stava ancora nel mattatoio a contare le bestie. I fratelli Mastrobuono potevano chiedere di tutto al giovane tranne una cosa: macellare gli agnelli. Ferruccio non ce la faceva. Ogni volta che un carico di pecore con i loro agnellini arrivava in mattatoio destinato alla macellazione, Ferruccio non resisteva. Nella sua testa, i belati dei piccini separati dalle loro madri che rispondevano ai loro lamenti come fossero coscienti del destino atroce che li attendeva, si piantavano nelle orecchie di Ferruccio come un chiodo.
Quello che lo tormentava era lo sguardo di terrore che trasformava le pupille di quelle creature. Ferruccio si sentiva soffocare e doveva allontanarsi da qualche parte per vomitare anche quello che non aveva mangiato. Fu durante uno di quei carichi nei quali il recinto della ditta era affollato da un gregge in cerca di vie di fuga che Ferruccio si accorse della presenza di due bambini, fuori dallo steccato che osservavano gli agnellini con gli occhi lucidi. Erano un maschietto e una ragazzina che gli stringeva la mano. Dai lineamenti avrebbero potuto essere fratello e sorella. Quello che Ferruccio notò furono i loro capelli, color del rame. Nei tratti dei loro volti, negli occhi verdi, il giovane italiano scorse una somiglianza con qualcuno che lui conosceva bene. Erano lì, con lo sguardo di chi avrebbe volentieri portato a casa uno di quei cuccioli quando una donna, da l’aspetto fiero, ma dagli abiti miseri, si avvicinò a loro e li esortò a sbrigarsi. Ferruccio rimase colpito dalla sua bellezza, avrebbe voluto avvicinarla, sorriderle ma le sue intenzioni persero ogni forza nel momento in cui ella, accortasi che Ferruccio la stava osservando, ricambiò il suo sguardo con una espressione carica di odio profondo. L’italiano si sentì a disagio e rientrò nel capannone. Le visite dei due ragazzini continuarono nelle settimane seguenti e ogni volta la donna si affrettava a ricondurli a sé, nel momento in cui Ferruccio tentava di avvicinarsi. Notò degli strani movimenti da parte della giovane dai capelli rossi, specialmente durante l’ora di pausa degli operai. La donna spesso si avvicinava alla recinzione oltre la quale il gruppo degli irlandesi mangiava il proprio pasto; dal gruppo si alzava l’operaio con il quale Ferruccio si era attaccato qualche anno prima e consegnava alla donna un involucro voluminoso. Ferruccio comprese che in quel cartoccio avrebbero potuto esserci scarti di mattatoio, di quelli che no si danno neanche ai cani. Immaginò la ragazza rientrare subito a casa, magari una catapecchia, per cucinare quella roba in una brodaglia con l’illusione di dare un po’ di nutrimento a quei due ragazzi. Gli occhi della donna gli si piantarono nella mente. Non sarebbe stato capace di dirle una parola ma sapeva che doveva esserci qualcosa, di strano e terribile, in quello sguardo che aveva incrociato per qualche attimo. Era ne l’ufficio dei Mastrobuono una mattina, verso l’ora di pranzo, perché Steve Centofanti era venuto per salutarlo e per parlare con i Mastrobuono. “Ci manchi, ragazzo – disse Steve – saresti potuto diventare qualcuno nella boxe” Ferruccio sorrise malamente quasi che quelle frasi gli avessero riportato alla mente la sera della disgrazia. Mastrobuono intuì quello che si celava nel cuore del ragazzo ma che non poteva esprimere per riverenza verso il suo datore di lavoro “Lo so, quello che è successo ti ha ferito ma tu non ne hai colpa”. La vita è matrigna. “Guarda quella povera donna – disse Mastrobuono indicando fuori dalla finestra: Ferruccio si girò verso la rete e accennò ad un’espressione di sorpresa, davanti c’era la ragazza con i capelli rossi e i suoi due figlioli – non ha più niente da mangiare da quando il marito Paddy ci è rimasto sul ring “– riprese Mastrobuono. Ferruccio sentì il sangue gelarsi nelle vene: quella la moglie dio Paddy? Comprese il perché di quella presenza costante, di quegli sguardi rivolti a lui. Si sentì un verme. Era per colpa sua se quei tre poveri disgraziati erano rimasti senza un padre e un marito. Uscì senza dire un parola.

…Padre Girolamo era stato mandato a Cutruni, agli inizi dell’ottocento, dalla lontana Predazzo, nel tentativo di catechizzare i poveri abitanti del paese, stretti tra il giogo dei Borboni e le prebende dello Stato Pontificio. Era un uomo levato ai masi dalla famiglia numerosa la quale non avrebbe potuto sfamare un secondogenito e mandato in seminario affinchè la religione gli cadesse da l’alto come una randellata per tappargli il buco che aveva nello stomaco e sotto le scarpe. Padre Girolamo era uomo di montagna con la segreta passione per la musica e . La famiglia non aveva soldi per compragli uno strumento, così Padre Girolamo da giovane, era andato a bottega da un falegname che gli aveva insegnato come costruire un violino e suonarlo. In verità il suo maestro, benchè dotato di generosità verso il fanciullo, difettava nella pratica dello strumento e il giovane si era trovato a suonicchiare semplici melodie strappalacrime che non sarebbero servite neanche a conquistare la pastorella meno ambita. Al seminario era riuscito a migliorare la sua tecnica grazie a un prete più anziano con la mania per Bach. Una volta presi i voti e arrivato a Cutruni, aveva portato la melodia di quel violino che riempiva di note il momento dei vespri oppure rallegrava un modesto matrimonio di campagna fino a celebrare degnamente il funerale di qualche bifolco. Nel periodo della sua permanenza aveva dato anche lezioni di musica a qualche chierichetto che avesse avuto un ritaglio di tempo dal lavoro nei campi. Il prete prediligeva lunghe passeggiate nei boschi che circondavano Cutruni, escursioni nelle quali raccoglieva piante medicinali e passava momenti di meditazione seduto sotto i grandi e severi alberi della foresta. Una trentina di anni dopo che se ne fu andato, si scoprì che Padre Girolamo aveva lasciato molto di più di quello che aveva preso: i contadini che andavano a fare legna narrarono che una piccola foresta di abeti stava crescendo al fianco del bosco dal quale si approvvigionavano per l’inverno, erano abeti rossi. Non solo questo: Padre Girolamo si costruiva da sé i suoi violini utilizzando quel legno che per i Cutrunesi non aveva altra funzione se non quella di finire dentro al fuoco. Fu così che questo piccolo bosco di alberi “stranieri” venne ribattezzato: “Bosco di Padre Girolamo” e i suoi abeti “ Alberu ca’ sona”. Tra i chierichetti c’era stato anche Giustino, figlio dell’unico falegname del paese al quale Padre Girolamo, otre ad aver insegnato a suonare il violino, aveva lasciato tutta la sua collezione di strumenti alcuni dei quali il ragazzo di bottega, si era affrettato a smontare per vedere “come funzionavano”. Giustino il quale, sembrava una zucca tosta ma era invece un giovane molto laborioso, si era dato da fare per rimontare quello che aveva fatto a pezzi. Non riuscendo ne l’impresa, per non disonorare la memoria di Padre Girolamo, aveva pensato di costruire un violino di sana pianta. La cosa gli era riuscita in modo sufficiente e, con il passare degli anni e l’eredità lasciata nel bosco da Padre Girolamo, era arrivato, ormai anziano, ad essere un liutaio rinomato anche perché l’unico nel raggio di centinaia di chilometri. I violini di Cutruni erano rinomati e molti maestri di conservatorio salivano con fatica al paesello, per farsi confezionare uno strumento a seconda delle loro esigenze. La foresta di abeti rossi stava lì da quasi cent’anni, come uno straniero in terra straniera che avesse trovato una nuova patria. A tutti i Cutrunesi questa piccola fetta di notorietà faceva piacere anche perché spesso si organizzavano concertini nella povera piazza del paese. Il suono del violino sembrava spazzare via , per qualche momento, povertà e grettezza. Tutti erano contenti, tranne uno: Mastro Cenzino il quale vedeva in quella foresta la possibilità che quello spazio, arbitrariamente occupato dagli “alberi ca’sonano” potesse essere occupato dal cemento di qualche albergo, ovviamente costruito da lui, al fine di ospitare forestieri. Molte volte in consiglio comunale aveva espresso la perplessità sul fatto che quel bosco avrebbe potuto dare beneficio alla cittadina e i malumori dei cutrunesi nei suoi confronti erano attutiti dal fatto che Mastro Cenzino incuteva molto timore tra i villici. L’altro ostacolo era costituito da una persona che quei boschi li abitava da sempre: U’bestiu.