Lo sguardo dell’agnello decima parte

Gli occhi della donna dai capelli rossi si erano piantati nella mente di Ferruccio. Non sapeva se quella giovane irlandese, sempre insieme a quei due ragazzini, si trovasse quotidianamente davanti ai cancelli del mattatoio solo per cercare cibo o per rimproverare, con la sua presenza silenziosa, il suo involontario delitto. Il giovane italiano si era fatto convinto che lo sguardo della donna nascondesse la verità che egli era aveva provato a cancellare dal suo animo. Era come se fissandolo con quegli occhi verdi, la irlandese gli dicesse: “So che sei andato sul ring per eliminare il tuo avversario”. Iniziò a maturare in lui un senso di colpa che Ferruccio tentava invano di scacciare , lavorando come una bestia da soma. Il pensiero e la colpa per ciò che aveva fatto sembravano quasi scomparire nel rumore assordante del suo respiro affannoso, quando caricava i quarti di bue sui carri o quando spingeva le vacche nel mattatoio. Ma tutto si annullava nel momento in cui quella donna e i suoi ragazzini, apparivano davanti alle inferriate. Ferruccio tentava di nascondersi, non voleva che la donna lo scorgesse, aveva iniziato ad avere terrore di non poter reggere il suo sguardo. Di notte non dormiva più. Spesso sognava di essere ancora sul ring e Paddy gli appariva steso, al tappeto, nell’ultimo rantolo della morte. Non poteva resistere più a lungo. Una febbre invisibile agli altri lo stava consumando. Era visibilmente dimagrito, nonostante continuasse a lavorare come prima e più forte di prima. Nessuno conosceva il motivo del suo malessere e nessuno sembrava aver notato i suoi cambiamenti profondi, nessuno tranne Donato Mastrobuono. Il boss di Ferruccio aveva assistito all’incontro e alla disperazione del ragazzo quando aveva capito che quella donna era la moglie del suo amico Paddy. Era preoccupato, per lui Ferruccio era diventato come il figlio che non aveva mai avuto e non voleva che l’incidente avuto sul ring, condizionasse la sua vita. Fu proprio lui a soccorrere Ferruccio quella mattina. Il giovane italiano stava lavorando con una strana foga quel giorno. Donato lo aveva notato e aveva anche visto che la moglie e i figli di Paddy erano già nei pressi del cancello. La donna seguiva tutti i movimenti di Ferruccio e l’italiano tentava di nascondere il volto dietro quei pezzi di carne che caricava senza sosta da oltre quattro ore. “Non devo guardare, non devo guardare” diceva l’italiano a sé stesso. Proprio mentre gli stavano calando un quarto di bue sulle spalle, Ferruccio si era girato per vedere se la donna stesse ancora lì ma questa volta gli occhi della bella irlandese sembrarono due fanali accecanti sotto i riflessi del sole cocente di mezzogiorno: Ferruccio fu come ipnotizzato, di colpo si fece buio, sentì le gambe cedere, tentò di resistere, barcollò e il peso dell’animale morto lo buttò a terra. Cadde malamente. Tentò di rialzarsi mentre i suoi compagni di lavoro accorrevano per sorreggerlo Si trascinò dondolando, senza metà. Fino a quando stramazzò con un tonfo secco. Ferruccio rimase incosciente per un paio di giorni. Nel deliquio della sua febbre, le immagini si affastellavano vorticosamente: ora era sul ring, stava combattendo contro Paddy ma, nello sferzare pugni, si rendeva conto di colpire un fantasma. Altre immagini riguardavano gli occhi verdi della irlandese che lo fissavano dal bordo del ring mentre lui rimaneva dritto, immobile al capezzale di Paddy morente.

Si svegliò nel letto di un ospedale. La sua vista, inizialmente offuscata dal suo stato, prese coscienza lentamente della stanza nella quale si trovava, avvolta in una sorta di penombra soffocante. Si stava abituando alla semioscurità che lo circondava quando scorse una figura femminile, seduta, in un angolo, che pareva vegliarlo come una sentinella. Da principio non riuscì a scorgere il suo volto ma, quando ella si accorse che Ferruccio aveva ripreso conoscenza, si avvicinò accendendo la lampadina del comodino. Non poteva essere, la moglie di Paddy! Ferruccio fu scosso da un tremito come se l’incubo continuasse ancora, nonostante fosse ormai sveglio. La donna si chinò su Ferruccio, i suoi occhi ormai erano piantati in quelli dell’uomo. All’improvviso accadde qualcosa che l’italiano non si sarebbe mai aspettato: ella sorrise porgendogli un bicchiere d’acqua: “Ecco, bevi, ti sentirai meglio”. Avrebbe potuto sembrare un gesto stupido ma in quel bicchiere che ora l’italiano teneva stretto dalle mani della donna , sorseggiando con avidità, era racchiuso un balsamo per l’anima di Ferruccio. Tentò di pronunciare qualche parola ma lei lo interruppe: “Non dire nulla, non adesso”.

…Mastro Cenzino non era il solo ad avere covato un sentimento di vendetta verso U’bestiu. In famiglia c’era un’altra persona che considerava Nicola, un individuo capace di intralciare i suoi progetti di arricchimento ai danni dei cutrunesi: questa persona era Costantina, la giovane moglie di Mastro Cenzino. La donna non era originaria del paese e si diceva fosse stata conosciuta da l’uomo, nei ricorrenti viaggi che questi faceva in città. Poco si sapeva delle sue origini ma i più smaliziati asserivano che la ragazza avesse lavorato in un casino e che Mastro Cenzino, ammaliato dalle sue doti amorose, avesse deciso di portarla via da quell’ambiente per restituirla ad una vita da signora. Costantina era ambiziosa e aveva visto in Mastro Cenzino la possibilità di riscattarsi dalla miseria, diventando una signora rispettabile. Attentissima alle finanze e gli affari del marito, in poco tempo era divenuta sua consigliera tanto che Mastro Cenzino non intraprendeva nessuna attività se non prima di aver consultato la moglie.

Il marito era stato stregato a tal punto che Costantina avrebbe potuto chiedergli qualsiasi cosa, persino un omicidio. Andava matta per i gioielli e specialmente gli zaffiri che si faceva incastonare in collane ed anelli ostentati in modo quasi sconveniente durante le domeniche a messa o le festività. Le donne del paese, forse perché invidiose, l’avevano soprannominata “la Zaffira”. Nonostante fosse ormai la moglie di Mastro Cenzino e vestisse in abiti che si addicevano a quelli di consorte dell’uomo più importante del paese, rimaneva in lei una bellezza sensuale la quale ancora traspariva dai suoi profondi occhi neri e dalle forme procaci del suo corpo malamente celate da vestiti attillati, come se la sua passata professione l’avesse abituata ad essere naturalmente provocante. La Zaffira ancheggiava sicura per le strade di Cutruni senza temere minimamente di essere disturbata ma sotto l’ombra della coppola degli uomini che se la vedevano passare sotto il naso, il mormorio dei commenti era simile al ronzio di un favo di api rimosso per sbaglio. La Zaffira conosceva la storia di U’bestiu nella versione che il marito aveva dato di quella e in lei, era maturato con gli anni, una sorta di odio più vicino alla curiosità morbosa, come se Nicola, con i suoi comportamenti ribelli, confrontato con le opere e gli intrallazzi del marito, ne uscisse vincitore per la sua umanità rispetto a l’i

La Zaffira, con gli anni, si era convinta che il suo passato fosse stato definitivamente sepolto dal matrimonio e dalla riservatezza che solo un paese come Cutruni avrebbe potuto dare, quand’ecco che gli antichi fantasmi si riaffacciarono terribili a tirare le vesti della Zaffira. Il suo desiderio di cambiare vita, fuggendo dalla menzogna del postribolo aveva portato la Zaffira a mentire a Mastro Cenzino riguardo la sua libertà nel lasciare quel posto di lavoro, Ella era invece fuggita senza dir nulla, portando con se l’incasso sottratto alla tenutaria in un attimo di distrazione. Subito gli scagnozzi al soldo della megera si erano messi sulle tracce della fuggitiva ma avevano dovuto rinunciare perché di lei si era perso ogni indizio che potesse condurre alla sua persona. Tuttavia, con gli anni, Mastro Cenzino, stufo della moglie, aveva intensificato suoi viaggi in città, andando nuovamente a frequentare i bordelli in cerca di carne fresca. I vecchi tenutari del casino dal quale era fuggita Zaffira, lo avevano riconosciuto e ci avevano messo poco a realizzare dove fosse andata a finire la donna. La Zaffira era rimasta impietrita quando gli emissari della vecchia tenutaria le si erano presenti alla porta, dopo aver accertato che Mastro Cenzino fosse in città per affari: “ Allora, sgualdrinella, ci rivediamo?” “La Zaffira aveva tentato di replicare qualcosa ma la sua bocca era serata da un muto terrore. I tre omaccioni la presero per il collo e la sbatterono dentro casa, serrando la porta.

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