Le terre del riposo


Ancora la stessa alba. Si vede punta Aderci, si vede la linea di bosco sulle gallerie a destra, in fondo. Mi affaccio. Mare piatto, due pescherecci entrano in porto, lasciando le graffe di spuma e gabbiani a poppa in cerca di scarti. Oggi la gamba non fa male. Pensare che anni fa me lo disse il dottore, dopo l’incidente: “Di Renzo, lei con lo sport si deve dare una calmata, rischia la necrosi dell’anca”. Me lo guardavo, quel dottore secco e biancastro, dal dorso della mani pelose. Lo diceva con il dispetto di chi non aveva mai inforcato una bicicletta fino a Passo Lanciano. Eppure la misi a dura prova quella gamba…Salire sulla scala, scendere dalla scala, salire sulla scala, scendere dalla scala, salire…per tutti questi anni. Ora non più. Sono stanco. Voglio dormire, voglio finire, ora. Così la sottile striscia di blu dall’affaccio non più bianco dell’Orientale è il limite oltre il quale esistono le terre del riposo che non conosco, ma so che ci sono. Ognuno, quando guarda il mare e la fine del cielo che lo tocca, pensa a quello che esiste oltre. Potrebbe non avere un nome, dovrebbe non averlo. Là ci sono i pensieri di quello che avremmo dovuto fare o essere. Sono lì, ammucchiati, su una spiaggia qualsiasi, come vecchie barche. Sono fermo adesso all’inizio della discesa a mare. Una volta, ricordo che qui c’era un palazzo altissimo, il più alto di Ortona. Aspettavamo, noi bambini, spalle a San Rocco, l’autobus azzurro, quello di Napoleone. Correvo subito davanti, mentre Zia Rosaria faceva il biglietto, volevo stare vicino al motore, racchiuso da un grosso coperchio a fianco dell’autista. Rimanevo ad osservare l’enorme volante girato come il timone di un vascello. Adesso il mio autobus frena silenzioso davanti alla piccola fila di cui non mi accorgo. No, oggi vado a piedi, voglio vedere se ce la faccio a scendere per la vecchia fornace. Certo, per un anziano malato come me, non sarà facile. Eppure nonno Antonino sembrava quasi sollevarmi di peso su per quel dirupo di tufo ed olivi. Mi sembrava così vecchio. Sbucavamo sulla curva. Sotto i pini c’era un pittore anziano, chino sulla tela, in silenzio, sembrava non accorgersi di noi. Era ortonese ma abitava in Svizzera. Diceva nonno che fosse un pittore famoso, ma il suo paese non lo amava. Sullo stesso punto,a le sento ora le ginocchia che mi sfidano. La voglio fare questa discesa, non importa se cadrò. Si affidavano le mie bimbe, alle mie mani, per scendere la domenica, quando c’era il sole e andavamo a camminare sul molo, senza bisogno di pensare un futuro. Sullo spiazzo dove la fornace sbuffava dall torre, si vedono tratti di mare e le macchie bianche di barche. Scendo fino alla vecchia fontana. Chissà se questo ponte terrà ancora. La scritta “Motul” si vede appena. C’è ancora qualcuno che si sciacqua i piedi prima di salire in macchina. Là aspettavamo l’autobus la sera. Ci aspettava una passeggiata col nonno fino alla sala Eden. C’era una piccola pista di macchine elettriche, durante l’estate. Potevamo scegliere tra un gelato od un giro di giostra. Il Camillone. Lo faranno ancora? I bambini penseranno al gelato ed ai soldatini? Penseranno ai nonni, alle loro mani nelle mani, ai nonni sopravvissuti alle guerre, ai nonni senza i cellulari ed i computer? Penseranno alle giostre col gettone? Qui sulla riva i nonni sono morti. Li vedevo i nonni, trascinare i rastrelli nella sabbia del fondo per raccogliere le telline, i cannolicchi. Li vedevo allungarsi per terra a mezzogiorno e ricoprirsi di sabbia con le palette di legno per curare i reumatismi, mentre le mogli, sbucciavano le pesche, di schiena ai casotti di legno, pezza in testa e fiaschetta col sughero. Sulle facciate regolari delle cabine in cemento si spengono le vibrazioni di un juke box. Ma il molo è sbarrato. Suona ancora la voce di Tozzi. Cento e cento lire e poi altre ancora a ripetere Gloria. Ora gli ombrelloni dai ranghi serrati, uguali , si spingono fino alla riva. Con gli occhi di vecchio, li cerco i bambini che fanno i castelli. Prendono la sabbia bagnata e la fanno colare dalle mani a formare le torri, i merli che la marea della luna crescente porterà via prima o poi, forse la notte, forse al mattino. Sono brutto in costume, i vecchi non si guardano, sono dei monumenti da non giudicare, perchè la vecchiaia non ha qualità, si elimina dallo schermo dei glutei, dei seni turgidi, dei corpi scolpiti col fitness, lo spinning, lo jogging. La vecchiaia ha forme uguali per tutti, nel parcheggio della considerazione. Mi giro a guardare la battigia. Lei non c’è. Non c’è più. Una volta mi osservava nuotare preccupata che la piccola boa arancione stretta alla mia vita non si vedesse all’orizzonte, prima di pranzo. Mentre l’acqua mi arriva alla vita, mi ricordo di mio padre. A sera, durante l’estate talvolta, arrivava in spiaggia. Non sapevo nuotare. Mi caricava sulle spalle e iniziava a portarmi. Non avevo paura. Mi appariva enorme, tranquillo, uno di quei grossi capodogli dei racconti di mare, oppure il tonno che salva Pinocchio e Geppetto dalle fauci del pescecane. Tornavamo in spiaggia ed io ero contento per quel piccolo regalo d’amore. Aspettavamo che ritirassero le reti a riva tra gli ombrelloni di stoffa dai mille colori. Il mare generoso offriva tesori agli occhi di un bambino e le stelle marine da mettere a seccare sul davanzale, per annusarle l’inverno, mentre a Milano c’era la pioggia che bagnava i vetri della mia cameretta. Dalle lenti gialle dei miei occhialini, guardo il fondo arido del mio mare morto, senza più stelle. Un vecchio che nuota, senza una meta, lungo la scogliera incrostata di alghe. Non è come quella sera, quando vidi l’ultimo mare azzurro, di un colore non suo, un ultimo respiro di vita. Mi tuffavo con gli amici dal picchetto. Passo lento dove una volta fummo ragazzi sugli scogli. Si vedeva il fondo e sulla pelle ti rimaneva l’odore del mare. Adesso le onde mi tagliano le bracciate, schiaffi di mare impediscono la mia scia, ma devo andare, forse qualcuno mi aspetta oltre la curva del molo, forse lei, ancora seduta a guardare. Avrei dovuto rimanere a riva o forse aspettare l’alba , in quel punto tra l’acqua e la sabbia, dove la spuma disegna le curve di bolle, il suo sguardo. In fondo, i treni non passano più. Vedevi lontane, le teste dai finestrini, di chi si affacciava a mirare la costa, in un viaggio qualsiasi, di ritorno dal nord. Il rombo di ferro dei binari, squarciava improvviso il ronzio della spiaggia o la notte nebbiosa, quando sul molo, mi nascondevo con la lampada a cercare pelosi. Arrivava talvolta, il vento freddo dal fosso e sentivi l’odore della terra distante, mentre l’acqua tranquilla cingeva gli scogli. Ti chinavi e scorgevi la vita dei pesci, sorpresi dal fascio di luce sgradita. Allora dal buio del mare vedevi Ortona , la fila dei lampioni ad illuminare l’Orientale, le luci in disordine delle salite al paese, i fari arancioni del porto. Sul pelo dell’acqua, il fumo del caldo diurno, spazzato dai pescherecci che uscivano a notte. Pensavi allora, ai quartieri grigi delle grandi città, dove l’affaccio è negato da cemento e cemento e la vita prosegue senza il dono che a noi è concesso. Nel continuo alzare il volto dall’acqua a prendere fiato, scorre la fila degli scogli consunti dagli anni. Sento il peso degli anni, ma devo continuare. Il freddo dell’acqua al mattino mi stringe la schiena grinzosa, le spalle arrugginite, il ventre debole. La folla dei fantasmi mi chiude le tempie, oltre la punta del faro dove c’è solo acqua e poi acqua, mi giro per l’ultima volta a guardare Ortona oggi, trentuno luglio duemilacinquantuno, puntando ad oriente, dove esistono le terre del riposo che non conosco, ma so che ci sono.

Passare il sabato con i trichechi

Ho passato il sabato sera a guardare i trichechi. Penso sia giunto il momento di eliminare le cose superflue. Ma quali sono le cose superflue? Alcune persone che non mi hanno lasciato nulla da ricordare, alcuni oggetti inservibili, messi da parte, per anni, con l’idea che sarebbero serviti a qualcosa, alcuni giorni da dimenticare. Nessuno si mette più a guardare i trichechi. Servirebbe a concentrarsi sulle cose da fare, su cosa dire. Ma a chi lo dico che guardare i trichechi è utile?

Seguire

E’ da più di un anno che non posto. Tuttavia seguo regolarmente i bloggers, apprezzando gli sforzi perchè qualcuno, nel secolo buio nel quale viviamo, possa ascoltare la loro voce. Devo terminare il libro che uscirà in stampa tra qualche settimana. Un libro qualsiasi, scritto da un uomo qualsiasi e pubblicato in un luogo qualsiasi, che si coprirà di polvere in una libreria qualsiasi, fino a quando qualche erede, nei tempi che verranno, riaprirà quelle pagine, scoprendo qualcosa del proprio genitore che non aveva avuto la capacità di capire perchè troppo giovane per farlo.

L’ultimo canestro

La cara amministrazione di centro sinistra della provincia è stata capace di questo. Molti responsabili di questo, sono ortonesi e tra poco, li ritroveremo nelle comunali del 2012. Altri sono ancora in provincia, pronti a fare nuovi disastri.

http://abruzzosvegliati.blogspot.com/2010/02/eurowomen-campionato-mondiali-di-basket.html


La messa di Natale

Don Francesco era parroco di S. D., una piccola frazione dell’entroterra ortonese. Originario della Tuscia, aveva portato dal suo paese, una vecchia 126 color cacca di piccione che tentava invano di parcheggiare nelle vie limitrofe alla sua chiesetta, vie tutte intitolate, stranamente, a quanti lo avevano preceduto alla guida della parrocchia. Questa cosa lo preoccupava molto ed al tempo stesso gli procurava un po’ di invidia. Si vociferava, infatti, che si aggirasse di notte, nel suo catorcio, alla ricerca di una strada vergine od uno slargo che avrebbe potuto avere il suo nome, per quando lui non sarebbe stato più. Per questo molti lo avevano soprannominato “il piazzetta”. Statura bassa tarchiata, guance rubizze, scrima leccata ed appiccicata verso sinistra, una pancia che si allungava rotonda, contenuta da una vecchia cinta., colletto bianco che gli procurava un clamoroso triplo mento, quasi fosse un cappone in amore. Ma Don Francesco aveva una caratteristica saliente: era ingordo. Spesso lo si vedeva in gran fretta andare dalla perpetua verso mezzogiorno, pranzare velocemente, impastando frasi poco chiare riguardanti impellenti doveri ( in verità spazzolava sempre tutto) ed uscire prima che fosse l’una, per andare a scroccare un altro pasto completo ed abbondante da un suo parrocchiano, armatore di un piccolo peschereccio, con la scusa di benedirgli qualche cosa. Il parroco della frazione vicina, Don Igino, sibilava malignamente sulla porta della chiesa, quando lo vedeva passare: “ il battello è piccolino, ma che stiva capiente!”. Don Francesco, in ogni caso, aveva già fatto selezione di chi poteva essergli utile e di chi, invece, inquadrata la sua vera natura, avrebbe potuto dargli dei fastidi. Di solito, simili individui, avevano la stessa indole di quel prete. Attaccata alla canonica, c’era la piccola abitazione del Piazzetta: due stanze al piano terra, tenute pulite dalla perpetua ed un piccolo scantinato, dove Don Francesco, teneva i suoi tesori: prosciutti, formaggi, regali di vecchiette devote e soprattutto una riserva di vino da far invidia ad un Ricasoli. Trebbiano, Montepulciano, Pecorino, tutti vini abruzzesi, talmente raffinati e conservati bene al punto che lui li divideva tra la tavola e la funzione religiosa: egli sosteneva infatti che un vino cattivo avrebbe potuto invalidare la Messa. Con questa scusa, nelle varie celebrazioni della giornata, si scroccava un quartino alla volta, riempiendo la coppa dell’Eucarestia fino all’orlo. Ma, coerentemente con la sua figura di prelato, non era tenero con gli uomini dediti agli eccessi e specialmente con uno: Giuvannine Cendechioppe, un raggrinzito e maturo manovale, esperto soprattutto in lavori di “gomito”. Don Francesco era solito scagliarsi proprio contro Giuvannine nei sermoni della domenica, quando parlava di sobrietà e di vizio. Dopo aver preparato proprio uno di questi sermoni, si ritrovò, la sera di Natale, verso le dieci e mezzo, a scendere in cantina per prender il vino necessario alla celebrazione di quella Santa ricorrenza. Il Piazzetta, accesa la luce, ebbe una terribile sorpresa: la cantina era vuota come una zucca secca! Spariti prosciutti, formaggi ma soprattutto il vino! Barcollò come un pugile sotto i pugni dell’avversario…come avrebbe fatto adesso? I sospetti caddero subito su Giuvannine che proprio in quel momento passava per la strada vicina rivestito di tutto punto per la Messa. Don Francesco concluse immediatamente che quel furfante, per pagarsi il vestito buono, aveva barattato i tesori del suo scantinato con qualche pannazzaro del mercato al giovedì. Pensò immediatamente di vendicarsi. Ma il pretino non era uomo dai gesti eclatanti, era subdolo e non era capace di fare scenate, ma poteva essere mellifluo e suadente anche con il peggiore dei nemici. Ci voleva una scusa per attirare Giuvannine nella trappola. Decise di chiamarlo. Gli chiese: “Giovannino caro, vedo che sei vestito di tutto punto per questo Santo giorno, ma hai l’animo pulito?” “Frechete Don France’! ” gli rispose Giuvannine. “Giovannino” disse il parroco “ Io penso di poterti dare una indulgenza speciale per Natale, se compirai una buona azione, cenando con me in sagrestia prima della Messa. Sono molto solo e vorrei condividere con te questa ricorrenza. Dimentichiamo tutto il male che ti ho detto. In fondo sei un buon uomo.” Il povero Giuvannine che era sbevazzone ed anche un po’ fesso, cadde nella trappola. “Scine Don Francè! Lu vine li’ puorte ije!”. Detto questo corse a casa a prendere una bottiglia di Montepulciano, dalla sua, in verità, non molto fornita riserva. Un’oretta prima della messa eccoli, in sacrestia, Don Francesco e Giuvannine, imbandire la tavola su di un panchetto attrezzato all’uopo. Fu quando Giuvannine si mise di spalle per stappare la bottiglia di vino che il Piazzetta gli assestò un colpo sulla testa con un vecchio candelabro. Giuvannine cadde come un sacco di patate. Fatto questo, il parroco, lo spoglio, avendo cura di ripiegare per bene il vestito nuovo della vittima e ficcò con forza il corpo inerte del beone, in mutande, dentro un ripostiglio pieno di statue di gesso e vecchi paramenti. Eccolo Don Francesco, sull’altare durante la celebrazione dell’Eucarestia, nella messa del Santo Natale. La chiesa era piena di fedeli e di parenti ritornati al paese per le festività. Don Francesco celebrava con solennità. Stava lì con il calice in mano pronto per la formula del messale: “ Prendete e bevetene tutti…” Quando, fu interrotto da una voce che sembrava provenire dall’aldilà: “ Che ‘dda fè tu?” . Il parroco barcollò tra il brusìo generale. Poi si ricompose e tentò di continuare: “ Questo è il mio…” Ad un lato dell’altare era comparso Giuvannine, in mutande, con la stola sulle spalle ed una mitra presa dalla mano di chi sa quale statua di Santo. “Quessè iè lu vine mè!” . Nel boato di stupore di indignazione e di risate dei più maliziosi, Don Francesco svenne. La messa andò a monte e molti fecero in tempo ad andare nell’altra parrocchia, da Don Igino, per seguire la celebrazione. Il Piazzetta passò la notte delirando, con un febbrone da cavallo. La settimana dopo, dopo una sonora lavata di capo presso la curia vescovile, venne trasferito in un’altra parrocchia, questa volta vicino il suo paese. Il fattaccio fu argomento di conversazione nel bar per qualche tempo, poi fu dimenticato. Pochi, però, avevano notato quella famosa sera di Natale, all’entrata della chiesa, un uomo, mai visto prima, scuro, sopracciglia foltissime e barba puntuta, che uscì sogghignando, nella notte, lasciando dietro di sé una penetrante scia sulfurea. E’ inutile dire che, a Don Francesco, nessuno del paese aveva rubato nulla.

Samputensili – Il codice di comportamento

La risorsa più preziosa di Samputensili è il suo marchio. Il suo valore è stato accresciuto in più di 50 anni di attività, per mezzo dell’impegno e l’integrità di tutti coloro che lavorano per l’azienda. Prima di tutto questo marchio rappresenta la reputazione dell’azienda per onestà e integrità. Questa reputazione persiste grazie alla condivisione dei valori e l’impegno che noi mettiamo nel far rispettare il codice di condotta aziendale. Questo codice ha lo scopo di fornire una chiara e completa visione della condotta che ci attendiamo dai nostri dipendenti e collaboratori ovunque l’azienda svolga la sua attività di business. Il codice si applica a tutti, dirigenti, impiegati e in generale a qualsiasi collaboratore. Chiunque presti la sua attività per l’azienda è tenuto a conformarsi con il codice sia nelle comunicazioni scritte che nel comportamento. L’ignoranza circa le previsioni del codice non costituisce valida giustificazione della violazione dello stesso, in definitiva, chiunque presti la sua attività per l’azienda è considerato responsabile per le proprie azioni. Collaboratori e dipendenti non devono tenere un comportamento che possa pregiudicare la reputazione dell’azienda, sono tenuti a rispettare la legge del Paese in cui si trovano per motivi di servizio, e non devono agire in conflitto di interessi con l’azienda stessa. Devono provvedere alla registrazione di attività interne ed esterne con accuratezza e tempestività, non devono fare uso dei beni dell’azienda, incluso l’orario di lavoro, per attività personali, e devono trattare clienti e fornitori con professionalità e imparzialità. Non devono mai, nemmeno tentare, di corrompere o influenzare illecitamente i terzi, e sono tenuti a non divulgare informazioni relative all’azienda che non siano da considerarsi pubbliche. Costituisce, violazione delle norme di condotta, inoltre, l’istigazione di altri dipendenti o collaboratori a violare il codice di condotta, a non riferire di violazioni di cui siano venuti a conoscenza, o a rifiutare di collaborare in un’indagine. Alle infrazioni del Codice potrà conseguire un provvedimento disciplinare a seconda del tipo e entità della violazione. Il Codice non può prevedere ogni circostanza, collaboratori e dipendenti che abbiano dubbi relativamente all’applicazione di una norma hanno il diritto-dovere di chiedere chiarimenti al superiore gerarchico o al responsabile del personale.

Non ho trovato il Codice di comportamento al quale l’Azienda si dovrebbe attenere nel rispetto degli operai.

Il mio compagno che non ho mai avuto

Quando, da bambino, entrai in una sezione del partito socialista, l’immagine di Antonio Gramsci, era attaccata sulla parete del magazzino, quasi fosse il cugino scomodo di Nenni, Pertini e company. Antonio Gramsci ha rappresentato per me il ragazzo arrestao e chiuso in una prigione, solo perchè aveva avuto l’ardire di avere delle idee. Non mi importava la sua appartenenza politica ma il suo modo di agira come uomo. Un uomo – ragazzo che scrive ai familiari con infinita dolcezza e speranza. Ho provato l’emozione della lettura solo in un’altra occasione: quando lessi la lettera di Aldo Moro alla famiglia, dalla prigionia delle Brigate Rosse. Immaginavo di essere amico di questo ragazzo, di uscire con lui, di discutere della gioventù, delle idee, degli amori, del tempo che fa. Cercai figure simili, nella mia gioventù. Ho trovato qualche sprazzo di luce negli occhi di persone che incontravo, alll’Università, nelle parole degli operai, negli sguardi di contadini. Questa luce talvolta mi colpiva, a volte era un veloce lampo che subito si spegneva. Col passare dell’età ho perso la capacità di leggere negli occhi della gente, lo sguardo di Gramsci sulla parete di una sezione. Non è colpa dei giovani, è colpa della storia stessa. La storia, talvolta, non ha pietà, si posa da sola la polvere addosso. Così chi non è mai stato un ragazzo con gli occhi di Gramsci, ammucchia, confonde, mescola la storia in un fosso, dove i colori non vengono distinti, dove le buone intenzioni si dissolvono nelle cattive. In questo modo la storia cambia, si appiattisce come la linea di un macchinario che non segna più i battiti del cuore. Rimane, allora, un unico acuto suono continuo che annulla le parole, che fiacca le intenzioni. Di queste persone mi vergogno, perchè le incontro tutti i giorni e commetto l’errore di salutarle, per stupido quieto vivere, non sapendo che loro possano riuscire a confondere il mio saluto per approvazione. Dovrei levarmi gli occhiali, quando esco per strada, così da poter avere anch’io la visione sfocata della realtà. Lo dovrei fare per gli anni a venire in modo che la mia realtà diventi, un giorno, quello che vedo. Gramsci, questo me lo ricordo bene, gli occhiali li portava.

Le mie scuse

Devo le mie scuse all’Avv. Remo di Martino, sulla delibera, riguardante l’assegnazione di una strada al fascista Almirante. L’argomento non era all’ordine del giorno ed è stato affrontato con superficialità. A quella votazione sembra che Remo non ci fosse. Sono amico da molti anni di Remo e non faccio questo retromarcia, perchè mi aspetto da lui favori o future glorie. Non ho mai chiesto niente a nessuno e per questo motivo non sono simpatico a nessuno degli individui che strisciano attorno all’amministrazione ed all’opposizione. I rapporti con Remo sono stati sempre improntati al vaffanculo faccia a faccia. Lo sappiamo io e lui. Ho scritto i miei commenti con eccessiva impulsività, lo ammetto, ma ho avuto buone ragioni. Mio nonno ha fatto quattro anni di campo di concentramento a causa della politica scellerata di Mussolini e compagni. Almirante è stato un degno esponente del ventennio. Ha sottoscritto il “Manifesto della razza”. Questa non è propaganda, è storia. Almirante ha appoggiato la politica di Goebbels ed Himmler, secondo i quali una razza superiore non poteva ammettere storpi, malati mentali, gay, zingari ed handicappati. Qualcuno che ha fatto questa proposta sa benissimo cosa significa “portatore di handicap” e dovrebbe rabbrividire al solo pensiero di veder glorificato un individuo che i down, li avrebbe messi volentieri al forno. Almirante è stato definito da qualche consigliere un ” padre della patria”, forse sarebbe meglio definirlo un padre della Repubblica (di Salò) od un padre dello Stato (parallelo), grazie alle vicinanze con i golpisti di estrema destra degli anni ’60 e ’70. Almirante un uomo dello Stato parallelo alla stregua di un eversore quale l’On. Cicchitto, piduista. Perchè invece, non dedicare una strada a qualche canadese distintosi nella liberazione di Ortona? I problemi di Ortona sono ben altri e vengono decisi, purtroppo, fuori dalle stanze comunali. Ortona ha bisogno di lavoro, di trasparenza amministrativa che ora è inesistente e di propsettive per i ragazzi. Grazie per l’attenzione ed un saluto a Remo Di Martino. Questo blog continuerà a descrivere Ortona a modo mio.

Ortona, Fratino & Company: l’amministrazione della vergogna


Non mi interessa più la vita politica di questo paesotto. Ma questa cosa la devo dire. La devo perché ho sentito l’affondo di una offesa, fatta alla memoria, di questi ultimi settanta anni di storia. Un’offesa fatta ai danni di coloro i quali hanno subito persecuzioni, privazioni, crimini, non in altri paesi, ma in Italia. Un crimine fatto da italiani su altri italiani. Le leggi razziste del periodo mussoliniano. Delle leggi fatte per assecondare l’alleato Adolf Hitler. In questo periodo , uomini che firmarono il “manifesto della razza“, che combatterono a fianco dei nazisti, vengono santificati ed immortalati nella nostra città, alla pari di un medico, di un filantropo, di uno scienziato. La decisione è stata presa in consiglio comunale: una strada verrà intitolata a Giorgio Almirante. La vecchia strada intitolata a Don Bosco non si chiamerà più così, si chiamerà Via Giorgio Almirante. Ho un scoglio dentro lo stomaco. Centinaia di ortonesi che devono la giovinezza, il lavoro, la salvezza dalla fame del dopoguerra, all’Istituto Salesiano, hanno permesso che un’Amministrazione di individui socialmente pericolosi, potesse preferire Almirante al sacerdote piemontese. Almirante, uno di quelli che ha fomentato l’odio razziale verso gli ebrei, che aiutato i delatori nei ghetti, che ha appoggiato i rastrellamenti che avrebbero condotto, donne, uomini e bambini nelle camere a gas, oggi sarà una strada da percorrere. Questi amministratori, hanno prreso a calci i morti delle fosse Ardeatine, i morti di Auschwitz, di Dachau , di Buchenwald, di Mathausen, ricordando un uomo solo per la sua abilità oratoria e non per i suoi delitti. Questi amministratori ortonesi, capaci di andare in chiesa a lavarsi la mano nell’acqua santa, di parlare di fratellanza dei popoli, di pace, di tolleranza, hanno immortalato uno dei fomentatori dello sterminio.
Mi vergogno per queste persone. I morti li chiameranno a loro, nelle tombe, nei forni, chiederanno conto loro della stupida superficialità delle loro scellerate decisioni. Adesso arriverà il coro dei:“però anche i comunisti…” oppure “ però anche i cinesi…”. Non mi interessa di quello che hanno fatto i russi, di quello che hanno fatto i titini, di quello che hanno fatto i cinesi. Mi interessa di quello che italiani hanno fatto ad altri italiani. Mio nonno ha fatto quattro anni di campo di concentramento ed era stato un fedele servitore della patria. Rabbrividiva alla vista di Almirante, nelle tribune politiche. Aveva vissuto le esaltazioni dittatoriali di questo spudorato repubblichino, sulla sua pelle. Il sistema democratico, nella sua perfetta imperfezione, aveva concesso ad Almirante di avere voce. Ora, un sindaco senza nerbo, senza coglioni, appoggiato da uomini “contrari per principio , ma coerenti con la votazione, per fedeltà alla maggioranza” ha ratificato una decisione che lo renderà complice dei crimini verso il popolo italiano. Vergogna!

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