Ancora la stessa alba. Si vede punta Aderci, si vede la linea di bosco sulle gallerie a destra, in fondo. Mi affaccio. Mare piatto, due pescherecci entrano in porto, lasciando le graffe di spuma e gabbiani a poppa in cerca di scarti. Oggi la gamba non fa male. Pensare che anni fa me lo disse il dottore, dopo l’incidente: “Di Renzo, lei con lo sport si deve dare una calmata, rischia la necrosi dell’anca”. Me lo guardavo, quel dottore secco e biancastro, dal dorso della mani pelose. Lo diceva con il dispetto di chi non aveva mai inforcato una bicicletta fino a Passo Lanciano. Eppure la misi a dura prova quella gamba…Salire sulla scala, scendere dalla scala, salire sulla scala, scendere dalla scala, salire…per tutti questi anni. Ora non più. Sono stanco. Voglio dormire, voglio finire, ora. Così la sottile striscia di blu dall’affaccio non più bianco dell’Orientale è il limite oltre il quale esistono le terre del riposo che non conosco, ma so che ci sono. Ognuno, quando guarda il mare e la fine del cielo che lo tocca, pensa a quello che esiste oltre. Potrebbe non avere un nome, dovrebbe non averlo. Là ci sono i pensieri di quello che avremmo dovuto fare o essere. Sono lì, ammucchiati, su una spiaggia qualsiasi, come vecchie barche. Sono fermo adesso all’inizio della discesa a mare. Una volta, ricordo che qui c’era un palazzo altissimo, il più alto di Ortona. Aspettavamo, noi bambini, spalle a San Rocco, l’autobus azzurro, quello di Napoleone. Correvo subito davanti, mentre Zia Rosaria faceva il biglietto, volevo stare vicino al motore, racchiuso da un grosso coperchio a fianco dell’autista. Rimanevo ad osservare l’enorme volante girato come il timone di un vascello. Adesso il mio autobus frena silenzioso davanti alla piccola fila di cui non mi accorgo. No, oggi vado a piedi, voglio vedere se ce la faccio a scendere per la vecchia fornace. Certo, per un anziano malato come me, non sarà facile. Eppure nonno Antonino sembrava quasi sollevarmi di peso su per quel dirupo di tufo ed olivi. Mi sembrava così vecchio. Sbucavamo sulla curva. Sotto i pini c’era un pittore anziano, chino sulla tela, in silenzio, sembrava non accorgersi di noi. Era ortonese ma abitava in Svizzera. Diceva nonno che fosse un pittore famoso, ma il suo paese non lo amava. Sullo stesso punto,a le sento ora le ginocchia che mi sfidano. La voglio fare questa discesa, non importa se cadrò. Si affidavano le mie bimbe, alle mie mani, per scendere la domenica, quando c’era il sole e andavamo a camminare sul molo, senza bisogno di pensare un futuro. Sullo spiazzo dove la fornace sbuffava dall torre, si vedono tratti di mare e le macchie bianche di barche. Scendo fino alla vecchia fontana. Chissà se questo ponte terrà ancora. La scritta “Motul” si vede appena. C’è ancora qualcuno che si sciacqua i piedi prima di salire in macchina. Là aspettavamo l’autobus la sera. Ci aspettava una passeggiata col nonno fino alla sala Eden. C’era una piccola pista di macchine elettriche, durante l’estate. Potevamo scegliere tra un gelato od un giro di giostra. Il Camillone. Lo faranno ancora? I bambini penseranno al gelato ed ai soldatini? Penseranno ai nonni, alle loro mani nelle mani, ai nonni sopravvissuti alle guerre, ai nonni senza i cellulari ed i computer? Penseranno alle giostre col gettone? Qui sulla riva i nonni sono morti. Li vedevo i nonni, trascinare i rastrelli nella sabbia del fondo per raccogliere le telline, i cannolicchi. Li vedevo allungarsi per terra a mezzogiorno e ricoprirsi di sabbia con le palette di legno per curare i reumatismi, mentre le mogli, sbucciavano le pesche, di schiena ai casotti di legno, pezza in testa e fiaschetta col sughero. Sulle facciate regolari delle cabine in cemento si spengono le vibrazioni di un juke box. Ma il molo è sbarrato. Suona ancora la voce di Tozzi. Cento e cento lire e poi altre ancora a ripetere Gloria. Ora gli ombrelloni dai ranghi serrati, uguali , si spingono fino alla riva. Con gli occhi di vecchio, li cerco i bambini che fanno i castelli. Prendono la sabbia bagnata e la fanno colare dalle mani a formare le torri, i merli che la marea della luna crescente porterà via prima o poi, forse la notte, forse al mattino. Sono brutto in costume, i vecchi non si guardano, sono dei monumenti da non giudicare, perchè la vecchiaia non ha qualità, si elimina dallo schermo dei glutei, dei seni turgidi, dei corpi scolpiti col fitness, lo spinning, lo jogging. La vecchiaia ha forme uguali per tutti, nel parcheggio della considerazione. Mi giro a guardare la battigia. Lei non c’è. Non c’è più. Una volta mi osservava nuotare preccupata che la piccola boa arancione stretta alla mia vita non si vedesse all’orizzonte, prima di pranzo. Mentre l’acqua mi arriva alla vita, mi ricordo di mio padre. A sera, durante l’estate talvolta, arrivava in spiaggia. Non sapevo nuotare. Mi caricava sulle spalle e iniziava a portarmi. Non avevo paura. Mi appariva enorme, tranquillo, uno di quei grossi capodogli dei racconti di mare, oppure il tonno che salva Pinocchio e Geppetto dalle fauci del pescecane. Tornavamo in spiaggia ed io ero contento per quel piccolo regalo d’amore. Aspettavamo che ritirassero le reti a riva tra gli ombrelloni di stoffa dai mille colori. Il mare generoso offriva tesori agli occhi di un bambino e le stelle marine da mettere a seccare sul davanzale, per annusarle l’inverno, mentre a Milano c’era la pioggia che bagnava i vetri della mia cameretta. Dalle lenti gialle dei miei occhialini, guardo il fondo arido del mio mare morto, senza più stelle. Un vecchio che nuota, senza una meta, lungo la scogliera incrostata di alghe. Non è come quella sera, quando vidi l’ultimo mare azzurro, di un colore non suo, un ultimo respiro di vita. Mi tuffavo con gli amici dal picchetto. Passo lento dove una volta fummo ragazzi sugli scogli. Si vedeva il fondo e sulla pelle ti rimaneva l’odore del mare. Adesso le onde mi tagliano le bracciate, schiaffi di mare impediscono la mia scia, ma devo andare, forse qualcuno mi aspetta oltre la curva del molo, forse lei, ancora seduta a guardare. Avrei dovuto rimanere a riva o forse aspettare l’alba , in quel punto tra l’acqua e la sabbia, dove la spuma disegna le curve di bolle, il suo sguardo. In fondo, i treni non passano più. Vedevi lontane, le teste dai finestrini, di chi si affacciava a mirare la costa, in un viaggio qualsiasi, di ritorno dal nord. Il rombo di ferro dei binari, squarciava improvviso il ronzio della spiaggia o la notte nebbiosa, quando sul molo, mi nascondevo con la lampada a cercare pelosi. Arrivava talvolta, il vento freddo dal fosso e sentivi l’odore della terra distante, mentre l’acqua tranquilla cingeva gli scogli. Ti chinavi e scorgevi la vita dei pesci, sorpresi dal fascio di luce sgradita. Allora dal buio del mare vedevi Ortona , la fila dei lampioni ad illuminare l’Orientale, le luci in disordine delle salite al paese, i fari arancioni del porto. Sul pelo dell’acqua, il fumo del caldo diurno, spazzato dai pescherecci che uscivano a notte. Pensavi allora, ai quartieri grigi delle grandi città, dove l’affaccio è negato da cemento e cemento e la vita prosegue senza il dono che a noi è concesso. Nel continuo alzare il volto dall’acqua a prendere fiato, scorre la fila degli scogli consunti dagli anni. Sento il peso degli anni, ma devo continuare. Il freddo dell’acqua al mattino mi stringe la schiena grinzosa, le spalle arrugginite, il ventre debole. La folla dei fantasmi mi chiude le tempie, oltre la punta del faro dove c’è solo acqua e poi acqua, mi giro per l’ultima volta a guardare Ortona oggi, trentuno luglio duemilacinquantuno, puntando ad oriente, dove esistono le terre del riposo che non conosco, ma so che ci sono.
Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur
Passare il sabato con i trichechi
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L’ultimo canestro
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La messa di Natale
Samputensili – Il codice di comportamento
La risorsa più preziosa di Samputensili è il suo marchio. Il suo valore è stato accresciuto in più di 50 anni di attività, per mezzo dell’impegno e l’integrità di tutti coloro che lavorano per l’azienda. Prima di tutto questo marchio rappresenta la reputazione dell’azienda per onestà e integrità. Questa reputazione persiste grazie alla condivisione dei valori e l’impegno che noi mettiamo nel far rispettare il codice di condotta aziendale. Questo codice ha lo scopo di fornire una chiara e completa visione della condotta che ci attendiamo dai nostri dipendenti e collaboratori ovunque l’azienda svolga la sua attività di business. Il codice si applica a tutti, dirigenti, impiegati e in generale a qualsiasi collaboratore. Chiunque presti la sua attività per l’azienda è tenuto a conformarsi con il codice sia nelle comunicazioni scritte che nel comportamento. L’ignoranza circa le previsioni del codice non costituisce valida giustificazione della violazione dello stesso, in definitiva, chiunque presti la sua attività per l’azienda è considerato responsabile per le proprie azioni. Collaboratori e dipendenti non devono tenere un comportamento che possa pregiudicare la reputazione dell’azienda, sono tenuti a rispettare la legge del Paese in cui si trovano per motivi di servizio, e non devono agire in conflitto di interessi con l’azienda stessa. Devono provvedere alla registrazione di attività interne ed esterne con accuratezza e tempestività, non devono fare uso dei beni dell’azienda, incluso l’orario di lavoro, per attività personali, e devono trattare clienti e fornitori con professionalità e imparzialità. Non devono mai, nemmeno tentare, di corrompere o influenzare illecitamente i terzi, e sono tenuti a non divulgare informazioni relative all’azienda che non siano da considerarsi pubbliche. Costituisce, violazione delle norme di condotta, inoltre, l’istigazione di altri dipendenti o collaboratori a violare il codice di condotta, a non riferire di violazioni di cui siano venuti a conoscenza, o a rifiutare di collaborare in un’indagine. Alle infrazioni del Codice potrà conseguire un provvedimento disciplinare a seconda del tipo e entità della violazione. Il Codice non può prevedere ogni circostanza, collaboratori e dipendenti che abbiano dubbi relativamente all’applicazione di una norma hanno il diritto-dovere di chiedere chiarimenti al superiore gerarchico o al responsabile del personale.
Non ho trovato il Codice di comportamento al quale l’Azienda si dovrebbe attenere nel rispetto degli operai.
Il mio compagno che non ho mai avuto
Le mie scuse
Ortona, Fratino & Company: l’amministrazione della vergogna

Non mi interessa più la vita politica di questo paesotto. Ma questa cosa la devo dire. La devo perché ho sentito l’affondo di una offesa, fatta alla memoria, di questi ultimi settanta anni di storia. Un’offesa fatta ai danni di coloro i quali hanno subito persecuzioni, privazioni, crimini, non in altri paesi, ma in Italia. Un crimine fatto da italiani su altri italiani. Le leggi razziste del periodo mussoliniano. Delle leggi fatte per assecondare l’alleato Adolf Hitler. In questo periodo , uomini che firmarono il “manifesto della razza“, che combatterono a fianco dei nazisti, vengono santificati ed immortalati nella nostra città, alla pari di un medico, di un filantropo, di uno scienziato. La decisione è stata presa in consiglio comunale: una strada verrà intitolata a Giorgio Almirante. La vecchia strada intitolata a Don Bosco non si chiamerà più così, si chiamerà Via Giorgio Almirante. Ho un scoglio dentro lo stomaco. Centinaia di ortonesi che devono la giovinezza, il lavoro, la salvezza dalla fame del dopoguerra, all’Istituto Salesiano, hanno permesso che un’Amministrazione di individui socialmente pericolosi, potesse preferire Almirante al sacerdote piemontese. Almirante, uno di quelli che ha fomentato l’odio razziale verso gli ebrei, che aiutato i delatori nei ghetti, che ha appoggiato i rastrellamenti che avrebbero condotto, donne, uomini e bambini nelle camere a gas, oggi sarà una strada da percorrere. Questi amministratori, hanno prreso a calci i morti delle fosse Ardeatine, i morti di Auschwitz, di Dachau , di Buchenwald, di Mathausen, ricordando un uomo solo per la sua abilità oratoria e non per i suoi delitti. Questi amministratori ortonesi, capaci di andare in chiesa a lavarsi la mano nell’acqua santa, di parlare di fratellanza dei popoli, di pace, di tolleranza, hanno immortalato uno dei fomentatori dello sterminio.
Mi vergogno per queste persone. I morti li chiameranno a loro, nelle tombe, nei forni, chiederanno conto loro della stupida superficialità delle loro scellerate decisioni. Adesso arriverà il coro dei:“però anche i comunisti…” oppure “ però anche i cinesi…”. Non mi interessa di quello che hanno fatto i russi, di quello che hanno fatto i titini, di quello che hanno fatto i cinesi. Mi interessa di quello che italiani hanno fatto ad altri italiani. Mio nonno ha fatto quattro anni di campo di concentramento ed era stato un fedele servitore della patria. Rabbrividiva alla vista di Almirante, nelle tribune politiche. Aveva vissuto le esaltazioni dittatoriali di questo spudorato repubblichino, sulla sua pelle. Il sistema democratico, nella sua perfetta imperfezione, aveva concesso ad Almirante di avere voce. Ora, un sindaco senza nerbo, senza coglioni, appoggiato da uomini “contrari per principio , ma coerenti con la votazione, per fedeltà alla maggioranza” ha ratificato una decisione che lo renderà complice dei crimini verso il popolo italiano. Vergogna!








