I poemi dell’hashish 1987

Qualche scapigliato nordeuropeo, di quelli ricchi che, non avendo un kazzo da fare, ha dedicato la sua vita gli abusi e alle lettere, ha sublimato il consumo delle droghe attraverso il resoconto di esperienze sotto l`effetto delle stesse. Nonostante l`effetto talvolta, innegabilmente piacevole del consumo di cannabis e suoi derivati e per mia fortuna non conoscendo gli effetti degli oppiacei, della coca e delle droghe di sintesi, devo dire che questi kazzoni, hanno idealizzato ai giovani un mondo, che tutto sommato avrebbe potuto essere sostituito, da banchetti di alta qualita` e da un forte consumo di gnocca. La topa non ha controindicazione ed e` linguaggio universalmente riconosciuto, anche se I pericoli del culo, ultimamente, fuorviano il giovane, intimidito da femmine sempre piu` aggressive. Cosi` per essere normali, anche noi all`epoca, abbiamo dato valenza artistica a pratiche altrimenti da curva sud laziale. La lettura di Baudelaire, Mallarme`, Verlaine e Benjamin, ci spinge a tentare una strada pecoreccia, tipo acid test americani. Ci riuniamo quindi nella mia stanzetta di via XX settembre, per consumare smodatamente dell`hashish, tenendo a secco un nostro amico ,tale Roberto, il quale viene costretto a registrare i nostri discorsi e le nostre sensazioni, sotto l`effetto della cannabis. Io, Gianni, Caco`, Berardo, uno dei fratelli C., Remo ci ammucchiamo per terra, mentre il F. tiene il taccuino. L`esperimento presenta notevoli spunti, tanto che alcune frasi storiche vengono coniate e lasciate ai posteri da questa importante seduta. Nostro nume tutelare e` il compianto Chuck Schuldiner, leader dei Death, autore di una intervista su di una nota fanzine svedese o norvegese. Il motto coniato dallo Schuldiner e` contenuto nella risposta alla domanda che l`intervistatore, l`altro compianto Hyeronimous leader dei Mayhem gli pone. «What about your next projects?» chiede H. e Chuck lapidariamente risponde: « To find a long blond-haired woman who suck my cock and let me shoot my cum into her mouth and all over her face!». Forti di questi principi, affrontiamo la serata pieni di iniziativa, ma la qualità del fumo ed i percorsi linguistici, ci fanno prendere una piega diversa. C., in crisi con la sua ragazza, a causa nostra e delle nostre notti brave, incomincia ad avere manie di gerontofilia, monopolizzando il suo pensiero sulla mia governante ottantaquattrenne che dorme nell`altra ala dell`edificio. Intuiamo subito il pericolo, senza un`azione di forza, già mi vedo cacciato da casa con l`accusa di stupro di anziana. C. di colpo, imbocca la via delle scale per andare verso la camera della vecchia, urlando a gran voce le sue intenzioni sessuali. Lo raggiungiamo a pochi metri dalla stanza e lo solleviamo tappandogli la bocca, trovando l`uscita e la mia salvezza. Giunti in piazza, la sua follia bulbicida non si ferma. Aizzato dagli altri e dalla mia nota insensibilità al dolore, sotto l`effetto di alcol e fumo, inizia a fare apprezzamenti negativi sul modo nel quale mi rado di sovente. Il dissenso monta, si amplifica, si trasforma in disapprovazione. Vengo afferrato da quattro energumeni. Sotto gli occhi di gruppi universitari, in una sera non eccessivamente tarda, al centra della piazza del capoluogo regionale, il C. , mi rade a secco in maniera approssimativa e criminosa, urlando frasi sconnesse circa la missione igienica dei barbieri. Il mio dimenarmi fa sì che la rasatura non sia ne regolare ne precisa. In poche parole, la mattina dopo mi presento all`università, senza la barba da un lato, con un baffetto alla Hitler e con numerose ferite di arma da taglio sul volto, suscitando forte ilarità tra i convenuti presso l`aula di disegno all`ultimo piano. Della serata esiste un testo ed un cartellone scritto che gelosamente conservo.

Scendere dall’Orientale o scendere con l’Orientale

Alcuni segni.
Potremmo scendere,
un giorno,
dopo abbondanti piogge,
da questi piloni antichi
all’area di Cilenti a mezza costa.

Mi smotta sotto i piedi vetusta argilla,
scivolo dalla rupe come anguilla.
I vecchi si tengono alla ringhiera
ci rimangono appesi
fino all’arrivo dei vigili verso sera

gradirei andare al mare non per via diretta
al massimo a pescare
con la mia vespetta.

L’Uccisore di uomini (Prima parte)

Tra le coltri intrise di un corpo in affanno, si muove l’involucro mio, a cercare posizioni più consone al sonno. Ho in mente un punto del luogo, un punto preciso dove la veglia sfuma nella stanchezza silenziosa della fredda camera di legno. E’ un acuto silenzio, come d’ovatta sulle tempie. Sul comodino una bibbia in tedesco, racchiusa nella copertina di cera nera. Sfoglio le pagine, tradendo l’impossibilità di comprendere. Dio è più spietato sotto il duro stridore dei denti di una lingua del nord. Il sole scende. I ferri del mestiere attaccati allo zaino, due ramponi. Nel tramonto, la crosta delle mie narici, mi toglie il fiato. Tento visioni del ghiacciaio ,ma la luna malefica taglia inesorabile il triangolo di roccia nerastra che ho davanti. Come il fato incombe, come una morte solida. Non è simile a nulla, è la forma, senza un principio, è un dogma di pietra. I volti dei miei compagni, in questi tratti della mia vita, potrebbero essere quelli dei miei compagni nei tormenti d’inferno. Mi guardano, ma siamo appannati da questa ombra immobile, che tutto annulla. Nel silenzio ingannatore, dorme l’uccisore di uomini. Sbiancato dal freddo alone della luna, sembra piegato alla magnanimità. Al mattino, nel frastuono dell’ascesa, da lontano, già odo, lungo le sue pareti giallastre di sole, apparecchi di morte, a recuperare brandelli di vita tra pietre in frantumi.

La memoria corta

Parlano i nuovi, parlano i vecchi.
La memoria è corta.
Si passa per i vicoli, distratti,
gente che si muove, recita, suona, dipinge.
Nulla importa.
Nulla la retina, il timpano, impressiona.
Così come l’acqua dello scarico, tutto scompare nella tazza dell’oblìo.
Rimangono scolpite negli animi solo le scoregge dei mediocri.
Nello scherno, si osannano i cretini, si glorificano gli stupidi.
Ogni volta, in eterno ciclo, come un Sisifo di riviera, si torna a pensare, a fare,
cancellando storie, demolendo labili costruzioni del genio,
spazzando i magazzini degli sforzi giovanili.
Il paese è la tela di Penelope, è la scusa per mai finire quel che si è iniziato.
Ma Ulisse non approderà su queste rive.
Inutile guardare il mare per avvistarlo,
meglio guardare il mare e basta.
Queste acque hanno memoria.
Almeno loro.

L’odore degli appunti

Nei vicoli del paese, a sera, passo tra luci di vecchi lampioni ed insegne di piccole botteghe. All’improvviso, stretto il maglione al collo, un vento inadeguato a queste mese senza termometro, porta l’odore degli appunti. Sono i quaderni delle scuole medie, fatti di copertine con le moto e le penne a sfera. Un odore di fuliggine dai camini dei vecchi bassi dove le ultime anziane del secolo scorso, bruciavano la sansa, le potature delle vigne, le bucce delle prime castagne, le scorze di mandarini acerbi. Un ragazzino passava, con il pallone nelle mani ed i compiti da fare prima della merenda. Aveva giocato, questo giovane, contro le serrande dei garage, senza la paura delle macchine. Il sudore freddo, dietro al collo gli avrebbe portato due giorni di vacanza a letto, con gli impacchi di semolino sul petto. Erano appunti di storia, di geografia, con gli esami da fare a giugno, nella scuola vicino ai ruderi del Castello. L’odore adesso si fa più intenso e gli fuma in bocca le prime sigarette di nascosto, con il walkman a palla, uno sgualcito libro di filosofia, studiato a tratti dai compagni, tra le cianfrusaglie dei diari scarabocchiati e l’incubo del giorno dopo, a scuola. L’odore degli appunti si ferma al retrobottega della vecchia pizzeria. E’ un attimo. L’odore scompare, lasciando questo momento, solo , unico. Ricorderò, un giorno, il ricordo dell’odore degli appunti
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