L’uomo totale al quale daremo un nome di fantasia: A. R.

Non sono il primo a parlare di A.R. Non sarò l`ultimo. La sua vita, le sue gesta sono storia gloriosa, unica luce ad illuminare un periodo oscuro per L`Aquila. A. R. nasce bene ed e` il secondo di tre fratelli nati a sovvertire l`ordine costituito della buona borghesia aquilota. Di educazione liberale, se non libertina. A. concentra tutta la ragion d`essere nella sua canottiera di lana , soprattutto nella zona ascellare. Il tanfo giovanile che essa emana, unita alle sue merende a base di pecorino e whisky, donano alla sua persona un`aurea magica ed ipnotizzante. A stupire sono alcuni tagli di capelli, frutto di errate valutazioni dimensionali, che costringono il R. a seguire percorsi tricologici, simili ai tagli di Fontana. Notevole e` la mania per le scarpe. Come usciti da un sogno infantile, si materializzano ,nel suo guardaroba, alcuni tra i più orridi mocassini con fibbia della storia dell`artigianato italiano. Caratteristica di questi mocassini e` la debolezza del tacco, che talvolta viene smarrito in consessi di spessore quali celebrazioni di matrimoni e riunioni tra colleghi del padre, ma soprattutto un`estetica della fibbia che raccoglie le istanze dei giovani comunicandi nei film di Monicelli. R. e` uomo in toto. L`alta gradazione del suo alito, notevolmente speziato da superalcolici, talvolta di altissima qualità, sottratti alla raccolta del padre. e la sua mania di parlare a venti centimetri dalla faccia dell`ascoltatore, facendogli intuire la sequenza delle portate del suo pranzo, fanno del R. l`individuo ideale da portare alle feste. R. adopera maglioni di ampia taglia uniti a blue jeans che talvolta esprimono in forma scritta le emozioni dell`indossatore. Nell`approccio alla musica, il R. e` un nichilista istintivo e preclusivo. Il suo moto e`: “fa cagare!” Storica e` la sua considerazione per uno dei dischi più importanti degli U2: “The Joshua tree” “Quissu e`bbonu pe`accorda` la chitarra!” avrebbe detto A. al primo ascolto. Altra nota a parte merita la collezione di macchine del R. Si conoscono alcuni numeri di telaio e le targhe ma non se ne riescono a conoscer i modelli. Alcune degli utilizzi principali delle macchine del R. sono le trasferte universitarie a Roma, saltuaria alcova con prostitute della periferia di cui sopra improbabile mezzo per recarsi a concerti ed occupazione di suolo pubblico sotto la propria abitazione. La macchina simbolo dell`età aurea del R. e` una fiat Ritmo di colore grigio topo chiaro. Decorata oltre che da immancabili danni alla carrozzeria, anche da vistose macchie di ruggine in avanzato stato di decomposizione. Le condizioni degli interni, mostrano le motivazioni per cui la Fiat ha perso notevoli quote di mercato a favore degli orientali, offrendo un panorama decadente simile ad alcune scene dei film di Cipri` e Maresco. L`essenzialità delle dotazioni, coadiuvata da pratiche demolitorie del R. ,fanno sì che gli interni siano ridotti alla dotazione base costituita dai principi comandi dell`auto tipo volante pedali e cambio, risultando optional anche I sedili. Quello che sconcerta e ` la possibile assenza di finestrini, cosa non piacevole, durante viaggi invernali a L`Aquila e dintorni e la presenza costante ed inquietante di un carburatore smontato all`interno dell`auto, proveniente forse dalla Ritmo stessa, il che spiegherebbe la miracolosa capacita` del mezzo, di camminare in quelle condizioni. La guida del R. e` futurista, dadaista, impressionista. Futurista perche` il R. ama la velocita` pura. Esperienze euforiche si possono ottenere andando con lui a Roma. Dadaista perche` il R. interpreta totalmente le regole stradali, stravolgendole a suo piacimento. E` possibile con lui andare a 120 lungo Corso Vittorio Emanuele a Roma, utilizzando la sola corsia riservata agli autobus oppure tentare di investire passanti, apostrofandoli pesantemente. Il sottosterzo e` sconosciuto al R., cio` si risolve in allegri fuoristrada, tipo cunette nei dintorni dell`Aquila con abbandono del mezzo nella scarpata e prosecuzione a piedi. Impressionista perche` il passeggero del Rossi rimane impressionato indelebilmente dall`esperienza automobilistica. Interessanti effetti Parigi-Dakar si possono ottenere, aizzando il Rossi, durante la guida, insinuando il fatto che egli non sappia guidare e non sia capace di affrontare gli ostacoli con sprezzo del pericolo. Ancora oggi, ad un quarto di secolo di distanza, le caratteristiche di R. rimangono intonse, rivelando una difficoltà di decadimento simile a quella dell’uranio.

Estate per sempre

Mi tolgo la vita sulle note di Bob Seger. Non mi è rimasto molto della musica. Tento di raschiare fondi di barili, avanzi di magazzino, resti della festa. Sono qui seduto al computer, con le palle sudaticce, a cercare nella rete un nuovo idolo per la mia età non più giovane. Trovo, invece, vecchi rocker, antiche mummie, croste di padre Pio, cadaveri di cantanti, corse contromano di chitarristi alcolisti, vergognose baldracche, con le vasche piene di pessimo whisky. Quanto tempo è passato, quanto nastro magnetico, sbattuto da una macchina in corsa, a svolgersi sulla strada verso il mare. Sulla spalla porto una radio mono, contro l’orecchio l’altoparlante con i Pink a palla, due sandali pieni di sabbia, ed un sole oltre la collina di tufo. Correvo, tra gli scaffali, di discount estivi, dove si ammucchiavano dischi di Villa e dei Doors a “Prezzo Gentile”. Non rimane nulla, quando Bob Seger sembrava un cafone con un taglio di capelli del kazzo e una diet Coke nella mano destra. Passano oggi le nuvole, tra le sputazze di pioggia a chiamare i morti nel Nirvana dei chitarristi sui poster della mia vecchia camera. Bon Scott mi guardava senza intuire della sua morte ed io lo salutavo come si onora un nuovo culto. Piove ancora sugli Style Council, sul vecchio bootleg di Springsteen, sulla figa di Wendy O’Williams, sulla punta della lingua di Lemmy, sul culo di Lita Ford. Regali se ne facevano, oh si! C’era, sotto l’ascella, un Quadrophenia, avvolto ancora nella plastica, aspettando che il negozio di elettronica aprisse, dopo le vacanze estive, per comprare una nuova puntina per il giradischi. Dal campo vicino al luogo dove lavoro, una mietitrebbia mi butta l’odore del grano appena tagliato misto allo stallatico: è l’odore degli Y&T dopo la seconda Liceo, quando l’estate era tutto e potevi sperare nell’amore di una ragazza qualsiasi. Prove it all night! Prove it all night! Si fermano le gocce…Catch the Rainbow! Non è tempo per le stesse cose, è tempo per raccontare ad un altro, l’odore della musica, la grande voglia di figa in quattro quarti, le cassette per acchiappare, i dischi da consumare, quelli brutti da gettare contro la parete del vicino antipatico, le copie del Mucchio lette e rilette . Ancora estate. Evviva Santana!

Gli Who ed il fustino del Dash

Il ricordo degli Who è associato all’odore del Dash.
Ho quattordici anni e siamo immersi tutti negli anni ‘80 fino al collo. Il mondo, la mia città, mi appaiono più grandi, più vaste, inesplorate. Sono un ragazzo al primo amore con la musica rock. Ci sono dei pomeriggi nei quali, giro nei negozi di dischi alla ricerca di…qualsiasi cosa abbia attinenza con il mondo che ho appena conosciuto. Arriva il solito cugino dell’amico di ascolti. Quei cugini che abitano a Roma e che girano per i negozi “importanti”. Mi regala una cassetta Sony Hf-Es da 90 minuti. Sul nastro la registrazione del disco degli Who: “Tommy”. Nei minuti che avanzano, qualche brano dei Talking Heads e “Rosalita…” di Springsteen. Al momento non dispongo di tanti vinili e cassette ed ogni cosa che riesco ad avere, la studio con attenzione. Ma quel disco no. Quel disco mi ipnotizza. Riesco ad ascoltarlo per intero, anche tre volte al giorno, come una medicina necessaria. Non posso ascoltare solo qualche brano, sarebbe inconcepibile, per me le due side della cassetta sono una cosa indissolubile ed unica. Ho appena finito la scuola ed ho il tempo che mi serve. Nel mio appartamento c’è un ripostiglio di un metro per un metro, dove ci vanno a malapena le scope ed una scarpiere. Mamma lo usa anche per me i prodotti per la pulizia della casa. Ci sono dei fustini di detersivo per lavatrice. Sono ossessionato da Tommy. Prendo le casse dello stesso, allungo i fili e ficco le casse nel ripostiglio. Quindi, mi chiudo in quel buco e mi siedo sul fustino del Dash. Riesco a stare novanta minuti ad ascoltare quella musica ( C’ho il mangia cassette con l’auto -reverse). Nella ristrettezza del locale, l’aria inizia a scarseggiare e rimane solo il profumo del detersivo . Sono in uno stato che rasenta l’asfissia, trasformandosi in una specie di trance sciamanica. Sono pochi i dischi che riesco a concepire come ho fatto per “Tommy”. Potrei citare “Hooker’n’heat”, “The wall”, lo stesso “Quadrophenia”, ma L’opera degli Who con il mago del flipper rimane la musica del Dash. C’è una nota stonata a questa storia. Nella mia versione in cd, acquistata qualche anno fa, ho notato delle variazioni sul remastering: su “Eyesight to the blind”, l’attacco di Daltrey viene fatto un’ottava sopra rispetto all’attacco sul vinile. Particolari irrilevanti o differenze traumatiche, per uno che si era chiuso in un ripostiglio?

Il vecchio

Il vecchio mi guarda mentre sudo. Non emette una parola. Oltre le lenti a culo di bottiglia si espande uno sguardo ebete e diffidente, pronto a cogliere la conferma della prima impressione che ha ricevuto, accogliendomi in casa sua: un drogato tatuato con gli orecchini, probabilmente di estrema sinistra ed ateo. Il vecchio mi sopporta perché non ha trovato altri muratori, ma si stizzisce del fatto che, al contrario di altri del mio mestiere, non stia tutto il giorno a bere birra e ruttare, con il mozzicone della sigaretta in bocca. Non gli do soddisfazione con la mia bottiglia di minerale. Lo sento, dietro al collo, ansimare con il suo alito carico di aglio e cipolle in soffritti di burro e maiale, mentre controlla, le mani giunte dietro la schiena, che faccia qualche errore per poter imprecare contro la mia natura di individuo perennemente imbraccato dalla calce. Non riesce a parlare, perché un ictus lo ha colpito ed ora emette uno strano verso, simile ad una vecchia gallina che tenti di recuperare un uovo ruzzolato dal suo culo, giù per il pollaio. Non capisco vuole dirmi qualcosa, ma muove le mani, lucide di pelle rosea e tirata da vecchio commerciante. Mi sta dietro, mi sta alle calcagna. Punta il filo tra le stadie, per trovare un corpo del delitto, onde potermi vomitare in faccia, un gemito di imprecazione, per i soldi che, gli chiesi in acconto. Trasporto mattoni da giorni. Lo trovo sulle scale mentre ansimo sotto il peso, pronto ad intralciare il mio passo, quasi fosse un ostacolo, da superare per aumentare il mio punteggio sul cartellone. Tossisce cantando un verso indecifrabile, ossessivo. Si avvicina mentre impasto. Garrulo mi indica il forato fuori bolla , appena poggiato sulla malta. Erode le mie tranquillità mentre manovro secchi di sabbia. E’ dietro da giorni al mio lavoro, come un segugio sulla volpe. Sento la sua presenza di vecchio, dietro le terga, con il suo odore, la mattina, di pizza secca ed unta, perché egli fa colazione con il pane del giorno prima, per risparmiare. Non si lava le mani ed utilizza i miei attrezzi, come un untore. L’odore del pane stantio e lubrificato da pessimo olio, mi si attacca ai vestiti, impregna il mio furgone, mi perseguita fino a casa. Mi salvo creando una barriera di motivi cantati a denti stretti, onde evitare un inizio di conversazione da Babele. Gioco di anticipo, tenendolo occupato, facendolo sentire utile. Lo metto a pulire le macerie e so bene che lui mi chiederà uno sconto per questo. Poi esce al balcone. Per un momento sento il vuoto, poi di nuovo la presenza. Così, mentre è chino sui calcinacci a fare ordine, mi avvicino a lui con un forato in mano, alzo la martellina per rompere il laterizio e lascio cadere la testa del martello con tutta la mia forza, sul cranio del vecchio. Il rumore sordo della noce di cocco appena frantumata anticipa di poco, lo schizzo di sangue che inonda i miei pantaloni, la parte bassa della mia camicia ed il mio collo. Il vecchio emette un lungo urlo modulato da un gorgoglio che gli esce dalla gola, subito interrotto da uno spernacchio da spurgo, durante il quale sputa saliva e sangue. E’ ancora chino sul sacchetto e riesce a voltarsi lentamente. Dagli occhiali appannati, lo sguardo della morte punta sulla testa del mio martello che cala con forza di nuovo, in un punto preciso tra naso, zigomo e fronte. Gli entro nel cervello. Cade all’indietro come un sacco vuoto. Impasto la sabbia con il suo sangue e continuo a lavorare. Ora aspetto che vengano a prendermi.

L’indovino


Tratto da Tuttoabruzzo.it

Martedì 5 Agosto 2008

In riferimento alla candidatura di Enrico Di Giuseppantonio, per il partito dell’UDC, alla Presidenza della Provincia di Chieti per il rinnovo del consiglio Provinciale in scadenza nel 2009, il Presidente, Sen. Tommaso Coletti dichiara quanto segue:

”Sono felice di lasciare il testimone ad un amministratore competente ed onesto che ha dimostrato di aver saputo fare bene gli interessi della sua comunità, con la certezza che le iniziative poste in essere dalla mia amministrazione possano costituire una traccia fondamentale per il prosieguo dello sviluppo dell’intero territorio provinciale. Con Di Giuseppantonio, continua il Presidente Coletti, e con gli altri sindaci della costa teatina stiamo portando avanti l’importante progetto di valorizzazione e di tutela dell’intera area che va da Francavilla ala Mare a San Salvo, che punta alla realizzazione di un pista ciclabile sul vecchio tracciato ferroviario, così come con gli altri sindaci della Provincia abbiamo posto in essere iniziative infrastrutturali in parte già realizzate ed in parte in via di realizzazione. Tante iniziative che hanno consentito alla Provincia di Chieti di mantenere ed accrescere il primato dello sviluppo economico sulle altre tre province abruzzesi.

E’ naturale, conclude il senatore Coletti, che il passaggio del testimone potrebbe avvenire nei modi e nei tempi da concordare tra i partiti del centro sinistra che guidano attualmente questo importante ente ed il partito di Di Giuseppantonio, vorrà aggregarsi con un programma concordato e condiviso, alla stessa coalizione di centro sinistra nei prossimi appuntamenti elettorali.

Il problema è che, un anno dopo, Di Giuseppantonio ha stravinto, ma con il centro destra…

Ai signori del castello piace solo fare quello

Giovedì, 4 giugno, dopo anni di abbandono, è stato restituito alla città, il rudere imbellettato del Castello Aragonese. Grazie ai fondi delle vincite non ritirate della lotteria, stornati per il restauro, l’operazione ha potuto avere luogo. Un deputato del nostro collegio, si interessò della cosa. Non era ortonese, non era abruzzese, era un liberale puro, garantista, che faceva il suo mestiere di politico, rappresentando, senza pulsioni feudali, il collegio che lo aveva votato. Questo individuo era Franco Corleone ed aveva messo un ufficio aperto al pubblico nel centro della città. In questo ufficio, tutti i suoi rappresentati potevano andare per verificare il suo operato in parlamento e per sottoporre a lui, questioni riguardanti la città ed il comprensorio. Gli ortonesi, abituati al signore dei signori: Remo Gaspari, dispensatore di favori e non di buona politica, non capirono il gesto profondamente democratico e civile di codesto individuo. Erano abituati a votare il candidato da Roma, che prendeva voti e se ne andava. Oppure erano abituati a votare il candidato che suggeriva loro il prete, il farmacista od il notaio. Così non riuscivano a creder che un uomo venuto da lontano, profondamente apprezzato da giuristi, economisti, uomini di cultura e giornalisti, potesse stare in giro “senza scorta” per Ortona, a parlare con la gente. Corleone è stato dieci anni nel nostro collegio ed ha rappresentato la speranza che le cose avrebbe potuto cambiare. Cambiare non per la città ma per la mentalità degli ortonesi. Ortona ha perso Corleone e con lui un modo nuovo possibile di pensare questo luogo. Il castello, il tribunale, furono iniziative partite da questo personaggio, dalla giacca orrenda e dalla parlata sarda, ma capace di grandi intuizioni e grandi visioni. Il castello oggi, è la pietra tombale di questa amministrazione di centro destra. In sedici anni di governo della città, la normale amministrazione è stata spacciata per nuova Ortona. A parte qualche pavimentazione e risistemazione della Passeggiata Orientale, ottenuta prestando il sedere al centro Commerciale, che ha svenato il contesto economico della città, il paese è stato gettato in pasto ai cementificatori, i quali hanno irrimediabilmente deviato le prospettive per il futuro. Non c’è lavoro, non c’è qualità del tessuto urbano, non c’è manutenzione, l’industria e l’artigianato sono evaporate. La città si regge esclusivamenbte su alcuni grossi correntisti che movimentano interessi da una banca all’altra ( sette istituti di credito solo nel centro!), da una speculazione immobiliare all’altra. Il porto è bloccato da una oligarchia che farebbe impallidire Achille Lauro, gestita da “manager” che a malapena riescono a prendere appunti col mozzicone di matita sul blocco. Mafie senza crimini, senza estetica del delitto, che demandano ai loro “notabili” eletti in Comune, la gestione dei Kazzi propri. Professionisti che mandano a troie la loro deontologia , solo per aver qualche soldo in più per le vacanze alle Maldive. Alla fine della dura settimana, tutti a pentirsi in Basilica, dove l’Apostolo Tommaso tutto perdona a tutti. Anche Aglieri, pluriomicida e boss della mafia, leggeva Sant’Agostino ed Occam. Così, il Castello è l’emblema della rovina, è la faccia vera di Ortona, un fondale da palcoscenico, dove dietro c’è il nulla. Ortona fu distrutta durante la guerra e questo avrebbe potuto rappresentare la sua fortuna. Sarei pronto a sacrificare me stesso, perchè, sotto un bombardamento, la città venisse rasa al suolo, per un nuovo inizio. E pensare che da bambino, in estate, a sera, ancora in spiaggia, mi volgevo verso il paese in alto sul promontorio, come un sogno che avrei voluto infinito…

Party’til you puke! 87 – 88

Nasce la prima idea di passare il capodanno 87 – 88 insieme a L`Aquila. Riusciamo a convincere R. ad usare il piano di sotto di casa sua, quello che ridà sul giardinetto. Una intera stanza viene adibita a cambusa alcoolici. Tra amici racimoliamo una somma pari a ottocentomila lire, da spendere nelle varie gradazione dei colori dell`arcobaleno. Abbiamo la tessera dell’ingrosso di un nostro amico che ha un alimentari e con quella cifra sbanchiamo. C`e` di tutto: dal Campari, allo spumante, al gin, al cognac, arrivando perfino a qualche cimelio da scaffale quale Don Bairo o Cremidea Beccaro. L`intenzione e` quella di passare tutta la notte nella bolgia dell‘appartamento di R. , bevendo e cercando qualche scopata senza nome. Non esiste cenone, perchè non serve mangiare quando lo stomaco deve essere riempito di altre cose. Mi presento con un abito porta sfiga, tipo blackettaro, avendo osato perfino utilizzare i bigodini di mamma per una permanente tipo batterista di Vinnie Vincent. Ovviamente arrivo già “bevuto“. Verso le 23,00 siamo ancora nella fase positiva della festa, dove tutti ballano e tutti caricano i fegati con la scorta della stanza del tesoro. Si beve di tutto, sotto qualsiasi proporzione, indiscriminatamente, maschi e femmine. Nella notte, piccoli incendi provenienti da cannoni ben carichi, illuminano gente in circolo che ride, infreddolita. Come prevedibile, allo scoccare della mezzanotte, la festa prende la piega peggiore, nel momento in cui l`alcool ha il sopravvento, sulle già fragili barriere inibitorie dei presenti. Sotto la sulfurea compilation del sottoscritto, a base di Beastie Boys e Celtic Frost elettronici, parte il palpeggiamento ando` cojo cojo. Ogni culo dalle sembianze femminili viene strizzato, ogni cosa che produce fiamma viene fumata, ogni sostanza poggiata sui tavolini, viene assunta attraverso i diversi orifizi del corpo umano. Nelle sbattere di porte di camere da letto, coppie in preda a furiosi attacchi di libidine, si trascinano sui letti coperti da cappotti e giacche, per spargere effluvi d`amore, dannazione di ogni smacchiatore. C`e` anche chi si porta del lavoro a casa o in macchina svuotando la festa. Inizia la fase di rigetto. C`e` vomito. Una poltiglia acida, ricopre i pavimenti di marmo della natia casa di R. Altri vomitano in giardino, si vomitano sulle scarpe, sule giacche. Assaltano l`unico bagno presente nell`appartamento, fortezza nella quale si è rifugiato il C. Il C. è uno studente il Giurisprudenza, smilzo e sorridente, ma con un fegato da farci patè de foie gras utile per un ricevimento all’Eliseo. Lo vediamo, dal buco della serratura, abbracciare la tazza del cesso, in cerca del conato risolutore.. B. intanto collassa. Un mix totale di varie sostanze da sollazzo, lo fanno precipitare in un deliquio, orrido baratro di contrazioni senza esito e respiri mozzati. Evacuiamo il bagno dall`inutile C., dopo un’effrazione alla tenente Sheridan e cerchiamo di far vomitare B. Ma B. vuole cacare. Riusciamo a calargli le braghe e lo teniamo in due sulla tazza. Niente da fare, e` un`anguilla, un`anguilla di Comacchio. Tutto si fa all`improvviso offuscato. Cade il ricordo. Con una temperatura che è scesa di molto sotto lo zero, solleviamo in due B., seminudo e tentiamo di uscire da quella casa degli orrori. Nella gelida notte aquilana, sparsi, per il giardino, ci sono i corpi di varie persone completamente sbronze, che dormono, senza fare una piega. Portiamo B. in una squallida mansarda di proprietà della cugina, dove smaltirà la sbornia verso le diciotto del 1° gennaio. La festa finisce per k.o. alle ore 0.45, roba che mio nonno, alla stessa ora, e` ancora in balera a sgambare.

Crociera del Vate

Settembre, andiamo. E’ tempo di migrare.
Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori
lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
scendono all’Adriatico selvaggioche verde è come i pascoli dei monti.

Han bevuto profondamente ai fonti
alpestri, che sapor d’acqua natía
rimanga ne’ cuori esuli a conforto,
che lungo illuda la lor sete in via.
Rinnovato hanno verga d’avellano.

E vanno pel tratturo antico al piano,
quasi per un erbal fiume silente,
su le vestigia degli antichi padri.
O voce di colui che primamente
conosce il tremolar della marina!

Ora lungh’esso il litoral cam

mina
la greggia. Senza mutamento è l’aria.
il sole imbionda sì la viva lana
che quasi dalla sabbia non divaria.
Isciacquío, calpestío, dolci romori.

Ah perché non son io cò miei pastori?

(Silvio Berlusconi)

Foto da “The Magic Christian” (Peter Sellers, Ringo Starr, Yul Brinner, Roman Polanski, Cristopher Lee, Raquel Welch, John Cleese)

La bestia migliore

La mia carne ha uno strano odore. Quando la benda si strappa e viene buttata, intrisa di sangue vecchio e suppurazioni, lo sento l’odore. Ricordo le parti del maiale, appena salate, sul tavolo di campagna, quando si uccideva la bestia migliore, sotto Natale. Quando il mio cranio, dette diretto, sulla soglia dei davanzali, durante la caduta, l’odore del sangue caldo, come il leggero afrore del rosso d’uovo nel piatto. Ora ascolto i nuovi cigolii delle membra ricomposte nelle sedi. Era entrato un dottore, giovane, forse finocchio, a dirmi che le ossa, da quel giorno in poi, le avrei sentite presenti, muoversi, con rumore rotondo, sfregarsi tra cartilagini allentate, immerse nel siero fino a gonfiare la pelle, in sacche da svuotare con l’ago, quello grosso. L’aria del reparto è satura di minestra e mele bianche inacidite. Ho la nausea perché respingo l’odore di me stesso. Le bestie lo sentono il puzzo della paura, lo sentono il puzzo dell’uomo malato. Come una bestia avverto l’odore di un involucro umano sbattuto dai piani alti, ad atterrare sui ferri spigolosi di un montante. Il calore, mi sveglia la notte. Sale dallo stomaco, dallo scroto, dal buco del culo, intirizzito da una contrazione inane. Ora guardo il mio vicino. Un obeso, flaccido giovanotto con una gamba inutilizzabile. Andava, il tipo, per un vecchio deposito di robivecchi, in cerca di pezzi d’autore, quando una lastra di vetro, da una vecchia porta impilata, gli recise il tendine d’Achille, di netto, facendolo stramazzare a terra come un manzo abbattuto. Difficile operazione – andava rimuginando il primario, con il codazzo di apprendisti. Mi guardava con l’occhio della commiserazione, cercando di pareggiare la sua disgrazia alla mia. Mentre parlava, amplificando il suo fato, non rispondevo, ma scoreggiavo silenzioso, non avendo altro da fare, tra un tirante ed un gesso, impastato di sudore. Se ne andò, con la carrozzella delle dodici. Solo di nuovo, con il diavolo che mi alitava sul volto la notte. Dio beffardo, mandami un uomo a pezzi, che faccia sentire quello che è stato per me, poca cosa…

Cadere da una palma

Ho visto Keith, con la camicia a fiori e le ciabatte. Si accompagnava con nipoti o figli, non ricordo. Un impiegato di un ufficio di provincia con le sue ferie d’agosto. Poi ho visto Keith addormentarsi mentre lo intervistavano, come una manovale al bar dopo una dura giornata di lavoro. Keith è un operaio, un uomo che ti apre la porta in canottiera, uno che porta a spasso il cane la sera. Keith siamo noi. Tutto quello che noi speravamo per il rock, rimane nelle mani di Keith. In questi anni-secoli di musica, indenne e corazzato contro ogni tipo di esperienza, Keith ha sorvolato le morti dei suoi amici come una cornacchia malnutrita, guardando la strage sotto di lui, senza che la storia lo toccasse minimamente. Ha sopportato l’assenza di Brian, ha regolato le volate di Mick. C’è una sola differenza : se levate Mick a Keith, Keith fa ottimi dischi, se fate il contrario, Mick è un uomo perduto, tanto che il diavolo è tentato di restituirgli l’anima. Il più grande motore della leggenda che amiamo, si regge su due gambe secche e vagamente pelose. Dalla sua Tele a cinque corde ( il Mi cantino lo ha levato perchè – dice lui – ad un chitarrista ritmico non serve) si ergono le lezioni dei riff di granito. Quando forgiò “Start me up”, fu capace di stare quasi due giorni su quel giro in studio di registrazione. Tira su quel braccio in levare, come la chitarra scottasse, la paletta ingiallita dalla sigaretta tra le corde, risata da finto coglione, manda avanti Jagger a prendersi la sua inutile gloria ( avete capito che non amo jagger). Solo un altro individuo può tenere testa a Keith: Pete Townshend. Degli altri, poco ci frega.
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