Ciccione della Pianura Padana 1987

(Continua dal post del 26 Aprile)
L`affiatamento tra me e Marco si rafforza con il primo concerto degli Slayer a Milano. Il concerto degli Slayer rappresenta un evento storico per molti motivi: e` la prima data in assoluto degli Slayer in Italia, e` la tournè di uno dei più importanti dischi per la storia dell`heavy metal, e` la prima volta che mi distruggo pogando. L`Equipaggio della missione e` un trio pericoloso: il sottoscritto, Alberto e Marco. Decidiamo di partire, andando fino in macchina a Roma, prend
endo il treno Roma Firenze Bologna, e beccando il Milano Lecce a Bologna. E` un giro del kazzo ma non ce ne può fregare di meno. Il mezzo del primo tratto sarà una ritmo grigi scassatissima di Alberto, piena di pezzi di ricambio del motore unti e arrugginiti. Partiamo verso le sette di mattina, bevendo pessimo whisky e fumando h. lungo la tratta autostradale. La ritmo di Alberto e` un mezzo infernale. Riesco a capire ora la maledizione che ha gravato sulla famiglia Agnelli. Sono migliaia di automobilisti in tutto il mondo. Parcheggiamo la macchina già visibilmente ubriachi nei pressi della Stazione Termini. Sul treno, incontriamo qualche metallaro e riusciamo a piazzarci tutti insieme in uno scompartimento per “fumatori”. Il controllore non entra per pudore. A Bologna l’h. finisce e bisogna approfittare della coincidenza per andare a comprarlo da qualche marocchino per Bologna. Ho le tasche piene di h. in men che non si dica, sembro un misto tra un cammelliere ed un turista di Ibiza. Sul treno troviamo posto, purtroppo, nello scompartimento non fumatori di fronte ad una coppia di vecchietti che vanno dai figli a Milano. Estraggo le mie capacità oratorie, creando empatia con il nonnetto, ricordandogli quando le sigarette si facevano a mano. La faccia del vecchietto si illumina. Mi ricorda della guerra. Gli faccio notare che noi siamo dei tradizionalisti e che le sigarette le amiamo come una volta, schiaffandogli la cartina ed il tabacco sotto il naso. Gli spiego, poi, che noi abbiamo una variante alla sigaretta all`antica e cioè quella dell`addizione di un tabacco olandese dal penetrante aroma. Detto questo estraggo un pezzo di h. dalla tasca e lo metto in mano al nonno. Il nonno mi pare interessato. Alberto e Marco fuggono dallo scompartimento , tentando di soffocare una risata mista al terrore della polizia ferroviaria. Il metallaro rollatore che ho incontrato a Bologna rimane impassibile, levando il pezzo dalla mano del nonno e iniziando a confezionare un ciccione di categoria sopraffina. Solo dopo un quarto d`ora, circondato da nebbie pakistane, il vecchietto tenterà di defilarsi, in preda a strane e piacevoli sonnolenze. Intanto inizio a stare male. Vado in bagno e vomito, vomito, vomito quello che non ho ancora mangiato. Sento arrivare inesorabile il collasso, con conseguente trasporto al pronto soccorso e andata a puttane del concerto. Devo trovare una soluzione. Alla fine, disperato, metto la testa fuori dal finestrino per quaranta chilometri fino a Milano Centrale, meno male che e` caldo.

Il Tempo dei Favolli

Esco la sera ben attrezzato. Nello zaino le torce , la martafella , i guanti, i ganci, una bottiglia di acqua. Tra gli scogli, un leggero sciacquare di onde, mentre lenti escono i pescherecci per la battuta notturna. I rumori dei capannoni e dei generatori sulla banchina rompono l’acuqa silente. Torcia nella bocca, mi chino vicino gli anfratti noti, dove il favollo, di lato, si apposta, tra il pelo dell’acqua e lo scogli. Una zampa più chiara, ma il granchio mi ha visto. Lo accerchio nella microbattaglia, ma il decapode indietreggia. Allungo il gancio, lo stuzzico dietro il carapace. Il favollo si gira verso il nuovo nemico, mi offre le terga, esce allo scoperto. La mia mano guantata lo copre, gli stringe le chele. Lo alzo, lo giro sul ventre, è una femmina. Porta le uova. La ributto. Aspetto che passi l’amore tra gli scogli di questa primavera bollente. Forse alla prossima luna calante…

Asilo incubo

Un cenno del capo. Sotto l’androne alternato di ombre e fioche luci dalle porte a vetro, si espande l’odore di cartelle e mani sporche di astucci e sudore. Una processione, sabba inverso,di suore silenziose taglia in due il corridoio, al suono di scarpe vecchie di cuoio. Sono uscito dalla stanza, dove gli aliti dei piccoli corpi, si mischiano alle corde delle brandine in ordinato cerchio. L’occhio terribile, come del falco che abbia avvistato dall’alto del suo volo la preda, mi punta dal nero velo. E’ l’occhio di gesso della madonna a lutto, che orribile fissa il cristo morente nellea tenebra della morte. Un urlo, voce metallica di un kapò, lungo il filo spinato del lager, mi ordina di rientrare. E’ l’ora di dormire. Nessuno dei miei piccoli compagni può sottrarsi alla pratica obbligata del sonno. Ma io non riesco. Voglio giocare. Vorrei correre nello stanzone vetrato dove langue un girello scrostato di rosso. Cigola sotto la spinta di noi bambini, quando lieti ci guardiamo nel mondo che gira. Non ricordo i volti, ma ricordo la gioia semplice di un bambino sfuggito agli aguzzini, che gode pochi istanti di un gioco innocente. La suora è un Satana androgino, dalla mano fredda che mi spinge nella stanza del sonno. Non voglio, non voglio. Ora vengo costretto a sedere in lacrime, nel mio banco. Non ricordo. Ho pianto per ore. Una lunga candela di muco mi scende da una narice, le mie mutande sono piene di merda. A sera, quando ho perso oramai la voce e la forza, una mano caritatevole e familiare di sottrae all’agonia della regola. Sono di nuovo nei bagni, prima di pranzo. Bisogna lavarsi. La norma impone le mani, oltre il polso. Ma il bagno si trova , fatta una piccola salita piastrellata, nella sala dei giochi. Non si può giocare prima di aprire i nostri cestini. La suora bagna la salita con il sapone, affinchè i nostri piedi scivolino nel tentativo di raggiungere le giostre. Siamo lì, in fila, che tentiamo di tenerci al muro per affrontare il pendio. Ma il fondo sembra d’olio, i piedi non reggono, torniamo indietro inchiodati, come in quei sogni dove vuoi scappare ma la tua corsa è inane. Altro ambiente. E’ L’ora di fare i propri bisogni. Le suore, come negli allevamenti dei cani di razza, tentano di regolarizzare le nostre viscere imponendoci la seduta sui vasini. Vogliamo scappare dal patibolo anale. Ma le torturatrici coi crocifissi al collo, ci ficcano il lembo del grembiule sotto il vasino affinchè ci sia impedita la fuga. Troie, troie! Urlò mio nonno, quando si accorse che tenevano la figlia maggiore, incatenata in soffitto con il tifo, in mezzo ai topi, nonostante avesse pagato rette salate. L’odio per la rinuncia alla procreazione nei grembi, l’impedimento alla funzione di madri, spinge queste donne, serrate nelle vesti della castità, a vendicarsi su piccoli inermi, costringedoli ad una disciplina insensata, fatta di punizioni protratte e continuate, torture psicologiche a piegare gli animi lieti, cristi punitori, vendicativi anche sulle anime semplici di nuovi alla vita. Crescono figli amari, chini ai terrori dell’altare, timorati delle tonache, proni alle leggi senza una causa. Un Dio non dio le ha fatte maschi, senza i sessi. Nel mio sogno, apro i cancelli dei conventi. Libero queste donne alla vita, perchè possano amare , con il corpo, con la mente, affinchè un nuovo Dio, benevolo questi, sorrida alle loro esistenze, le liberi dalle stupide rinunce della mortificazione, inflitte da maschi misogini. Siano troie allegramente, senza le colpe della carne. Continuo ad essere stitico, per principio, comunque.

Reek of putrefaction

Non ho mangiato carne per tre mesi.

Saturo di cadaveri bovini ho rigettato l’idea del sangue per un lungo periodo a causa della mia stessa materia. Nel gonfiore della sazietà ho immaginato l’azione del vomitare eternamente brani di fese, sottospalla, ali, petti, ventresca. Nel chiarore del mattino autunnale, stretto nel dovere di un padrone chiamato cliente, accetto senza attenzione un lavoro in un piccolo cimitero della zona. Non ho particolare ritrosia nell’affrontare i silenzi delle tombe, anzi l’ovattata atmosfera dell’ambiente dona al lavoro un ritmo meno serrato ed una attenzione altrimenti meno costante in altri consessi. Sono nella cappella di famiglia di un mio amico e lavoro alla sua sistemazione. La cancellata principale si apre ed entra un camioncino dei necrofori. Si tratta delle solite operazioni che loro definiscono di routine, come la riesumazione di resti umani sepolti da anni per la conservazione nell’ossario, in modo da liberare posti per i morti che saranno. I morti nonostante abbiano in sé la fine della nozione di tempo, possono essere riportati per epoche e stili di inumazione. Ma questo è un cimitero particolare. Nei volti, nelle età che leggo avidamente sulle lapidi, è raccontata una storia di estrema miseria e di emigrazione. Una zona estremamente povera che ha visto il partire per altre nazioni come possibilità di salvezza. Chi è rimasto è stato stretto nella morsa della malattia, della povertà. Così negli sguardi di questi uomini, queste donne, miei coetanei, ma così vecchi da sembrare miei trisavoli, ritrovo le carestie di queste paese, dove oggi vengono a morire solo i pensionati. Le foto in bianco e nero, sono scattate, come in un macabro rituale, sul letto di morte. Una fila di bambini, stretti nelle loro fasce, gli occhi serrati nel freddo del nulla, vecchie con il fazzoletto nero, le mascelle strette, gli spigoli duri delle fronti. Forse è il mio Abruzzo, quello che non ho mai voluto vedere. C’è una sorta di strana assonanza con la Basilicata dei Sassi di Matera, quella della civiltà del destino ineludibile, della vita come peso, dell’inanità sugli eventi. Una voce mi risveglia dai miei pensieri. Il necroforo ha bisogno di me. Mi chiede se ho un demolitore perché la lapide della cappella non viene giù. Mi adopero per aiutarli, visto che ho gelosia di riavere i miei attrezzi. Si lavora con delle mascherine e già la cassetta per le ossa che verranno trovate è aperta sul prato vicino. La lapide cede, dalle polverose macerie emerge una vecchia cassa, di quelle intarsiate, ancora laccata di lucido. La scendiamo in tre. La cassa è pesante, e stranamente, non si è sfondata. Mi racconta il becchino preoccupato che di solito una cassa si sfonda a causa della corrosione da parte del liquido di putrefazione. Il fatto che la cassa sia intera, vuol dire che il processo non si è compiuto. Ci mettiamo i guanti. Un giovane necroforo, secco ed allampanato, inizia a rompere il legno della bara. Ai nostri occhi appare come un bozzolo, l’involucro rigonfio di zinco. Sembra una bomba in procinto di scoppiare. Ci guardiamo con sempre maggiore preoccupazione. Con una martellina molto affilata, si inizia ad aprire la lamiera come fosse una scatoletta di tonno. Veniamo investiti dal puzzo della morte. Un puzzo di morte antica che si propaga immediatamente in tutta l’area circostante. Sotto il sole del pallido autunno, riusciamo a malapena in una confusa identificazione dell’ammasso che ci troviamo davanti: la cassa, stranamente , non contiene un morto ma due. Nel liquame putrido, di ossa, vestiti impregnati di una fanghiglia marrone, un tempo carne viva, due corpi,una moglie ed una marito, morti a poca di stanza di tempo, condividono la stessa tomba, divisi da uno strato di zinco ormai consunto. Sotto la moglie, si vede una melma verdastra nella quale galleggiano le ossa del congiunto. Lo spettacolo riesce ad impressionare anche il più vecchio tra i becchini. Non si può tornare indietro. Così, muniti di guanti, tuta e maschere si procede ad estrarre queste ossa ancora inzuppate, per comporle nelle cassette dell’ossario. Più tardi, i tecnici della disinfestazione provvederanno a bonificare l’area. E’ difficile avere il ricordo degli odori, se questi non vengono richiamati alla memoria da un odore simile. Nonostante la tuta e due bagni consecutivi, mi sento nelle narici un olezzo indelebile che impregna qualsiasi cosa mi arrivi alla vista. Mi guardo allo specchio e vedo me stesso, annegato, in quella mota putrida. Vedo il mio corpo, lo vedocambiato rispetto a quello che avevo da giovane, lo prevedo vecchio, cadente, lo vedo morto. Tutto quello che sono, quello che sento, tra qualche anno sarà solo un fastidioso affare per un becchino svogliato.

La patente del kazzo 1987

Di solito mi siedo in soggiorno dopo pranzo, dove ho una vecchia pipa che ho imparato a fumare in modo totalmente errato. Aspiro profondamente il fumo che ne scaturisce, ciò prostrandomi in uno stato di torpore liquido e postsega, accostabile alle magiche pozioni di “Paura e delirio a Las Vegas”. Il tutto associato ad abbondanti libagioni di pessimo lambrusco da supermercato, che data la giovane eta` e l`ignoranza in materia, reputo essere vino di classe, non sapendo che di vino, all`interno delle bottiglie ce ne sia ben poco, sostituito da strane polveri di scarto di altoforno. La mia specialità sono delle squallide fettuccine all`uovo con ragu` ottenuto dalla soffrittura di pancetta e salsicce in litri d`olio e chili d`aglio, ottenendo una mistura capace di otturare le arterie in decimi di secondo, ma soprattutto ottenendo la scusa “blocco del traffico”. Questi pasti consentono di non cagare per tre giorni. In passato ho tentato di acquistare le lasagne pronte, ma i risultati sono stati da ricovero per un intero ostello di studenti. Invece di sbollentare le lasagne per poi metterle nella pirofila, ho pensato di condirle con il sugo e di metterle in forno direttamente. Dopo un`ora , constatando la crudita` totale delle stesse tipo onduline di eternit, le ho mangiate insieme ad i miei compagni di sventura, rimanendo bloccato sul letto fino a sera in preda a forti dolori addominali e meteorismo a base di gas solforosi. Questa dieta universitaria, quando non sia associata alla frequentazione della mensa a mille lire, provoca la formazione di un addome che non necessariamente coincide con un ingrassamento generale. L`aspetto che si ottiene e` quello tipico del carpentiere che conosce solo l`utilizzo della birra come dissetante, cosce e mani sufficientemente magre e toniche, panzetta scesa e rotonda, che si abbronza alle prime scamiciate estive, porchettandosi leggermente se è glabra. Forte delle mie nozioni di cucina, decido di invitare il Rossi e company nel salotto buono. La cena si trascina miseramente tra il baccano licenzioso dei commensali che ammiccano peccaminosamente nei confronti della vecchia badante. Si fanno rozze insinuazioni sul fatto che io sovente possa consolare con prestazioni sessuali la sua vetusta solitudine, ribadisco la mia totale estraneita` ai fatti e confermo la ricerca di pelo giovanile possibilmente iseffino. Per evitare la devastazione delle antiche suppellettili, propongo un`iniziativa che subito raccoglie consensi tra i celebranti: un pornazzo al cinema , visto in gruppo. Siamo una decine e ci rechiamo chiassosi verso l`ultimo spettacolo. Nella sala poche persone sparse si vedono rimanere in gola la soporifera sega prima della nanna. Il film si intitola “ Donne inquiete” e rappresenta l`ultima scala della qualità amatoriale dal punto di vista scenografico, cinematografico e letterario. La trama e` quantomeno risibile come può esserlo la vita di Emilio Fede: Una prostituta ricercatrice installa telecamere nella sua alcova di lavoro per riprendere vizi e virtù sessuali dei suoi clienti. Finirà malmenata da un maniaco che la sottoporrà a pratiche anali ed orali sfiancanti ed ossessive, Inutile raccontare il volume sonoro dei nostri commenti e delle nostre risate, il che innervosisce gli altri spettatori, i quali più volte ci intimano di stare zitti, perchè non riescono a seguire i dialoghi, manco ai cinema d`essai. Nel trambusto di qualcosa che non ci riesce a provocare neanche una timida erezione ma solo una bromurosa ilarità, ci dimeniamo sulle poltroncine del cinema. Solo la mattina dopo mi accorgo di aver smarrito la patente e mi rendo conto amaramente che l`unico posto dove questo e` avvenuto può essere stato solo il cinema. Con estrema mestizia, sono costretto ad una pericolosa ricerca tra i sedili della sala, dove alcuni addetti alle pulizia, coscienti della programmazione serale in corso, riescono ad equivocare malignamente la cinematica dello smarrimento dei miei documenti. Dopo aver incontrato una serie di sborrate quasi secche, trovo i miei documenti intonsi e me ne vado tra il rossore, ritenendo fiato sprecato il tentativo di giustificarmi davanti a madri di famiglia con lo straccio in mano.

Il Manuale di quello che è stato

Mi rinchiusi nella vecchia casa dei nonni, per una ventina di giorni, nell’estate del 1990. Un vecchio edificio in pietra della Majella, con una torre di vedetta che si affacciava sulla valle, verso il lago. In quel luogo, che era stato una vecchia osteria, respiravo ancora la storia della mia famiglia, sentendo sotto i miei piedi il monolite della stirpe e della inamovibilità delle cose. Volevo fare manutenzione, in una sorta di riconoscenza rispetto verso gli avi, che tanta fatica avevano fatto nel costruire quel caseggiato. Nella quiete del paese, interdetto al traffico veicolare e nel quale, il tempo era scandito dalla vecchia campane della chiesa, avevo un solo compagno: il registratore. Da Ortona mi ero portato due cassette: una era il disco di esordio come solista di Steve Wynn (Dream Syindicate) e l’altra era il disco solista di Bob Mould (Husker Du). Così mentre lavoravo a tinteggiature, pitturazioni, serrature, tubazioni, porte, finestre, cantine in disordine, quella era la mia colonna sonora. Non tardai molto ad esprimere la mia prefernza verso il disco di Mould. Capivo e le condizioni nelle quali era nato quel disco. lo scioglimento degli Husker Du, le incomprensioni con Hart, sempre più preso dall’eroina, il bisogno di stabilire dei silenzi, dopo l’uragano elettrico di uno dei due gruppi punk da me preferiti di sempre (l’altro erano gli X). “Workbook” era un disco acustico, vagamente crepuscolare, pieno della consapevolezza di una gioventù agli sgoccioli. Io avevo 22 anni e non riuscivo a comprendere completamente cosa volesse dire, diventare adulti. Questo disco mi aiutò molto, mi donò la capacità di vivere quel tempo, sapendo che sarebbe stato quello in quel momento e mai più. Grazie alla pratica “Zen” dei lavori di casa, riuscì a dare una dimensione alle ore, anche senza l’orologio. Il disco di Mould non era un vero capolavoro, intendiamoci. Sono pronto a scommettere però, che ognuno di voi conserva nella memoria, dischi imperfetti musicalmente, ma perfetti per determinate fasi della propria vita. Riesco a conservare il ricordo, dunque, il ricordo del periodo legato a quel disco.

La Costituzione Ortonese

(Ripari di Giobbe – Spiaggia Privata)

Articolo 1 – “Ortona è una cittadina fondata sul tufo e come tale deve essere governata da individui dal cervello della stessa materia”.

Articolo 2 – “E’ un dovere dei cittadini ortonesi appoggiare e sostenere il successo e l’arricchimento personale degli amministratori”

Articolo 3 – “E’ un dovere degli ortonesi essere arroganti con i deboli e servili con i prepotenti”

Articolo 4 – “La facciata è imperativo, la sostanza ostativo”

Articolo 5 – ” Il tempo cancella la memoria, lava i curriculum delle famiglie”

Articolo 6 – “Ad Ortona è lecito fare sesso con chiunque, è illecito sposarsi tra individui che non siano dello stesso rango sociale”.

Articolo 7 – “Ad Ortona è vietata la libera impresa, è lecito e lodevole il conflitto di interessi”.

Articolo 8 – “Ad Ortona è degno di ostracismo chiunque la pensi diversamente dagli altri”.

Articolo 9 -” Ad Ortona il sonno della ragione…fa comodo ai mostri”.

Tratto da ” Il codice dei ortonesi prescelti da Dio

per approfondimenti
http://maurovanni.blogspot.com/2009/05/corriamo-ai-ripari.html

La prima volta

La prima volta che l’ho tradita, è stato all’inizio del 2009. A capodanno ero stato con lei tutta la notte, davanti a tutti, a raccontare la nostra storia che durava ormai da ventisette anni. Con lei gli inizi furono quelli di due sconosciuti che hanno sempre vissuto vite parallele. Ci incontrammo perchè volevo essere come gli amici che stimavo e che già ne possedevano una. All’inizio mi chiudevo in camera con lei ma, come tutti gli adolescenti, al desiderio subentrava una impossibilità di stare con lei completamente. Era come un frutto duro da sbucciare, il quale al suo interno, possiede dolci segreti. Iniziò una lunga lotta fatta di lasciare e prendere. Con lei non andavo mai alle feste e tutti mi chiedevano come mai. Non mi sarei mai permesso di mostrarla agli altri, troppo pudore, troppa vergogna. Poi iniziai timidamente a confrontarla con le altre. Riusciì finalmente a portarla con me al primo concerto. Fu una serata indimenticabile, avevo diciassette anni. Ci giurammo amore eterno. Ero solo all’Università e lei era la mia unica compagna. Lì sul letto la prendevo quando ne avevo voglia e lei era sempre disponibile, senza chiedere mai nulla in cambio. Mi salvò dalla pazzia. Da lei potevo ottenere l’oblìo. Tornai dai miei ed iniziai una nuova vita insieme a lei. Eravamo una cosa sola, in tutte le situazioni. Molti iniziarono a conoscermi grazie a lei ed in seguito la sua presenza riuscì a salvare dai problemi economici. Era insostituibile. Nonostante fossi sposato, c’era posto anche per lei nella mia vita e non mi faceva pesare questa condizione. Quando c’era qualche evento, io ero con lei e tutti sapevano che da lei avrei potuto dare qualcosa anche agli altri. Tutti i giorni, per questi ventisette anni. Di colpo, il due gennaio duemilanove, la prendo come ogni giorno. Provo un brivido. Da lei non esce nulla. Ne’ emozioni nè sensazioni. La lascio lì. La chiudo. La tolgo dalla mia vista, dalla mia casa. Mi sento tradito da lei o forse sono io che l’ho tradita. Non la vedo più per tre mesi. Tutti a casa sono sconvolti dalla sua assenza: mia moglie, le mie figlie. Loro mi hanno conosciuto sempre con lei e non comprendono. Non comprendono questo individuo che di colpo si priva di qualcosa che è indissolubilmente legato alla sua vita. Sabato scorso però, ho capito che non potevo fare a meno di lei e lei mi ha accolto di nuovo come una vecchia amante la quale aspetta con pazienza l’amato, sapendo bene che lui, tornerà. Così, quando ho attaccato il jack sul palco, davanti a tutti e tutti hanno applaudito, è stato di nuovo amore. Io e la mia chitarra.

Perdono 2009

Spett.le San Tommaso,
quest’anno ti è andata di merda.
Non ti aspettare grandi cose.
Lo so, eri abituato bene,
d’altra parte molto
avevi fatto per questo paese.
Ti ricordi le palle di cannone trasformate in arance, oppure tutti quei zijani
che venivano
alla tua festa e spendevano
molti soldi in città?
Stavolta i cittadini tuoi protetti
hanno fatto quello che molte persone
a L’Aquila hanno tentato di fare: gli sciacalli.
Con la scusa del terremoto, hanno passato per sobrietà
e parsimonia il fatto che nelle casse comunali non ci fossero soldi.
Così hanno usato gli altri concittadini per riempire i cartelloni.
Quei concittadini che suonano, cantano, recitano e che di solito,
quando ci sono i denari, non vengono mai chiamati a partecipare.
San Tommaso utilizzano il tuo nome per coprire le mancanze nei confronti degli Ortonesi. Hanno governato la città come governerebbero la manovella del videopoker, hanno mandato all’acqua delle kozze lavoro, commercio, urbanistica, cultura e forse anche la figa. Li hai visti arrivare trafelati in Chiesa da te, il Sabato sera o la domenica mattina, a sciacquarsi le mani nell’acquasantiera. Si sono riempiti la bocca con il tuo nome e con la tua faccia hanno confezionato simpatici manifesti. Ti hanno fatto a pezzi e utilizzato a tranci come un pesce, buono per ogni cottura ed ogni occasione. Detto questo, quando ti esporranno per l’Orientale, a preveder la buona o cattiva annata, dal colore del busto, ti prego manda un’onda anomala gigantesca e trascinali in alto mare, affinchè possano levarsi dalle palle.
Solo così potrai salvare Ortona dal disastro.
Ti ringrazio San Tommaso
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