Un tipo da spiaggia

Sul boulevard, sfrecciano glutei di signorine con i pattini, mentre le alte palme, tagliate fino ai ciuffi, si piegano leggermente, alla leggera brezza dell’Oceano. Da lontano arriva l’odore dei wurstel sulla piastra di un furgoncino di hot dog. Tra il chiasso, i gelati, gente che corre, si sente il pizzicare ritmico di una chitarra acustica. Un vecchio, cappello di paglia, barba bianca, leggermente piegato sullo strumento intona la sua canzone. Ogni strofa viene descritta dalla sua testa che si alza, inclinandosi leggermente, lasciando scorgere gli occhi chiusi di un negro , dalle sopracciglia canute. Una unghia lunghissima, segna il ritmo sui bassi, mentre la voce gutturale, rauca, dolorante del vecchio riempie l’aria fino ad immobilizzare gli ascoltatori. Ci sono dei padri, che tengono i bambini davanti, come se quella musica fosse un taumaturgico elisir per qualche malattia infantile. La gente applaude. Il vecchio non vorrebbe tenere davanti ai suoi piedi quella cassetta, dove generosi gli spettatori gettano i loro dollari. Ma il vecchio deve mantenere la sua famiglia. Sa fare solo quello: suonare. Poco importa se a sera, con quei tramonti lunghi che non finiscono mai, quando la spiaggia si svuota, saluta il suo amico italiano, quello del camioncino degli hot dog, chiude la chitarra nella custodia e lento si avvia lontano dal mare, per tornare alla sua vecchia casa di legno con il giardino non curato. Arriveranno un giorno i soldi, forse ci vorranno anni e lui, aspetterà, per i “prossimi cento anni”.

La confessione

La libreria era piena. Padre Camillo ficcò con forza l’ultimo quaderno che aveva appena terminato. Il quaderno era uguale a tutti quelli che riempivano quegli scaffali: nero, piccolo, anonimo come le altre decine di quaderni. Anche l’ultimo peccato completava l’ultima pagina. Il parroco li archiviava da vent’anni. Un buco nel confessionale faceva il resto. Il prete riusciva a veder il peccatore. A sera ,nella sua camera, annotava, descriveva, ricordava. Le pagine di quei diari erano la triste realtà di quel posto con pochi cristiani e molti praticanti. La cosa singolare era che Padre Camillo, non rileggeva mai quello che aveva scritto. Lasciava tutto lì, nella pagina, per qualche improbabile erede, qualcuno che avesse vent’anni di tempo per sbirciare nelle mediocrità del popolo. Quella mattina faceva freddo in chiesa. Qualche devoto era seduto sugli sgabelli e Padre Camillo si andò a mettere nel confessionale. Sarebbe venuto qualcuno. Sentì le ginocchia poggiarsi sul legno. Fu allora che dette una sbirciatina nel buco. Ma non vide la persona in faccia. Era alta e portava un abito scuro come il fondo della navata. Parlò. Quella voce, il prete , non l’aveva mai sentita. Sembrava di ascoltare mille peccati del mondo. Da quelle parole, arrivavano alla mente del sacerdote, ricordi lontani, forse sovrapposizioni, forse coincidenze. Non se ne curò molto. A sera, nella sua camera provò a decifrare il senso di quei racconti. Il nuovo quaderno era appena iniziato, con quella massa di peccati usciti dalla bocca dello sconosciuto. Lo sconosciuto arrivò anche il giorno seguente. Tornò per giorni e giorni. Il quaderno stava per finire. Questa volta, Padre Camillo lo aveva riempito velocemente. Fu quella sera. Padre Camillo era all’ultima pagina, ma era stanco. Tentò di rimettere a posto il quaderno nello scaffale. Spinse, facendo forza ,sulla costa di quel registro rigido e consunto. Ma il quaderno non entrava nella fila. Spinse ancora di più e fu allora che la sedia cedette sotto i suoi piedi facendo cadere l’intero scaffale ed il suo contenuto. Padre Camillo si ritrovò sotto la pila di quaderni vecchi. Aveva ancora quello nuovo in mano. Ce ne erano molti aperti per terra. Con un gesto di stizza, scagliò quello che stringeva per terra. Anche questo si aprì al fianco di un altro. Padre Camillo gelò. La pagina era scritta in maniera identica. Sembrava una copia perfetta l’uno dell’altro. Il prete afferrò il quaderno più vecchio…era il primo quaderno che aveva compilato vent’anni prima! Ebbe un mancamento, cadde sul mucchio di carta. Si ricordò il delirio di quella notte, si ricordò di aver vagato tra i banchi della chiesa leggendo ad alta voce quel quaderno. Ora era seduto nel confessionale. Aspettava solo che arrivasse. Sentì il legno adagiarsi sotto il peso. La voce era quello di qualcuno che imperioso detta l’ultima pagina di un quaderno incompleto. Impazzì dal terrore, quando l’essere, dall’altra parte del confessionale chiese a padre Camillo: « Hai altro da confessare, prete?». Un ghigno malefico, coprì le urla del sacerdote…

L’invisibile 1986 / 1987

(Continua dal post precedente…)
Nel frattempo, le notti brave aquilane, si susseguono. La sfida piu` grande e ` quella di resistere un giorno intero, senza mangiare, ingurgitando gli alcolici piu` disparati. Si inizia con la sveglia alle 11.00, dato che frequentare le lezioni all`Universita` e` ormai inutile. Per colazione si va al bar, ordinando un paio di Cuba Libre con molta Cuba e poco libre, facendo attenzione a mangiare le patatine e le olive da stuzzichino. Dopo il primo effetto corroborante delle bevande, inizia la fase empatica che permette di arrivare in buona compagnia fino all`aperitivo prima di pranzo. A quei tempi nel bar “da Toni” per il Corso e ` facile trovare cocktail a poco prezzo. Esiste in commercio un liquore dal nome Kibowi, un misto di vodka e Kiwi, imbevibile ma utile per tenere alto il morale e la temperatura. Dato che incontro Gasba e gli altri, la bevuta in compagnia permette di sparare alcune tra le piu` storiche cazzate del centro sud. A L`Aquila tutti quelli che conosco, bevono in maniera industriale. Di Acqua non si sente parlare e qualcuno la ricorda come qualcosa di associato al sapone , durante le abluzioni. Bere e` necessario per alcuni motivi : un Innalzamento illusorio della temperatura corporea, un approccio disinibito all`altro sesso, che di questi tempi e` cosi` distante, una sensazione di sazieta`, che permetta , fatti I conti , di risparmiare un pranzo, non meno tossico dell`alcool, alla mensa universitaria. Il cocktail, si protrae fino alle 13,45, momento nel quale gli altri vanno a casa a pranzare ed io rimango intontito a gironzolare, per piazza Duomo, tra le bucce del mercato ormai smantellato ed I netturbini. fatto questo mi trascino a casa per un`ora, dove prendo possesso di grappe affumicate col ranuncolo, nello scaffale della vecchia o qualche fondo di rosato pseudosalentino, o addirittura il famoso Lambrusco Zonin utile per sciacquare la catena della bicicletta. La situazione si fa interessante. Inizio a piangere per qualche amore perso tra le seghe liceali o qualche disgrazia della serie che ci sto a fare qui. Questo con il sottofondo dei Nasty Savage o dell`ennesimo disco dei Candlemass. Esco verso le 16,45 verso il solito bar per il te` aggiustato al brandy. Vi sono molte opzioni nel bel mezzo del mal di testa che mi stringe le tempie da ore: un caffe` con fernet, un cioccolato con meta` stravecchio, un meta` stravecchio. decido uno stravecchio intero senza cioccolato. Sono mosca da bar fino alle 18, 30. Per darmi un contegno mi faccio una passeggiata per andare trovare qualche matricola fancazzista come me. Trovo Peppe da Carsoli o Emilio di Lanciano,. Emilio devo dire che si impegna, e` in casa con altri 3 studenti di Ingegneria e sono sicuro che riuscira`. C`ha un vecchio disco degli Scorpions con I fratelli Schenker: “Lonesome crow`. Dopo aver rotto i coglioni, vengo cacciato gentilmente perche` puzzo di alcool a morte e ho i capelli lunghi. Ritorno per il Corso, verso le 19,30. Gli altri sono gia` a livello. Non sono da meno ed entro nel bar dove inizio la serie dei prosecchi e salatini. Alle 20,30 sono cotto e l`unica cosa da fare e` passeggiare alla temperatura di 1 o 2 gradi per riacquisire dignita` sufficiente per il dopocena. Ci sono alcune possibilita` per sopravvivere al break tra il prima ed il dopo cena degli altri. Il walkman a palla lungo Via Sallustio o le chiavi del Naftabenza, una cantinaccia dove facciamo le prove in vari gruppi. Verso le 22,00 raggiungo con il fegato supplicante il Bar Dante all`angolo di Piazza Duomo vicino le poste centrali. Berardo e gli amici del dopo cena sono gia` li`. Quelli che conosco a L`Aquila, si possono dividere a seconda degli orari. Ci sono alcuni che vedo solo la mattina, altri la sera prima di cena ed altri dopo cena. Gli amici al bar sono quelli che ti danno la buonanotte in tutti I sensi. Sono quelli che mi offrono “L`invisibile”. L”Invisibile e` una bevanda totale dal gusto e dall`effetto simili alla formalina. Ci si sente, infatti, come una mummia, dopo il primo sorso. La bevanda si chiama invisibile perche` appare totalmente trasparente. Essa viene miscelata in un bicchiere della cedrata, liscio ed ampio, mixando vodka, gin, rum, coca buton. E` obbligo per la vittima berla tutto d`un fiato, e` la sua quantita` si aggira circa sugli 0,33 cl. Questo spiega il senso di rapimento mistico dal quale si viene catturati dopo la sua veloce ingestione. Fatto questo il sottoscritto e` pronto per divenire, in piena Piazza Duomo, il Crash test dummy umano. vengo posto al centro tra le due fontane ed i miei amici, tra i quali due cinture nere e due cugini di Chuck Norris, compiono su di me tutti gli esercizi del primo volume dell`opera omnia di Bruce Lee. Non sento dolore perche` non c`e dolore, sono estraneo al mio corpo, ed osservo la scena dall`alto. Odo le urla di stizza dei miei carnefici, i quali non si capacitano della mia insensibilita` ai colpi piu` proibiti. Rido, rido, convinto di aver lasciato le mie ghiandole surrenali a casa sul comodino. Di Tutto questo mi ricordo la mattina dopo, quando tento di alzarmi dal letto. Mi guardo allo specchio. Sono nero a chiazze. Terribili lividi mi ricoprono il busto e la schiena. Ci vuole un goccetto.

La vera dinamite del Sig. Marrone

Continuo a parlare di amici. Quelli veri. Ne ho pochi in carne ed ossa e ne ho alcuni, selezionati, nella musica. Un uomo che ha cambiato il modo di vedere la musica. Il vero eroe, dal basso ventre in giù. Ma la vita non è facile. Non sempre hai le stesse vibrazioni. Una volta mi improvvisai Dj. Era il periodo in cui andavano i Litfiba, quelli di El Diablo. Tutti volevano ballare questa monotona canzone, ammaliati dalla ruffianeria di un Pelù, il quale seriamente stava accumulando soldi per la pensione. In questa mega palestra, dove giovani adolescenti dalle ascelle putride, si dimenavano, manco fossero alla sagra dei tarantolati, tentai la missione impossibile della mia vita: Misi un Cd di James Brown con la sua Sex Machine. Credevo ci sarebbe stato il delirio, non ripetevo possibile altro, non credevo realizzabile, quello che subito i miei occhi videro: tutti si fermarono, senza tentare minimamente di lasciarsi trasportare dalla “canzone funk definitva”. Era una scena ridicola. Nell’immobilità totale della folla, un unico scemo, cretino, ad occhi chiusi, si stava dimenando come Lenny Kravitz probabilmente ha fatto dietro il sedere della Kidman: ero io. Decine di paia di occhi mi fissavano con commiserazione, tra un sempre più potente mormorio generale. Mi fermai, per sempre. Per me, la stagione delle feste era finita. Avevo capito che nulla era stato capito. Guardai la palestra di teste ondeggianti al ritmo di Shaggy prontamente messo nel lettore e capii che nulla sarebbe stato come prima. Ora, non chiedete a me, cosa può riservare la vita agli sfortunati i quali non riescono a sentire la musica, non mi interesso di loro. Ma se siete convinti che il Sig. Marrone sia uno dei grandi pilastri della negritudine musicale, voglio consigliarvi di studiare la sua prima vita, quella di un bluesman, come pochi sulla terra. E’ un disco comprato per caso e, come molte cose per caso, è stato uno dei più incredibili regali mi sia potuto fare. Auguri.

Alacre

Poffare me ne accorsi! Era tempo che la crepa crepava assai.
Nugoli di pargoli, frugoli, sotto la vetusta trave lì lì per il nefando crollo, kazzo…che terrazzo.
Si infiltra l’acqua meteorica, di pioggie al fregavento, senza il riscaldamento cadono i calcinacci…
dai, dai con quegli stracci oh bidella! Asciuga la cartella, del povero bambino…
Le mandrie di ingegneri, alacri più di ieri, quando firmavano progetti a scatola chiusa,
d’altra parte in tutto Abruzzo è pratica adusa, abusa, confusa, non refusa,
se la pecunia mi accrediti alla banca, la mano non si stanca
di timbrare le pratiche noiose…
Dottò!Andiamo a veder in cantiere il carpentiere che fa il suo mestiere?
Ma fammi piacere! Rimango qui a sedere, tanto tutto si regge a dovere, c’ho la laurea da ingegnere, ogni forza della natura è in mio potere.
Ora i sindaci dalle notti insonni, fanno controlli, le prove, cautelano le chiappe, rivestono sederi, affinchè le prove penetrometriche ai loro deretani non fatte siano…
Architetto, ha visto quel tetto? Pende , pende assai! Ma che sarà mai! E’ una scelta voluta, come una facciata barocca fronzoluta. Dica c’è cemento nel pilastro?
Potrebbe accader un disastro!
Tanto non si vede, a fargli una pittura si fa la bella figura, ogni autunno,
gli diamo una leccata, facciamo ai genitori cosa grata.
Ma cosa accade un terremoto!!
Fammi grattar lo scroto, anche se mi pare vuoto!

Ed ora che facciamo?

Le aule son pesanti ed i bambini tanti…
Chiudiamo questa scuola, si faccia lezione sulla antistante aiuola,
tanto i figli miei studiano al collegio dalle suore, che là nessuno muore!
Se non fosse stato per la scossa, non avrei fatto una mossa.
I figli sono degli altri, se schiattano sotto un solaio, io di certo non passo un guaio.
Basta dare la colpa a qualche tecnico vetusto, di quelli di una volta,
un tecnico defunto, responsabile presunto.
Se invece nulla avrà a crollare,
io tirerò a campare.

Mi viene a trovare

Papà mi viene a trovare. Silenti le suole di gomma sul linoleum sconnesso dell’Ospedale. Reca una busta, stretta dietro la schiena, le mani unite. Una coppetta di gelato, di quelle col biscotto finale. C’è un tumore che porta dietro, al bronco ed al polmone sinistro. Anche questo mi porta, come il gelato. Non sono in camera. Mani forzute e stanche del mio essere prono, mi hanno adagiato su una vecchia carrozzella. Dicono che devono disinfettare la stanza. Posano il mio Cristo vivo, sulla nappa sdrucita del sedile, con l’asciugamano sotto al culo. Con la mano del braccio ingessato, pinzo la ruota per spingermi. Fuggo dal corridoio del reparto, su questa carrozza da storpi, in mutande. Le labbra del taglio alla milza, cucite come un arrosto di Pasqua, rossastre di croste e infezioni guarite, si riflettono sul vetro della porta. Le guardo passando, ruotando, ruttando bestemmie alla Madonna di gesso con fiori di plastica, all’ingresso. Se spegni i pensieri, su una vita intera di carrozzella, l’esercizio del moto seduti, anche piacevole potrebbe apparire. Ma subito torni al volto dell’amico tuo, in catene sulle rotelle, incastrarsi tra il marciapiede e la ruota di un Suv, deriso da ragazzine, che avrebbe potuto avere in mezzo alle gambe, se funzionassero. La vedi e senti, istantanea, la scossa dell’arnese che ti trasporta, come un insetto urticante. Il tuo corpo la respinge. Guardo oltre la vetrata di una sala d’aspetto deserta nel mattino estivo di sanatorio. Lo vedo, papà, uscire dall’ascensore, col sacchetto. Non si accorge di me. Non mi vede sulla carrozzella, non vorrebbe vedermi e così il suo cervello offusca ed annienta la possibilità di un figlio burattino, fantoccio, cosa morta su ruote. Poi si gira, senza parole, realizza. Volto grigio, rughe marroni. Alza la mano, odora ancora dell’ultima sigaretta fumata all’entrata, due dita gialle, mi tirano indietro i capelli. Vorrei non vedesse. Mi spinge in camera. Il gelato si scioglie.

L’amico mio più caro


Non mi importa se ci siamo incontrati quando sei morto. Sulla bordo della fontana a capo Piazza, a L’Aquila, io ragazzetto, sfogliavo l’ultimo Buscadero, come la santa reliquia. Era una giornata di marzo del 1984 e non so come mi trovassi là, forse un sabato pomeriggio, a far visita ai nonni, arrivando da Ortona. Lessi questo articolo, con qualche commento della buonanima di Guido Toffoletti e subitò capii che c’era qualcosa di diverso dalle menate da Rockstar di un Eric Clapton, in procinto di cavalcare gli 80 ed i 90 con la giacca nuova di Armani sulle spalle e una mano sul culo della Del Santo. Alexis Korner è morto a Capodanno in un ospedale di Londra, aveva 55 anni. Come mai nessuno mi aveva avvertito della presenza di questo individuo? Iniziai una ricerca vinilica che portò soddisfazioni nulle alla mia discoteca. Intanto si ammucchiavano sullo scaffale di casa robe del tipo John Mayall, Whitesnake, Rolling Stones, Led Zeppelin, Free, Small Faces. Non comprendevo: perchè non riuscivo a trovare niente di Korner? Lo dimenticai, citandolo solo in qualche discussione tra bluesofili, ma in realtà, nessuno di noi, sapeva un accidente di lui. Passarono gli anni e terminarono i tempi d’oro del collezionismo. Nel 1994, perso nelle enormità di un centro commerciale qualsiasi del pescarese, mi ritrovai a rovistare in quegli enormi cestoni dove vengono ammassati centinaia di cd in offerta in una sorta di babele dei generi, che farebbe rabbrividire uno Scaruffi. Tra un vecchietto che stringeva nelle mani il live in Molfetta di Reitano e la signora-bodrilla con la compilation “80vogliaDiscoParty”, mi capitò uno di quei miracoli che non si avverano neanche nella vecchia Carnaby Street: un doppio cd Rosso/blu, denominato “Alexis Korner & Friends”. Fu allora che dimenticai la mia compagna al bancone della verdura, per correre alla cassa e subito dopo all’auto, per godere dell’amico conosciuto e mai frequentato. Dopo un mese di ascolti continui, riuscì a capire chi era veramente Alexis Korner e cosa avevano in comune con lui tanti gruppi inglesi: aveva iniziato un giovane Robert Plant (operator), era amico di Richards e stava per sostituire Brian Jones (Jagger non volle), aveva incitato Mayall e farsi sotto con il blues, aveva lanciato un giovane Paul Rodgers (Free, Bad Company, Queen), suonava con Hodgkinson (Whitesnake) ed era amico di Steve Marriott (Small Faces, Humble Pie) era il vero padre del British Blues. Un grande anche da solo, con l’ausilio della chitarra acustica. Ascoltate “Spoonful” per voce e chitarra e capirete perchè si può prendere a sberle Zucchero quando dice di essere un bluesman.

Nascita della fanzine

Ero indeciso se continuare a raccontare questa storia, dopo quello che è accaduto a L’Aquila, il luogo dove questi fatti sono maturati. Spero comprendiate che i miei post siano un risultato delle storie dei miei nonni e della mia storia personale. L’Aquila, oltre ad essere il mio paese natale, è il posto dei miei ricordi d’infanzia migliori e delle mie “trasgressioni” giovanili. Credo di fare giustizia anche ai miei amici aquilani, se perseguirò nel fine di tessere memorie di avvenimenti di un quarto di secolo fa eppure, alla luce del terremoto, così lontani tanto da appartenere ad un “prima” che mai più tornerà.

Iron Maiden / Wasp 1986 e nascita del primo numero della fanzine Rubbish

Abbiamo notato in molti negozi che frequentiamo, la presenza di giornali ciclostilati fatti dagli appassionati di musica di ogni genere: le fanzine. Soprattutto i punk hanno una editoria underground molto sviluppata: le fanzine hanno molti vantaggi: sono fatte dagli ascoltatori, da coloro che acquistano i dischi e quindi i più liberi di parlarne male , a differenza di molti giornalisti “guidati” dalle case discografiche. Non sono sottoposte a censura perchè molto spesso essendo riviste pirata possono avere linguaggi fuori dagli schemi, riescono a far conoscere anche gruppi che non vengono considerati dalle testate maggiori e soprattutto sono molto seguite dai fan per una impostazione grafiche semplificata a volte, dadaista, infantile, ma fottutamente genuina. Iniziamo, assieme a Marco , del quale scopro insospettate qualità di musicista e fumettista, a creare le bozze per una sorta di indice di argomenti e rubriche da trattare. Nel frattempo c`e` la storica trasferta del “Somewhere on tour” degli Iron Maiden assieme ai Wasp a Napoli, ultima data del loro tour. Partiamo con la Ritmo diesel di Berardo. Arriviamo in una citta` caotica, dove le macchine girano senza targhe e per arrivare a Fuorigrotta ci vuole piu` tempo che per arrivare da L`Aquila. Mi sono fatto un giaccone di Jeans da spacciatore portoricano con una enorme pezza degli Slayer dietro e un soprannome che e` tutto un programma : “Droga”. Ho la mia solita maglietta dei Venom di “Black Metal” e un paio di scarpe da basket alte bianche e nere con jeans neri a sigaretta più cintura di borchie: sono un metallaro degli anni `80! Arriviamo davanti al palazzetto in un clima molto teso, fuori i bagarini vendono biglietti falsi tipo “banda degli onesti”. Alcuni spettatori sono ammucchiati davanti i cancelli da ore. Di fronte i carabinieri li provocano in continuazione e fanno lo stesso con me, quando mi avvicino. La pressione e` insopportabile. alcuni svengono, rimanendo in piedi, incastrati tra la folla. Piovono i primi insulti e le prime reazioni, dovute alla lentezza dell`ingresso al concerto. Parte la prima carica dopo la nostra spinta. Scappo non so dove. Al mio fianco un ragazzo terrorizzato inseguito da un carabiniere con un tubo da impalcatura in mano. Lo colpisce alla gamba spezzandogliela. Sento solo il vento dell`arnese brandito in aria ed il tonfo di un corpo che cade a terra. Ritentiamo l`ingresso dopo alcuni minuti. Il concerto e` nella norma. Si sente che Dickinson e compagni sono stanchi. Meglio i Wasp che rompono il culo a duemila. Dopo concerto con hot dog partenopeo e birra calda di poco prezzo. Parliamo con qualche metallaro. Io e Marco abbiamo l`impressione che i tempi siano veramente maturi per editare qualcosa che abbia a che fare con una ‘zine. Magari un po` diversa. Ricordo di avere qualche numero del Vernacoliere e la collezione completa dei Tango di Michele Serra, che nell`86. uscivano con l`Unita`. Dopo qualche mugugno di Marco, lo convinco a leggerli per cavarci fuori qualche spunto. Marco inizia a creare qualche vignetta per le rubriche. Usa un pennarello 0.5 su acetato e nel tempo libero riempie fogli interi di soggetti. Marco ha la caratteristica di sorridere divertito nel momento in cui disegni I suoi fumetti. Sotto l`aspetto di regista di snuff video si nasconde una persona sensibile e talentuosa. E` sorprendente la capacita` con la quale approccia qualsiasi strumento musicale. Ci vediamo spesso al pub per mettere insieme gli argomenti da trattare nel primo numero. Tra un cannone ed un altro nascono i protagonisti. La fanzine occupa la creativita` a 360 gradi. Bisogna essere scrittori, giornalisti, grafici, recensori di musica, spettatori di concerti, esperti di marketing, conoscitori di invii postali etc etc. Tra le altre cose , mio padre gestisce un ufficio da geometra, fornito di attrezzature per impostare graficamente la ‘zine, senza contare una rudimentale macchina fotocopiatrice “Olivetti”. Iniziamo con un formato A3 piegato in due, che non e` proprio tipografico, ma e` giusto da fotocopiare. Molte altre fanzine hanno formato A4 piegato in due, ma questa va a scapito della leggibilità degli articoli scritti con caratteri molto piccoli. Come riempire le pagine e` semplice. In quel periodo molti gruppi musicali sono formati innanzitutto da ascoltatori, da persone che conoscono l`importanza della zine, come veicolo per promuovere I loro demo e la loro attivita`. Anche i gruppi della scena americana e tedesca, i quali hanno maggiore possibilita` di vedere pubblicati i loro dischi, sono molto affezionati alle fanzine. Sono molto propensi, quindi, a rispondere alle lettere di giornalisti fai da te. Basta inviare un IRC ( international reply coupon) per far si che non spendano nulla rispondendo. Proviamo, per il primo numero, con qualche gruppo italiano tipo Bulldozer e Necrodeath, due band di punta del thrash italiano, i primi milanesi, sono apparsi nelle compilation co Metallica, Slayer, etc. I secondi sono protagonisti di una sorta di death grind primordiale che tanta scuola farà alla fine dei `90. Proviamo anche a spingere trasversalmente, interessando Alberto Rossi, il quale ci mette in contatto con Cubito, che subito ci rifila materiale del Metallica Fan Club. A quei tempi i Metallica non erano ancora teste di cazzo. Erano solo adolescenti brufolosi, ripieni di merdosa birra americana, che non conoscevano la differenza fra strofa e ritornello. Tutto sommato erano simpatici, soprattutto per gli atteggiamenti da cazzoni. Famosissimi per la loro incapacita` di suonare brani dal vivo senza sbagliare… (Continua al prossimo post)

Strani uccelli nel cielo inglese

Erano lì, ammucchiati nel vecchio armadio di zia, a L’Aquila. Anni fa, senza rimpianti, lei mi fece dono di qualche prezioso ricordo della sua swinging era. Sapeva che li avevo appena scoperti, comprando una raccolta a poco prezzo. Avevo tredici anni e nessuna voglia di ascoltare il pop plastificato da nugoli di tastierine, proposto dalle radio milanesi. Mi rifugiavo nelle visioni di un “Blow up” visto a tarda sera, tra i verdi prati di una Londra, dalle vernici fresche sui legni delle case e le luci delle cantine fumose, dove gruppi di capelloni, reinventavano i blues di Muddy Waters. Non pensavo avrebbero potuto resistere alle ingiurie dei tempi onnivori che viviamo. Così, quando ho visto Page e Beck accompagnare i Metallica durante la festa per la loro celebrazione nella Hall of Fame, ho sentito che quella “train kept a rollin”,
in quella fumosa cantina, non era stata suonata invano.

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora