Le foto sono pietre


Sulla pietra bianca di questo lastrico al sole,
si riflettono, non visti,
gli aloni delle mie anime morte.
Sono respiri, dietro al collo,
che sento, tra i suoni rotondi, delle acque all’unisono.
Quadri di roccia, regolari, come i denti di chi sorride all’obiettivo.
Le foto sono pietre, quando le pietre cadono,
rotolando sul riquadro battuto dai venti.

Questa isola di silenzi, dove le nostre mani non hanno tempo,

rimane, come roccia,
nei miei sogni.

L’ Acqua della novantanovesima cannella



Osvalda! – ride Antonino – mettiti sul muretto che facciamo una foto con i bimbi!



Marialaura! – ride papà Antonino – mettiti sul muretto della fontana che facciamo una foto!

Gianluca!Simone!- ride nonno Antonino – mettetevi sul muretto della fontana che facciamo una foto!

Patrizia, amore – ride Gianluca – mettiti sul muretto che facciamo una foto!

Mila! Marialaura! – ride papà Gianluca – mettetevi sul muretto della fontana che facciamo una foto!

Terapia

38 gradi. Dai vetri sudici della camera, un sole diretto, violento, fa ribollire l’aria . Senza sosta, senza pietà, il sarcofago di gesso che avvolge le parti offese di questo corpo è una crosta di vulcano. Tutto brucia, prude, senza possibilità di essere grattato, di essere lenito. Sento l’odore della carne tumefatta e sudata di un corpo immobile ma vivo, prodromi di una piaga da decubito dove l’infermiere amico carceriere della mia infermità, metterà le mani, con strane pomate. Sono in un forno, ma vivo. Lento entra il dottore, zuppo di sudore, sotto il camice, nudo. Lo guardo. E’ il dottore che seduce, dentro ripostigli inutilizzati, le infermiere puttane, pronte all’uso, nella noia del turno di notte, tra i silenzi ed i ronzii delle macchine a tenere in vita i malconci. Un dottore stanco di queste sofferenze buttate tra le lenzuola, cambiate sovente. Questa notte lo strazio. Da una camera lontana, il lamento di un maiale allo scanno, di una donna. Fratture esposte, in suppurazione, di una caduta tra degenti di un ospizio. La donna languiva da giorni nello scantinato senza soccorso. Urla ritmate, appena mani misericordiose sfiorano il suo corpo, come una corda di violino rovente sotto le dita del musico. Sono urla dagli inferi che fanno vibrare le sbarre di vecchio alluminio del mio letto, le cassa monolitica del mio scafandro, il mio petto sudato. Non posso dormire. Potrei essere io, come quella donna un giorno, un uomo vecchio, inutile perché tale, abbandonato da figli crudeli, nel baratro di un caseggiato di cura assieme ad altri grinzosi canuti, dementi, incontinenti, fetenti, dagli sguardi persi nella delusione di genitori che avrebbero amato una carezza dai figli nell’ultimo giorno dei loro respiri, ricevendo al contrario, il dono terribile della morte da soli. Se fossi io quel vecchio, alzerei tra i tormenti questa carcassa di lividi, per trovare un finestra dalla quale gettarmi senza rimpianti. Non mi è neppure concesso un suicidio.

Quello che non è


Non è.

Non è mai stato nulla di quello che è successo. Sotto i colpi dell’indifferenza cittadina, si muovono i nostri amministratori, nel turbinio dei kazzi loro. E’ un intrallazzare di affari, affarucci, accomodamenti, volemose bene, poi vediamo e tutta l’enciclopedia da “Le mani sulla città”. I primi cittadini di solito, cercano di separare gli affari di casa propria con quelli della case altrui. Ad Ortona, il motto imperante è ” E’ un dovere degli Ortonesi appoggiare e sostenere il nostro successo”. Questa marmaglia di mediocri, si vende come salvifica stirpe, sui banchi del pesce al mercato. Si negano evidenze, si deride sull’ufficialità di documenti pubblici, si rimandano decisioni vitali per il popolo. La cosa più grave è che il popolo è intossicato dal nostro nuovo duce morbido e dalle sue labbra aspetta parole d’amore e di pecunia per tutti. Le nuove mode sono queste: dagli al comunista, dagli al pessimista, dagli a chi ha una opinione deviante dalla massa ovina. Nella miseria di cellulari che squillano, simonaventurizzati da vacanze altrui ed amorazzi con veline che giammai avremo, per istinto di conservazione, non distinguiamo più la realtà e pensiamo che tutto sommato, la crisi della città, morale, economica, politica, si possa accomunare, come si fa con l’indifferenziato, alla crisi mondiale. Non è così. Ortona ha anticipato i tempi, Ortona rimarrà fuori dai tempi. Correte a guardare il mare. Ne avrete ancora per poco.

Stairway to the stars

Tempi da Blue Oyster Cult. Ho perso molto, da ragazzo, non interessandomi a questa “anomala” band americana. Ma forse non era ancora tempo. Mi ricordo un loro brano in un film che mi colpì molto: “heavy Metal”. La trama non era granchè ed il film era interessante più per la colonna sonora, dato che era impossibile ascoltare musica del genere sui canali ufficiali, anche se c’era qualche pezzo dei Devo che metal proprio non, era. Poi acquistai un live che non mi piacque “Extraterrestrial live”, quindi un dopo esame di maturità con un contraddittorio “Club Ninja”, che aveva il sapore più di un disco AOR che altro. Infine ai giorni nostri. Cercavo da tempo una colonna sonora che potesse accompagnare la mia vita in quei tempi, strani, cupi, ricchi di cambiamenti. Tempi che stento a dividere in stagioni. Forse, quando ero più ragazzo, la primavera era carica di aspettative, sorprese, novità. C’erano altre colonne sonore, per anni che sembrava dovessero durare più del loro naturale decorso. Così le mie orecchie hanno sempre tenuto a bada la voglia di approfondire la discografia dei BOC. Come se sapessero cosa riservarmi per l’oggi che sto vivendo. Non è stato un gruppo superlativo quello di cui parlo. Ma ci sono sonorità che capitano al posto giusto nel momento giusto ( come per Lebowski). Questo è il momento.

Ventimila seghe sopra i mari

Sono il ragazzo brufoloso che incontrereste nell’atrio della scuola, scambiandolo per uno delle medie. Sono il giovane da picchiare nel bagno, durante la ricreazione, sono la vittima alla quale rubare la pizza o svuotare il portafoglio, Sono il piccolo Fantozzi da mandare a casa senza le scarpe nuove. Insomma sono lo sfigato, ancora toppo spiumato per le superiori,e troppo vecchio per l’asilo. Come tutti gli imberbi tredicenni sfigati mi diletto di hobbies i quali nulla hanno a che fare con la topa. Dalla costruzione di aerei da guerra, alla collezione di Diabolik, al tennis condominiale, con racchette dalle corde di budello. Agli inizi degli anni ’80 è una sciagura non avere i requisiti per cuccare e il rifugio nelle larghe braccia della musica rock è la corazza ideale per salvarsi dai veri maschi dall’ascella all’ormone di facocero. La stagione estiva ’82, si apre con il dilemma del guardare le partite dei Mondiali, oppure fare altro. Per chi non è stato giovane durante i mondiali dell’82, è necessario ricordare che l’assenza dalle vicinanze di un televisore, durante le partite della nazionale, era passibile di scomunica da parte, di amici e parenti. Alcuni dei marchi di infamia, simili ad un branding effettuato sull’esterno coscia tipo manzo nei film con John Wayne, consistevano nell’epiteto di “ricchione” (ossia colui che predilige altri sport che non siano il pallone), oppure “Secchiò” (colui che predilige gli studi alle attività sferico – ludiche), o altro tipo “Cujò” ( ossia “coglione”, colui che sceglie di fare altro). C’è qualcosa nell’aria, oltre all’odore delle mie scarpe da ginnastica sul davanzale della mia finestra. Si sente che quella sarà un’estate particolare. Inizio quindi la mia stagione di pesca, tentando di snobbare gli eventi sportivi, tra la disapprovazione dei miei vicini di ombrellone, i quali abitano a forcella e vanno in giro con le ciabatte tricolore, sfoggiando canottiere con il volto di Franco Causio con l’aureola. Ci sono anche i Rolling Stones che stanno per arrivare, ma a me, a tredici anni, non è concesso neppure andare a veder i concerti serali dell’organista in chiesa. Tra un nastro degli Ac/Dc e uno dei Jethro Tull, i mondiali iniziano, con i baffi di Claudio Gentile tra gli argomenti da prima pagina di tutti i telegiornali. La tensione sale su Bearzot e sui risultati non esaltanti delle prime partite. Addirittura si rischia la figura di merda con il Camerun. Kazzo di negri! Quando succedono queste cose, il fastidio sado maso che impongo, perdendo queste partite, è quasi piacevole. E’ una sorta di stimolazione da contrarre l’ano. Intanto sulle spiagge, chilometri di gazzette dello sport, vengono sfoggiate tra un olio all’estratto di cocco ed un camillone al gusto fragola e panna. Passo senza commozione di ritorno dal molo, avendo scelto la pesca come attività fuorviante. Sembra che anche i pesci stiano osservando il mondiale, tanto che le catture sono rare e di scarsa rilevanza. Noto con piacere che i frangiflutti, si svuotano, con l’avanzare dell’Italia, nelle qualificazioni. Tra le rocce, ricoperte di cozze e alghe, risuonano gli stridenti urletti delle radioline a rompere il meditativo silenzio dei pescatori. Con estremo culo e tre pareggi, l’Italia passa ai quarti. Il girone che si presenta agli italioti tutti è sconcertante: capitiamo insieme a Brasile ed Argentina, praticamente è come mettere il pisello sulla riva del Nilo con i coccodrilli a pelo d’acqua. In spiaggia si iniziano ad effettuare strani riti propiziatori. La comitiva di napoletani che occupa la spiaggia, ricaccia antiche cerimonia, che rasentano il sacrificio umano. Ogni estraneo, per principio, porta sfiga. Le palle dei più anziani,nonno, zii, bisnonni, vengono sfregate più volte al giorno. Chi non arriva in spiaggia, tenendo sotto braccio una Gazzetta dello Sport è un untore di sventura. Cerco di defilarmi dall’isteria collettiva: Gentile si taglierà i baffi? Rossi non segna perché non tromba da più di due settimane con la moglie? Oppure: Antonioni è frocio? Arriviamo così al fatidico ventinove giugno millenovecentottantadue: Italia Argentina. Nella mattinata c’erano già state le prime avvisaglie. Uffici chiusi, negozi alle prese con inventari fuori stagione. Pronto Soccorso con i bagni allagati, Pompe Funebri senza casse in magazzino. Nessuno può morire, nessuno può farsi male, nessuno può non guardare la partita. Se fosse arrivato un Berlusconi, quel pomeriggio, ed avesse preso possesso del parlamento, con una giunta militare guidata da Pinochet, a nessuno sarebbe fregato un kazzo. Il televisore era l’unica ragione. Per tutti, tranne che per uno: il sottoscritto. Impassibile, imperturbabile, alle ore 14,30 esco di casa, con cestino, canne , esche, questa volta nell’indifferenza generale. Nessuno si accorge della mia assenza. Fuori un silenzi da dopo bomba, rotto solo da una monocorde voce di Martellini, che fuoriesce da qualsiasi finestra di casa nella quale ci sia un briciolo di vita. Con un passo che risuona alla “Five o’clock in the morning” dei Village People, scendo sotto al molo sud. Nessuno. Niente. Ombrelloni chiusi, serrande abbassate, barche ferme, granchi immobili, cozze serrate sugli scogli. Lì in quel momento, capisco e comprendo di essere il “vero coglione” che è sceso al mare per fare qualcosa “controcorrente”, sapendo che quel gesto non verrà notato da nessuno, perché non c’è nessuno. Arrivo con scioltezza fino al faro e mi appresto a questo inutile esercizio di stupidità dell’essere diverso a tutti i costi. Ma il silenzio amplificato dall’ampiezza degli spazi, mi riporta lontani gli echi delle case all’Orientale, dove branchi di italioti infoiati, urlano, sudati, contro il tubo catodico. Ogni tanto la brezza marina risuona delle beluine urla dei miei concittadini. Solo, in questo silenzio, accucciato sullo scoglio, nel fremito del piacere di una privazione, che nessun uomo sano di mente potrebbe approvare, inizio, dolcemente a frugarmi nel costume. Una sensazione di caldo umido, aggredisce la mia mano, appena tolta dall’acqua, facendomi indurire l’attrezzo. Decido il gesto clamoroso, che da anni mi frulla nella mente, senza che mai abbia potuto concretizzarsi a causa dell’affollamento del luogo. Inizio a tirami l’arnese. Ma non è una sega veloce ad evitare lo scandalo. E’ una sega progressiva, ritmata, effettuata prima nella posizione accovacciata, poi, mano a mano si fa sempre più esplicita. Nell’altra mano stringo sempre la canna da pesca, come stringessi due cazzi contemporaneamente. Eccitato dal rischio di essere toppato e con il desiderio di essere toppato, al mia timida erezione iniziale, si trasforma in un principio di priapismo. E’ il cinquantaseiesimo del primo tempo, mi alzo in piedi sullo scoglio, a gambe larghe, con il kazzo rivolto a levante. Ormai, sono nel deliquio totale, tiro, tiro, tiro, Tardelli…Goooooooaaaaallllll!!!!! Torno a casa a tarda sera, tra lo strombazzare di una città esplosa in un’orgia di esternazioni di bassa dignità animale. Trovo il vicino che sbava, violaceo, ansimando sullo zerbino. Entro a casa. Mio padre, con lo sguardo tra il rimprovero e la commiserazione, freddo mi apostrofa: “Non sai che spettacolo ti sei perso!”. “Sapeste che spettacolo vi siete persi voi!”. Penso e mi chiudo in camera.

Van Morrison – Veedon Fleece – 1974

Possiedo il confine tra il filo verde di questa costa all’affaccio sul mare grigio, turbolento della stagione che cambia. Ora, tra le chiome di un rosso, giovane irlandese, si nascondono i venti, ormai intiepiditi dal sole bianco, diretto, di primavera a settentrione. Canto a sola voce. Negli occhi c’è ancora quel fumoso locale dove ti ho visto per la prima volta, amore mio. Suonavo con la band. Tra un blues di Sonny Boy ed un whisky di cattiva qualità, giravamo intorno allo stesso pattern, nel vortice alcolico che saliva tra i volti paonazzi, di gioia, e malessere rimandato. Vieni qui, adesso, amore, lascia che le nebbie leggere tra gli alberi, disegnino la strada verso il villaggio. Ora, si abbassa il rumore, ultimi lasciamo il sentiero in ombra. Sulla riva del torrente, fino al mulino, là, ci potremo amare.
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