Il Grande Favollo
Ventre
1986 – Diploma di maturità
presso Revolver dischi, a Porta Portese, centrale dell`acquisto per i metallari dallo stato pontificio in giù. In particolare e` da ricordare un pomeriggio storico con l`acquisizione di alcuni vinili fondamentali tra i quali “Spreading the disease “ degli Anthrax, “ Bonded by blood” degli Exodus, e soprattutto “Speak English or die” degli S.O.D. In quell`anno escono dischi come “ Reign in blood” degli Slayer “Killing Technology” dei Voivod , “Taking over” degli Overkill, “Master of puppets” dei Metallica e soprattutto “ To mega Therion” dei Celtic Frost e “Orgasmatron” dei Motorhead due dei miei gruppi preferiti. Iniziamo immediatamente una mole di ascolto considerevole, se unita ai demo ed ai dischi che A. ci fornisce continuamente e agli acquisti industriali di S. D`. un altro della compagnia dedito soprattutto alla raccolta di figa. S. e` il creatore di una fanzine dal titolo “Stonehenge”, anch`egli in contatto con vari fanzinari e giornalisti abruzzesi e nazionali. Ha una passione smisurata per i Kiss. Possiamo dire che in quel “periodo d`oro” io e M. riusciamo ad ascoltare anche 15-20 dischi al giorno. Di quell`anno e dell`anno dopo saranno due uscite editoriali importanti per il metal italiano la nascita del mensile HM per l`86 e di Metal Shock per l`87. Tutti i giornalisti sono amici e conoscenti di A.R. e questo inizia a farci camminare la testa…(Continua nel prossimo post). Il mare cambia
At war with Satan
In morte 1
Lu Trianguline di San Giuseppe

Ci andavamo spesso. Dopo la scuola, verso le tre, quando non c’erano tanti compiti. Attraverso le ringhiere allargate da una mano desiderosa di entrare, passavamo nel campetto della scuola Elementare a San Giuseppe, a giocare a “Trianguline”. Lu Trianguline era l’incrocio delle sbarre della base del cesto da basket. Senza portiere, due squadre da tre, quattro o cinque giocatori ciascuna, si affrontavano a calcetto, contribuendo alla sua invenzione e diffusione. Verso l’ora della merenda, riuscivamo a dissetarci presso il lavabo di un garage vicino. Lo sentivi che erano le cinque, dall’odore della vicina pizzeria “il Quadrifoglio”. Sul cemento di quel campetto, poco utilizzato per il basket, sono state consumate ginocchia, scarpe, sederi, stinchi e palloni, quintali di palloni. I palloni più quotati erano certamente gli “Yashin” bianchi, pesanti con un pallone di cuoio, allora oggetto molto ambito dai ragazzini e gli Yashin marroni, leggermente più grandi, ma che tendevano a deformarsi. C’erano anche i “Super Santos”, più ricercati per giocare in spiaggia, perché manovrabili a piedi nudi e dal buon rapporto pesantezza durezza. I più sfigati avevano il Tele, che aveva un grosso problema: era leggerissimo e bastava un po’ di vento per renderlo ingovernabile. Dopo “Argentina ‘78” arrivarono i fighetti con il “Tango” in cuoio, oppure in plastica, ma lo Yashin rimaneva imbattibile. Tra i giocatori stava cadendo la moda delle magliette delle squadre, ma io riuscivo a sfoggiare tra i Terùn, una chicca portata da Milano: la maglietta del numero 10 dell’Aiax e cioè Neskens. Non capisco perché mi piacesse, ma quella maglietta arancione, con due striscette nere sulle braccia, faceva un sacco figo. Non ho mai saputo giocare a pallone, ma non giocare per niente era un’onta troppo grande da essere affrontata. Amavo il rugby, da buon aquilano, ed una volta provai a portare il mio pallone ovale, tentando di dare nozioni di base sul gioco più bello del mondo (per me). Finì in una rissa per il semplice motivo che la furbizia e la malizia del calcio vennero applicate dai miei compagni, ad uno sport che invece pretendeva, lealtà, onestà, confronto aperto con l’avversario e spirito di squadra. Quel passaggio mi fece capire molte cose della vita futura. Il rugby impone lo scoperchia mento della propria anima. E’ la stessa cosa dell’andare in montagna. Nelle situazioni di necessità si scoprono i difetti e le virtù. Io non sono mai stato furbo, perché ho sempre considerato la furbizia , un piccolo passo verso la disonestà. Lu Trianguline è stata una sorta di recita della vita per noi che saremmo diventati grandi.
Confessioni di una mente pericolosa 1 (Poemi dell’hashish)
Inizio qui una serie di racconti, riguardanti alcune avventure che ho avuto l’onore/disonore di vivere, durante gli anni della prima giovinezza, in ambienti universitari e non. I miei complici, qualche anno fa, hanno pubblicato un libro sulle vicende. Io vorrei completare la cronaca. Vi prego di continuare ad apprezzare la mia persona, anche dopo aver letto le storie che scorreranno sul mio blog in queste settimane. Lo so, tutte le prove saranno usate contro di me, ma di questi tempi, qualcuno potrebbe trovare sollievo al solo pensiero che protagonista di queste storie non sia stato egli stesso.
Qualche scapigliato nordeuropeo, di quelli ricchi che, non avendo un kazzo da fare, ha dedicato la sua vita gli abusi ed alle lettere, ha sublimato il consumo delle droghe attraverso il resoconto di esperienze sotto l`effetto delle stesse. Nonostante l`effetto talvolta, innegabilmente piacevole del consumo di cannabis e suoi derivati e per mia fortuna non conoscendo gli effetti degli oppiacei, della coca e delle droghe di sintesi, devo dire che questi kazzoni, hanno idealizzato ai giovani un mondo, che tutto sommato avrebbe potuto essere sostituito, da banchetti di alta qualità e da un forte consumo di gnocca. La topa non ha controindicazione ed e` linguaggio universalmente riconosciuto, anche se i pericoli del culo, ultimamente, fuorviano il giovane, intimidito da femmine sempre più aggressive. Così per essere normali, anche noi all`epoca, abbiamo dato valenza artistica a pratiche altrimenti da curva sud laziale. La lettura di Baudelaire, Mallarmè, Verlaine e Benjamin, ci spinge a tentare una strada pecoreccia, tipo acid test americani. Ci riuniamo quindi nella mia stanzetta di via XX settembre, per consumare smodatamente dell`hashish, tenendo a secco un nostro amico ,tale R., il quale viene costretto a registrare i nostri discorsi e le nostre sensazioni, sotto l`effetto della cannabis. Io, G., C., B., uno dei fratelli C., R. ci ammucchiamo per terra, mentre il F. tiene il taccuino. L`esperimento presenta notevoli spunti, tanto che alcune frasi storiche vengono coniate e lasciate ai posteri da questa importante seduta. Nostro nume tutelare e` il compianto Chuck Shuldiner, leader dei Death, autore di una intervista su di una nota fanzine svedese o norvegese. Il motto coniato dallo Shuldiner e` contenuto nella risposta alla domanda che l`intervistatore, l`altro compianto Hyeronimous leader dei Mayhem gli pone. “What about your next projects?” chiede H. e Chuck lapidariamente risponde: “ To find a long blond-haired woman who suck my cock and let me shoot my cum into her mouth and all over her face!”. Forti di questi principi, affrontiamo la serata pieni di iniziativa, ma la qualità del fumo ed i percorsi linguistici, ci fanno prendere una piega diversa. C., in crisi con la sua ragazza, a causa nostra e delle nostre notti brave, incomincia ad avere manie di gerontofilia, monopolizzando il suo pensiero sulla mia governante ottantaquattrenne che dorme nell`altra ala dell`edificio. Intuiamo subito il pericolo, senza un`azione di forza, già mi vedo cacciato da casa con l`accusa di stupro di anziana. C. di colpo, brandendo senza motivazione un mio rasoio usa e getta, imbocca la via delle scale per andare verso la camera della vecchia, urlando a gran voce le sue intenzioni sessuali o depilatorie. Lo raggiungiamo a pochi metri dalla stanza e lo solleviamo tappandogli la bocca, trovando l`uscita e la mia salvezza. Giunti in piazza, la sua follia bulbicida non si ferma. Aizzato dagli altri e dalla mia nota insensibilità al dolore, sotto l`effetto di alcol e fumo, inizia a fare apprezzamenti negativi sul modo nel quale mi rado di sovente. Il dissenso monta, si amplifica, si trasforma in disapprovazione. Vengo afferrato da quattro energumeni. Sotto gli occhi di gruppi universitari, in una sera non eccessivamente tarda, al centra della piazza del Capoluogo regionale, il C. , mi rade a secco in maniera approssimativa e criminosa, urlando frasi sconnesse circa la missione igienica dei barbieri. Il mio dimenarmi fa si che la rasatura non sia nè regolare nè precisa. In poche parole, la mattina dopo mi presento all`università, senza la barba da un lato, con un baffetto alla Hitler e con numerose ferite di arma da taglio sul volto, suscitando forte ilarità tra i convenuti presso l`aula di disegno all`ultimo piano. Della serata esiste un testo ed un cartellone scritto che gelosamente conservo.
Gli asparagi
Suicidio dell’Ingegnere
il respiro di un vecchio, le labbra di un desaparecido sotto tortura, la visione
del baratro rapido senza i flashback. Ritorna, adesso, il suicidio dell’Ingegnere. E’ quell’ora che precede il pranzo per alcuni, dove i silenzi dell’attimo del desinare, si fanno dilatati alle poche macchine che passano, sotto il sole freddo di Aprile. L’ingegnere deve tornare a casa. Non lo fa. Va a trovare la zia. Di quelle zie che quando sei piccolo ti fanno trovare le caramelle che sanno di armadio. Saluta la zia. La zia va in bagno. L’ingegnere si affaccia la balcone. L’ingegnere si butta dal balcone, frantumandosi sull’asfalto. Il momento vuoto dell’attimo del volo è uguale a tutti. E’ simile al risveglio da un sonno profondo. E’ il momento che ho immaginato, quando rivedo l’eterno incidente stradale o la frase di ogni mattina: “ ho preso la pistola e…”. Così ho creduto al litigio, alla contesa durante quell’attimo. Ma chi gridava ? Chi litigava? Il cervello urlava l’imprevisto al corpo cadente o altro al di fuori di me?








