In the beginning

Ecco un altro spazio dove parlare di musica. Della musica che abbiamo amato e di quella nuova, sempre più impegnativa da scegliere per chi, come me, ha orecchie troppo usate per cogliere novità e rivelazioni. Tuttavia non si può essere nostalgici all’infinito. La musica continua, si evolve, trova spunti , ispirazioni, dalla realtà, dall’immaginazione, cita, si relaziona, rompe con la tradizione. E’ un luogo in movimento, dove l’oggetto scompare, nel marasma della rete, levando al supporto, la caratteristica di mediatore, per innalzarlo ad elemento di culto da rivalutare tra adepti (il vinile). Ancora qui a discutere delle musica, dunque. Spero nei vostri contributi. Buon viaggio.

Il Grande Favollo

Ventre

Un ventre gonfio. Un contenitore di escrementi. Due settimane senza alzare il busto, solo lievi torsioni del collo. La pala vuota, sotto le natiche rattrappite. Non riesco. Posso esplodere. Riesco a malapena a pisciare. Dapprima, dovevo far uscire gli altri per concentrarmi sulla mia uretra. Adesso piscio, senza inibizioni, mentre parlo con gli amici, le mogli, i padri, gli zii. Piscio, come se pisciassi loro in faccia. Ho perso l’ultimo alito di ritegno. Un corpo, senza difese, ferito, menomato, perde dignità senza volerla perdere. Ma le mie budella no. Si rifiutano di muovere questo flusso continuo di cibi che ingurgito da quindici giorni. Mio nonno morirà con l’esplosione dei suoi visceri, così, un rumore di sacco sfondato nella notte. Ho il terrore di scoppiare nella merda. Il giovane infermiere mi guarda pietoso a sera, insaccando a forza la pala sotto questo culo inerme, togliendo le lenzuola, tra pesi ed i tiranti, nell’appicicume di un sudore stantio, malamente deterso dagli spugnaggi di una madre madonna. Si scopre il mio cazzo, inutilmente adagiato su una coscia. La sera ha commozione. Ha commozione perché nessuno mi vede nel pianto di lacrime di rabbia e dolore, per la merda che si pietrifica dentro di me. Continuano i clisteri, delle viscide supposte a bruciare senza motivo. Sento il tanfo delle feci risalire lo stomaco, su per la gola, uscire come un olezzo di fogna a turarmi il naso. Allora capisco l’estraneo al di fuori di me. E’ un essere maleodorante, coperto di lividi bluastri, croste di ferite. In balìa di un qualsiasi qualcuno entrasse a violarmi nella notte. Sono veramente io, senza bugie, senza sipari, solo uomo.

1986 – Diploma di maturità

Maturità. Alcuni la chiamano così. Altri lo prendono sul serio. Forse e’ l’inizio di un`altra fase della sana stupidità giovanile. Il tempo non è un concetto. Il tempo c`e, lo si può perdere, ci si può giocare. Dopo uno squallido esame , grazie al quale il Liceo Classico di Ortona, si è liberato di me. (Diceva il mio professore di italiano, noto baro e truffatore, che bisogna imbrogliare in giacca e cravatta, perché sostenere l’orale con la maglietta dei Voivod e le borchie non paga), mio padre ha scelto per me la facoltà di Ingegneria a L`Aquila, mio paese natale, dove ho anche molti parenti. Ha scelto, perchè a me non è stato chiesto nessun parere per una disciplina, che ho iniziato ad odiare da subito, senza riserve con tutto il mio cuore. Così ho deciso una protesta silenziosa con una dissipatezza di costumi che solo la vita goliardica può dare. Già ho qualche contatto con ragazzi che amano il mio stesso genere musicale: L`heavy metal che in questo periodo vive uno dei suoi massimi momenti di gloria. Ci siamo incontrati qualche mese prima degli esami, a Roma per vedere un concerto degli Accept e dei Dokken. Riesco ad entrare nel loro gruppo di amici, anche perché, a dispetto della volontà dei miei, che vorrebbero anche che abitassi con qualche parente, riesco a vivere da solo, in una vecchia casa con una governante novantenne, dedita al consumo smodato di vino. Sull`ultimo punto andiamo d`accordo. Abito in una stanzetta all`ultimo piano di questo vecchio palazzone, in via XX settembre, ho un bagnetto ed un terrazzino, che si affaccia su un piccolo giardino pensile della villa, abitato da due grandi tartarughe di terra ultracentenarie. Adatto la stanza alla mie esigenze: un tavolo da disegno di dimensioni sufficienti, un letto, un armadio, un fono per riscaldarmi e un registratore per avere compagnia. L`Aquila non e` generosa con le temperature a partire dal primo autunno. La mia stanza si rivela subito molto fredda ed il vecchio impianto di riscaldamento unito al mio fono, non sono sufficienti a dare “intimo tepore” all’ambiente. Ogni tanto arriva il gatto di casa a dare un occhiata. E` un micio pelosissimo, sembra lavato con l`ammorbidente, tanto che all`inizio dà l`impressione di essere ultra obeso. Riesco ad accarezzarlo dopo qualche mese, ed ho l`amara sorpresa di trovarlo più magro e smunto del più sfigato dei gatti di strada. Tra noi si stabilisce subito una profonda ma civile antipatia che culmina con l`arrivo del cocker della proprietaria di casa da Roma: il cane oltre ad essere stupido, è molto aggressivo e viene tenuto chiuso in cucina. Riesco a prendere il gatto e lo butto nella stanza dove si trova il cane, senza guinzaglio. Dalla porta a vetri riesco solo a vedere il gatto fare balzi per sfuggire dalle fauci dell`ebete braccoide. Il felino, nei mesi a seguire, mi ricambierà orinando sulla porta della mia stanza. Inizio ad uscire sempre più spesso con la mia compagnia, scoprendo una vita semisotterranea, sconosciuta fino a quel momento. L`Aquila in quegli anni, era ancora una città Universitaria che offriva poche chances agli studenti: c`erano le classiche discoteche tra le quali la più trasversale era lo Squeak club, qualche altro locale somigliante più ad una balera che ad altro e i primi pub, un misto fra locali inglesi e bar dello sport o della stazione. La caratteristica di questi pub era l`odore di fritto e di sigarette che si attaccava ai tuoi vestiti per giorni, resistendo anche a ripetuti lavaggi. Altri vantaggi erano costituiti da cameriere che dispensavano hashish, non compreso nel menù. Inizio anche una serie di iniziative tipo festa della matricola oppure festa della festa della matricola, dove gli elementi essenziali sono, elevato consumo del suddetto hasish e alcolici di basso costo tipo “ rum des antilles” o “amaro del carabiniere”. Questi elementi, miscelati in varie proporzioni consentono uno stato confusionale protratto per tutta la notte che supplisce alla mancanza di donne, un must per chi studia ingegneria, un dovere per le donne che non la frequentano, ed una attività di rigetto del cibo tale da riempire lavandini di case altrui e favorire lo condizione di affamati continui. A L`Aquila, oltre all`hashish, gira anche dell`ottimo lucido da scarpe e molti sprovveduti vedono svanire purtroppo non “in fumo” i propri risparmi del sabato sera. La mia compagnia si divide in due settori: quella ricca e gli affiliati, nella quale figurano B. , figlio di un noto commerciante di veicoli della città, A. figlio di un avvocato della città, S., Cacò, R., lo Squalo, B., Sughillo, Cicoria, le ratte, il P., M. da Pizzoli semi skin head con simpatie per Benito, varie coppie di fratelli e gemelli, qualche ragazza caruccia accoppiata con qualcuno dei suddetti e non. La cosa che accomuna il quaranta per cento di noi e` la musica. A. R. e` il creatore in Italia di una delle più importanti riviste di heavy metal : Metal Caos. Assieme a lui C. C. che in molti oggi conoscono come organizzatore di molti Gods of Metal nonche` creatore del Metallica fan club e amico personale della band americana. Quando vado a trovare la prima volta A. a casa, rimango sbalordito: ci sono i demo originali di centinaia di band, oggi considerate storiche per il genere: Metallica, Exodus, Slayer, Testament, Morbid Angel. A. ha delle novità incredibili, compra decine di dischi al giorno e decine di vinili gli arrivano gratis da tutte le case discografiche del globo. A questo si unisce una sua innata disponibilità a farti ascoltare tutto quello che vuoi. M.S. e` un ombroso studente di Pizzoli, con una renault 5 vecchio tipo, con uno stereo dentro, noto per l`assenza totale delle frequenze basse. L`effetto che ne ottiene, ascoltando anche il rock più melodico, è quello di una motosega oliata male, data contro un palo del divieto di sosta. M. ama i Venom, riesce a scorgere nel loro modo di suonare anche degli sprazzi di tecnica musicale. Ama soprattutto il loro bassista, Cronos. Altri gruppi da lui preferiti sono Bathory, Agnostic Front, GBH, Slayer, Voivod. Andiamo subito d`accordo. Perchè non lo so, ma e` così, dato che lui è un ultra fascista e io sono uno della sinistra maoista con tendenze pol pottiane. Avvengono in questo periodo, le famose missioni di acquisto a Roma presso Revolver dischi, a Porta Portese, centrale dell`acquisto per i metallari dallo stato pontificio in giù. In particolare e` da ricordare un pomeriggio storico con l`acquisizione di alcuni vinili fondamentali tra i quali “Spreading the disease “ degli Anthrax, “ Bonded by blood” degli Exodus, e soprattutto “Speak English or die” degli S.O.D. In quell`anno escono dischi come “ Reign in blood” degli Slayer “Killing Technology” dei Voivod , “Taking over” degli Overkill, “Master of puppets” dei Metallica e soprattutto “ To mega Therion” dei Celtic Frost e “Orgasmatron” dei Motorhead due dei miei gruppi preferiti. Iniziamo immediatamente una mole di ascolto considerevole, se unita ai demo ed ai dischi che A. ci fornisce continuamente e agli acquisti industriali di S. D`. un altro della compagnia dedito soprattutto alla raccolta di figa. S. e` il creatore di una fanzine dal titolo “Stonehenge”, anch`egli in contatto con vari fanzinari e giornalisti abruzzesi e nazionali. Ha una passione smisurata per i Kiss. Possiamo dire che in quel “periodo d`oro” io e M. riusciamo ad ascoltare anche 15-20 dischi al giorno. Di quell`anno e dell`anno dopo saranno due uscite editoriali importanti per il metal italiano la nascita del mensile HM per l`86 e di Metal Shock per l`87. Tutti i giornalisti sono amici e conoscenti di A.R. e questo inizia a farci camminare la testa…(Continua nel prossimo post).

Il mare cambia

Il mare cambia. Attraverso le nuvole, il vento che taglia da nord, sporca l’acqua di traverso, contro gli scogli, le boe, i baveri delle giacche, le orecchie, le sciarpe delle signore, strette intorno alla testa. Il mare tira le bottiglie sulla spiaggia, ai gabbiani fermi all’attacco del torrente. Acqua dolce si sforza di entrare nel largo salato. Campane di corde contro gli alberi delle barche, suonano le raffiche d’aria. C’è il nuovo sole che aspetta una bella stagione. Presto.

At war with Satan

Domenico è rosso di capelli ed è un tirchio del kazzo. Domenico è stato a vedere i Venom e gli Exodus a Roma e io sono invidioso. Ci frequentiamo durante tutto l`ultimo anno di liceo, pensando di mettere su un gruppo heavy metal dai connotati dark sinfonici. Domenico ha un fratello, Mauro, che suona il pianoforte che diolamandi e va in giro con i guanti anche l`estate per paura di rovinarsi le mani. A 17 anni non ho neanche la chitarra elettrica buona. Ne ho comprata una in un vecchio negozio di Ortona, quello di Pettinefino, la nascondo sotto il letto, perchè papà non vuole , perché, dice lui, debbo pensare a “le cose serie della vita“. Per me l`unica cosa “seria” della vita è stata , è e sarà per sempre, Elvis. Così mi faccio prestare la chitarra da Andrea, il mio compagno di banco, che ascolta gli Slayer e Michael Jackson, in un turbinio di accordini funk e dissonanti da non capirci un kazzo. Domenico inizia a propormi il suo concetto di un heavy metal, misto a stacchi sinfonici, che il fratello Mauro registra in chiesa mentre lui distrae il prete. A quei tempi inizio ad indossare sfacciatamente una magliettina dei Venom con una testa di caprone rossa, su un pentacolo rovesciato e sotto la scritta “Look at me Satan child, born of evil, Thus defiled”, corredato da una collana con croce capovolta ed un cinturone con le borchie. Non mi rendo conto che in città, qualcuno mi inizia a guardare con l’intenzione di gettarmi dell’acqua santa addosso. Così con la mia chitarrina mi metto sulla SS 16 affinchè qualche buon uomo mi dia un passaggio per salire a Tollo a fare le prove. Dopo due ore di pollice alzato inutilmente, forse mi rendo conto che l’abbigliamento non è proprio adatto a stabilire atteggiamenti di empatia, con i camionisti. The Hitcher è stato girato pensando a me. Alla fine mi inchioda davanti ai piedi, una 124 color verde merda di lumaca, con un tipo che sembra uscito dal forno della porchetta. Una maglietta bianca impataccata, si lacera sotto le generose forme del bifolco, il quale custodisce gelosamente incastrati, tra il bicipite e la manica della maglietta, un pacchetto di nazionali con l’accendino. “Cumpà, a da ij’ a Tolle?“. Salgo senza rispondere. Faccio una delle più grandi kazzate della mia adolescenza. La 124 del truzzo è stata modificata in laboratorio per raggiungere i 240. Me ne rendo conto quando entro dentro questa specie di motozappa nucleare. Lasciando intatti gli interni in plastica marrone, un volante simil rally è tutto quello che rimane di un cruscotto con tachimetri, contagiri, misuratori, led radio con vecchia cassetta di Nino D’Angelo e Arbre Magique al profumo di cozza. La prima curva viene affrontata ad una velocità nominale di 130 km orari. Il verro cheè alla guida, come per accompagnare la guida di un sidecar da corsa, attacca la mano sul tetto della macchina, a spostare il proprio peso. I pochi km che dividono l’Adriatica da Tollo, sono il martirio del mio stomaco. “Cumpà, che ti’ stii’ a ffà ’sotte?” Sembro Pozzetto in “Sono fotogenico”. Bianco come un cencio, vengo depositato in via Perruna, onde poter vomitare il pranzo. Riesco a raggiungere casa di Domenico, dove è già in corso la riunione per decidere il nome della band. In maniera molto democratica i fratelli musicisti optano per “Graveless”, dopo aver consultato un vecchi Hazon Garzanti. C’è un altro problema da risolvere. Non abbiamo sala prove. Per il momento, basta un vecchio pollaio per metter su un po’ di accordi. Ci sono vecchi amplificatori a valvola isolati male, anche l`impianto elettrico di quella specie di stalla è un cesso, c’è il rischio di fare la fine di Keith Reilf, cantante degli Yardbirds inglesi, morto, durante un temporale, mentre suonava a casa in ciabatte. Non voglio morire in ciabatte , I wanna die with my boots on! Come direbbero i Maiden. Partiamo con una serie affilata di gig che farebbe appendere la chitarra al chiodo anche a Van Halen, non per la nostra bravura , ma per il pericolo di suonare in quelle condizioni. E`un pomeriggio di inizio estate. L`aria è satura di odore pretemporalesco e noi siamo accalcati, nell`antipollaio di questo pollaio, in piena campagna tollese. C`è un vaga puzzetta di culo di gallina, dato che un cancelletto, ci divide dal luogo abitato dagli stupidi volatili. Il batterista vende pezzi di ricambio e ha intuito subito, dato il suo retaggio prefolk liscio, che il thrash è solo una polka al triplo della velocità. Suoniamo beati una sorta di introduzione al brano “Triumph of evil”, Domenico si avvicina al microfono, collegato a questo amplificatore che ha tutta l`aria di un Montarbo passato sotto una frana. Il contatto delle labbra di Domenico con il microfono, chiude il circuito facendo partire una scossa che lo rende cieco per venti minuti. Nella concitazione, mi cade il plettro. Nel momento in cui tocco con le dita il pavimento della stalla, per raccorglielo , una botta di corrente mi proietta verso dietro sollevandomi da terra, cado, riuscendo, fortunatamente a staccare il jack con il mio corpo.. E` il panico generale. Allungato per terra, riesco solo a vedere l`occhio di una gallina dal recinto vicino che assiste alla scena. Stasera pollo.

In morte 1

Sei venuto da me. Ho sentito di nuovo la brezza del nulla, alle mie spalle. Non ti aspettavo. Un brivido. Forse il freddo di questo tramonto, a novembre di traverso, in mezzo agli olivi, appena maltrattati dalla raccolta. Gira sulla mia testa, il falco. Inizio il vortice del mio atlante alla nuca, preso dalla vertigine dell’ala ferma in aria. Un verso di caccia e rapina sui passeri che fuggono sotto l’occhio del rapace. Vivo. Non ho lacrime dell’amore sul viso, non brucio di passioni. Ho il respiro semplice. Non chiedo altro da me. Solo un falco. Ora. Di prima mattina, quando la marea mi rende simile ad un messia sulle acque, ti incontro di nuovo. Tutti distratti i pochi, questo è il momento. Ancora un freddo leggero sulla nuca. Sei da me. Mi dai tempo. Poi, all’improvviso, il sole si scalda e te ne vai. Forse è stato un attimo. Sono nella notte alla rada. Le luci della banchina allungano i silenzi delle navi a riposo. Nel limite fumoso tra la superficie delle acque e la tenebra salmastra, emergi. Un cenno di presenza. Ho tempo, anche stasera. Domani vedremo

Lu Trianguline di San Giuseppe


Ci andavamo spesso. Dopo la scuola, verso le tre, quando non c’erano tanti compiti. Attraverso le ringhiere allargate da una mano desiderosa di entrare, passavamo nel campetto della scuola Elementare a San Giuseppe, a giocare a “Trianguline”. Lu Trianguline era l’incrocio delle sbarre della base del cesto da basket. Senza portiere, due squadre da tre, quattro o cinque giocatori ciascuna, si affrontavano a calcetto, contribuendo alla sua invenzione e diffusione. Verso l’ora della merenda, riuscivamo a dissetarci presso il lavabo di un garage vicino. Lo sentivi che erano le cinque, dall’odore della vicina pizzeria “il Quadrifoglio”. Sul cemento di quel campetto, poco utilizzato per il basket, sono state consumate ginocchia, scarpe, sederi, stinchi e palloni, quintali di palloni. I palloni più quotati erano certamente gli “Yashin” bianchi, pesanti con un pallone di cuoio, allora oggetto molto ambito dai ragazzini e gli Yashin marroni, leggermente più grandi, ma che tendevano a deformarsi. C’erano anche i “Super Santos”, più ricercati per giocare in spiaggia, perché manovrabili a piedi nudi e dal buon rapporto pesantezza durezza. I più sfigati avevano il Tele, che aveva un grosso problema: era leggerissimo e bastava un po’ di vento per renderlo ingovernabile. Dopo “Argentina ‘78” arrivarono i fighetti con il “Tango” in cuoio, oppure in plastica, ma lo Yashin rimaneva imbattibile. Tra i giocatori stava cadendo la moda delle magliette delle squadre, ma io riuscivo a sfoggiare tra i Terùn, una chicca portata da Milano: la maglietta del numero 10 dell’Aiax e cioè Neskens. Non capisco perché mi piacesse, ma quella maglietta arancione, con due striscette nere sulle braccia, faceva un sacco figo. Non ho mai saputo giocare a pallone, ma non giocare per niente era un’onta troppo grande da essere affrontata. Amavo il rugby, da buon aquilano, ed una volta provai a portare il mio pallone ovale, tentando di dare nozioni di base sul gioco più bello del mondo (per me). Finì in una rissa per il semplice motivo che la furbizia e la malizia del calcio vennero applicate dai miei compagni, ad uno sport che invece pretendeva, lealtà, onestà, confronto aperto con l’avversario e spirito di squadra. Quel passaggio mi fece capire molte cose della vita futura. Il rugby impone lo scoperchia mento della propria anima. E’ la stessa cosa dell’andare in montagna. Nelle situazioni di necessità si scoprono i difetti e le virtù. Io non sono mai stato furbo, perché ho sempre considerato la furbizia , un piccolo passo verso la disonestà. Lu Trianguline è stata una sorta di recita della vita per noi che saremmo diventati grandi.

Confessioni di una mente pericolosa 1 (Poemi dell’hashish)


Prefazione

Inizio qui una serie di racconti, riguardanti alcune avventure che ho avuto l’onore/disonore di vivere, durante gli anni della prima giovinezza, in ambienti universitari e non. I miei complici, qualche anno fa, hanno pubblicato un libro sulle vicende. Io vorrei completare la cronaca. Vi prego di continuare ad apprezzare la mia persona, anche dopo aver letto le storie che scorreranno sul mio blog in queste settimane. Lo so, tutte le prove saranno usate contro di me, ma di questi tempi, qualcuno potrebbe trovare sollievo al solo pensiero che protagonista di queste storie non sia stato egli stesso.

Qualche scapigliato nordeuropeo, di quelli ricchi che, non avendo un kazzo da fare, ha dedicato la sua vita gli abusi ed alle lettere, ha sublimato il consumo delle droghe attraverso il resoconto di esperienze sotto l`effetto delle stesse. Nonostante l`effetto talvolta, innegabilmente piacevole del consumo di cannabis e suoi derivati e per mia fortuna non conoscendo gli effetti degli oppiacei, della coca e delle droghe di sintesi, devo dire che questi kazzoni, hanno idealizzato ai giovani un mondo, che tutto sommato avrebbe potuto essere sostituito, da banchetti di alta qualità e da un forte consumo di gnocca. La topa non ha controindicazione ed e` linguaggio universalmente riconosciuto, anche se i pericoli del culo, ultimamente, fuorviano il giovane, intimidito da femmine sempre più aggressive. Così per essere normali, anche noi all`epoca, abbiamo dato valenza artistica a pratiche altrimenti da curva sud laziale. La lettura di Baudelaire, Mallarmè, Verlaine e Benjamin, ci spinge a tentare una strada pecoreccia, tipo acid test americani. Ci riuniamo quindi nella mia stanzetta di via XX settembre, per consumare smodatamente dell`hashish, tenendo a secco un nostro amico ,tale R., il quale viene costretto a registrare i nostri discorsi e le nostre sensazioni, sotto l`effetto della cannabis. Io, G., C., B., uno dei fratelli C., R. ci ammucchiamo per terra, mentre il F. tiene il taccuino. L`esperimento presenta notevoli spunti, tanto che alcune frasi storiche vengono coniate e lasciate ai posteri da questa importante seduta. Nostro nume tutelare e` il compianto Chuck Shuldiner, leader dei Death, autore di una intervista su di una nota fanzine svedese o norvegese. Il motto coniato dallo Shuldiner e` contenuto nella risposta alla domanda che l`intervistatore, l`altro compianto Hyeronimous leader dei Mayhem gli pone. “What about your next projects?” chiede H. e Chuck lapidariamente risponde: “ To find a long blond-haired woman who suck my cock and let me shoot my cum into her mouth and all over her face!”. Forti di questi principi, affrontiamo la serata pieni di iniziativa, ma la qualità del fumo ed i percorsi linguistici, ci fanno prendere una piega diversa. C., in crisi con la sua ragazza, a causa nostra e delle nostre notti brave, incomincia ad avere manie di gerontofilia, monopolizzando il suo pensiero sulla mia governante ottantaquattrenne che dorme nell`altra ala dell`edificio. Intuiamo subito il pericolo, senza un`azione di forza, già mi vedo cacciato da casa con l`accusa di stupro di anziana. C. di colpo, brandendo senza motivazione un mio rasoio usa e getta, imbocca la via delle scale per andare verso la camera della vecchia, urlando a gran voce le sue intenzioni sessuali o depilatorie. Lo raggiungiamo a pochi metri dalla stanza e lo solleviamo tappandogli la bocca, trovando l`uscita e la mia salvezza. Giunti in piazza, la sua follia bulbicida non si ferma. Aizzato dagli altri e dalla mia nota insensibilità al dolore, sotto l`effetto di alcol e fumo, inizia a fare apprezzamenti negativi sul modo nel quale mi rado di sovente. Il dissenso monta, si amplifica, si trasforma in disapprovazione. Vengo afferrato da quattro energumeni. Sotto gli occhi di gruppi universitari, in una sera non eccessivamente tarda, al centra della piazza del Capoluogo regionale, il C. , mi rade a secco in maniera approssimativa e criminosa, urlando frasi sconnesse circa la missione igienica dei barbieri. Il mio dimenarmi fa si che la rasatura non sia nè regolare nè precisa. In poche parole, la mattina dopo mi presento all`università, senza la barba da un lato, con un baffetto alla Hitler e con numerose ferite di arma da taglio sul volto, suscitando forte ilarità tra i convenuti presso l`aula di disegno all`ultimo piano. Della serata esiste un testo ed un cartellone scritto che gelosamente conservo.

Gli asparagi

Quando gli umidi delle piogge marzoline, inzuppano le macchie che volgono al mare, tra le rupi scoscese di tufo, il primo sole caldo dell’alba, innaffia con i suoi raggi le “sparuanne”. Dai mucchietti di terra alla base dei puntuti cespugli, emergono le dolci estremità dei nuovi frutti della terra: gli asparagi selvatici. Silenziosi, curiosi, senza il timore delle spine, ci inoltriamo tra le fronde fresche e bagnate alla ricerca delle sorprese dei cespugli. La leggera brezza di mare muove le lunghe foglie del canneto fino alle onde sugli scogli. Senza volerlo, passano i minuti tra i rovi, mentre si allungano le ombre del pomeriggio. Vicino le siepi d’alloro, ci fermiamo ad osservare una ordinata fila di giovani cipressi, indisturbata, senza i cimiteri. Sullo slargo, un tempo poligono di tiro, gli speroni dell’Acquabella a celare la costa di San Vito. Portiamo un bel fascio di asparagi tra le mani. Non è il valore del frutto, ma l’esperienza della sua ricerca a spingere e rinnovare questi ozii. L’asparago selvatico è deciso nel sapore, amaro, sincero, senza indecisioni. Così su questo affaccio, anni addietro, truppe ordinate di soldati, si avvicinarono ad Ortona, per spargere il loro sangue sulle strade. Ora, alla mia destra, una lunga teoria di lapidi bianche, zittisce i rumori della strada vicina e mi protegge affinchè possa godere delle visioni all’orizzonte..

Suicidio dell’Ingegnere

Ho accostato al bordo della strada, l’attenzione, per un attimo. Dalla catene elastiche del mio letto, senza la milza,
il respiro di un vecchio, le labbra di un desaparecido sotto tortura, la visione
del baratro rapido senza i flashback. Ritorna, adesso, il suicidio dell’Ingegnere. E’ quell’ora che precede il pranzo per alcuni, dove i silenzi dell’attimo del desinare, si fanno dilatati alle poche macchine che passano, sotto il sole freddo di Aprile. L’ingegnere deve tornare a casa. Non lo fa. Va a trovare la zia. Di quelle zie che quando sei piccolo ti fanno trovare le caramelle che sanno di armadio. Saluta la zia. La zia va in bagno. L’ingegnere si affaccia la balcone. L’ingegnere si butta dal balcone, frantumandosi sull’asfalto. Il momento vuoto dell’attimo del volo è uguale a tutti. E’ simile al risveglio da un sonno profondo. E’ il momento che ho immaginato, quando rivedo l’eterno incidente stradale o la frase di ogni mattina: “ ho preso la pistola e…”. Così ho creduto al litigio, alla contesa durante quell’attimo. Ma chi gridava ? Chi litigava? Il cervello urlava l’imprevisto al corpo cadente o altro al di fuori di me?
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