La comunanza


C’è questo pomeriggio che fa rima con maggio. Faccio un conto dei pomeriggi che ricordo di più: sono quelli di maggio. Non me ne frega un cazzo di Nanni Moretti, probabilmente è questa cover di Starless two dei King Crimson rifatta da Craig Armstrong ,che sto ascoltando. Dicevo di questo pomeriggio. Tengo per mano mia moglie. E’ strano tenere per mano le mogli, nei racconti. Le mogli sono troppo ordinarie, di solito, per essere raccontate nei libri. Ma io, mia moglie, la tengo forte, per mano. Siamo sull’affaccio della Chiesa di san Miniato, a Firenze. La spalla mi fa male. Porto due macchine fotografiche e il cavalletto. Ci sediamo nel silenzio di quell’altezza, in lotta con il lontano vibrare di una città, tesa sotto una leggera foschia gassosa. Abbiamo fame. Forse l’odore di cripta gotica di quella chiesa poco frequentata da turisti pigri o la bottega dei frati, piena di finti amari, e liquirizie in svariate guise. Iniziamo a scendere la scalinata stretta fra cespugli che sporgono dalle villette sui lati. Alla fine delle scale c’è un’osteria. Chianti e lardo soffritto. Atterrano i nostri stomaci, pieni di arti e visioni. Di fronte a noi, al nostro appagarsi di bisogni primari e cartoline, sulle ultime scale, un ragazzo pallido, malridotto, si è levato delle vecchie scarpe da ginnastica, mettendo in mostra piedi sporchissimi e rovinati. Caccia dalla tasca una bella siringa e se la ficca con sicurezza nella vena sul dorso del piede. Capisco che la vastità dell’ingegno umano nelle opere di Firenze, può essere abilmente superata dal contenuto di quella iniezione. Metto in bocca, l’ultimo pezzo di pane bagnato in quel soffritto, realizzando che non lo cambierei neanche io, in quel momento, con qualsiasi visita guidata. In questo pomeriggio di maggio, mi interrogo sulla natura e sulla comunanza delle dosi.

Sutura


Si discute della mia vicenda, tra i parenti, ammucchiati nel corridoio. Pensano al mio risveglio, già avvenuto. Cosa sarebbe stato della mia famiglia, se fossi morto…Nei bisbiglii da anticamera di cartomanti, le mature cugine di vecchie prozie, azzardano l’ipotesi di un nulla al cubo, sui futuri dei miei figli eccetera. So cosa avrebbe potuto essere la vita dei miei cari, senza di me: un’altra vita. Mia madre, perse la propria, mio nonno si risposò, generando un’altra figlia, autrice di una nuova vita, nuove deviazioni nelle vite dei suoi cari e nuovi posti occupati da vite scomparse. La sutura punge. Si Svegli il taglio trasversale sapiente, una seppia ripiena, il mio addome, cuciture rossastre e gonfie, segnano la pancia. Questo non si può sostituire. Il mio organo meno utile è andato via e sento il vuoto della sua assenza. Non ci saranno altre milze a consolare le anse del mio ventre offeso. Ride il Dio. Si è ripreso il mio organo. Lo aggiusterà per darlo a qualche nuovo sfigato, che nascerà con una milza difettosa. Un altro uomo, pieno di dolori per quell’organo che lo fa rigirare nel letto la notte e lo fa stare in qualche clinica a benedire dialisi o insuline. Bussa l’infermiera dal bel culo, ma non mi si alza più. Dove lo trovo il sangue per il cazzo? Dovrò fare trasfusioni per scopare.

La gamba di Nonno Pietro

Cazzo! Sta`strada si muove! –
Nonno Pietro aveva fermato il camioncino. Si aggiustò il cappello, scese di fretta, il tempo di sentire le ruote scricchiolare, sotto quel
la ghiaietta indecisa. La strada , in effetti, sembrava fatta di segatura. Una scorciatoia per andare dalla Penna a Villa Santa Maria, costruita dai contadini, sulla frana. Era così insicura che si potevano vedere I sassi cadere a monte, rimanendo fermi ad osservare il colle per pochi istanti. Intanto il camioncino si inclinava piano piano, con la ferma intenzione di arrivare fino a valle, se nonno Pietro non si fosse deciso a proseguire. Le casse delle gazzose, facevano un leggero tintinnio ad ogni strattone della terra. – La prossima volta mi tocca passare per la Stazione di Bomba!- Nonno Pietro, salì di fretta sul camioncino. Il motore fece due rantoli di disapprovazione e spostò il carico dall`altra parte della strada, quella buona. Nonno Pietro era un omone grosso e pelato alto quasi due metri per essere un meridionale, ma sicuro di uno stazza che proveniva da una stirpe di federiciana memoria. Aveva mani sproporzionate per grandezza, ma ancora più impressionante era l`utilizzo delle bestemmie, quale interiezione tra una parola ed un silenzio. Era così aduso a sacramentare che, quando scriveva al fratello, lontano in America, metteva le bestemmie anche nel testo della lettera. Al contrario soffriva quasi di una devozione bigotta ed ancestrale per le forme esteriori della religiosità, quasi a volersi scusare per la sua blasfemia. In particolare univa la superstizione alla più rigorose pratiche di rispetto per Santi, Beati e vergini di varia natura. La moglie Requilde, una piccola ed ossuta speziale lo guardava paziente nei suoi attacchi di collera, specialmente quando, a sera, gli toccava levare le garze dalla sua gamba, per la medicazione quotidiana. Quella gamba, ridotta come un abbacchio appena scuoiato, era stata un regalo della campagna d`Africa. A cinquant`anni suonati, Nonno Pietro, fascista convinto, si era messo in mente di partire volontario. Era stato beccato durante un`imboscata, gli avevano sparato ad una gamba ed era riuscito a trascinarsi fino ad un cespuglio, dove aveva trovato salvezza e riparo, per tutta la notte. In un doloroso deliquio, non avendo con se stracci o bende per poter fasciare la ferita, aveva trovato delle grosse foglie che potevano bastare a proteggergli la coscia. Aveva beccato una rarissima pianta anticicatrizzante. Ormai erano anni che quella ferita era aperta. Ogni sera un calvario per Nonna Requilde, che lo lasciava solo durante la medicazione. Per Nonno Pietro, sbendare la ferita, ricordarsi di quel giorno e ripassare tutti I santi del calendario ad alta voce era un attimo. Nonna aspettava fuori dalla porta. Quando il fiume di improperi si era calmato, Requilde entrava piano in camera dove intanto Pietro si era addormentato. Dalla garza lavata e rilavata più volte dalla Nonna ed assicurata nuovamente intorno alla gamba di Pietro, cominciava a riemergere inesorabile, una leggera macchia di sangue. Poi, tutto precipitò a poche settimane da quel giorno come tanti altri. La gamba che era rimasta un ricordo tangibile ma stabile dell`ultima guerra, iniziò ad infettarsi. Il Dottore del paese, don Lele Fantini, lo visitò una sera e volle parlargli: – Pietro, la gamba e` da amputare!- – Amputa` lu`kazze!- rispose Pietro. – Dotto`, cosa ha detto nostro Signore? Che nel giorno del giudizio, bisogna uscire interi dalla proprie tombe per essere giudicati al cospetto di Dio! Gna` kazze `ci vaje davanti all`onnipotente senza na`cosse? Sta` cosse je` lu me` e con me deve venire all`altro mondo! – Inutile fu per il Dottore convincere Pietro della necessità di amputare l`arto, per cui don Lele pensò di convincere la moglie ad effettuare l`operazione con l`inganno, dato che vi era in gioco la vita di Nonno Pietro. Il giorno dopo, il Dottore con la scusa di somministrare un medicinale a Pietro, lo narcotizzò e potè effettuare l`operazione. Era ancora lì don Lele, che stava pulendo I ferri, e rimettendo a posto ogni cosa. La gamba era sul davanzale avvolta in un panno di lino, come un prosciutto, che Nonno Pietro aprì gli occhi. L`anestesia non particolarmente forte e la fibra del vecchio, avevano consentito un rapido risveglio, sufficiente perchè Pietro si rendesse subito conto dell`accaduto. Come una furia incontrollata, dal suo letto, Pietro aspettò che il Dottore si fosse avvicinato per prenderlo per il collo e minacciarlo: – Aredamme` la `cosse!- urlava il Nonno – Aredamme la` cosse senno` t`accide! -. Solo dopo che il vecchio ebbe l`arto sotto il suo braccio, lasciò la presa dal collo del Dottore, il quale, non appena fu liberato, scappò dalla stanza urlando. Per qualche giorno, Pietro, tenne la gamba nell`ultimo cassetto del settimino. Poi, con l`aumentare del cattivo odore, Requilde decise di chiamare il parroco, affinchè convincesse Pietro a seppellire, quel moncone ingombrante e fetoso. Fu difficile da parte di Don Eustachio, convincere Pietro, tanto che il vecchio pretendeva che si facesse un funerale speciale per la sua gamba. – Sa`cosse` da`pije li` Sacramiente`- continuava a ripetere al parroco, tanto che Don Eustachio fu costretto ad organizzare una sorta di rito posticcio, con tanto di aspersorio, affinchè Nonno Pietro si convincesse della regolarità delle esequie. Fu chiamato Mastro Armando, il falegname, perchè si costruisse una bara della misura della gamba. Così molti si affacciarono alle finestre delle case vicine, quando uscì la processione, con il parroco, Nonno Pietro sul carretto, nonna Requilde e I tre figli, tutti al seguito di Merdone, sfossamorto comunale sordomuto e scemo del paese all`occorrenza, con sulla spalla la piccola cassa di noce, nella quale vi era custodita la gamba. L`arto fu inumato nel loculo della cappella di famiglia, loculo già prenotato come dimora eterna da Nonno Pietro. Così, ogni fine settimana, il vecchio andava a ”recare omaggio” alla sua gamba che nella morte lo aveva preceduto, fermandosi sulla lapide a pregare. Sul granito vi era scritto: “Pietro Cenci di lui più lesta, giace qui la gamba”

Ma il tempo fu inesorabile. Nonno Pietro cadde , negli ultimi mesi di vita, in un stato di incoscienza ed immobilità, tanto che non riuscì più ad andare a trovare il suo arto al cimitero e a vedere I lavori di restauro della cappella, messa in pericolo dal cedimento della costa della montagna vicina. I lavori si fecero in sua assenza. A capo della squadretta di muratori di un paese limitrofo c`era Mastro Sino, un uomo capace di bere nelle giornate più faticose anche una damigiana di rosato da quindici. Era stato a lavorare nel Mato Grosso ed in Francia e si diceva potesse alzare, da giovane, un muro perfettamente a piombo posando I mattoni con I piedi. Ultimamente la cataratta ma soprattutto il vino, avevano preso il sopravvento e si limitava a dirigere I giovani dipendenti, prendendoli a schiaffi dietro la nuca, quando riusciva ad averli a tiro. Un carattere spigoloso, burlone e sbrigativo completava il quadro. Non appena mise mano alla Cappella di Nonno Pietro, si dovette procedere allo sgombero delle casse di antenati e trisavoli. Ma quando aprì la lapide del non ancora defunto, vi trovò dentro la cassetta. Tra la sorpresa generale, Mastro Sino, aprì il coperchio e sbottò in un grassa risata -` OppelaMajelle! Ma chi je` ssta cose `ntisichite? – In effetti, con il tempo la gamba aveva assunto l`aspetto di un arto scolpito malamente nel legno, tanto era indurito ed annerito. La gamba era fossilizzata e Mastro Sino credette ad uno scherzo degli operai. Decise, quindi, di sotterrare la reliquia con l`assistenza di Merdone. La piccola bara fu sotterrata nello spazio di sepoltura comune, dove non esistevano ne` croci ne` lapidi a ricordo dei defunti più poveri o sconosciuti. Quando dopo settimane, il restauro fu compiuto, venendo a mancare Nonno Pietro, si procedette all`inumazione, terribile fu la sorpresa dei parenti nello scoprire che la gamba della buonanima era scomparsa. Nonna Requilde cadde come un sacco morto dopo aver esclamato – O Aneme de`lu Pregatorie! – portandosi a terra una fila intera di cugini . Si sprofondò tutti nella disperazione più grossa, pensando a quanto aveva fatto Nonno Pietro perche` la sua gamba lo seguisse nell`aldilà. Per giorni si chiese in giro se c`erano stai movimenti strani intorno al cimitero e gli unici indiziati risultarono essere gli operai che avevano lavorato al restauro della cappelletta di famiglia. Mastro Sino che all`inizio aveva pensato alla gamba come ad uno scherzo, quando si rese conto della verità, disse che non aveva visto niente per paura che la sua iniziativa di dare una sepoltura a quell`affare rinsecchito si trasformasse in accuse pesanti. Il figlio maggiore di nonno Pietro, Peppino, col passare dei giorni e delle settimane, si rassegnò alla perdita di una parte del padre, tentando di non pensarvi più. Tornarono I pensieri, peggio di prima, quando iniziò a sognare Nonno Pietro. Stava davanti ad un enorme portone, voleva entrare ma due angeli a custodia gli dicevano ` ti manca una gamba sei destinato all`Inferno!- Si svegliava regolarmente e regolarmente raccontava il sogno alla moglie Elodia, che trasformava la storia in numeri da giocare al lotto. I numeri si dimostrarono vincenti non una volta sola, ma ogni volta che I sogni su Mastro Pietro venivano trasformati in numeri da giocare La cosa strana e` che all`angoscia per il padre che veniva sognato nelle situazioni più disperate, come una povera anima vagante nel limbo, Peppino contrapponeva la soddisfazione per le piccole ma continue vincite al lotto. E queste vincite cadevano a fagiolo, perchè Peppino non navigava in buone acque. Era ormai arrivato a racimolare un bel gruzzoletto grazie all`attività onirica, quando una sera si presentò Merdone. Si era ricordato dove Mastro Sino gli aveva fatto sotterrare l`arto e con gesti a metà tra il linguaggio dei sordomuti e quello degli scemi, gli aveva fatto capire di aver dissotterrato la gamba e di aver rimesso vicino alla salma del povero Pietro la parte mancante. Da allora Peppino, forse condizionato da quanto accaduto non aveva più sognato il padre e di conseguenza non aveva più racconti che avrebbero potuto essere trasformati in numeri vincenti, tanto da dover ritornare a stringere la cinghia, fino ad arrivare alla rovina economica. Almeno fu questo il racconto che fece al Brigadiere, durante l`interrogatorio dopo l`arresto, per essere stato “ colto in fragrante, in orario notturno, nell`area cimiteriale, mentre tentava di sotterrare un arto umano mummificato nel terreno di sepoltura comune”.

Ripari di Giobbe


Oggi è crollato un pezzo di Costa . Oggi è crollato un pezzo di Ortona. Era un bel posto per starci. Una di quelle cale che portano ad una spiaggia di ghiaia e rocce. La domenica, in estate, era il luogo dove si incontravano bagnanti di varie nazionalità. Uno di quei posti che, negli anni ’70, si trovava sulle cartine dei viaggiatori da autostop. Un’insenatura appartata, un campeggio che si apriva dopo una discesa tra i canneti fruscianti e il leggero odore salmastro che proveniva dalle scogliere. Di notte, meta di incontri al chiaro di luna. Qualcuno ci arrivava con la barca. Andammo anche noi due, una domenica, di tanti anni fa , ormai. C’era una atmosfera così dilatata. Coppie di amanti, silenziosi, come noi, stavano sulla riva a passare il tempo, in silenzio, senza bisogno di parlare, come se il rumore del mare tra la ghiaia della riva, parlasse loro parole sufficienti. Sembrava un quadro di Seurat. In attesa di qualcosa, tutti. Sotto il sole che si chiudeva dritto alle nostre spalle, oltre il promontorio. Pensavamo, allora, che nulla sarebbe cambiato, come poter fermare il tempo, di queste persone, queste coppie, che erano lì, insieme a noi. Tornammo altre volte, ma non fu più, come quel pomeriggio.Una disputa idiota e suicida ha lasciato queste scaglie di tufo in balìa degli eventi. Tutti avevano previsto, la natura, la pioggia di questo inverno, hanno fatto il resto. Si litigava, in Comune, con i proprietari, i posteggiatori, i contadini, le Ferrovie dello Stato, gli ambientalisti, i diportisti.
Ci si batteva contro l’Abruz
zo dei petroli, ma nulla si faceva perchè la costa potesse vivere delle sue bellezze. Nel silenzio, di un dopopranzo, lungo le curve che escono da Ortona,
n
el luogo in cui i tedeschi si ritirarono,
dopo la sanguinosa battaglia del
43, una lunga striscia di sabbia si estende nel
mare a segnare lo smottamento, un bungalow affonda, inclinato nelle acque che rendevano possibile sopportare ancora questo paese. Molti si chiederanno perchè e solo per il fatto che si chiederanno perchè, il perchè non l’avranno capito.

Sangue

C’e l’accumulo sanguinoso. L’emorragia lenta come un fungo cortinario, mortale dopo giorni dall’assunzione, arriva fino all’attenzione dei camici bianchi, in attesa delle ferie estive. Se ne accorge il mio addome, gonfio, dolorante, come una sacca di vipere contorte. Il respiro si mozza alla ricerca dell’aria chiusa della stanza. Polmoni condotti ad apnee non volute. Perde, la mia milza, il liquido prezioso: Ricordo il caldo dietro la testa, sull’asfalto, ad arrossare le linee spartitraffico. Sono tanti, intorno a me. Stanotte ho avuto la prima crisi. Di nuovo, nello spasmo dell’oscura insonnia, si è alzata l’ala che avevo afferrato e stretto il primo giorno. Ho sentito il suo leggero alito sul mio petto. Stringevo con la mano, un polso, una caviglia. La cosa tentava di sfuggirmi. Qualcuno ha suonato il campanello. Ero riverso a terra, raggomitolato, come un coniglio, colpito alla testa dal fattore, in procinto di un salmì. Mi è spettato questo dolore, questa sorpresa di nuovi mali, a sconfessare la forza del mio corpo. Cerco di capire il Dio avverso che si diverte, come un aguzzino argentino, a rinnovare torture sul desaparecido, ormai certo che il peggio sia passato. Il Dio. Quello che fa accadere le cose, affinchè gli uomini possano porvi rimedio. Quello del dolore, che fa amare la semplicità delle quieti. Perchè queste fitte senza scopo? Possiamo apprezzare la normalità, senza la coscienza della sofferenza? Più, è grande la sofferenza, minori saranno le nostre aspettative del benessere quotidiano. Il Dio scherza con gli uomini oppure lascia mano libera al suo avverso. E’ la volontà di Dio o è una sua momentanea assenza? Le finestre del dolore si aprono, sul Dio che gira un attimo la testa, che si china ad allacciarsi una scarpa, sul Dio che sbadiglia al volante o sul Dio che chiude gli occhi, starnutendo. Come può l’avverso, essere presente sempre, essere la distrazione del perfetto, onnipresente? L’avverso è dentro l’urlo di dolore dallo stomaco, di un femore spezzato nelle carni. Un occhio odioso si rivolge in alto,
al rimprovero bestiale.
E’ l’urlo dell’avverso, a richiamare il Dio
sulla sua piccola sconfitta.
Sono stretto, nella morsa di un forcipe d’acciaio.
Odore di anestetico, la luce forte della lampada operatoria.
Mi toglieranno la milza.
Respiro nella maschera. Ora il nulla.

Il nulla sostanzioso

Anche questa settimana non è successo nulla.
Ortona rimane, senza esitazioni.
Allora ti rivolgi alle cose che cambiano.
Basta andare al mare, mettersi all’incrocio tra la spiaggia e la battigia, in direzione del sud, puntando alla costa che porta fino a Vasto.
E’ un punto preciso, definito solo da chi quel punto lo ha visto ripetutamente negli anni,
nelle stagioni.
Da lì si coglie il piccolo allungarsi delle giornate, l’umore del mare, la limpidezza dell’aria. E’ il punto per veder la morte od il nascere del giorno. Ti rendi conto, allora, che qualcosa cambia in effetti. Non è quello che avresti sperato, ma è molto meglio…

La pianta di Limone


Aveva questa pianta di limone, Zi’Nicola. La pianta stava nell’orto di casa a Pennadomo. La casa si sviluppava a terrazzoni, ogni piano due vani: prima c’era l’entrata dell’osteria , poi, scese le scale, si arrivava alla dispensa, ancora piu’ giu’ la cantina e la stalla, per finire il fondaco e l’orto, tenuto sulla strada da un muretto di pietre a secco. Un orto piccolo, dove nonn’Anna tentava invano di coltivare qualche odore per la cucina oppure teneva due piante di insalata. L’unica cosa che dominava in un angolo a sud, questo fazzoletto di terra, era la pianta di limone. Un tronco contorto, tormentato,, che producev frutti bitorzoluti, aspri come un dispiacere, che ti bruciavano le labbra e ti facevano fare saliva fino a strozzarti al solo tagliarli in due. Quella pianta era cme la famiglia Di Renzo, dura, greve. Molti in paese sostenevano che quella gente riusciva da sola a far rimanere la Penna indietro di un secolo. Zi’ Nicola se ne fregava, gli bastava ficcarsi nella stalla la sera, a suonare il suo bombardino sotto l’occhio paziente dell’asina Rosina, che sopportava qualche “variazione” sul tema. Zi’ Nicola suonava nella banda del paese, ed era l ‘unico modo per far capire che non era uno zotico come molti pensavano, ma sotto la scorza taciturna e ruvida si nascondeva un curioso osservatre ed un poeta a modo suo. Così soffiava maledettamente forte in quel bombardino, per vendicarsi dei “dottori” e filosofi del paese” tanto da lui venivano, quando avevan bisogno di soldi. Li segnava tutti con bella calligrafia sul registro che teneva nell’armadio della camera matrimoniale. Zi’ nicola era l’oste, baffetti e giacca, una leggera incurvatura della schiena. Saliva dalla rua con l’asina Rosina a portare i ceppi secchi per il fuoco dell’osteria, a riscaldare i quattro avventori seduti davanti al quartino e la gazzosa. Zi’ Nicola faceva scarpe, quelle per lavorare, per andare alla festa del paese e mangiarsi due lupini mentre si ascolta la banda nella cassa armonica, le scarpe per le comunioni, le scarpe per zappare, le scarpe per chi muore, e non deve camminare. Segnava le scarpe che faceva sul registro e ci metteva pure i soldi che dava al figlio Carminino per l’Universita’ a Modena. Aveva iniziato gli studi, nel periodo confuso della guerra Carminino. Aveva un animo gentile, dotato di forte intelligenza matematica. Per questo Zi’ Nicla aveva sognato un grande futuro per il figlio, mentre l’altro figlio Camillo era al fronte. Ma ora non riusciva a capire, come avesse potuto fare a trovarsi in quella situazione. Era nascosto in un cespuglio, in mezzo alla nebbia della bassa padana. I tedeschi li avevano rastrellati, perchè giovani e buoni per scavare le trincee. Dalle lenti a culo di bottiglia, appannate, a causa del respiro pesante e della nebbia, Nino, riusciva a vedere il cespuglio vicino, dove si erano nascosti i suoi due compagni di fuga. Li stavano cercando da ore. Non era stato semplice scappare. Erano immersi nel fango, con le pale in mano, quando, il tedesco di guardia si eran distratto a a causa di un ragazzo, svenuto per la fatica, che lavorava a poichi metri da loro. Nino aveva approfittato, per tramortire il soldato con la pala ed era saltato fuori dalla buca, correndo verso l’ombra di una cascina lontana. Capì dopo di essere seguito dai suoi due amici. Ora stavano lì, in attesa di qualsiasi cosa. Da lontano, il rumore di un moto. Era la pattuglia tedesca. Nel sidecar, un tedesco teneva stretta in mano la machinepistole. Passò davanti al loro nascondiglio affondando in una pozzanghera e riprendendo la corsa. Nino era intenzionato a stare fermo, ma gli altri due, nel panico più totale iniziarono stupidamente a darsela a gamba, non considerandom il pericolo scampato. Il tedesco nel sidecar, si girò. Iniziarono i primi colpì di mitraglia nella loro direzione. Nino fuggiva, aveva sentito gli altri due urlare per le ferite. Stranamente, non era stato colpito. Il tedesco, prese una bomba a mano e la tirò nella sua direzione. Nino sentì una sensazione di calore dietro la schiena, poi il buio. Si svegliò, dopo due giorni, nell’ospedale da campo tedesco. Era stato colpito ai reni e una scheggia si era conficcata in quello destro. Quest incidente aveva cndizonato la salute di Nino, anche ora che, a guerra finita, aveva ripreso gli studi. I sui mal di testa erano terribili, non riusciva a contenersi, doveva mettere la testa sotto le fontane anche in pieno centro, vestito di tutto punto. Ritornava da Modena per le feste comandate ed ogni volta riusciva amascherare bene il peggiorare della sua malattie. Lo rallegrava il nipotino Nicola e la sorella minore Laurina che era la sua prediletta. Amava ritrnare cn il treno nella citta dei suoi studi dove ormai lontananza e solitudine si erano fatte più pesanti, amava i paesaggi del treno sull’Adriatico. Come quella volta tornando da casa dopo Natale C’erano ombre veloci, sugli scenari, ostacolati dalla luce dello scompartimento. Una regione era di passaggio. Forse le Marche. Portava un vestito elegante ,scuro, l’unico vestito buono dell’armadio. La cravatta viola, di seta, indurita da lunghe permanenze in cassetti bui. La cravatta di Gian Maria Volontè. Carminino era Volontè, un cittadino oltre ogni sospetto di viaggiare per inutili convegni, senza delitti nascosti, con mediocri appunti di università su fogli intestati a fornaci di mattoni. Uno spiraglio dal finestrino difettoso, odorava di porcilaia e pianure emiliane. Il treno lasciava una luna cattiva. Lei era bruna. Si accostò al finestrino. Aveva i seni larghi ed una sottile linea del mento. Dalla fronte, di pendii di sole, scendevano i capelli neri, ricci e lenti. Si illuminò con il primo chiaro della mattina. Faceva finta di dormire o dormiva, Nino non lo sapeva. Una colazione mancata, attirò il pensiero di Carminino verso la stazione ed un caffè. Però aveva i fianchi generosi, siculi. Nino avrebbe preferito una calabrese o una pugliese, senza centro, regioni assolute. Il chiarore incerto dal vetro, i pendolari assonnati alle stazioni, mentre lei sorrideva, denti regolari. La Romagna. Un taglio si sopracciglia austero, orientale, si perdeva sulle tempie vivaci. Avrebbe potuto avere il sesso. Era giovane, piena di insana predisposizione ed ingenua confidenza. Tanti avrebbero posseduto il suo corpo, lasciando segni come solchi ed un posacenere pieno sul comodino. C’era fretta. Le donne non volevano fretta. Non le distrazioni. Non volevano leggerezze. Amavano il tessitore lento di racconti e desideri. Amavano il tono del sussurratore dei mondi, dell’ammaliatore di nubi. Il corpo poteva aspettare. Perchè dopo, sarebbe stato tutto corpo. La banda del finestrino, restiuiva sequenze di paese, una striscia di mare vicino alla spiaggia di lampioni distanti. L’attenzione discreta. A questo lei sorrise. Si fece, di colpo, più accorta. Accesa dal sole di taglio sull’acqua. Attendeva. Era attesa. Forse un uomo alla stazione. Il suo uomo. La stazione era l’uomo. L’arrivo era il volto di chi l’attendeva. Un altro sorriso. Carminino avrebbe continuato. Un cimitero annullò le pagine. Di nuovo la luna. Diversa. rassegnata al mattino di nebbia. Il treno si fermò. Rimase di lei solo il profumo. Carminino proseguì il suo pensiero fin dentro l’Emilia. Modena la mattina presto. Novembre, per i pendolari stretti dentro le prime spinte del freddo umido. Scese insieme a questa comunione di aliti assonnati, impastati di caffè e solitudine. La stazione odorava di disinfettante e carbone. Questo viale, in mano la sua valigetta, schiudeva due larghi marciapiedi, che costeggiavano vecchi giardini di ville silenziose. File di alberi tratteggiavano un muretto coperto di muschio. Non era come il nostro muschio. Sembrava una regolare decorazione delle pietre, un ornamento che stava bene con le nebbie e l’alba cittadina. Le biciclette legate intorno a questi pioppi, le biciclette sulla strada di basole, sotto il sedere degli operai, ammucchiate e sequestrate come sul piazzale della stazione di Ferrara. A sera, Carminino, avrebbe sognato di quella donna e di quella che sapeva, non sarebbe mai avvenuto, nel poco che sentiva rimanergli da vivere. Un pensiero alla quercia, nuda per l’inverno, ai venti del lago.
Zi’ Nicola dovette comunicare a Nonn’Anna l’arrivo di Carminino in paese con l’ambulanza. Anna comprese. Lo accolsero come un cristo morente. La nefrite lo stava consumando, Fu messo subito a letto.
Carminino era ormai giunto alla fine del suo viaggio. I reni, distrutti dalla mina, non funzionavano più. Lentamente si stava spegnendo. Stava perdendo la coscienza di quello che accadeva intorno, anche se accennava a momenti di estrema razionalità. Si gonfiava, come uno di quei cadaveri che vengono ritrovati in acqua dopo alcuni giorni. Se ne stava a letto accudito da Nonn’Anna. Nicolino spesso lo andava a trovare. Fu quel giorno che il nipote era andato in campagna con l’asina Rosina, che Carminino prese il vecchio rasoio del padre e si recise le vene dei polsi. Nonn’Anna rientrò dall’orto appena in tempo. Non disse nulla. Strinse le ferite con degli stracci, con precisione e velocità e solo dopo chiamò aiuto. Servì solo a ritardare la morte di qualche giorno. Era lì quel pomeriggio, rantolava. Troppo giovane per morire. Gli stava accanto la madre. Sul comodino c’erano i limoni della pianta nell’orto. Era al compimento degli ultimi respiri. Di fronte a lui, sulla parte c’era un quadro con l’immagine della Madonna. Prese un limone, lo tirò contro il quadro centrandolo in pieno. Fu l’ultima cosa che fece…
Zi’ Nicola non caccio’ una lacrima. Molti andarono in visita al morto. Poi gli venne un’idea. Aveva visto, in un giornale, un funerale di quelli che facevano le persone di colore in America a New Orleans,. Tutti andavano dietro al morto con una banda che suonava canzoni alla sua memoria. Ed i cavalli con i pennacchi che trascinavano il carro funebre. “Quante me piacesse che lu fije ‘me’ tenesse la bbande a lu funerele!” Ando fiducioso dal suo capobanda, sicuro che questo favore non glielo avrebbe negato. Il maestro però, un rigido violinista di mezz’età, troppo mediocre per suonare al di fuori da un paese, ma abbastanza borioso per darsi le arie tra i cafoni del un borgo, addusse mille motivazioni per rifiutare la richiesta del vecchi suonatore di bombardino, anzi fece capire a Zi’ Nicola che forse era arrivato il tempo del pensionamento per lui come bandista, approfittando del fatto che il dolore per la morte del figlio avrebbe prevalso sulla perdita del posto come musicista. Zi’ Nicola, stretta la coppoletta in mano, se ne andò senza dire nulla. Durante i funerali oltremodo silenziosi, non un sospiro uscì dalla sua bocca. Tornato a casa, prese il bombardino e lo ando’ a vendere ad Agnone, per comprare un campanaccio da vacca. Arrivò il suo giorno. La banda del paese fu scelta per andare a suonare ad una manifestazione a Roma dovre avrebbe presenziato anche il presidente Gronchi, all’Eur. Al paese si organizzo un postale per andare ad applaudire la propria banda. Anche Zi’ Nicola ci ando’. Portava con se la mappatella delle vivande per passare la giornata. Prima di partire passò nell’orto. Rimase in disparte tutto il giorno, aspettando il turn della sua ex banda. Verso le quindici toccò alla banda di Pennadomo. Nel clou dell’esecuzione, Zi’Nicola si piazzò davanti alla fila dei tromboni, quindi estrasse dalla sua sporta uno dei limoni dell’orto, quello più luccicante e bitorzoluto, lo taglio’ in due sotto il naso dei trombonisti e inizio’ a succhiarlo con perfida voluttà. Se lo levò di bocca solo per dire: ”E mò sunete stukazze!”. Dai tromboni ormai strozzati dalla saliva straripante uscì, tra il clamore generale, una lunga e agonizzante pernacchia.

The butcher nun


Entrò velocemente nella sala parto. Sotto la veste da infermiera pendevano i lembi della tunica monacale. Un coltello di quelli da macellaio affondò con un grido nella pancia della partoriente con una precisione tale da evitare di uccidere il bimbo che aveva la testa ormai fuori dalla vagina. I dottori indietreggiarono senza aver ancora realizzato l’accaduto. La suora appena estratta la lama, con rapidi fendenti, recise le carotidi di tutti i presenti. Dal ventre della madre uscivano sangue e liquido, gli occhi strabuzzati, ghiacciati tra il dolore del parto e l’orrida sorpresa della morte. In un attimo fu reciso il cordone ombelicale e la suora uscì da quel bagno sanguinario con il bambino avvolto dentro un panno. Prima che la guardia al piano potesse intervenire, aveva già preso la prima porta che dava al sotterraneo delle caldaie. Il commissario fu svegliato dalla solita telefonata. Erano mesi che quella cantilena andava avanti. Un Ospedale, una clinica, visitate dal killer. Non riusciva a capire come fosse possibile per l’assassino entrare così facilmente dentro la sala parto per compiere quelle strage con rapimento. Le indagini avevano dato pochi risultati. C’erano dei collegamenti strani in quei crimini. Tutte le coppie, prima del parto, avevano chiesto assistenza spirituale presso un vecchio convento di suore, al centro della città, un convento nel quale operavano ancora poche e vecchie donne. Il convento era una grigia ed immensa costruzione che partiva occupava un intero isolato. Era una di quelle zone talmente centrali, da risultare, paradossalmente tanto anonime. Il Commissario suonò alla portineria. Una vecchia suora, con un bastone e lo sguardo acido gli aprì, non senza prima aver fatto un terzo grado al poliziotto. – E’ con suor Michelina che deve parlare- disse la vecchia. Gli venne incontro una suora di mezza età, alta, dal viso tagliente e dagli occhi di un verde profondo ed inquietante. Andarono nel suo ufficio. Il commissario chiese notizie sulle coppie, vittime degli omicidi e dei rapimenti. La suora diede informazioni tanto precise da essere quasi false. Il commissario aveva notato una musica di sottofondo eccessivamente alta, tanto che si faceva fatica a parlare. Non aveva osato chiedere di abbassare il volume. Stava per accomiatarsi e aveva appena messo la mano sulla maniglia della porta, quando il brano cessò, ed il Commissario udì distintamente dei vagiti provenire dal fondo del corridoio. Venivano dalla cappellina del convento. Estrasse la pistola. La suora, senza dire una parola fece cenno di seguirla. Entrarono e si diressero dietro l’altare dove c’era una porticina sul muro. Ora i vagiti erano fortissimi. Il Commissario sbiancò . Vi era un seminterrato illuminato da tetre luci al neon. Lungo questo seminterrato vi erano decine di cullette nelle quali piangevano altrettanti bambini. – I genitori non sarebbero stati degni di crescere questi figli – disse la suora con tono pacato. – Era nostro dovere morale e cristiano, preservare queste creature di Dio dal peccato e dalla corruzione- Il Commissario tentò di girarsi di scatto. Fece appena in tempo a vedere il filo dell’ascia scendere sulla sua testa..

La "neve" di Ortona


La neve ad Ortona.Non se ne vedeva così da anni. Nei vicoli, nelle piazze, davanti alle vetrine dei locali, tutti stanno lì, ad amare la “neve”. Anni fà li vedevi, il venerdì sera, a girare in cerca di qualcosa da fare, tutti ad aspettare questa neve, bianca, impalpabile, pura, per tuffarcisi dentro, in una sorta di euforia collettiva. Ora, finalmente. Per tutti, per tutte le età. Venerdì, sabato, domenica, nevica sempre e dovunque. Gli occhi spalancati, il perenne raffreddore,i movimenti affannosi,butterosi quindicenni, tardoni quarantenni, ti guardano con l’aria di chi ha capito che la vita si affronta meglio, se nevica. E’ uno schermo la neve, che nasconde quello che non piace, quello che non si vuole. Ma la mattina dopo, quando la neve è terminata, c’è la tristezza del vuoto dentro ognuno di loro. La paura di vivere un’altra giornata…di sole.

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