Lo zen nelle viti e il disco dei Doors

L’unica salvezza dalla paranoia è quella di riordinare le viti. Molti uomini in piena crisi d’identità credono di poter cercare il “sé stesso ormai perduto”, compiendo viaggi improbabili. Qualcuno si rifugia in Tibet, pensando di poter mangiare il miglio nella ciotolina mentre pratica la meditazione come un bonzo. Altri vanno nel deserto a tirare le zinne delle capre tuareg, aspettando che un gruppo di estremisti li rapisca e li renda famosi su internet. I più fanno il coast to coast con la macchina decappottabile a noleggio per poi farsi ciulare tutti verdoni nel primo casinò di Las Vegas. Raramente questa fuga dalla realtà, per andarsi a ficcare in un’altra realtà di merda, produce gli effetti sperati. Ci mancava il virus a mettere davanti ad ognuno la verità del proprio essere, senza i paraventi di quello che si è costretti a interpretare quando si è a contatto con gli altri. La prima settimana, tutti si fiorellizzano come in uno spot telefonico e via insieme a cantare canzoni frocie sul balcone, con i sorrisi alla Guglielmo il dentone. Nella seconda settimana inizia la lotta al coltello per tagliare il pane, contro le mogli in crisi da astinenza da pemanente o i figli che smanettano l’ennesima serie televisiva strafatta di angeli e fantasmi che spacciano metanfetamine mentre investigatori ricercano delitti pre guerra di secessione nei fondi del caffè di presidenti degli Stati Uniti.  La verità è che se il vuoto alberga nei nostri cuori quando si è all’aperto, non si può cercare il pieno quando si è dentro casa da soli. Meglio non farlo, la sorpresa potrebbe essere terribile e nessuna maschera col filtro o senza potrà cancellare l’espressione della disfatta waterlooiana dai nostri volti.

Un uomo saggio ha detto alla tivvù che questa esperienza ci migliorerà.  Quante atrocità vengono commesse sulla strada dell’autorevolezza, quando  ti pagano per comparire davanti alla telecamera a rischio della tua vita. Questa esperienza di clausura ci farà rimanere uguali a quelli che eravamo prima.  Chi è stato fesso sarò fesso e chi furbo sarà furbo. Peggioreranno solo gli stronzi i quali diventeranno più stronzi anzi strastronzi. Nelle uazzappate di personaggi più o meno noti della vita locale inizia ad insinuarsi una sorta di paraculaggine pre elettorale che facilmente viene scambiata per la volontà del sacrificio. Tutti siamo colpevoli, nessuno escluso. Mentre si compie, senza navigatore, questo viaggio all’interno del corpo umano, l’unica cosa che non si riesce ad avere è quella di un “pensiero felice”. Ho provato anch’io per giorni, non ne ho trovato uno forse perché pensavo a qualcosa di straordinario. Sbagliavo i termini della mia ricerca. Un pensiero felice può essere anche piccolissimo.

Così, dentro un magazzino, nel quale ho concentrato tutta la  vita di lavoro, ho trovato una redenzione momentanea, sistemando migliaia di viti, bulloni, punte di trapano, attrezzi, pezzi meccanici, con ordine quasi maniacale, per ore, senza sosta se non quella dedicata al cibo e al sonno, in una pratica zen molto più vicina alle manie di un serial killer  che a quelle di un archivista. In questa metodica e ripetitiva selezione delle minuterie a l’improvviso la radio ha trasmesso un brano dei Doors. La mia mente, nel vuoto creato da questa attività di riordino quasi totalmente inutile, ha riattivato la memoria di un ricordo felice. Era l’inizio dell’estate del 1983: intorno alle panchine in legno che inanellavano i tronchi degli abeti, davanti la sala Eden, eravamo seduti io, Marco, Fabrizio, Roberto,  Rocco, Eugenio e Mauro. La scuola era finita. Stavamo decidendo sul da farsi per il giorno successivo.

Qualche settimana prima avevo ascoltato i Doors alla Radio ed io volevo andare a Pescara a comprare un loro disco. Ci saremmo ritrovati alla fermata dell’autobus, il pomeriggio seguente. Non ricordo i discorsi, ma ricordo le luci di quella sera tiepida di fine giugno e i raggi del sole che tramontava, filtrati dai grossi abeti della villa comunale, i nostri volti di ragazzi e la sensazione di una giovinezza perfetta, senza alcuna preoccupazione per quello che sarebbe stato. Il giorno dopo piovve ma andammo lo stesso, una pioggerellina breve che non riuscì a smorzare il tepore della nostra passeggiata pescarese. Entrammo nel negozio Ferri. Una distesa di scaffali pieni di vinili. Trovai il mio disco e chiesi a l’addetto di farmelo ascoltare. Il primo brano della b side era “Backdoor man” e non scorderò mai le facce dei clienti più attempati quando Jim Morrison iniziò ad urlare dagli altoparlanti del negozio. Quel disco passò di mano in mano tra i miei amici nei giorni seguenti ma il ricordo del vento dal finestrino aperto dell’autobus, di ritorno da Pescara quella sera, mentre chiacchieravamo contenti, è ancora vivo nella mia mente. Se fare niente ora ci rende infelici, non dimenticate che tanti anni fa, ognuno di noi ha avuto almeno una giornata nella sua vita nella quale non fare niente e essere assolutamente felici.

Lo sguardo dell’agnello prima parte

Il rumore si avvicina. Un tuono lontano che precede la tempesta. La vibrazione fa suonare il letto come una ringhiera esposta al vento. Ferruccio si gira quasi a non voler ascoltare. Le palpebre sbattono veloci, facendogli arricciare il naso e le tempie sulle quali si scorgono piccole gocce di sudore. Ora il vento si alza, si sentono i campanacci delle bestie ma Ferruccio non si schioda dal letto. E’ poco più di un ragazzo lasciato solo nel pascolo su in montagna. Si avvinghia alla ruvida coperta di lana. Inizia la pioggia. Dapprima un leggero ticchettare sulla tenda, poi un battere insistente. Un diluvio. Il prato di erba medica è un fiume in piena , fatto di mille rivoli. Ferruccio ha paura. Un tuono vicino, rompe il battere regolare delle gocce. Il ragazzo si alza in preda al panico: solo, nella tempesta, che ne sarà di lui? Di colpo la paura si trasforma: una forza sovrumana gli impone di fuggire a valle, senza le pecore, lasciando i cani a guardia del gregge. Ferruccio si perde, nella faggeta senza luci. All’alba, infreddolito, zuppo, finito il temporale, cerca una via per uscire dal bosco. Conquista la radura solo a mattino inoltrato. Da lì può scorgere il crinale sul quale ha abbandonato le pecore ma non vede nessun movimento. Solo puntini bianchi immobili. Ferruccio corre in salita, lungo la via più corta. Arriva sfinito. Sul prato, decine di pecore a terra, il ventre gonfio, giacciono agonizzanti. Hanno mangiato l’erba bagnata dalla pioggia e stanno soffocando. Da lontano, Nicola, l’amico suo più caro anche lui pastore, sta cercando di bucare il ventre delle bestie e fare uscire il gas. Ferruccio è paralizzato, è la prima volta che gli accadde. E’ la rovina. “Presto, aiutami” grida Nicola. Si getta sulla pecora più vicina ma non sa come fare. Tutte, una ad una , muoiono loro tra le mani. Tutte tranne un agnello. Ferruccio lo tiene tra le braccia piangendo. Con una sola pecora non si fa un gregge. Nicola guarda con compassione l’amico. “ Ferrù, è inutile, è finita”. All’improvviso il ragazzo tira dalla sacca il coltellaccio e con violenza sbatte la povera bestiola a terra. L’agnellino tenta di divincolarsi, belando. Ferruccio affonda l’arma nella gola dell’animale. Mentre il fremito della vita abbandona l’animale, il suo occhio spalancato nella smorfia del terrore e del dolore si pianta nell’anima del pastore…

Sul fronte, a nord, in mezzo alle montagne, si muore e basta. Ti svegli una mattina, in trincea, il tempo per grattarti i pidocchi e arriva l’ordine di andare all’attacco. Ferruccio fissa la baionetta sulla punta del fucile e si lancia sulla costa fangosa fino a salire sul campo di battaglia dove i suoi compagni stanno già cadendo come mosche. Si odono le urla dei nemici, colpiti dalle lame affilate degli italiani. Ferruccio corre in mezzo alla foschia e al fumo della battaglia. Dal bianco della nebbia gli compare davanti un soldato. Non ha il tempo di pensare. Si china per evitare il colpo e con una spallata atterra il suo avversario. Ferruccio blocca il nemico, puntandogli uno stivale sul petto e solleva il fucile per assestare il colpo mortale con la baionetta. Tutto accade in quei pochi attimi che precedono la morte: il ragazzo lo guarda, gli occhi pieni di terrore. Lo stesso sguardo dell’ultimo agnello di Nicola. Ferruccio colpisce.

…Nicola alla guerra non ci voleva andare. “Affanculo tutti quanti!” andava urlando per i vicoli di Cutruni, quando il messo comunale aveva chiamato tutti gli abili nella piazza principale, allo scopo di censirli per poi farli partire nelle varie caserme di destinazione. Nicola masticava ancora amaro per la sorte che era toccata a Ferruccio, l’amico suo, andato in miseria per la strage del suo gregge. “Nicò, io non ci ho più niente da perdere- gli aveva detto Ferruccio – è meglio se mi ammazzano in trincea, così non torno a fare la fame in questo paese maledetto. Magari mandano una medaglia a mamma e pure una pensione di guerra”. Fu così che Nicola si fece uccell di bosco, tanto che quando i carabinieri andarono a cercarlo, quasi picchiavano la madre per farle dire dove si fosse andato a nascondere. Ma il pastore conosceva bene le sue montagne, sapeva come passare le stagioni invernali dentro a un bosco, come accendere un fuoco, farsi un riparo. Queste cose gliele aveva insegnate Lucariello, un vecchio brigante che aveva passato tre anni sulla montagna, per sfuggire alle guardie del regio esercito. “Trovati un posto che conosci solo tu e da dove puoi guardare chi arriva anche di notte” gli aveva detto Lucariello. Nicola non disse niente neanche a sua madre, ammucchiò qualche straccio vecchio e due paio di scarpe in un sacco, e partì a notte fonda verso la montagna. Nessuno lo vide più.

Ferruccio scese fino a Genova. Gli avevano dato il congedo e una medaglia di bronzo “per il comportamento valoroso e lo sprezzo del pericolo dimostrato in battaglia”, seguivano una serie di paroloni che quel povero pastore, sulla pergamena firmata dal ministro, faceva fatica pure a leggere. Sin dalla fine delle ostilità, aveva compreso che il progetto di rimanerci secco, in battaglia, era stato un fallimento. “A casa non ci torno in queste condizioni -pensava tra sé e sé – che ci vado a fare?” Aveva pensato di arrivare fino alla costa per cercare fortuna in un posto che fosse tutto il contrario rispetto al mondo che aveva abbandonato, venendo via dal suo paese. Quando arrivò sulla banchina, rimase a bocca aperta: lui il mare, lo aveva visto solo su qualche cartolina attaccata nell’unica bottega di Cutruni. “Giovane, cerchi lavoro?”  Ferruccio udì quella voce provenire dal ponte di una grossa nave merci.  In quel momento pensò che aveva fatto bene a venire a Genova. Salì.

Tre uomini di una compagnia della Panzergrenadier division stavano risalendo la china della montagna sopra Cutruni, mandati in perlustrazione dal comandante di reparto, per un capriccio di quelli che prendono i superiori quando temono di riscuotere poco timore presso i loro soldati. Il più vecchio tra di loro andava avanti, facendosi largo tra i rovi di ginepro che ostruivano l’accesso alla faggeta. Quel posto sembrava non essere mai stato frequentato da anima viva. Grande fu la sorpresa quando il sottotenente senza emettere un grido, sprofondò in una buca nascosta sotto il fogliame del sottobosco. I due commilitoni si affrettarono presso il luogo dove il sottotenente era scomparso. Nella buca giaceva il corpo senza vita del loro camerata, infilato sopra dei pali aguzzi che spuntavano dal terreno. Non fecero in tempo a rendersi conto dell’accaduto che vennero colpiti alla nuca da due pietre lanciate con estrema abilità da una fionda. Fu allora che una strana figura, coperta di una vecchia pelle di pecora, uscì dal nascondiglio, avventandosi sui due malcapitati, per sgozzarli. Nicola era irriconoscibile. La permanenza su quelle montagne aveva cambiato la sua anima ma soprattutto il suo aspetto fisico. Era un uomo che aveva raggiunto quasi la cinquantina. Non era più sceso in paese, per paura che la vecchia condanna in contumacia avesse ancora validità. A Cutruni, dopo tanti anni, anche le forze dell’ordine si erano convinte che fosse morto. Talvolta si avvicinava alle case, riuscendo a rubare qualche arnese che gli potesse servire per sopravvivere. Quasi volesse adattarsi al contesto selvaggio, si era fatto crescere una barba lunghissima che ora era totalmente bianca e la sua pelle mostrava tutti i segni di una persona che era rimasta per un quarto di secolo esposta a tutte le stagioni, senza dimorare in una vera casa. Qualche cacciatore che si era avventurato nei boschi narrava di aver visto questo individuo aggirarsi nel folto delle faggete come una bestia mitologica. A Cutruni si era sparsa piano piano la voce e nessuno aveva più il coraggio di frequentare la montagna per paura di incontrare “U’Bbestiu” così lo chiamavano i più vecchi per spaventare i bambini, nei loro racconti.  Con il tempo, gli abitanti delle case alle pendici del monte, avevano imparato a rispettare e temere Nicola. Talvolta le donne lasciavano delle provviste fuori dalla porta, specialmente l’inverno, perché così erano sicure che U’Bbestiu non avrebbe fatto male alle loro famiglie. Nicola lasciava stare in pace gli abitanti di Cutruni e loro lasciavano in pace lui.

(Fine prima parte)

Dalla parte sbagliata

“Figa, ragazzo! Corri veloce come una boccia!” Il Tettamanzi, vecchio pugile, ora titolare della palestra “Folgore”, mi guarda dal bordo ring quasi avesse visto per la prima volta due che si prendono a pugni. Il “Tetta” come lo chiamano i suoi amici, tifosi di un tempo, non fa sconti. Ne ha visti passare di spacconi oltre le corde. Tanti li ha mandati via subito con un bel discorsetto: “Senti ragazzo, lo so che sei venuto qui per fare il pugile, ma, dai retta a me, non è roba per te. Sei troppo buono. Tu, l’avversario lo devi odiare. Fai finta che ti abbia scopato la morosa e ti abbia ciulato il portafoglio! Tu sei un polentone! Io non posso far passare il tempo ad un mollacchione! Va! Va! Vai a giocare a golf che è meglio.” Il Tetta non è tenero con i nuovi arrivati. Non vuole creare illusioni e mezze seghe suonate.  Così fa la stessa pantomima con me, appena entrato nella palestra. Mi osserva. Mi levo gli occhiali. Nota subito qualcosa di differente nel mio sguardo, qualcosa che il Tetta ha visto da qualche altra parte in un altro tempo. Abbassa leggermente gli occhi di lato come a scavare nel fondo della sua memoria, a l’improvviso mi fissa di nuovo, i suoi occhi ardono come fosse una belva prima dell’agguato. Il pugno arriva direttamente dal basso, dove il Tetta teneva ferme le mani fino a qualche istante prima. Mi scanso velocemente e blocco la sua mano a pochi centimetri dal mio grugno. Il suo volto si illumina: “Cristo! Sei sveglio!” Si blocca per un istante, mentre mi rilasso, continua a guardarmi. Ha visto nel fondo dei miei occhi dove si cela il senso di tutto questo. L’odio, il dolore, li tieni a bada, ma prima o poi qualcuno li vedrà, qualcuno che li nasconde, come te.  “Come ti chiami?” “Franco. Sono di Mede, ma vengo da Salerno.” “Azz, un terùn! Bene! Voi del sud ci avete la violenza in corpo, siete delle bestie di natura!” Mi sta già provocando, ma non dico niente. “ Dai, africa, mettiti sul ring, voglio solo vedere come ti muovi, poi vediamo come aggiustarti. Ma non farti male. Giuvannin non perdona. E’ un padano originale, lui” . Il Giuvannin è un pugile avanti con gli anni, nato e vissuto nella palestra. Ha tentato di sfondare da giovane ma non ci è mai riuscito. E’ diventato il braccio destro del Tetta e passa il giorno a torturare i ragazzetti che si allenano, gonfiandoli come dei canotti, mentre di notte, va a rubare macchine. E’ grosso, con le sopracciglia unite, il classico esempio di come sia possibile che l’uomo derivi da una scimmia. Questo mi pesta, ma venderò cara la pelle. Così, quando il Tetta ha deciso di soprannominarmi “Boccia”, quando l’omaccione peloso che avrebbe dovuto riempirmi di botte, sta ancora all’angolo con il fiatone perché non è riuscito a mandare un solo colpo a segno sulla mia faccia.“Uè, Boccia, vieni in ufficio che parliamo degli allenamenti.

Seguo quel vecchio piegato in due, dalle mani bitorzolute, rigide come due badili.  Nella stanzetta che il Tetta chiama “ufficio” campeggia una gigantesca fotografia di Mussolini, con l’elmetto. La mascella stretta sembra indirizzare lo sguardo verso la finestra che illumina la cornice scorticata dell’immagine. Sotto la foto un drappo sdrucito e scolorito dal tempo: “Decima Mas, Battaglione Folgore.” “Sì, è stato un onore. Io non ce l’ho la fotografia del presidente della Repubblica.” Non riesco a rispondere. Tutti sono comunisti in pianura. E’ normale. Non si può essere fascisti. I fascisti hanno rovinato l’Italia. Possibile? Esiste ancora ‘sta gente qua? “Boccia, non mi guardare così. Ma te sei un rosso, vero?” “A me hanno abituato così” rispondo con un pizzico di soggezione.” E allora? A cosa ti hanno abituato, a pensare con la testa degli altri? Non mi vedi a me? Sembro uno assassino? Un porco, come dicono loro? A te ti devo fare un po’ di lezione di storia!” Non riesco a dire niente. “Se vuoi stare in questa palestra, non mi devi parlare dei rossi! A me hanno ucciso la moglie ed un fratello! I partigiani, davanti a me li hanno fucilati! Ero nascosto a guardare. Non potevo fare niente! Non li hanno uccisi per vendicarsi, ma lo sai per cosa? Il capo dei partigiani era il mio confinante! Non li hanno fucilati perché erano fascisti ma perché il mio confinante voleva la mia terra! Diceva che ad un fascista la terra serviva solo per ricoprire la sua bara. Sono stato a combattere in Africa, in Grecia. Questo è il ringraziamento. A lui, l’hanno data, la mia terra. Sono rimasto solo io con i miei pugni. Cosa ci ha un uomo, quando gli fanno terra bruciata intorno? Solo odio. E’ l’odio che mi fa tirare avanti. Quando ti ho guardato negli occhi, ho visto lo stesso odio. No, tu non sei un rosso, non puoi essere un rosso. Che ti ha dato a te il partito?” “Mi ha dato la libertà”, ribatto, quasi fosse uno slogan letto sui manifesti elettorali. “Ah! Ah! Ah! La libertà! Ma guarda te! Te sei nato terrone e muori terrone, magari sotto qualche trattore, a zappare, con l’illusione che il partito ti ha dato la libertà!” Io sono fascista perché non voglio essere come loro!”  “Ma il popolo dei lavoratori è unito per avere gli stessi diritti -cerco di dire qualcosa quasi volessi giustificarmi-, lotto per la giustizia a favore dei più deboli.” “I più deboli? Ma che cazzo dici? Il popolo? Il popolo fa schifo! Guardalo, il popolo! Stavano tutti a testa in su ad applaudire Mussolini e qualche giorno dopo tutti contenti a vederlo penzolare a testa in giù! Il popolo! Te lo raccomando, il popolo! Ci vediamo domani. I guantoni all’inizio te li do io. Vieni in orario, perché io non ti aspetto.”

Il ragazzo di Ostuni

Tra i vicoli stretti di mura bianche, il frastuono lontano della banda, si infiltrava rimbalzando da una porta all’altra. La festa era al culmine. Dalle frazioni vicine, gruppi di cavalieri affollavano il borgo, pronti per onorare il Santo. Tutto il paese sembrava fermarsi, immortalato nelle camicie candide dei bifolchi tirati a lucido, con le rughe brunite dal sole della mietitura di luglio, a malapena nascoste dai coppoloni calcati larghi sopra le teste.  In agosto quando l’aria sembra inchiodata nella luce diurna, molti salivano dalla marina tra gli olivi giganteschi fino alla città. Ogni tanto qualcuno si girava ad incitare le mogli con le gerle sopra la testa, approfittando per rimirare la line azzurra del mare, rotta in piccoli tratti di spuma. Anche gli asini, carichi dei figli più piccoli, sembravano voler partecipare alla celebrazione, dondolando il capo, lungo la strada bianca. Chiunque avesse voluto, per un attimo, smorzare la cornucopia dei suoni gioiosi del borgo, in un silenzio d’incantesimo, avrebbe udito un unico rumore, quello proveniente dalla bottega del fabbro dove, il piccolo Ottaviano, come un Efesto condannato, batteva ripetutamente il ferro rovente sull’incudine. Il locale, dalle mura lorde di fuliggine, pareva essere l’ingresso degli inferi. Il ragazzo era intento a forgiare le zappe per le nuove arature. In un angolo, seduto su una vecchia sedia di paglia, il padre malato, guardava il giovane sudare contro il mantice che arrossava le braci. Ogni tanto rantolava qualcosa al figlio, non gli era semplice da quando, un tumore alla gola, forse provocato dai fumi della fucina, gli aveva levato le forze per lavorare. “Ottaviano, figlio mio” sospirava l’uomo “ Ti ho dato questa condanna ma bisogna pur sopravvivere per mangiare”. Il giovane non se ne lagnava ma covava in cuor suo, il sogno di una vita migliore. Un amico di Ottaviano, vestito di fresco, si affacciò in bottega per chiamarlo, cacciando la testa dalla scrima appiccicata a forza contro la fronte. “Ottavià, ci vediamo stasera” – “Forse Ciccio” rispose il giovane fabbro, continuando a menar martellate contro il ferro. “Forse” era la parola giusta quando la vigoria propria sera gli veniva a mancare, stremato dalla lunga giornata in bottega. Ci andò quella sera alla festa, Ottaviano. Gli amici lo trovarono allungato a dormire sopra una panchina, cotto come una pera. “Anche questa festa è andata, papà”. La mattina dopo il ragazzo era di nuovo a bottega sotto gli occhi del padre al quale mancava ogni giorno di più la parola. Avrebbe voluto accarezzarlo quel giovane generoso ma gli mancava il coraggio. Ogni rantolo da quella gola malata, sembrava una maledizione contro la sorte avversa che dava alla sua famiglia e a quel figlio una condanna alla fatica…

A settembre Ottaviano decise che da solo non avrebbe potuto sostenere la bottega a lungo. Decise quindi di trovare lavoro come garzone di un venditore ambulante che vendeva abbigliamento presso i mercati delle Puglie e del Molise. Per mesi lavorò lontano da casa, dormendo nella vettura del commerciante, a guardia delle merci, lavandosi alle fontane, mangiando senza un vero desco, girando per le città, smontando e rimontando bancarelle, sotto la pioggia o il sole. Imparò a trattare con la gente, a riconoscere una moneta vera da quella falsa, a contrattare il guadagno più vantaggioso per il suo datore di lavoro.

Era un uomo fatto Ottaviano quando, i guadagni del suo girovagare gli permisero di prendere la patente per poter guidare la vecchia seicento che il padre non poteva più usare. “Papà, dobbiamo andare via da Ostuni, se vuoi guarire” Ottaviano era convinto che fosse quell’aria maledetta della bottega a tenere stretta la gola del padre nella morsa della malattia. La voce del genitore era ormai più flebile di una brezza, tuttavia i suoi occhi avevano ancora la forza di parlare al figlio. Sperava nella gioventù del ragazzo per migliorare la loro condizione. Ormai per loro non c’era più possibilità se non quella di aspettare la morte e una vita di stenti. Ottaviano decise di acquistare, con gli ultimi risparmi, una partita stoffe, per iniziare la propria attività di ambulante in Abruzzo. Non voleva che ci fosse un solo confine a dividere la sorte della sua famiglia, da quella terra bella e maledetta.  Con l’aiuto del padre, caricò fino all’inverosimile la vecchia Fiat. Il genitore aveva deciso, con quel poco di energia che aveva ancora in corpo, di aiutare il figlio nei primi periodi della sua nuova avventura. Aveva giurato a sé stesso che avrebbe ceduto alla morte, solo quando avrebbe visto la sorte girare a loro favore. Fu quando arrivarono a Campomarino che il destino parve presentare il conto. La Seicento si fermò. Non c’era verso di farla partire. Ottaviano le provò tutte, per ore. A sera si accasciò sconfitto sul sedile dell’auto. Guardava il padre, ormai assopito, il quale era rimasto tutto il tempo, seduto nell’abitacolo, quasi fosse cosciente che il loro destino non poteva essere cambiato. Ottaviano si sentì come quel naufrago il quale, riuscendo a riemergere dalle acque, convinto di essere salvo, si vede ricacciare la testa verso il fondo del mare, da una mano invisibile. La notte fu quasi insonne.

Ottaviano si svegliò colpito dal primo accenno di alba. A ponente, nuvole oscure stavano per raggiungere la costa, a suggellare la loro totale sconfitta. Uscì dalla macchina. Nonostante la sorte pareva aver deciso per loro, non pensò di tornare a casa. Gli sembrò strano provare un sentimento diverso da quello della resa. Era convinto che i destino gli stesse imponendo ulteriori prove per rendergli la libertà che tanto desiderava. Comprese che doveva provare ancora. Salì in macchina. Girò la chiave di accensione. Il motore partì, al primo colpo. Il padre si svegliò. “Andiamo, in ogni caso”. Il padre annuì.  Il cielo era carico di pioggia. La rabbia, per aver osato di nuovo, stringeva le tempie del ragazzo. Ottaviano continuava a guidare , alzando la mano verso il cielo, imprecando i santi che si stavano prendendo gioco della sua vita. “Dobbiamo fermarci nella prima città che troviamo, prima che venga giù il diluvio” disse il padre “Altrimenti non venderemo nulla”. Arrivarono a Vasto in un’atmosfera surreale. Il mercato, nonostante il presagio di un temporale, era in pieno svolgimento e le persone si accalcavano presso le bancarelle, come volessero fare più acquisti possibile, prima della pioggia. Ottaviano voleva tentare lì, subito ma non conosceva nessuno.  Girò tra gli ambulanti chiedendo chi fosse il responsabile dell’organizzazione.  Lo trovò, dietro la sua bancarella, circondato da clienti. “Scusate, siete voi che organizzate il mercato?” “Sì ma sono molto occupato, che volete?”  disse l’uomo “Siamo venuti da Ostuni, io e mio padre, vi chiediamo se è possibile vendere la nostra merce, almeno per oggi” chiese Ottaviano “ No, guardate, è tutto pieno! Non so dove piazzarvi e poi il mercato dura solo un altro paio d’ore! Cosa pensate di vendere?”  Ottaviano iniziò a scoraggiarsi “ Vi prego, se non guadagniamo qualcosa, non avremo i soldi per poter tornare indietro ad Ostuni. La macchina già si è fermata una volta. Non sappiamo come fare” L’ambulante parve non ascoltarlo, tanto era intento a trattare con una cliente. Ottaviano sentì che qualcuno gli stava tirando un braccio. Si girò, il padre gli era alle spalle. Udì la flebile voce del genitore supplicarlo “Andiamo, figlio mio, non c’è più niente da fare” Ottaviano chinò la testa, sconfitto. Si era ormai voltato per tornare alla sua auto ma udì una voce richiamarlo: era l’ambulante, aveva visto tutto, aveva notato il padre e la sua profonda cicatrice sulla gola, a malapena nascosta dalla camicia. “Ehi voi! Forse posso accontentarvi. Ho un posto in coda alle bancarelle, alla fine della strada, se vi va bene” Il sorriso si riaccese sul volto del giovane. “Spero che possiate guadagnare qualcosa. Buona fortuna”.” Vi ringrazio” disse Ottaviano  “Spero di potervi incontrare di nuovo un giorno”.

Era una mattina del 1966. Nonostante tutto, non piovve. Ottaviano e suo padre incassarono trecentomila lire…

…Dietro la scrivania, Ottaviano aveva gli occhi fissi contro una fotografia ben incorniciata, appesa alla parete, persa tra le decine di premi e riconoscimenti, ricevuti durante la sua vita lavorativa. Nella fotografia, una vecchia Fiat Seicento, davanti alla quale lui e suo padre apparivano sorridenti. Levò gli occhi da quel ritratto solo quando la sua segretaria gli annunciò la visita di un vecchio ambulante, responsabile di categoria di un’altra regione.  “Buongiorno, si accomodi” Ottaviano stava guardando il video del computer e  aveva accennato un’occhiata distratta verso l’uomo che era appena entrato e gli stava di fronte. A l’improvviso, nel profondo della memoria, qualcosa affiorò come se la polvere del tempo fosse stata soffiata via da un vento impetuoso, come quello che cinquant’anni prima aveva portato le nuvole sul suo destino, costringendolo a fare mercato a Vasto, cambiando per sempre la sua vita. Gli occhi di quel vecchio lui li ricordava bene: erano quelli dell’uomo che concesse loro la possibilità di vendere il quel mercato. “Mi scusi ma lei, tanti anni fa, era il responsabile del mercato di Vasto?” Il vecchio ambulante si aprì in un sorriso. “ Io sono quel ragazzo di Ostuni al quale lei dette la possibilità di vendere le sue stoffe” Nel dire queste parole Ottaviano indicò la foto sulla parete. L’anziano si girò. Ottaviano vide i suoi occhi scrutare nel riquadro quasi a scavare nel fondo di un baratro dove si era accesa una piccola luce che rendeva visibile il fondo. Di colpo il vecchio si irrigidì, si girò verso Ottaviano. Aveva gli occhi umidi. “Grazie”, disse Ottaviano. Si abbracciarono.

L’Edipo di Mede

Tanino passava le sue giornate  in piazza, a Mede. A volte lavorava nel piccolo pezzo di terra, tra le risaie. Il viso segnato dalle rughe di un respiro ormai strozzato in gola, a cercare aria in quei polmoni colabrodo. Su tutte, una ruga, come un nervo riottoso, gli tendeva la palpebra sotto l’occhio di vetro, tenendolo ancora più fisso, inquietante, mentre il resto del volto si muoveva in altre direzioni. Sognava ancora i sogni della morte. Iniziava a contare i giorni e gli anni che lo separavano dalla probabile fine dell’esistenza. Non era un calcolo racchiuso nel disegno della sua vita.

Ritornava con la mente a coloro che furono più vecchi di lui, parenti, amici dei suoi parenti, conoscenti, gente di Roccadaspide. Provava a ricordarli quando avevano l’età che aveva lui in quel tempo. Collegava i giorni nei quali li aveva visti e nei quali aveva visto i loro cambiamenti. Tanino continuava a collezionare le foto tessere in fila per studiare la ruga ai lati della bocca, scavata dalle ore, giorno per giorno.  Un perenne esorcismo per farsi amica la morte. Confrontava il suo viso con quello di suo padre, Ernesto, in tenuta da macchinista, di sua madre, alla sua età. Li vedeva, lui piccolo, adulti, anziani. No, lui non poteva essere stato così, come loro. Andava scrutando il suo volto sfregiato da l’incidente. Si levava l’occhio davanti al vetro delle specchio, per scrutare nel fondo dell’orbita, quasi volesse andare oltre, nel cervello, per scavare nella sua mente. Lui, malato, andava a tutti i funerali in paese, entrava nelle  case a visitare le vedove, i figli, si fermava sui feretri per scrutare col monocolo i segni della morte, fingendo compassione in questa attività morbosa. Non avrebbe voluto somigliare a quei morti, lui non si sarebbe decomposto. Lo avrebbero ritrovato intatto, i nipoti, con le carni ancora attaccate al viso. Le sue ossa non sarebbero state mai esposte bianche alla luce del sole. Sì, lui era vivo quello che bastava per portare fiori sulla tomba degli amici.

Palmira lo trovava spesso appoggiato contro la credenza della cucina a respirare affannosamente. Tanino era stanco. A sera crollava sulla sedia. Era un’agonia alzarsi per mettersi a letto. Palmira non c’era quasi mai. Nella tabaccheria al confine, in Svizzera, c’era poco tempo per l’intervallo e nessun spazio per sottrarsi alle impazienze dei contrabbandieri.  Fosse morto sotto la miniera, a chi sarebbe importato? Prendere moglie per farne una vedova! Un figlio, Franco che non era il suo! Poi c’era Agnese, la piccola Agnese. Nel fondo della sua anima, non sorgeva mai il rimorso per quello che le faceva. – Quella figlia è mia e ne faccio ciò che voglio-, Non comprendeva la natura della sua colpa. Forse aveva rimosso l’orrore e ogni volta scontava la sua pena nel vino bevuto di nascosto ad ogni bettola incontrata durante il suo girovagare nella pianura. Quando stava più del solito a casa, solo Nino passava ogni tanto per veder come stava.  Glielo aveva chiesto Palmira, ma gli raccomandava  pure di non dirglielo. “Come stai? Come va?”  Forse meglio non parlare,  ma limitarsi a qualche accenno sul raccolto, se Franco aveva mandato una letterina dal collegio, se andasse bene o se sarebbe tornato per le vacanze di Natale. No, Tanino aveva l’occhio fisso sul bicchiere mentre Nino parlava e lo scrutava, seduto da l’altra parte del tavolo. Rimanevano fino a tardi, quando tornava Palmira dal lavoro. Si guardavano quasi non avessero più nulla da chiedersi. A volte lui avrebbe voluto che lei non rientrasse più, che scappasse con un altro uomo, sano, robusto. Non c’erano più accenni a progetti futuri. “Tani’, stai bene? Ti vedo pallido! Faccio venire Nino ad aiutarti?” “No, No, va tutto bene.”  Ma il demone gli teneva già gli artigli sulla gola. Tanino aveva capito. Il dottor Gaeta, lui sì, che avrebbe potuto fare qualcosa. Il dottore guardava Tanino, le occhiaie scavate quasi fossero il fondo di una vecchia bottiglia. Lo auscultava, lo rigirava. Tanino sentiva il disco freddo dello stetoscopio mentre tossiva e il rantolo faceva scansare rapidamente il dottore dalla sua schiena. “Tani’, i tuoi polmoni sono andati.” Tanino rideva quasi provasse sollievo. “Non lo dirò a tua moglie, ma tu devi promettermi che non mi farai stupidaggini, che cercherai di resistere il più possibile. Vai a trovare Franco in collegio! Ricavati il tempo per fare quello che ti piace, fai stare allegra Palmira.” Ora la strada di Tanino appariva dritta, non aveva più paura. Guardava la fila dei pioppi e le sue scarpe bianche di polvere. Si poteva arrivare alla cascina anche da questa strada. Tanino  sentiva affondare i piedi nell’acqua della risaia. Il coltello nella mano era sporco di sangue. Non aveva paura di rimanere al buio per sempre, ora che si era cavato l’occhio buono. Non aveva terrore di vedere la notte.

Nebbia

Non c’era alcuna dote per una ragazza che scappava dal paese con il figlio e per un uomo solo che era stato lontano a lavorare. Nulla, tranne le valigie che Anna aveva lasciato alla figlia, perché il bagaglio desse un senso al loro viaggio. Ci avrebbe pensato Palmira, a riempirle.  Tanino alzò la testa: le valigie erano lì, vicine, sul portabagagli dello scompartimento. Il treno bucava la nebbia, srotolando la pianura in canali, mentre i carretti attraversavano piccoli ponti di cemento e legno. La risaia senza volto si stendeva sotto la coltre lattiginosa dalla quale emergevano aironi, che decollavano lenti. Tanino guardò dal vetro della carrozza le mani di Franco, appiccicate sulla superficie trasparente e fredda. Il bimbo muoveva velocemente gli occhi seguendo le case che gli si  schiacciavano contro il naso, ad ogni passaggio a livello. Palmira dormiva sotto lo scialle. “Ci sarà l’estate a Mede?” si domandava Tanino. Oltre le piccoline colline, sullo sfondo del panorama, egli immaginava altre lande, la pianura, sotto gli occhi di un uomo del sud, non aveva gerarchie, non mentiva, anche se, quella nebbia che gli sarebbe entrata nei polmoni, per poi uscirne intatta, lasciando il bruciore nella gola ed il puzzo dei mucchi di letame.  In questa terra piatta, sono tutti uguali – credeva Tanino – potrò guardare ogni padrone negli occhi, da pari a pari. Nessun Barone mi troverà chino nei campi a comandare. Il tramonto sarà uguale per tutti, con i piedi nell’acqua della risaia: Solo a notte allora, avrò sogni di montagne.

Nella grande cascina, il mezzadro li accolse. Appoggiarono sulla ghiaia le loro povere cose. C’era una stanza per loro, con un braciere, un letto con coperte di tessuto grezzo e un materasso pieno di foglie di mais. La nebbia li inseguì anche quando ebbero chiuso la porta. La nebbia la leggeva, la loro miseria. Capirono che quella terra avrebbero dovuto farsela amica, sarebbero stati costretti a dividere il vino con chi li avrebbe disprezzati. Tanino ripensò a quello che gli era venuto in mente sul treno, poco prima – No, qui non ci sono conti e baroni ma toccherà sempre a noi zappare per gli altri-. Al piccolo Franco, qualsiasi padrone per il quale lavorare, non avrebbe cambiato le cose. Ad aprile, avrebbe corso ugualmente scalzo lungo i canali, affacciandosi sotto le gonne delle mondine per sentirle urlare, acchiappando le carpe nella risaia e cacciando le rane da mangiare con la polenta dura. Una sera, lo zio, venuto anche lui a cercare fortuna, dal sud, si mise a piantare, lungo la via che conduceva al canale maggiore, un piccolo salice. Il tenero alberello, giaceva con la sua zolla di terra abbarbicata alle radici, mentre Franco guardava l’uomo compattare la terra attorno al giovane tronco. Sarebbe cresciuto, quell’albero, insieme al bimbo, mentre le mondine avrebbero cantato melodie come le sirene ad attirarlo nell’acqua bassa fino ai polpacci, sarebbe arrivata la primavera e le estati prima di diventare troppo grandi per rimanere felici…

…Le urla provenivano dalla stanza matrimoniale. Franco si alzò. La porta era socchiusa. Un pianto flebile, soffocato dal cuscino nel quale era rannicchiata l’esile figura di bambina. Le mutandine abbassate fino alle ginocchia. Franco guardò verso la finestra. Lì, illuminato dagli spirali di luce che filtravano dalle veneziane, Tanino si stava riallacciando i pantaloni, sigaretta stretta in bocca.  Franco era un ragazzino, non riuscì ad interpretare subito il pianto della sorellina Agnese. Gli sembrava che il padre le avesse fatto del male. Perché? Di solito venivano puniti con gli scapaccioni. Era mattina, la mamma era già uscita a lavoro. Cosa poteva aver fatto una bambina così piccola? Si allontanò dalla porta senza farsi scoprire. Ogni mattina si ripromise di affacciarsi in quella stanza per scoprire se la sorella stava bene. Spesso non udiva lamenti, altre volte i gemiti si interrompevano solo quando udiva il padre alzare la voce verso la bambina in tono di minaccia.

“Chi ti ha dato quei soldi?” Franco aveva aperto con forza le manine di Agnese, scoprendo che stringeva nel palmo cinque lire. “Papà mi ha detto che se non dicevo niente alla mamma, potevo tenerle e me ne avrebbe date delle altre”. “Cosa non devi dire alla mamma?” Franco la spinse contro il muro. La bimba iniziò a piangere “Non mi picchiare, ti prego” Urlò Agnese “ Se non urli ti tocco come mi dice di fare papa”, Agnese stese il braccio e strinse Franco in mezzo alle gambe. Una sensazione dolciastra e nauseabonda strisciò lungo la gola del ragazzo. Si ricordò di quella volta, quando, giocando in mezzo ai campi con i compagni di paese, aveva trovato la prostituta del paese Stella, con il vecchio bovaro Aminta, allungati dietro una siepe. Lei gli teneva il sesso con un mano, facendola scivolare su e giù ritmicamente lungo il membro, mentre, con la bocca, glielo succhiava come fosse una pesca matura. Non poteva essere. Suo padre, non poteva costringere Agnese a fare quelle cose. Non capiva esattamente cosa fosse male, ma quella cosa gli suscitava orrore. Sapeva che non sarebbe potuto intervenire per proteggere la sorella, perché Tanino lo avrebbe massacrato di botte ma iniziò ad accumulare rancore verso il padre, odio misto ad impotenza. La mattina, quando sentiva il pianto della sorella, si premeva le mani sulle orecchie per non sentire e piangeva, digrignando i denti. Avrebbe voluto mordere Tanino, fino a farlo sanguinare.

Il biscotto

Il corridoio era lungo, segnato dalla luce che filtrava dalla serie infinita di finestre scrostate. A terra  le scarpe, dalle punte scolorite, facevano risuonare il rumore dei paratacchi di ferro, mentre gli orfani camminavano in fila, verso i bagni. Il prete li guidava come un secondino, pronto a metterli in cella. Ogni tanto arrivava uno scapaccione sonoro sulle nuche di chi si distraeva girandosi verso le finestre, per tentare di scorgere i primi segni della primavera sugli alberi del cortile. Franco già percepiva l’aria di aprile arrivare dallo spiffero sotto l’imposta, come la volpe annusa l’odore dei cani sulle sue tracce. Il ragazzino alzò la testa verso i raggi del sole, senza ferirsi gli occhi: così tra le foglie, si trasformava tutto in una foschia arancione. “Quanto sarà cresciuto il mio salice, adesso?” La mano nervosa del pretino lo risvegliò, scaraventandolo a terra con una sberla. “Muoviti disgraziato!” Franco si voltò verso l’uomo, come un animale ferito, pronto a difendersi. Avrebbe voluto morderlo, ma subito si ricompose. “Lavatevi bene, bestie, ché i vostri genitori vi vogliono vedere puliti.” A cosa sarebbe servito? Franco non avrebbe visto nessuno oggi, Palmira era al lavoro e Tanino era perso con la zappa in qualche fangoso campo della pianura. “Col cazzo che mi lavo, la devono sentire tutti la mia puzza, fino al cortile! Li devo far scappare!”  Un altro prete li aspettava nei bagni. No, Franco non sarebbe rimasto sporco. Non potè ribellarsi quando il superiore  gli tenne a forza la testa sotto l’acqua ghiacciata, strigliandolo con l’altra . Riuscì a malapena ad aggrapparsi al bordo del lavandino. Il prete lo strofinò così tanto da fargli diventare il collo viola. Così i pidocchi sarebbero andati via, come l’odore di figlio di nessuno che portava addosso. Il prete digrignava i denti, quasi provasse un piacere perverso. Franco urlava  mentre il sacerdote lo prendeva a calci nel sedere: “Lavati porco!” “Basta, adesso”, Don Piermarino  entrò e redarguì il giovane prete. “Forza, andiamo”, disse accarezzando il volto pieno di lacrime del ragazzo. Franco chinò la testa sul fianco del precettore quasi a cercare conforto.

“ Su, mettiti in fila con gli altri.”

Nella piccola sala dove erano sistemati tavoli e sedie, amorevoli madri e padri, timidi ed emozionati, continuavano tremanti ad accarezzare le teste dei fanciulli. Tutti domandavano – Come stai?- stringendo quelle guance imberbi. I padri aprivano vecchie borse da lavoro dove  erano nascosti i regali preparati per quei figli. I doni della nonna: un pezzo di formaggio fresco e una manciata di noci insieme ad una sciarpa di lana grezza. Un altro padre cacciò dalla tasca qualche figurina e dieci lire. Franco vide quei gruppi di persone chiuse nei loro mondi di ritrovata felicità e pensò che lui, un padre, lo avrebbe voluto diverso da Tanino. Quando ritornava a quelle mattine nelle quali sbirciava dalla porta della camera e pregava in silenzio, perché quell’orco non facesse male a sua sorella, sperava che quel padre scomparisse dalla sua vita. Aveva il terrore di quello sguardo che si fissava con una smorfia beluina sul corpicino di Agnese nascosta sotto le lenzuola. No, non voleva che quel padre venisse a trovarlo.

Cercava con lo sguardo, tra i padri degli altri, quale gli sarebbe piaciuto. Si fermava sui piccoli gesti di affetto delle mani nodose del genitore, sulle guance dei suoi compagni. Dalla porta socchiusa udiva i bisbigli e le parole di conforto, il rumore degli incarti che nascondevano i cibi da mandare giù di nascosto del prete, come il sacchetto pieno di biscotti caldi per la colazione delle cinque del mattino. Franco quella notte pianse, quando l’odore dei dolci si propagò nella camerata. All’alba, mentre cercava di scaldare il tozzo di pane sotto il sedere per rendere meno amara la sua colazione, un bimbo al suo fianco inzuppava un lungo biscotto nel biancastro liquido della tazza.

Valter Saba and the Sabani

Il secondo articolo che scrissi per “La Piazza” fu un’intervista a Valter Saba, chitarrista ortonese molto apprezzato, il quale è stato un punto di riferimento per la nostra generazione di strimpellatori. Con Valter Saba ho avuto il piacere di condividere tanti momenti di musica e con lui ed altri, abbiamo fondato la scuola del blues ortonese, nella House of the blues di Giovanni Rulli, insieme a Sauro Grumelli e Claudio De Simone. Valter continua a suonare ancora oggi. Per molti di noi “vecchietti”, la chitarra è uno strumento che ha accompagnato e accompagna la nostra vita, ha smesso di essere un mero strumento di esibizione diventando un mezzo per raccontare la nostra storia anche quando la prendiamo solo per cinque minuti, ogni giorno.

Lo Spallone

Vi propongo un altro brano estratto dal mio romanzo non pubblicato. L’ispirazione mi è stata data dal racconto di una persona a me cara la quale ha vissuto questa esperienza da protagonista.

Il contrabbando gli serve per “arrotondare” le entrate.  Sigarette. Da Ponte Chiasso. Partono di notte i suoi ragazzi fino all’autostrada dove i tir li aspettano per andare verso sud. Schiena di ferro si è arricchito a forza di accumulare soldi dentro le banche di Lugano. Ha calcolato che deve trafficare ancora un paio di anni, poi lascerà la carrozzeria in mano a Giuvannin -sempre che non vada a finire in galera prima- , e si ritirerà dentro qualche villetta con il giardinetto dalle parti di Zermatt. Ci ha visto bene, lui, e poi i ragazzi guadagnano  quasi seimila lire a viaggio. Io li vedo gli spalloni che hanno fatto i soldi a forza di portare le bricolle cariche di pacchetti di sigarette. Hanno tutti la moto nuova, la scarpe lucide e le ragazze imbellettate da esibire dalla parte posteriore del sedile, con le chiappe fasciate nei jeans stretti. Io vado in giro ancora con una vecchia Atala e l’eskimo ricucito da mamma. Non riesco ancora a comprendere come possano fare il contrabbando di notte ed andare in sezione a parlare di giustizia agli operai che sputano sangue nella fabbrica di solventi. Sarà ma, gli operai, le sigarette di contrabbando se le fumano. Sembra quasi che la sezione sia una sorta di confessionale dove depurare la propria coscienza a forza di leggere le pagine di Gramsci. Stanno tutti lì a sbadigliare, quando il segretario, un vecchio professore di lettere, declama i versi “rivoluzionari”. Dopo essersi levati questo dente, su ancora, verso, la Svizzera, di notte, d’accordo con la Finanza, tanto le pistole non servono.

“Boccia, vuoi alzare due sghei?” Mi aspettavo questa proposta. “Schiena di ferro ti vuole parlare! Gli ho raccontato di te e lui sembra interessato. Uno veloce come te non ci darà problemi.”

E’ bello, lo Scrambler. Ha il serbatoio arancione con la placca cromata al centro e la scritta “Ducati”. Ci ho messo poco a comprarlo. Fino ad oggi non mi sono fatto beccare una volta. Ho consegnato tutte le sigarette che mi avevano dato. Mamma non mi ha mai chiesto niente. Lavora in tabaccheria, oltre il confine. E’ una frontaliera. Lo sa cosa faccio. Mi guarda, la sera, quando passo a trovarla. Parliamo poco, del suo lavoro non mi frega niente. Mi preoccupo solo che stia bene. Mia madre ha il silenzio dentro. Le serve per sopravvivere. Mi sorride, quando mi rimetto la giacca pesante e le dico la solita frase “ci vediamo la settimana prossima”. Lei comprende. Ha sempre compreso. E’ abituata ad aspettare. Anche quando aspettava qualcosa, in quella casa di Capaccio. Ci ho provato a chiedere cosa aspettasse. “Tu si ‘uaglione” mi ha sempre risposto, chiudendo il discorso ancor prima di iniziare. Eppure lo sento il suo sguardo dalla finestra, mentre mi guarda allontanarmi.

Stanotte l’aria è strana. Abbiamo uno nuovo nella comitiva. Uno spallone giovane, venuto dalla Calabria. Non mi piace. Stava lì, lo sguardo basso, mentre lo Schiena me lo presentava. “Stai attento a lui, Boccia, è nuovo. Me lo hanno presentato alcuni “amici” venuti dal sud. Questi vogliono entrare in affari. Non ho potuto di no”. Non lo so chi sono questi amici, ma il tono della sua voce non mi rassicura. Non è veloce. Non ha mai caricato una bricolla ma sembra abbastanza sicuro di sé. Soprattutto quando, durante la sistemazione della  cinghia sulle spalle, si ostina a volerne caricare di più del consentito. “Guarda che ne devono essere meno di mille i pacchetti, altrimenti ti arrestano.” “Non me ne fotte una minchia! Mi dissero di caricarne di più, gli amici.” “Facciamo quello che dice lo Schiena.” Il calabrese mi guarda, accenna ad un sorriso ironico, come se sapesse qualcosa che io non devo conoscere. “Lo Schiena è andato in pensione.” Ride. Ci guardiamo con gli altri. “ Che cazzo dici? Sei venuto a rompere i coglioni? Vuoi metterci nei guai?” All’improvviso si accendono i fari. La Finanzia illumina la boscaglia. Ci hanno scoperto. “ Fermatevi!” Per tutta risposta il calabrese estrae  dal giaccone una mitraglietta ed inizia a sparare verso i militari. I finanzieri rispondono al fuoco. Scappiamo. Non riesco a liberarmi della bricolla. Corro con quanto fiato ho in corpo. Sento il calabrese seguirmi a distanza ansimando. Le pallottole fischiano sotto i miei piedi. La luce ormai ci illumina. “Bastardo! Terrone di merda! Ci fai ammazzare tutti!” Riesco a liberarmi della bricolla e la getto a valle. Tenta di farlo anche il calabrese ma una raffica di mitra lo fredda. Mi butto sotto la scarpata…

La mattina è fredda. Sono zuppo di sudore. MI sono nascosto per tutta la notte. Mi libero del giaccone. Ormai è tutto strappato a causa dei rovi nei quali mi sono gettato. Devo andare dallo Schiena e dal Giuvannin per avvisarli. La carrozzeria è poco fuori Como. Recupero la bici. Non pensavo che un piazzale di vecchi rottami d’auto potesse prendere fuoco. Ci sono ambulanze, carabinieri, vigili del fuoco. Il Tetta mi ferma poco distante. “Dove cazzo pensi di andare? Non c’è più niente da fare! Sono morti tutti e due.”

Non posso rimanere a casa. Devo andare da mia madre. Almeno per qualche tempo. Mia madre è alla finestra. Non mi dice nulla, mentre mi disinfetta le ferite sulle braccia e sulle gambe.

Hard reset

Dopo tanti anni, ho avuto il tempo per cercare e caricare sul computer tutti gli articoli che ho scritto su vari periodici negli ultimi 34 anni. Troverete molti pezzi scritti sul mensile “La Piazza di Ortona“, altri su “Il Cittadino” , altri ancora derivanti da sporadiche collaborazioni con diverse testate giornalistiche. Ci saranno post dedicati anche alle pubblicazioni “clandestine”.

Inizio con il primo articoli che scrissi per “La Piazza” nel 1999. Il contenuto del testo avrebbe dovuto essere una sorta di manifesto di intenti per un gruppo di persone le quali uscivano dall’esperienza dell’Associazione Labirinto e dalla mia attività di volontariato, svolta negli anni novanta, attività che consisteva nella direzione di laboratori musicali e direzione di programmi Radio. Arrivavo anche dall’esperienza della fanzine “Rubbish“, una sorta di foglio di informazione musicale non autorizzato che aveva riscosso notevole successo, negli anni ottanta, tra gli appassionati di heavy metal italiani ed esteri. E’ stupefacente notare come, tutte le criticità e gli stati di fatto, messi in evidenza da me nella scrittura di quell’articolo, possano essere riferiti alla situazione attuale, senza il pericolo di risultare obsoleti e fuori dal tempo. La situazione, ad Ortona, non è cambiata affatto o, paradossalmente, è cambiata in modo così radicale, da far risultare la mia visione totalmente inadeguata non per mancanza di contenuti ma per mancanza di interlocutori. Queste pubblicazioni hanno lo scopo precipuo di praticare un “lavaggio del cervello” profondo il quale consenta al sottoscritto, di osservare il presente con un occhio nuovo, scevro da qualsiasi rimpianto.

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