Il porco nel bagno

Un suono rauco, intermittente, come qualcuno ruttasse dentro un orcio, proveniva da dietro la casa dei Panetto, nella piazzetta della Rivera, davanti la Fontana delle 99 Cannelle. Se ne accorse Nazzareno, lo scemo del paese, mentre passava una sera risalendo dal fiume. Se ne accorse anche una pattuglia tedesca a piedi, nonostante i passi decisi scricchiolassero sula neve fresca. Tuttavia nessuno avrebbe ricollegato quel suono strano al grugnito di un porco. Era proprio un maiale, un verro imponente, quello che i Panetto tenevano in casa da due anni, di nascosto, non precisamente in casa, ma nel bagno. Era una bagno di quelli di una volta, con una tazza ed un lavabo, stretto senza vasca, con una finestrella a fianco dello sciacquone, che si affacciava sul piccolo giardinetto, con un mandorlo rinsecchito. Questo maiale era cresciuto da due anni beatamente in questo piccolo vano.
Dapprima riuscendo a fare qualche passo, ora, superati i due anni, stava a mala pena di traverso, poggiando, il suo muso sulla tavoletta del water. Tuttavia il maiale non se ne doleva, dimostrando un certo interesse al movimento solo quando Antonino, a sera, gli portava un secchio di bucce varie. La fortuna del maiale gli era capitata un mattino che il treno merci e rifornimenti tedeschi era passato per la stazione diretto verso l’Umbria. “Antunì! Antunì!” Aveva gridato la sorella zi’ Pierina, dai binari per richiamare l’attenzione di Antonino che teneva la figlia maggiore con la testa vicino alla locomotiva, per fargli aspirare il vapore a mo’ di aerosol.. Erano tanti poveri a fare quale tipo di cura termale a costo zero. Un’asse del vagone si era rotta e da questa spuntava il muso vispo di un maiale, che tentava invano la fuga. Vedere il maiale, e ficcarlo sotto le gonne della sorella, per Antonino fu tutt’uno. In verità la sorella era talmente secca che ai militari di scorta venne qualche dubbio nel vedere quell’arcolaio ambulante con quel pancione. Data la necessità il maiale fu ospitato nel bagnetto fra l’ilarità delle figlie. Ma Antonino aveva una mania che era quella della pulizia. Non sopportava la sola idea della puzza di maiale, quindi aveva preso l’abitudine di strofinare l’animale ogni sera, prima di andare a dormire, così come si usa per i purosangue. Passava la sua bella mezz’ora nel cesso e dava di brusca e striglia. L’unico problema era la presenza dell’ingombrante suino, ogni volta che qualche membro della famiglia, doveva fare i sui bisogni. Chi si sedeva sulla tazza , era costretto a tenere il muso del maiale, sulle ginocchia. Il norcino, aveva temperamento mite e riflessivo e ben si adattava alle esigenze degli inquilini. Mentre mamme, figlie , mariti erano intenti a sforzi liberatori, il maiale li guardava con pazienza. A volte le attese , data la scarsità del cibo, davano luogo a lunghe sedute ed esigui risultati. Gli umani, invece delle più moderne letture, avevano iniziato a parlare con il suino. Le figlie, gli ripetevano le poesie, assegnate da mandare a memoria, a scuola e i genitori si lamentavano per i problemi dovuti alla guerra ed al regime. Con il passare del tempo, il maiale, veniva addobbato con sciarpe e berretti. La famiglia di Antonio, proveniente da una stirpe di ferrovieri spoletini, era di orientamento socialista, e di quei tempi era cosa da tener nascosta. Antonino aveva la tessera annonaria e quella del partito aveva dovuto sotterrarla, per poter campare. Provava un rancore feroce per i fascisti che poteva sfogare solo in aperta campagna, quando andava ad installare i pali del telegrafo. Pensò quindi di vendicarsi e ,dato che parlava con il maiale, aveva deciso di chiamarlo Benito. Ma la storia del maiale non era passata sotto silenzio, specialmente al vicino di casa “Luchittu” che era un picchiatore per il gerarca Morante. Luchittu, riteneva che il possesso di quel maiale, dovesse essere denunciato al partito, perche’ la cosa gli risultava sospetta. Fece presente la cosa al suo superiore affinchè fosse effettuato un esproprio “fascista” . Il clima in città era già abbastanza caldo, sebbene L’Aquila fosse una città completamente entusiasta del regime. Ma il fratello di Antonino, Loreto, che era un militante socialista, già purgato più volte, aveva anche lui i suoi informatori. Avrebbero potuto rimetterci la pelle. Loreto ed i suoi compagni erano d’accordo per quella sera. Ne avevano parlato nella cantina, adibita a sezione del partito, per giorni. Si sarebbero visti a piazza Duomo per le otto, dove la ronda di fascisti capeggiata da Morante, sarebbe dovuta partire, come ad avvertire i piccoli gruppi di aquilani che sostavano a parlare, più del dovuto, fino a tardi. Alcune sezioni ne circoli di comunisti e socialisti, erano state già chiuse in città e le adunate di amici erano guardate con sospetto dalle camicie nere. Loreto aveva tanti amici che erano passati dalla parte di Mussolini. Era già stato segnalato come elemento sovversivo La serata era fresca, di quelle serate aquilane, di fine aprile, dove riesci a sentire l’aria ancora pungente. mista alle fioriture dei giardini ed alle goccioline delle fontane. I magazzini Del Vecchio stavano chiudendo. Il gestore, aveva abbassato la serranda, in fretta e stava attraversando la piazza in diagonale. Loreto ed altri quattro, spuntarono da dietro la chiesa. Loreto si sporse per veder meglio. Fu allora che sentì il rombo della Balilla arrivare dai portici. La macchina precedeva lentamente, era carica di fascisti. Loreto preparò l’esca. Lui ed i compagni attraversarono la piazza, correndo, nel momento stesso nel quale la macchina sbucava dal corso. I fascisti videro quello strano movimento, accelerando immediatamente. La macchina saltò sul pavimento rialzato dello slargo cercando di tagliare la strada ai fuggitivi. Correndo a perdifiato Loreto si nascose insieme agli altri, lungo la via che dava verso piazza del Palazzo Rivera. Riuscivano a sentire, le voci concitate dei fascisti. Poi, la macchina imbucò lentamente, il vicolo dove si erano nascosti. Le camicie nere procedevano lentamente nel buio della strada, tenendo le braccia fuori dai finestrini, con i manganelli in mano. Arrivarono sul punto. Dall’oscurità, i cinque, sbucarono. Furono pochi istanti. Loreto e di suoi, afferrarono la parte bassa della carrozzeria dell’auto ed incominciarono ritmicamente a sollevare la macchina, prima da un lato, poi dall’altro. I fascisti urlavano e minacciavano, agitando i manganelli, tentando di colpire gli attentatori.
Qualcuno tentò di aprire lo sportello. Era troppo tardi. La macchina si ribaltò con un rumore di lattina accartocciata. Loreto e gli altri iniziarono a correre senza guardarsi indietro. L’attentato riuscito sviò l’attenzione dal maiale di Antonino, anzi Luchittu fu accusato di aver spinto i fascisti nell’agguato e fu spedito, dopo una settimana di olio di ricino, a badare alle vacche a Roio Piano. La fame intanto incalzava ed il maiale, sempre più grosso, era diventato un’attrazione troppo forte per la famiglia Panetto. Eravamo ormai nel settembre del ’43 e la notizia della Liberazione, non fu accolta benevolmente dagli aquilani, specialmente quando i tedeschi, il 12, entrarono in città, durante la ritirata. Molti episodi di violenza si verificarono, nei confronti dei cittadini nelle frazioni ed Antonino, temette più per la sorte del suo maiale, che per quella dei suoi figli. Passò la primavera senza incidenti ed Antonino vide la fuga dei tedeschi il 14 giugno. Era felice raggiante. Nel trambusto dell’arrivo de Comitato di Liberazione Nazionale, tutti uscirono per strada ed Antonino, sfogò la rabbia repressa , mettendo il fez sulla testa del maiale e lasciando in casa a grufolare, ma la sera era calda e la porta era aperta. Il suino scappò prendendo la via della Fontana, per refrigerarsi. Fu inseguito dalle figlie che urlavano e ridevano, come fosse un gioco. Antonino non fece in tempo a riprendere il porco, che udì un sparo sordo e delle urla di giubilo, seguite da un rantolo animalesco. Quattro giovinastri coi baschi ornati da una stella e fazzoletti rossi intorno al collo si facevano fotografare, fucili alla mano, sul corpo inerme del povero maiale, il quale aveva ancora legato sulla testa il fez dei balilla. Antonino disperato corse verso di loro ma fu preso a calci. “Cosa fai?” Gli urlò quello che sembrava essere il più alto in grado “Questo e’ un maiale fascista, ed è il nostro bottino di guerra!” “Ma quale bottino di guerra” Rispose piangendo Antonino “Quello è il mio maiale!” . “Da oggi, comanda il popolo!” Gridarono in coro i miliziani “Tutto quello che hai lo devi dividere con il popolo che noi rappresentiamo” Detto questo presero il suino e lo caricarono sulla camionetta che portava dipinta sulla sponda la sigla CLN. Guardando allontanarsi l’autocarro, con la testa penzoloni del suo porco, Antonino, girò lo sguardo verso il cielo all’imbrunire e disse laconico: “Tutto sommato, Benito, non era poi una così brutta bestia!”

Ftònon ton teòn

Ho visto sicuramente il motivo di tutto questo. Là dove non potè l’ignavia dei miei avi, riuscì l’avversa sorte, contro di me tapino. Nell’ultimo sonno, quando la luce malata del finestrone, mai lavato, della mia camera d’ospedale, taglia la notte, le palpebre frenano il giallo vivo della visione mattutina, nel policromo variare degli arancioni, degli azzurri roventi, dei verdi fastidiosi. Sembra di stare sotto il sole di luglio ad occhi chiusi. Questo velo acido, chiama i peggiori pensieri di sempre, che devono essere pensati subito, una medicina necessaria da prendere immediatamente, per togliersi la preoccupazione . Mio padre, dal tumore statico, combattuto con l’arma del suo male. L’uomo dei progetti incompiuti, appositamente per causare la propria ed altrui rovina. Dagli inizi di buona volontà, ma dalla conduzione disastrosa degli effetti. Provava piacere in quell’amabile lamento dell’autocommiserazione, quando, chi ti è caro, ti sorregge il volto a gettare lacrime sulla sorte. Indisponente come l’artista convinto dell’unicità dell’opera sua. Reticente con i cari, sbottonato con i passanti, fintamente amici di un giorno. Raramente vidi soldi uscire dal diretto guadagno del suo lavoro, spesso vidi mia madre garantire con firme, decine di cambiali. Fu rovina. Inevitabile, lenta. Una discesa che tutto trascina a valle. Cambiarono mestieri, usi, certezze, sorrisi. Ci piegammo alla vita nuova. Ero deciso a contrastare con il muscolo, un vento contrario, sabbioso, sferzante. L’ho fatto, fino a quando la sorte ha spezzato queste ossa, ricordandomi di seguire per bene, le orme di mio padre, che era passato lì da poco. Il terrore di riuscire ad essere come mio padre, mi spinge ad una rovina che non voglio. E più ho paura di essere uguale a lui, più divento lo specchio della sua storia. Risolvo tutto, sterminando la mia famiglia.

Le Schegge del demonio

Qualcuno potrebbe pensare al segno divino. Quando la folla dei parenti queruli, assedia letti di degenti in apparente tranquillità, si scatenano le sequele di madonne ausiliatrici e trinità in appostamento contro progetti demoniaci. Arrivano gli amici che hanno studiato. Adesso mi trafigge il fianco, un dolore solido, di ematoma in espansione. Scende l’ematocrito, sotto il piglio attento del primario in visita serotina. Si aggiunge un dolore nuovo, del corpo che reagisce, che si sveglia, vergine da siffatti traumi. Altre fratture. Schegge di ossa, tenute strette dai muscoli del consumato podista. Vorrebbero, queste schegge sanguinose. scendere fino alle mie caviglie, come i resti dell’arrosto di una scampagnata, a bruciare, bianchi, tra le ceneri del falò, prima di andarsene. Ma eccoli gli amici, frequentatori di librerie d’essai. Non sono riusciti a trovare il loro Dio, quello uno e trino, nelle chiese vicino casa. Un Dio impegnativo, perchè presuppone l’abbandono dei vizi a loro tanto cari. Allora lo cercano nelle Indie, in Arabia, nei libri colorati di Buddha tascabili. Divinità sagge e terrene, da utilizzare, possibilmente a stomaco pieno, dopo un pranzo ed una bella canna. Mi costruiscono un kharma su misura, di quelli dove nulla e casuale più della casualità di una vita già scritta, dall’inevitabile destino. Poi ci sono quelli che hanno studiato il greco, tra ubris e colpe dei padri che ricadono sui figli. Preferisco il silenzio morfinoso che attutisce i sensi e soffoca l’udito su questa ciurma di sparatori di cagate. Secondo la gerontocrazia della famiglia, fatta di zie dal rosario d’osso di muflone e nonne occhialute, avrei decine di ceri da accendere su tutta la via Francigena. Chi mi infonde la presunzione che, pletore di santi si siano occupati di me in quel momento? Come può un uomo, essere pieno di questa boria antropocentrica, che lo fa sentire padrone motore del tempo? Quanti annunci mortuari ho letto, di gente, che pensava alla propria morte, come fine dei tempi! Adesso il centro del mondo è la mia anca, io sto a lato

La Paura

Era tutti i mestieri. Antonino sarebbe piaciuto ad un architetto medievale. Un corpo ad uso di ogni ideatore di macchine ed opere. Amava il ritratto, le foto di amici, in prove di forza. Talvolta si faceva immortalare con tre uomini sulle spalle. Altre volte esibiva nervi e muscoli durante il lavoro, mettendo un palo di legno del telegrafo su una spalla, ed un altro sull’altra. Aveva la sgradevole ed irruenta vigoria del giovane affamato, che morde l’aria e beve fino al risibile deliquio. Si beffava dell’azzardo. Solo una cosa temeva: la morte, il suo pensiero, i suoi oggetti, il suo sopraggiungere. Perso nel suo limbo tra religione e superstizione, si allenava a scacciarne il disegno inevitabile, come un Sisifo in vista del suo masso da spingere. Fu per questo irrequieto vivere che si trovò a lavorare, adolescente, con un compassato falegname del Torrione. C’era scarsità di legno ed il falegname, si era offerto per la riesumazione di salme, al cimitero e per recuperare, legni ancora buoni, di bare. Antonino lo seguiva. Entrarono nella parte vecchia del cimitero. C’erano delle salme, nella cripta più vecchia, inumate da pochi anni. Avrebbero potuto trovare legno non troppo rovinato. La cripta era illuminata da lumini fiochi. Un forte odore di salnitro e fiori marci aggredì le sue narici, scendendo la scala di ferro che portava ai sotterranei. Quell’odore, svegliò la sua paura. Trovarono il primo loculo, indicato dal custode. Antonino non sentiva più i piedi. Era di spalle al falegname, che stava staccando la lapide dal muro. La tomba apparteneva ad una suora, morta di tisi, dieci anni prima. Fecero cadere il sottile velo di mattoni. La bara era intatta, coperta di polvere e di calce. Insieme al falegname tirarono giù la cassa. Antonino iniziava a sudare un sudore, freddo, reso ancora più freddo dalla malsana aria dell’ambiente. Il falegname, avvezzo e cinico, fischiettava, mentre iniziava a far leva sul coperchio, con il piede di porco. Arrivarono al coperchio di zinco. Antonino tremava, di nascosto, ma tremava fottutamente. Iniziò a far leva sul bordo del coperchio ben saldato. Il coperchio saltò, di colpo rovesciandosi sul pavimento, con il rumore di sottovuoto vetusto. Una zaffata muffosa investì i brividi di Antonino, che si era scansato dopo la caduta del coperchio, quando si affacciò sulla bara, il teschio non ancora del tutto scarnificato della suora, ricoperto dal velo dell’abito monacale, ebbe un sussulto. L’entrata dell’aria nella cassa, provocò lo scatto della mandibola del cadavere, che aprì la bocca in un urlò muto di morte meccanica. Antonino ebbe solo il tempo di mettere una mano sul passamano della scalinata, scappando a gambe levate da quell’antro. Gridava con il fiato della corsa. Riusciva solo a sentire l’eco della risata del falegname dal profondo della cripta. Alla morte pensava Antonino, soprattutto durante il suo grande capolavoro, la guerra, in fuga perenne dalla sirena, accompagnato dalla paura. Gli stringeva le caviglie quella paura, la fottuta paura di morire non si sa come. Come un topo, come uno scarafaggio, lasciato per terra pieno di schegge. Un soldato dall’esercito temporaneo, sanamente vigliacco, deciso a sopravvivere ad ogni costo. Ricordava ancora il terrore della sua infanzia, il terremoto di Avezzano. Un boato nella notte, si era svegliato, nella grande stanza dove dormiva con i fratelli e le sorelle. In quel momento capì che la sua paura sarebbe stata la sua salvezza. Riuscì a rifugiarsi nell’unico angolo della casa che sarebbe rimasto in piedi. Così, ogni notte, al rombo degli aerei, gli ritornava quel brivido dietro i reni, un brivido come un calcio, una spallata, che lo spostava verso un posto sicuro. Era il fetore attraente della paura che lo guidava verso vie d’uscita invisibili agli altri.Si trovava a Verona, con la truppa. C’erano delle caverne, poco fuori la città, dove, la notte, cittadini e soldati, si rifugiavano, durante i bombardamenti. Era disteso per la prima volta, sotto quegli archi di calcare e sabbia, ammassato con un’umanità fiatante e tremula. Si addormentò cinque minuti. Quella sera si era lasciato convincere dai commilitoni a stare insieme. La paura materializzò il suo sogno. Era una chiesa. Una di quelle che si trovano nelle rasate campagne inglesi. Lunghe nervature sorreggevano arditi archi e contrafforti. Entrò tra le navate, ma non camminava, era sospeso in aria. Passava sotto questi oscuri ornamenti gotici, filtrati da una polverosa luce, che proveniva da enormi vetrate istoriate. Era sorpreso dalla natura del materiale di cui era fatta la chiesa, non pietra ma legno. Un legno simile alle barche in rovina sulle spiagge, annerito dal marciume e dalla salsedine impietosa. Procedeva sospeso quando, dall’enorme navata centrale, si era staccato un crocifisso dal Cristo medievale, sofferente ed inumano, precipitandogli addosso. Si svegliò ci soprassalto. Non disse nulla. Tra il russare ed il lamentarsi di quell’antro, prese le sue cose e scappò nella campagna notturna. Era arrivato sotto dei filari bassi di vigna, quando il rombo arrivò. Si rannicchiò per terra, tappandosi le orecchie, per tutto il tempo del bombardamento. Quando si rialzò, dal luogo della sua fuga, proveniva un fumo denso e continuo. Ritornò ,verso il suo rifugio. Le caverne era state bombardate. Dai resti sabbiosi, si alzavano flebili lamenti, strozzati dal fumo acre di carne bruciata. Svenne, dopo aver accennato un sorriso. Antonino comprese presto, che doveva scappare, ogni volta il suo naso avesse fiutato l’odore acre della morte. Non lo capì subito, quando, per una strana sorte, di quelle degli antieroi, la sua domanda di partire volontario, in Africa, non venne accettata. La considerava un’onta anche se il suo battaglione era arrivato in Sicilia,in attesa degli alleati. Lì, certamente, avrebbe potuto fare il suo dovere, combattendo per la patria fascista. Fu lì che incontro la morte ed il suo acre odore. Era come l’odore del primo sesso, pungente, forte, stordente, ingenuo. L’esercito sbandò subito. Quei fucili, dapprima lucidi, oliati, poco usati in quella guerra, da imberbi contadini e manovali, diventavano ologrammi di armi nelle loro mani, ogni volta che un rombo nemico ronzava sulle teste di quei ragazzi. Pianse Antonino, la prima volta che dovette girare la manovella della sirena meccanica, per avvisare, l’arrivo del primo bombardamento. L’urlo crescente, aumentava con la velocità del suo braccio e camuffava il primo lamento di paura di quel giovane spaurito. Nel gesto della mano, la rabbia del capire. Ad ogni giro una confessione a se stessi: di avere una paura fottuta. Cadeva la faccia finta di Antonino, contro le immagini indolore, della Domenica del Corriere, dove eroici soldati perdevano sangue d’inchiostro. Giurò alla sua paura, di volerla accontentare. Iniziò le prime assenze, in un esercito senza più disertori. Immaginava che gli alleati, conoscessero le posizioni del nemico e non voleva farsi trovare, dalle bombe degli aerei. Per questo, la sera, all’appello prima del riposo, Antonino non c’era mai. Ricompariva la mattina dopo, occhi cisposi di sonno, qualche filo di paglia sulla divisa, buttatosi in chissà quale fienile, assieme alle bestie. Il Capitano, non badava. Assediato dalla popolazione, stufa del vecchio padrone, di qualsiasi padrone, come potevano esserlo i Siciliani, non badava più a nulla, se non alle bombe che continuavano a cadere tra le macerie arabo normanne. Dopo anni, sentì ritornargli quel groppo di terrore alla gola, di nuovo, come una malattia inattesa: era la fifa. Avevano comprato tutto il paese. Erano arrivati la mattina, con due camioncini, di quelli ricomprati alle aste dell’esercito. Un’armata silenziosa di individui baffuti, dalle coppole sugli occhi e la lupara sulla spalla. Non c’era stato bisogno di convincere i paesani. Bastavano i cenni. Poi era arrivata l’auto del mammasantissima. Aveva radunato i capifamiglia in comune, davanti ad un sindaco tremolante e sudaticcio. Tutti avevano ricevuti i loro soldi, in cambio delle loro case, degli orti e della masserie. Nei giorni, successivi, c’era stato il trasferimento degli abitanti, chi nel paese vicino, chi al nord, chi in America. Fu il mese dopo che in paese, arrivarono acqua, luce e telefono. Aveva studiato bene, a Roma, il commendator Garau, quando gli si presentò davanti Antonino. Era stato appena inviato in quel paese B., dove tutto era in mano dei mafiosi. – Qui, lavoro, per i borghesi, non ce n’e- Gli aveva detto un picciotto, che ora risiedeva, nell’unico ufficio postale. Antonino, era arrivato con l’incarico del Ministero, di attivare la linea del telegrafo. – Se vuoi sapere qualcosa, devi andare dal commendator Garau- gli aveva detto il tipo. Antonino e la sua paura, avevano realizzato che non c’era posto e quindi era corso a Reggio per sapere se poteva andarsene al più presto, da quella terra infestata da fichi d’India e mafiosi. Entrò al cospetto di un funzionario, grassoccio, con i cappelli impomatati e il doppio mento, stretto sopra una cravatta, piccola e unta. -Commendatore, tengo famiglia e io a B. non ci sto, neanche se mi sparate!- Aveva detto Antonino. Il Commendatore, uomo d’onore, aveva fatto un breve cenno con il capo, al ragioniere, che gli sedeva in una piccola scrivania a fianco. Questi per tutta risposta, aveva battuto una lettera, leggendola ad alta voce, dove si consentiva al guardiafili Antonino P. di avere residenza a Roccella, pur lavorando lungo la linea ionica. Antonino uscì ringraziando e tirò il fiato, asciugandosi la fronte con il fazzoletto. Ma il giorno seguente non ebbe paura. Si svegliò nella baracca già calda, vicino agli scogli di quella mattina calabra. Antonino aveva ancora il sudore notturno, come un velo freddo sulla pelle. Si tirò indietro i capelli, due dita per aggiustare i baffi. C’era un po’ di caffè freddo di cicoria, nel pentolino sulla stufa, lo ingoio come una medicina necessaria. La portà si spalancò sul taglio di mare illuminato, davanti alla baracca. Osvalda, ancora addormentata, si girò infastidita dalla luce violenta. Quella notte ,Antonino l’aveva sentita lamentarsi. Il tempo era finito,avrebbe potuto partorire da un giorno all’altro. In quell’istante, Antonino, pensò a l’Aquila. Il bambino avrebbe dovuto nascere al paese suo, ma il Ministero lo aveva mandato in Calabria, per la nuova linea del telegrafo. Il pensiero si lavò con il primo tuffo. Non era difficile procurarsi il pranzo. Antonino aveva lasciato qualche nassa e la notte era stata di quelle buone per le aragoste. Mangiare aragoste con le scarpe bucate. Per Antonino valevano come quei gamberi, pescati nel torrente, a Pile. Pile. Sembravano dei giorni persi, quei giorni, ora che Antonino risaliva gli scogli, sotto i suoi piedi nudi. Le aragoste, aggredite dall’acqua bollente, si contorcevano nella pentola. Ma Antonino non avrebbe pranzato quel giorno. Un grido lo fece girare di scatto verso il letto, dove Osvalda iniziava ad avere le doglie. Le acque si erano rotte velocemente e scorrevano a bagnare la stuoia. Era il torrente di Pile. Antonino si aspettava di veder uscire i suoi gamberi. Mise la mano sotto la veste della moglie, voleva tappare quella falla. Non c’era tempo per chiamare la mammina. Osvalda era l’aragosta nell’acqua bollente. Le Aragoste si arricciavano nella pentola, diventavano rosse, sulla stufa, nella baracca di Osvalda che si arricciava sulla stuoia… Si trovò quella bambina nelle mani. Era il suo gambero, uscito dal torrente.

La sedia di Cascella


Sono passato anche questa domenica. Arrivo alla curva, insieme alle bambine. Sono sempre un po’ restie a scendere per la scorciatoia. Ma l’abitudine a queste strada scoscesa , scavata nel tufo del promontorio, che scende veloce fino alla Statale, sui ruderi dell’antica fornace, è qualcosa che ho, fin da quando, con mio nonno, tornato dall’Aquila per le vacanze, scendevamo ai Saraceni per evitare l’utilizzo della corriera. Nonno aveva passato , a quei tempi, i sessanta, ma era dotato di un vigore giovanile unito ad un querulo atteggiamento pre anziano, disgustato dalle mode giovanili. Mi accomunava a quella marmaglia di flaccidi adolescenti, giammai temprati dalla guerra e dalle povertà in genere, auspicando, lui comunista per adozione, in quanto statale, un ritorno a rigidi sistemi di stampo fascista. A quei tempi il ripido crinale non aveva subito gli smottamenti che ne hanno mutato l’orografia. La scorciatoia era lunga. Durante un periodo di forte piovosità, negli anni ’80, il crinale era andato giù come un mucchio di farina. Salivamo a mezzogiorno, per il pranzo, tra le querce ed i papiri bassi, scostando le foglie e le mosche, tra il rumore assordante delle cicale, che faceva da scudo al rombo delle macchine sotto la strada. Era affanno, caldo, con i sandali insabbiati e la fame che solo un ragazzino in vacanza può avere. Nel pomeriggio stessa solfa, stesso percorso ed io spesso rimpiangevo quelle frescure da serranda abbassata della mia cameretta, dove avrei preferito passare il tempo, giocando con i soldatini. Ma su quella curva, a volte, trovavamo un anziano, con una sediolina, un cavalletto ed una tavolozza. Aveva la pipa in bocca e passava il tempo a dipingere su quell’affaccio poco pudico, la schiena alla strada vicina, indifeso alle curiosità altrui. Lui non se ne curava e trovava sotto quell’enorme pino ombrellone, una posizione ideale per realizzare i suoi quadri. Nonno gli passava accanto, incitandomi ad affrettare il passo, quasi il pittore fosse d’intralcio. Nonno non amava quelle perdite di tempo. Aveva qualche quadro a casa, di quelli che vendono ai mercatini, ma in lui il concetto di artista o arte era relegato al dopolavoro ferroviario. Non lo faceva con cattiveria, non avrebbe potuto. Io pensavo a quell’uomo, leggermente curvo sulla sedia, che riusciva a concentrarsi sempre sullo stesso paesaggio. era come se fissasse un punto non precisato dell’orizzonte. Come una scusa per stare lì, impalato, mentre piccole e regolari pennellate, coprivano la sua tela. Quell’uomo era Michele Cascella, uno dei pittori più quotati del dopoguerra italiano. Era ortonese ma non abitava più ad Ortona da anni. Forse era diventato famoso per questo. Non c’è più Cascella, non c’è più mio nonno. Ci sono io a scendere con le mie bambine, a fissare lo stesso punto non precisato dell’orizzonte, a cercare qualcosa…

Vertebra


Noto la totale nullità delle ore. Non c’è quel tempo esterno, di chi cammina per strada o vive nelle case lontane da questa finestra. L’orologio è l’antidolorifico.
Nel cavo di questo marciume che impasta la mia bocca, tento parole di circostanza con l’infermiera. Ha un profumo sgradevole, che si mischia al forte odore della sua pelle sudata. Nervosa, le guance tirate, la messa in piega appena fatta. Non la scoperei assolutamente, nonostante il perverso erotismo di una infermiera sado, che ti sottopone ad enormi clisteri.
Ricordo, forse avevo tolto le tonsille, il risveglio dall’anestesia, avevo quattro anni. La stessa sensazione di claustrofobica impossibilità al movimento, stretto tra lenzuola tirate e bagnate di piscio. Arriva il prete. Il prete di ronda. Un cacciatore di debolezze. Un vigliacco procacciatore di conversioni, sotto il vincolo di moribondi senza più urla e depressi vecchietti senza famiglia, parcheggiati in lontane corsie.C’è una ricattatoria immagine di padre Pio, come garante dell’antiprivacy del dolore.
Chi soffre è vicino a Dio.
Chi sta al sesto piano, in rianimazione, è più vicino a Dio rispetto a quelli del quarto, in riabilitazione.
Il prete tenta un approccio sulla comunanza della sofferenza, con la croce.
Preferisco addentare la mia coscia di pollo,

La Sindrome della maga Circe

Odio il paese. Vomito maledizioni. Sono saturo. Detesto le pratiche di questa borghesia, mai assurta agli onori, vergognosa del proprio recente passato contadino. Aborro la fila dei penitenti domenicali, che insozzano le acquasantiere e tengono la gonna al prete. Detesto i manifesti dei queruli esclusi dai circoletti del potere. Mi infastidiscono i circoli del giuoco delle carte, dei biliardi, dove si autoglorifica la filosofia spicciola dei padri di famiglia, dai figli incompresi. La cittadina puzza. Puzza dai vicoli, con gli angoli pieni di piscio di cani e ubriachi.
Detesto i vecchi che fissano disgustati i miei orecchini e si masturbano nei giardinetti a veder le coppiette. Sgozzerei le baldracche di quartiere che telefonanofumano guidando e poi sputano sul vigile le imprecazioni di madri indaffarate. Ortona è uno dei ricettacoli del peggior costume dei nostri giorni. Un mercato rionale dove l’arroganza della volgarità è messa in vendita sul banco come i merluzzi appena pescati. Una umanità maleodorante vince e vive sul discreto passato di un luogo dove i mezzogiorni benedivano la quiete di un borgo operoso, con le radici aggrappate a questo cedevole tufo. Quello che detesto, l’ho fatto anch’io, ci sguazzo dentro. Per pigrizia. Una ignavia del rimandare al giorno dopo, fa passare gli anni, fa cadere i capelli e intristire le ossa, all’umido di queste sere. Sono ortonese, nonostante rivendichi radici montanare. Questo, quando mi conviene. Degli ortonesi, ho molti vizi. Detesto quello che sono anch’io e che potrei cambiare, forse domani, non so , vedremo. Quello che so è che la città è una Circe. Una Circe nascosta tra i fianchi del promontorio. Dopo la morte dei tuoi sogni che hai visto naufragare all’orizzonte, maledici l’amore che provavi per lei. saresti pronto a salpare per i lidi, natii o stranieri, non importa. faresti di tutto per andartene. Sei lì tra il Corso e la Piazza, assorto nel disprezzo di ogni singolo passante, nel quale noti una sorta di ebete soddisfazione per l’allocamento che la sorte gli ha riservato, quando, all’improvviso ti incammini verso l’orizzonte sopraelevato ad oriente. E’ lì, nella distesa a filo del mare col cielo, che una sorta di vento benevolo, vanifica i fumi del tuo odio. L’occhio non si ferma, non può fermarsi. Ascolti il tuo corpo che abbandona la morsa dei nervi contratti nella stizza, facendosi molle alla brezza di maestro. E’ un phon senza cattiveria, una bora bambina, lunghe ciglia, che ti accarezza le tempie. Passa tutto. Ti giri e riesci a sopportare. ancora un altro giorno.

Beniamino, Ortonese senza Ortona


Beniamino, sei stato lontano, ma che sei andato a fare? Da queste parti ti abbiamo dimenticato in fretta. Qualcuno ha detto che scrivi, ma in edicola non trovo nulla con il tuo nome sotto. Lo so, pensi sempre all’Orientale, all’arietta fresca della sera estiva… potevi rimanere, avresti fatto il notaio o l’impiegato al comune. Così ti avremmo preso in giro tra colleghi, figuriamoci: un Ortonese che scrive, ma che devi fare? Ma lo vedi che ridiamo tutti di quella tua mania di prendere la penna, di meravigliarti per le cose, di incuriosirti. Lascia stare, vatti a fare un bagno sotto ai Saraceni. Questo è il paese dei mediocri e chi non si adatta è scemo, è strano, è da evitare. Lontano da Ortona, dall’Italia, non ti si vede, fai quello che ti pare. Dicono che insegni all’Università, in America, che sei andato in Spagna a scrivere di Don Chisciotte. Guarda che qua, i mulini a vento sono troppi, altro che la fine di Don Chisciotte faresti! Dacci retta, stattene dove stai, che da queste parti un Ortonese che ha fatto fortuna all’estero è gradito solo quando viene in vacanza. Quando vuole ritornare per sempre ed incomincia fare il filosofo, perchè ha visto e sentito quello che c’è fuori da queste mura, rompe solo i coglioni. Non ti aspettare la gloria., la cittadinanza onoraria. Quanto sarai morto, ti intitoleranno al massimo la via che porta sotto qualche fosso, al canile…

Serial blow job


Le ragazze si fermarono davanti al bar. Faceva caldo. Erano intenzionate a rimorchiare. Entrarono. Il bar era affollato. Si diressero con aria sicura verso il bancone. Alcuni uomini, si girarono per curiosità e le guardarono. Avevano un’aria sicura le ragazze, come se conoscessero già la strada. I loro occhi malcelavano l’istinto della caccia. Erano lì per quello. Una volta al bancone, ordinarono due birre, quindi si misero di spalle, appoggiando la schiena sul bordo del lungo pianale di legno. Le gambe penzolavano dai sedili alti. Qualcuno , passando davanti a loro, notò le calze.. Quelle calze che le donne qualsiasi non mettono. Le calze di quelle che vogliono farsi vedere le gambe…Le ragazze trovarono l’uomo. Era un tipo abbastanza alto, corpulento, sulla quarantina. Stava giocando a biliardo con altri due tipi. Ridevano forte ed avevano tutta l’aria di essere quei tipi di maschi che non hanno bisogno di tante parole per starci, con delle ragazze come loro. L’uomo notò che le due lo stavano guardando. Dopo qualche minuto, con una scusa, terminò la partita e si diresse verso il bancone, vicino alle due. Le ragazze si passarono un’occhiata, veloci e feroci, poi gli sorrisero, mentre l’uomo chiedeva un drink al barista. Non fu difficile attaccare discorso. Quei discorsi banali che servono a formalizzare quello che li seguirà. Uscirono dal locale. L’uomo azzardò un gesto di confidenza, abbracciandole entrambe. Le ragazze non si opposero. Le cose andavano più veloci del previsto. Mentre una guidava, l’uomo era impegnato sul sedile posteriore con l’altra. L’auto si diresse verso la periferia. La radio a tutto volume ed i finestrini aperti. C’era un vecchio disco di Sly & the Family Stone nell’aria: «Turn me loose», mentre il tipo aveva i pantaloni quasi completamente scesi. All’improvviso la macchina si fermò in un parcheggio deserto vicino l’autostrada. L’uomo e la ragazza scesero, sempre avvinghiati. L’uomo sentì il fresco leggero della notte sui glutei, mentre la donna si inginocchiava davanti a lui, scendendogli anche gli slip. Iniziò a fargli un pompino. Lui gemeva al movimento ritmico della testa della ragazza. la teneva, stringendola per i capelli ed accompagnandola a sè, ogni volta che il piacere si faceva più intenso. Era al culmine tanto che non si accorse di qualcosa di freddo poggiato sulla sua tempia. Capì tutto solo nel momento in cui venne. Riuscì a sentire lo scatto del grilletto, poi il buio. Il quel momento, la ragazza in ginocchio aveva scostato la testa dal suo cazzo, giusto in tempo per essere investita in pieno viso da un fiotto di sperma, sangue e pezzi di cranio. L’uomo aveva l’unico occhio rimasto sbarrato e cadde all’indietro, con un tonfo sordo e sabbioso. L’altra ragazza, con la pistola fumante, stretta ancora in mano, guardò l’uomo riverso a terra, con sufficienza. Le due risalirono in macchina. Era tardi, dovevano rientrare in convento.

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