
Chiudono, i negozi. Chiudono che Dio la mandi. Passo per le strade di questa cittadina e vedo le serrande, le vetrine chiuse. Sulle imposte una scritta: “Si affitta”, “Si loca”, “Affittasi”. Sulle porte dei condomini: “Si vende”. Fino ad un paio di anni fa esisteva il ricambio. Mi ricordo che per il Corso principale c’era l’apertura dei negozi a tendenza: negli anni ’70 iniziarono i negozi di bomboniere e via tutti a mettere negozi di bomboniere. La bomboniera è forse, il peggior oggetto pensato dall’uomo. Una bomboniera da sistemare in casa può provocare serie crisi coniugali. La bomboniera più atroce è l’orologio con la cornice in argento o il cigno in cristallo di Boemia. ebbene la città ne fu sommersa, negli anni in cui i figli dei contadini, dovevano ripulirsi dalla terra, comprando locali ed aprendo negozi “in centro”. Negli anni ’80 nacquero i negozi di elettrodomestici e di abbigliamento casual. E via tutti a vendere radio a batteria e giacchette con le spalline di Armani. Negli anni ’90 nacque la moda di stare al bar e via tutti ad aprire bar : il Cafè de Paris, con il tè comprato alla Standa, il caffè Roma, l’Antico Bar, il bar del Corso, il bar del Centro, l’Harry’s bar e kazzi vari. Offerta standard: aperitivo con mais e noccioline salate per sentirsi come dei coglioni al centro di New York. Poi i favolosi anni ’90 con i negozi di mutande. E’ stato stimato che ad Ortona, per poter sopravvivere, i negozi di slip avrebbe dovuto vendere una quantià di mutande pari a sette cambi giornalieri per Ortonese. Praticamente cambiarsi le mutande ad ogni scoreggia. Infine il nuovo millennio, con l’alta gastronomia italiana, il senso delle radici, l’enoagriosterante con annessa pizzeria e vecchia nonna che ti fa le seghe come si facevano una volta…Ah bei tempi, con il pane ed olio ed una serie di clienti a disquisire sui grandi vini regionali, che un oste avveduto e scaltro scaraffa dai cartoni del Tavernello. Fino ad arrivare ai giorni nostri, quando va di moda “chiudere i negozi” e via tutti a chiudere i negozi. Certo, oltre alla crisi, abbiamo un paesello, dove c’è una corporazione di commercianti ogni due attività commerciali. Non c’è un piano unitario per rilanciare il commercio, non c’è unità d’intenti, ognuno diventa commerciante e cliente di se stesso. Allora tutti a dare la colpa alla grande distribuzione, che succhia il sangue ed impone i suoi ritmi. Ma anche la grande distribuzione dà la colpa a qualcuno e cioè alle amministrazioni non abbastanza prone a questo serbatoio clientelare di posti alla cassa, senza il minimo di tutela sindacale, dove capi personale, single, misogini, arrivisti, leccaculo dei potenti e delatori, tengono sotto scacco, ragazze madri, neo laureati non raccomandati, cinquantenni all’ultima spiaggia, ex casalinghe col figlio drogato o scemo. Tutti si lamentano in paese se la gente non compra. Ma se la gente non compra ci sarà un motivo. Da queste parti chiudono le fabbriche, chiudono le fabbrichette che lavorano per le fabbriche. Molti tornano alla zappa, all’orto, altri si danno allo spaccio internazionale, altri vanno nei paesi dell’est, tornando con una bionda incinta e la moglie che non sapeva niente. Altri si fanno staccare la corrente nel silenzio di chi non ha più i soldi per avere voce. Poveri, straccioni, ma col Blackberry stretto in mano ed il mito del nostro concittadino Siffredi tra le gambe. Su questo mucchio di mota rappresa, mi stringe il cuore al vedere, una porta chiusa: quella del fruttivendolo Odone da poco dipartito. Era il simbolo dell’estate con quel capanno davanti al negozio, dove fette di citrone fresco aspettavano i ragazzi della notte. Seduti sotto le lampadine appese, sbrodolavamo il frutto rosso e fresco. Sembrava che leccassimo enormi fighe, ci bagnavamo di dolci umori, ridendo e ruttando. Così la bella stagione, insieme alla gioventù, scorreva. Piano si spengono le luci della città, sotto i passi…
La vite
Sul concetto di dittatura

Si è proprio Lui.
Questa foto non vi tragga in inganno. Non voglio insinuare il sospetto che Lui sia un filonazista. La foto ha ben altro scopo. Essa indica un particolare momento della vita nel quale veniamo coinvolti da passioni di cui ignoriamo le conseguenze e di cui siamo partecipi entusiasti. le dittaure si scoprono dopo, come tali. All’inizio si pensa al dittatore come al “risolutore” ,all’interno di una situazione sociale di malcontento e crisi. Siamo capaci di limitare le nostre libertà personali, offuscati dal miraggio di un bene comune, molto prossimo. Solo chi ha la visione “storica” della società, riesce ad intuire la china verso la quale tali atteggiamenti, “largamente condivisi” dalla popolazione, portano in modo irrimediabile. E chi intuisce e palesa tali intuizioni, viene visto dapprima come un pessimista, un negativo, un essere non utile alla costruzione del “sogno comune”. E’ un pericolo, perchè pone interrogativi, mentre “la parola è una, sola, categorica…” Chi comanda vede in lui un sabotatore e lo perseguita, perchè sa che il libero pensatore ha capito, nella foschia del pensiero unico, ha capito gli scopi ed i fini ultimi del nuovo patto sociale. La dittatura, allora, può ricorrere a diversi metodi di eliminazione dell’avversario: uno è quello che ricade nel concetto più alto di estetica della violenza: l’eliminazione fisica. Questo metodo può ripercuotersi negativamente verso chi la applica, provocando sentimenti di riprovazione. Il secondo metodo è quello della diffamazione, che è sufficentemente efficace, violento solo dal punto di vista verbale e fa perdere forza e credibilità alle azioni dell’avversario. E’ arduo costruirlo se l’avversario è integerrimo. Il terzo metodo è quello più efficace e cioè è quello dell’esclusione. Attraverso una serie di impedimenti, si esclude l’avversario dalla vita economica , sociale, politica del paese, ammutendo la sua voce, rendendolo inesistente come cittadino. Questo metodo è non violento esteticamente per chi lo applica e passa inosservato al resto della popolazione. La dittatura può così agire indisturbata, perchè non ha più nemici e coloro che la subiscono, non la indicano come tale, non si rendono conto di starci dentro fino al collo e sono pronti a morire per essa, a morire.
Palpazione inconsapevole del culo della vecchia 1987
Sono soddisfatto. Come può essere un diciottenne che di solito non è soddisfatto. I gradi della soddisfazione. E’ un fatto relativo. C’era una persona che frequentavo, uno stitico, che si riteneva soddisfatto quando, poteva andare al bagno, ogni due giorni. Ma stasera, sono veramente giulivo. Sono stato a Roma a fare acquisti. Ora, solo un giovane fanatico e forse stupido, può pensare che valga la pena, per un paio di dischi, di andare a Roma. A Roma, dicevano gli amici, ci stanno i negozi forniti, ci sta più scelta, si risparmia. Così quando risparmi duemila lire sul disco, ne spendi venti per il biglietto del treno. Ma è bello essere coglioni. E’ prerogativa dell’uomo, scegliere liberamente, di essere coglione. Un cane. un gatto, una gallina, non possono scegliere di essere coglioni. Il gusto di fare una cosa inutile, per la libertà suprema, del gusto di farla. Punto. L’autobus Pescara – Ortona, è fermo da cinque minuti. Ho la mia busta dei dischi in mano. Bisogna esibire la busta, perchè c’è il nome del negozio e soprattutto quello della città: -Ah!Sei stato a Roma a comprare dischi! Allora sei un intenditore!- Questo completa i gradi della mia soddisfazione. Incontrare un amico, sull’autobus, al quale sfoderare trama del viaggio, acquisto e ficcargli sotto il muso, i dischi, tanto non sa neanche di che cazzo si tratta. Mi siedo ai sedili di coda. D’estate, a sera, l’autobus è deserto, questo facilita il posizionamento della busta, proprio sul sedile vuoto, davanti a me. Ho un conoscente insulso, al mio fianco, con il quale dovrò intavolare una conversazione leggermente più utile di un rutto, onde evitare silenzi e disquizioni sulle temperature della notte. Ma il discorso prende una piega interessante. Si parla di autopsie filmate ed il mio animo pulp adolescenziale, viene amorevolmente attratto, da questo inserviente dell’obitorio, ormai in pensione. Una vecchia, intanto, sale a fatica sull’autobus. L’occhio la nota, ma subito si volge ad altri orizzonti. Dato che è provvista di bastone, siederà sicuramente avanti, per evitare nausee della terza età. I fegati con la cirrosi! Oh che dovizia di particolari! Sono abbagliato, da questo cistifelleo affabulatore. Immagino rappresentazioni gastriche su copertine di dischi heavy metal e maniaci con seghe a motore diesel. La vecchia intanto, avanza silente. Dovrà fermarsi. Sicuramente nei posti riservati agli invalidi. E’ già troppo se respira. La guardo distrattamente, come una cosa inutile. E’ trance. Al quinto espianto di reni, ho attenzione solo per la bocca di questo necrofilo a pagamento. La vecchia incombe. Esco dalla foschia troppo tardi. Davanti a me si proietta l’ombra di una schiena che sta per posare, le sue vetuste chiappe sulla sgualcita finta pelle del sedile, nonchè sul prezioso contenuto della mia busta, ivi assisa. E’ il momento nel quale la vecchia stacca il suo equilibrio dai suoi piedi con bastone, per lasciare le sue grinzose terga nel vuoto, prima dell‘ acculaggio finale. La mia reazione o istinto di conservazione, vacilla. Nella nebbia dei racconti, dalla quale, sono appena sbucato, l’allarme suona che Dio la mandi, trasmettendo segnali energici e distorti all’apparato locomotore. Il cervello mi suggerisce di avvertire l’anziana, toccandole le spalle. Purtroppo, non è così. Le mani non obbediscono. Riesco solo ad affondare, i miei arti rispettivamente sulla chiappe destra e sinistra della signora. Si avverte, nel silenzio ibernato dell’autobus, un rumore sordo tipo schiaffo al quarto di bue. Dalla mia bocca esce un rantolo tipo “Oh! Oh!” mentre le mani, annegate nell’abominio di vetusta cellulite e muscoli flaccidi, spingono la vecchia verso l’alto, tenendola in sospeso, sulla busta dei miei dischi. La vecchia urla. Urla come può farlo una vecchia, dimentica di palpazioni, che un tempo furono. Quello che sento adesso è un nodoso bastone che mia arriva sullo zigomo. E’ il bastone della vecchia. Mi ridesto tra il boato delle risa dei pochi passeggeri, le urla preinfarto della megera, le imprecazioni in pennese stretto dell’autista: “Auà stu’zizzone!“. Riesco a prendere la busta con una mano e mi precipito, come un ladro. Verso l’area di risulta della stazione, eclissandomi tra i senegalesi. Tornerò con l’ultimo autobus delle dieci e mezza.
La considerazione degli altri

Abbiamo un difetto. Pensiamo sempre che gli altri, quelli che abitano al di fuori del nostro paese, ragionino con la nostra testa. Per noi, Ortona, dovrebbe essere il centro del mondo, il centro delle attenzioni, un luogo dove molte cose avvengono e dove queste vengono conosciute anche da chi abita centinaia di chilometri lontano. Ortona un luogo la cui storia è nota a tutti, tanto che ci scandalizziamo quando, parliamo con dei forestieri e questi conoscono a malapena Pescara. Questa immagine è quella di una guida turistica autorevole che parla di Ortona. Al nostro paese viene dedicato, quasi lo stesso numero di righe che ad Orsogna, con la differenza che di Orsogna c’è una fotografia di un particolare architettonico. Ora, se valutiamo la considerazione dell’importanza che noi abbiamo di Orsogna e la comparazione che uno straniero fà delle nostre due città, leggendo la guida, il risultato è sconfortante per la considerazione che invece noi abbiamo di Ortona. Se riuscissimo a collocare adeguatamente nella nostra testa il valore effettivo della nostra cittadina, senza la mediazione dei sentimenti personali, potremmo avere un salutare ridimensionamento delle nostre aspettative e questo potrebbe essere un buon metodo per cominciare a ricostruire un’identità ortonese.
Buona Domenica
Tu
Sognomorfina numero 2

Il narcotico, loto omerico, scende, con la buonanotte del benevolo infermiere addetto alla mia flebo. Ho ancora le scarpe da ginnastica, nella nascita di un sognoricordo, provocato volutamente. Non è una galleria qualsiasi. La discesa ghiaiosa. Sto correndo. La galleria entra nella montagna. Corro da ore. A monte vedo avvicinarsi l’entrata rotonda ed irregolare dell’oscuro budello. Sotto le scarpe, il rumore dei sassi che grattano metronomici la gomma delle suole. E’ un rumore piacevole, si accompagna al ritmo del fiato spezzato, del cuore avvezzo al mio passo. Entro nell’oscurità. Mi accoglie il calmo umido di una sottile aria di conforto. Adesso procedo nella penombra di un ossigeno rinfrancante. Sto bene, non sono mai stato così bene. E’ il passo del podista ritmato, affaticato, felice, dalla cadenza acquistata, ad libitum. La galleria non è molto lunga. Vedo una fine ed una luce. Non è la galleria, ritorno, di chi è quasi morto, dei risvegliati dal coma. Alla fine della galleria si apre un largo pozzo, di fumi sulfurei e caldi. Sembra un bagno termale. Sto sul bordo di questo catino di mota. Immerse nell’acqua, donne in cerchio, fianchi e seni generosi, si ricoprono di questa fanghiglia balsamica. Scendo in acqua. Non ostile alle loro grazie, mi lascio ricoprire, di questo liquido caldo e brunito. Anche se fumoso, il fango è fresco, e dona sollievo alle mie stanche membra di corridore. Il sonno leggero fa sparire la visione di soccorso… Apro gli occhi.
La bocca dura, acida, di poltiglia non digerita.
Mia madre mi sta lavando il viso con una spugna umida.
Riesco a chiedere un caffè, purchè sia amaro, a detergere l’incubo orale.
Odio o del quarto giorno coi tiranti

Dicevo di quest’odio. Odio, quindi credo. Credo, perchè odio. Odio il dio e lo rendo vero grazie a questo odiare dal profondo. Odio è la più grande forma di ammissione dell’esistenza di Dio. Un ateo possiede una sola faccia di questa medaglia: può essere libero dal Dio e le sue regole, non ammettendone la sua esistenza, ma non può veramente indirizzare il suo odio verso il soggetto delle sue disgrazie, perchè il soggetto non esiste. L’ateo odiante, è un essere coraggioso, che non può giustificare le avversità della vita, addossandone la causa ad un essere infinitamente avverso. Un ateo in pace con se stesso e gli altri, è l’essere più fortunato sulla terra. Il credente è un essere pigro, delega la propria vita come ad un’assemblea di condominio alla quale non può partecipare. Quando il credente sbaglia, non se la prende con il suo Dio ma gli chiede scusa. Una croce, un volto, una statua di gesso come questo braccio fasciato, murato, al quale chiedo scusa. Il credente è debole, pecca ,sbaglia, si pente, pecca di nuovo, si ripente. Se un credente avesse veramente coerenza e riconoscesse l’impossibilità di spezzare questo circolo, prenderebbe la saggia decisione di suicidarsi. Ma qui, interviene la sua stessa religione, a salvarlo: suicidarsi è peccato. Si può peccare e pentirsi, ma non ci si può pentire del peccato di suicidio. Per chi odia in genere e quindi è il vero credente, suicidarsi è arrendersi a Dio ed è quindi l’unico atto di fede.
Perchè uccidere un Ingegnere
Un giovane studente al primo anno di Università, fuori casa, se non ha voglia di stare sui libri, ha due pensieri fissi: l’alcool e la figa. Purtroppo sono iscritto ad Ingegneria e questo potrebbe costituire grave nocumento all’ingresso delle feste organizzate dai vari atenei. Spesso gli Ingegneri sono oggetto di scherno da parte degli altri studenti in quanto dediti esclusivamente a studio e seghe, incarnando l’immagine perfetta del nerd americano, vittima nei film Porkys. Tra l’altro, l’Università è lontana dal centro ,posta su una montagna a venti minuti di autobus ed è nota per la rarissima presenza femminile. Tra le poche ingegnere, alcune incarnano l’ideale socratico di perfezione, sono cioè sferiche, due o tre si concedono ai più fortunati, praticando sesso parsimonioso nei boschi circostanti. Non ce`e` niente da fare tutti studiano, tutti sono chiusi in casa tranne il sottoscritto che ormai ha preso una piega del kazzo. Riesco a recuperare l`anno risparmiato quando sono entrato a cinque anni a scuola. Arrivo così al party della matricola Isef ( Ist. Sup. di Educazione Fisica). Isef è chiamato anche Paradiso della Gnocca. Branchi di donne formose si accalcano nelle aule, l’afrore di pelo si spande nell’aria come un balsamo indurente. Seni, seni ovunque, di tutte le misure e poi glutei, chiappe, una pletora di chiappe. Entrare nella festa significa anche sofferenza, guardare non toccare, sacrificarsi per trattenere l’ultima catena che lega il paccianidentrodinoi. Ho dei capelli lunghi come una troia ed utilizzo il mio laido charme da diciannovenne, tramite un profumo “Polo” di Ralph Lauren. Il resto e` sbronza totale. Arrivo con altri conoscenti sul luogo dell’evento, dopo aver fumato la razione giornaliera di paglia, il che ci favorisce nell`approccio quick and easy con le pulzelle, l`importante e` non far sapere che si studia ingegneria. Mi punta una bionda mentre sto ballando “Fight for your rights to party” dei Beastie Boys. L`aggancio deve essere tecnico: ricambiare lo sguardo per un quarto d`ora, indi, assicuratisi della benevolenza femminile, avvicinarsi con occhio da spigola alla vittima e dimenarsi che manco Terence Trent d`Arby. Ma la fanciulla applica la tecnica della serie “Ti guardo mentre vado al bar, tu mi segui, eventualmente ti porto in bagno e ti faccio un rapido pompino”. Così al brano dei Simple Minds “Don`t you..” la ragazza si stacca dal gruppo ed ancheggiante, si dirige al bancone , la seguo già con la base dell`uccello in fiamme . La sto per approcciare, lei, seduta allo sgabello, mi sorride, quando un laido collega di studi, lancianese, ubriaco perso, dalle sopracciglia tipo zerbino comprato al mercato del giovedì, mi aggrappa per le spalle, profondendosi in effluvi alcoolici sulla mia faccia. Nel suo deliquio a base di vini frizzanti e verdastri cocktail, si gira verso la pulzella apostrofandola con innominabili epiteti, in piena operazione simpatia. La ragazza cambia drasticamente umore, si alza e se ne va di fretta, esibendo un culo da paura, cosa che prima non avevo notato nei mezzobusti danzanti. Il mio cazzo ha un urlo muto di disperazione, afflosciandosi a terra con il dirigibile del capitano Nobile. Avrò il laido individuo attaccato alle costole, tutta la sera. Lo stesso individuo che, la mattina dopo, in Facoltà, vittima di un giustificato mal di testa post sbronza, si rifiuterà di aiutarmi in un compito di geometria, da lui, purtroppo, brillantemente superato, velocizzando la mia decisione di abbandonare gli studi. Odio gli ingegneri, da quel giorno.
Niente di nuovo sul fronte Orientale

Dalla veduta, si scende, passo lento, mani nelle tasche, fino alla rosa dei venti sul pavimento, dove una volta scendeva la funiculère, diretta alle spiagge d alla stazione. Ma la sera è fredda e le luci dei pescherecci lentamante sfilano verso gli attracchi. Chi non sopporta la vista del giorno che ci abbandona, riesce a superare la notte, per arrivare all’alba. Ad oriente, sempre sull’affaccio umido e brinoso, esplode il sole a tagliare il mare, di grigio ghiaccio, incorniciato tra i moli. Sono braccia che accolgono le onde, spesso dirette e tese all’imboccatura. Nitidi si scorgono sui camminamenti a mare, i passeggiatori lontani, ansiosi di raccogliere i primi respiri del giorno. Questa è Ortona, un frutto malefico che ti ammalia. Alzi il pugno ad anatema sulle nubi stirate di giallo, ma il gesto è inane. Subito il calore del sole, scioglie le spalle e ti senti raccolto fino alla curva presso la torre del castello, dove il vento ti sorprende e schiaffeggia a ricordarti che è ora di andare: c’è tanto da vivere. Anche oggi



