L’amante russa

La mia amante russa. Nella veglia del grumo di pensieri, odo, leggero, il lieve trombettio delle sue nari. Le amanti non dovrebbero russare. Le immagini perfette, anche di notte, ti accolgono nei desideri del proibito. Dopo l’amore, si addormentano senza rumori, fruscii. La mia amante è diversa. Lei russa, si muove, fa rumore, si attacca ai miei piedi, con i suoi, ha freddo. La mia amante odora di amante, non profuma di non detto. La mia amante invecchia insieme a me, non è statua o idolo infrangibile. Non è diamante senza graffio. La mia amante russa, è di questa terra, è di mare, sa di pane e olio. La terrei questa amante, nell’armadio, a cacciarla di nascosto, a sera, quando mia moglie dorme, tanto non si accorgerebbe di nulla, perchè russa.

Fall from grace

Sono fermo sul punto del non ritorno. Le vene si dilatano ai liquidi noti dell’infermiere. E’ assoluto dolore o può andarci vicino. Come si fa dichiarare il proprio grado di sopportazione? Si aprono, nell’appiccicume umido e polveroso delle palpebre, alcune distese prefabbricate da film nella mia memoria. Ora il sentore amaro, proviene dal fondo della gola, saturo di fiele e fumi analgesici. Tutto tira, meno quello che dovrebbe tirare, tutto non gira, perchè la fitta è statica all’interno del midollo di questa gamba. Come quando, saliti in cima ad un torre, ci affacciamo da un suo merlo, per rabbrividire dell’orrido e del panorama, sentiamo fuggire un uccello nascosto nei buchi delle pietre, di fianco alla nostra veduta, così sento il battere pieno di quest’ala vicino. Allungo il braccio, unico superstite, per afferrare bramoso questo frutto sonoro. La cosa viene atterrata al mio fianco. Svengo…

L’avvocato

L’avvocato è alla porta e bussa dopo essersi sfregato le mani, rosee e sudaticce.Un rantolo mi basta, per dargli permesso di entrare. Sto tentando una naufragante esperienza sulla pala. La pala è un assaggio della vecchiaia che temo, dove figlie indaffarate, mi lasciano a marcire, in un ospizio di provincia, pieno di suore violente. L’avvocato ride. E’ sempre all’erta. Siede comodo sulla poltrona e legge la mia cartella clinica. Ha la finzione del distratto e l’attenzione del macchinatore d’intrighi. E’ magnanimo con i fedeli e sgradevole con coloro che scoprono la nefandezza incipriata del suo sepolcro. Ha la simpatia filmica del consigliere fraudolento ed il candore tepore del demone in attesa di affondare i denti nelle carni molli dei neonati. L’avvocato concepisce l’unico diritto: il suo. E’ giustamente sprezzante con i sottomessi,pronti a pugnalarlo non appena si sia voltato e arrogante con i questuanti, perchè la vittima, talvolta, è peggio del carnefice. Eli viene tradito, perchè ogni cosa la fa, solo per il bene degli altri. Nelle penombra di una chiesa o sotto l’ala di carta di un libro di salmi, prega, l’avvocato. pensa a Dio, come Dio, per Dio, per il Dio se stesso con ii dito creatore puntato su se stesso. Un Dio pensatore dei difetti, perchè il difetto è del Dio perfetto che crea il suo contrario. Ma l’avvocato sa, che essere alquanto imperfetti,, rende umani agli occhi del profano. Parlano male dell’avvocato gli altri, perchè hanno la sua natura dentro, ma non hanno il coraggio di sbucciarla ed offrirla agli altri come fa lui. Se il Dio è in lui, è lui la sua e la chiesa. Ogni colpa, egli lava in casa sua, con la mano nell’acquasantiera…quella mano messa con il terrore che quell’acqua si trasformi in acido o bocca della verità. Infatti l’avvocato ci bagna appena le dita. La maschera dell’avvocato passa per l’ostia ed una pettinatura ordinata di fresco. Ha l’ulcera. Il suo alito, annebbiato dai furori del dopopranzo, tracima sui nemici, annega colleghi, confonde dubbiosi,. L’avvocato sa tutto. Non legge. Come una spugna, attira liquidi cerebrali altrui e li gioca a carte sul tavolo dei mediocri, come pepite a rinfocolare speranze di erranti cercatori. Nulla esiste di scritto sulla carta, se non può essere versato sul suo conto corrente. Si può guadagnare proporzionalmente al numero di pagine della cartella clinica. L’avvocatura è il più bieco esercizio della cattiveria umana. Per legge, si riescono a trasformare aliti di bugia. L’investitore è giovane. Non è fuggito. Ha la patente fresca, ma soprattutto ha pochi soldi per comprare uno di loro. Se è la vittima ad avere pochi soldi, allora l’avvocato, presenta il menù delle possibilità.: il prezzo stabilisce le soluzioni, indirizza sentenze. L’avvocato è mio amico. L’avvocato non risolverà i miei problemi perchè non si farà pagare, in quanto amico. E un avvocato che non si fa pagare, non vince

Dovunque ti rigiri, sale



Tèmbe di mmerde. Andò t’arvuote sajje.

Tèmbe di mmerde. Andò t’arvuote sajje.

e lèvite e arevonde, tutt mmèrde

che scrizze, ti z’appicciche, z’imbaste.

Liquite e sciuvilogne gni la vrode,

o grasse gni la lote, sièmbre mmèrde,

pècule che ti tègne e che t’imbracche.

e ttu nen ge l’appuò! T’endr’a la frosce

e n’n-ziènde cchjù la puzze: t’aritrove

la vije de le recchie e te l’atture:

e t’arimore l’uocchje, e appène pjerle

ti z’ahaveze attorne e ti zuffoche.

‘Mbraffilijète, tutte sotte-‘m-bracce

dèndr’a ‘stu cacatore, tutt’inzième

a ggustarze sta crème, tutt’eguèle

a velegnarce ‘m mèzze, ji’ pure mmèrde

Alessandro Dommarco, poeta Ortonese

La Chiamata ( the call)

Ti ho chiamato.
Ho atteso il momento del tuo reclinare il capo verso il buio di terre desolate, dei regni della fame.
Hai guardato indifferente ai desideri della tua
creatura ripudiata.
Esci dal guscio del tuo muco appiccicoso!
Feto innominabile di malignità!

Ti ho donato il regno che ti appartiene per diritto, affinchè lasciassi la pace alla creatura mia diletta.
Mi hai rubato ciò che maggiormente lo delizia.
E’ il frutto perverso della tua distrazione fatale. Hai chiuso le tue palpebre per l’attimo della mia vigile rapacità.

Ho dato ai mortali ciò che lasciasti perso nel tuo negare la terra.
Non conosco il contrarsi di viscere, il serrare di una mano. Ciò non mi appartiene. E’ il mio dono, donato e a me non dato.
Inutile assoluto, posso farti cadere come tu facesti con me a suo tempo. Hai creato un regno di vanità, di menzogne divine e dolori senza premi.
Sento il tuo alito mefitico sulla mia fronte diafana, maledetto mostro di energia vitale! Non ti avvicinare! Hai sembianze a me già note. Essere deforme! Violentasti la natura, strumento del mio volere ai tuoi esecrabili comandi!
Mi aspettavi così…l’alone liquido di questo specchio ermafrodito,lo stesso di te carnale
Amo di te, imperfezione, la bestia, figlia del mio distrarmi…Ci sei, ora.No! Non posso amare, ma devo, la mia innata natura lo impone.
Esco. Il vincolo dagli aliti degli abissi è sciolto. Arriva luce.
Tu vedi ciò che io vedere non posso! Essere abietto, ti sia concesso il godimento della mia emanazione perpetua!
Ora sei solo una lampada di bettola e postribolo. La tua luce sotto il tuo sole, è disgustosa come la mediocrità. Non sei capace di ridurre l’essere tuo senza limiti.
Non fermarti! Ti concedo l’occasione..di donarmi un corpo
Tu chiedi a me!? Il trono tuo vacilla e si incrina, come un tempio pagano! Lo senti il rumore dalle immensità di questo sudario di fuliggine?
Ti ingoierò come un maelstrom sotto la barca di un vecchio baleniere. Vomiterò la tua anima pulita. Non sei nulla. Sei l’escremento del mio giorno di noia.
Essere della sconfitta! Possiedo i tuoi figli, caduti sulla terra come croste di un girovago lebbroso. Il tuo scendere è inutile, su ciò che non conosci.
Taci ed apri le tue viscide mucose! Fammi esplorare il seme della tua bestia immonda. Secerni i segreti delle tue sacche verminee. Fammi bagnare le dita nella corruzione immane del tuo sesso!
Sono vero, osserva ciò che hai odiato! Calpesto il mondo dai millenni della tua memoria. Sono aduso alle pratiche dell’abominio. Strada di vene e fluidi corre in gravità. Gonfia, arrossa, rende turgide le estremità della mia anima pesante.
Hai usurpato le curve degli amori. Hai svelato gli amplessi vergognosi, le sodomie celesti. i coiti lancinanti, le polluzioni odoranti di morte.
Sono il maestro di ciò che imparai da te.
Guarda adesso il mio viso informe di voluttà inesplose
Avvìcinati… Cerchio di buio intorno, trasforma in mio nulla in ossa bianche e nervi doloranti
Ho paura, sei il me che abbandonai la notte della caduta eterna
Non temere !Eccoti il respiro che mi lasciasti, lo sperma della tua vanità comanda alla bocca uno spasmo…più vicino
Maledetto! Non posso amare il sangue come il fiele della croce tra le mie gambe! Lo sento scorrere adesso!
Corri, corri! Trasforma il fuoco dietro la mia schiena. Sono arrivato dall’abisso che bendava i miei occhi, le braccia, sotto questa luce malata. Ti ho cercato, sorriso di lama, sembravi l’unica, Le notti che ti ho creato, hanno chiuso i tuoi pensieri sull’arida distesa dei nostri corpi inchiodati a mordere vento. La vedi la mano tesa. E’ vera. Sono vere queste spalle sulle quali lasci lacrime di cielo.
Nulla possono le mie mani vergini sui rantoli delle tue squame ab aeterno !
Odoravo di profondità, di fosso notturno. Orrido di topi e ragni, nelle pieghe sordide. Succhia questo tanfo mortale. Avvicinati, toccami. Tocca le estremità umide delle mie membra. Mordimi! Sono te blasfemo, lecca lo specchio del tuo bramare inane!
Non riesco! Non riesco! Dimmi! Con queste malìe rubasti i cuori dei sinceri, strizzati a scoppiare sangue sugli altari maledetti?
Meretrice di mille misericordie! Tu guardavi il mio bruciare , l’estasi di torturatori in preghiera. Raschia la ferita di questo sesso che strappasti perchè non lo donassi agli uomini.
Dov’è la tua lurida cavità? Voglio riprendere ciò che fu mio un tempo, a distruggerti per sempre!
Non credevo agli dei mortali. Sento la terra sotto i piedi, ma non c’è terra. Sento l’aria nei miei polmoni, sono mille aghi di ghiaccio nel mio petto. Respiro di te.
Maledico di me il senso che creai. Cosa ti ho donato! Gli occhi sfiorano le linee di questo carne senza carne
Ti vomiterò addosso la verità degli amanti assassini! Sei un cadavere meccanico. Chiuderò la tua speranza nella cripta del mio regno senza uscita!
Ora ho lasciato il vuoto del mio essere assoluto per cercare gli archi dei tuoi seni malati. Sento la tua densa saliva bagnare il solco dei miei glutei. Cos’è questo brivido sconosciuto? E’ simile all’ultimo lume di vita prima che il petto si gonfi, l’ultima volta, al vaneggiare dell’iride contratta, contro il volto della morte! Forse il tentativo del condannato allo stringersi della corda sotto il cranio, per guardare i propri piedi penzolare!
Addenta queste mie pallide strisce di carne e saprò! Liberami dal male oscuro di questa perfezione anemica di senso!
Mai! Soffri mille inferni senza i confini dei tuoi angeli di pietra! Non ti concederò le labbra della terra! Tu hai lasciato il dubbio dell’altro da te, nelle inermi creature dei tuoi parti falliti, hai gettato le prove del tuo ozio infinito , nelle paludi delle foreste senza sole, a cercare una riva salvifica! Hai abbandonato gli esseri che amasti in balìa di me, assetato di proseliti, in lunga schiera. Io ho tratto con forcipi acuminati, queste amebe, dai sacrari di sfacelo immane, dagli acquitrini ignoti. Vorresti conoscere ciò che hai loro negato e che io possedevo prima dei tempi, mio unico tesoro?!
Posso sentire la tua mano austera, guidare il tuo membro dentro me, eppure mi odi! Questo è, dunque, il segreto della vita? Così poca pena fu lo scordare le vie del cuore? Poca pena fu, per questo attimo di estasi bestiale, di pio dolore, come un uncino nel mio utero contratto a strappare rifugi di messia.
Lava la mia lingua turpe con l’umore sulfureo del tuo coito! Aspergimi di linfa come sperma del creato! Ora la desolazione dei tramonti inanimati si fa più lieve. Sei il balsamo ai tagli infetti delle mie mani, l’unguento delle piaghe forgiate dalla tua ira di tradito! Ti adoro punitrice! Ma non avrai il premio del corpo mortale! Che ciò ti rimanga come l’isola, lontana dalla rotta del naufrago! Piangi le mie stesse lacrime! Ne berrò la pozione, ridendo dei tuoi singhiozzi , troia d’altare!
Lo voglio! Il tuo tempo è finito! Farò a brandelli i tuoi putridi orifizi! Nulla più mi dividerà da te! Lo specchio è rotto! Lascia la tua carne, per un attimo!
Sento avvicinarsi l’ala del mattino, non posso nutrirmi del tuo amore malato. Ora i tuoi spazi sono vuoti, ma io sono qui! Maledetta bestia divina ! Mi chiudi l’unica occasione della vendetta! Non posso raggiungere il tuo regno , per usurpare gli spiriti senza catene…allora ti scoperò! Inonderò i tuoi orifizi con Lo Stige spermatico. Ti farò attingere ai boccali del mio scroto malefico. Ti annienterò per questo istante con il fiato del mio orgasmo caprino. Ti soffocherò con fiotti del sangue terreno, come una vergine stuprata!
Fammi sentire! Sarcofago di vacuità immonda! Dammi i tuoi doni nefasti! Ora posso vedere la traccia della mia carne, di nuovo creata a mio piacere, per il mio piacere! Distruggi, ciò che io posso, da sempre. Rendi mute, le mia grida di voluttà. Serra la mia vagina con la tua verga balsamo degli ardenti!
Chiuderò per sempre non la tua natura, ma ciò che le sta contro. Non ti farò vedere il mio volto deformato dall’estasi della tortura anale! Sentirai le mie unghie incidere lettere blasfeme, sulla tua schiena sinuosa. Sentirai il mio alito venefico, nel tuo orecchio, gettare le invocazioni dell’abisso.
Ti sfonderò le terga con l’assalto delle mie schiere infami!
E tu non vedrai il mio volto, quando fingerò il dolore che tu ami! Saprò godere come un demone fallace! La tua illusione di vittoria punta al centro del mio culo! Avrai la tristezza di cavalcare un finto destriero, una invisibile armata, un ansimare, il tuo, contro il vento e la tempesta! Cercherai con le mani l’inutile appiglio al contarsi ritmico dei tuoi reni, al tuo sbuffare sordido di iena.
Non puoi fingere ciò che non ti è noto! Dolore! Quale parola uscì dal tuo ventre inesperto di piaceri! Voglio insegnarti gli spasimi della lussuria, senza amare. Il tuo utero cercherà l’appiglio del mio fallo, come la sanguisuga un corpo vivo, come il naufrago la superficie dell’ossigeno!
Adesso puoi farlo! Te lo concedo, antro di plebe immonda!
Se desideri, io vinco! Ebbene sappi, che questo era lo scopo mio. Perchè giammai ti donerò la verità del mondo! Gettami il tuo scettro oramai opaco!
Perdi!
Abdica, guardando l’Alto senza più nome , nè fortuna!
La mia vendetta si compia! Sei umano ormai!
Conoscerai, piaceri, voluttà e dolori e morte!
E tu conoscerai le beatitudini senza corpo. Lava la tua natura dal sangue dei millenni!
Sarai al mio trono assiso, nuovo celeste tiranno.
Sarai me redento. Sono io vittorioso, perchè ti salvo. Sei costretto al bene, tuo vecchio odio.
Divorami l’infinito!

Ti tengo Dio!Ora nessun baratro ci separa!

Death of a tree

Morte di un albero

Avete mai provato ad essere un albero? Nessuno, oggi, riesce a sentirsi un albero. A percorrere le strade del mondo, delle storie, si finisce in posti dove, un albero, è al centro delle vite. Il legnatico. Il diritto di disporre di alberi per sopravvivere. La certezza di sapere che la morte di un albero sarà la nascita di uno nuovo. Ricordavo l’immenso, secolare Gelso (perché l’albero si scrive con la Maiuscola), al centro dell’aia del casolare, di uno dei tanto nonni che ho avuto ed ai quali devo gratitudine perché hanno creato la mia storia. Sotto questo Gelso, ho visto le stagioni della campagna, della natura. Intorno all’albero, si sviluppava una vita di lavoro, emozioni, giochi. Lì ho imparato a lavorare il tabacco, a fare i pomodori, a fare i canestri. Appeso a quell’albero c’era il maiale da ammazzare. Sopra quell’albero passavamo i giorni ad essere i cavalieri rampanti. Seduti sotto l’albero ascoltavamo le foglie ed il silenzio dei venti che venivano dal mare a farle vibrare. Sotto l’albero le feste dell’estate, con una tavola lunga ed i sorrisi dei contadini, per il buon raccolto e per il vino. L’albero guardava. Ho sempre capito che l’albero assisteva in silenzio. Ora sono in un altro giardino. Il vecchio Ciliegio, dritto, mi guarda, mentre gioco sul muretto con dei robot di latta a molla. Mi aspetta il Ciliegio. A Maggio mi regala, io bambino, i lunghi momenti dei suoi frutti. Sotto il ciliegio c’è il calderone, dove nonno mette a bollire le conserve per l’inverno. All’imbrunire, il Ciliegio è una guardia, ci aiuta nel lavoro, è un uomo dalle spalle larghe, presente in silenzio. Il Ciliegio guarda la nostra famiglia, la benedice. Un bambino, al tramonto, non è stanco. La nonna lo chiama dalla finestra. Passano gli alpini con i muli, tornano in caserma. Sono di nuovo nell’orto di un nonno. Il Limone, contorto sotto l’oscuro muro di pietre non ha pietà dei vivi. La vecchia bisnonna, passo lento, distende le braccia per cogliere un aspro frutto al figlio morente. L’albero è duro come una pietra della Majella. L’albero è uguale ad un sasso lucano. L’asino docile volge lo sguardo a Nicola. Nicola è bambino e guarda la luce alla finestra di chi lo ha accudito. Ora non più. Ancora bambino. Lungo la strada, in autunno, la struggente voce dell’Ippocastano, cadute le foglie ai primi umidi aliti di nebbia, accompagna il traffico distratto dei milanesi. Giochiamo sotto l’albero, vicino il fiume gonfio, sul prato ordinato, una palla. L’albero è in file, regolari, settentrionali, si concede di rado ai raggi del sole opaco, respira muto le grida dei bimbi. E’ solido l’Ippocastano, immenso agli occhi di un bambino, ha memorie del secolo di carri coi sacchi di riso dalle pianure inondate. Sono di nuovo nel bosco di Querce, sul lago a meridione. La vecchia capanna di pietre, il forno di nonna. Ma un’ombra lo copre, come una nuvola. L’immensa chioma ricciuta, regolare, della Quercia madre. E’ l’albero degli alberi. Ha fondato il paese delle grigie rocce a picco sul torrente, come uno Stige per vivi. E’ l’albero che esiste prima dei tempi, non ha da raccontare, la Quercia è da cinque secoli. Ma l’uomo non è un albero. Non è mai stato un albero. Non ha paura della Quercia madre. Nel mattino di un inverno senza neve, la Quercia esplode sotto le cariche, in un funerale di polvere e scintille. Ora sono un ragazzo. Un ragazzo che corre lungo il viale di questa marina. Il piccolo Pino , apre le braccia alla vita dei venti di maestro. E’ dritto, ma presto si piegherà ai voleri del mare e delle stagioni. Evito i suoi rami chinandomi, al passaggio. Ora sono un uomo. L’albero una volta virgulto, ora mi guarda dall’alto del suo tronco contorto. Ha vissuto i miei passi, continui, lungo questa strada. Abbiamo visto i tramonti, i caldi dal fosso, i miraggi sulla strada d’estate. Ha visto le mie figlie che tenevo per mano. L’albero è felice, mi saluta come un amico. Lo guardo con distratta riconoscenza. Mi ricorda chi sono stato, nascosto in uno dei suoi anelli. Seguo ancora il tramonto. E’ scomparsa la grande Palma che rinfrescava le nostre serate al giardino, dopo il mare. L’uomo non è un albero. Come un giardino arabo, di racconti, la Palma si stende a proteggere la statua di bronzo che guarda il passante. E’ triste ora il passaggio, senza la grande palma. Passo senza guardare. I compagni in fila, sipari per la città senza bellezza, maschere contro la mediocre visuale di cemento senza forma, cadono perché l’uomo non è un albero. Non ha mai provato ad essere un albero. Un albero morente, non avrà più un nuovo se stesso, per vivere questa vita insieme, per raccontare chi siamo, e quando saremo, chi siamo stati prima.
Gianluca

Quello che succederà

L’ho visto quello che succederà. Il nostro teatro darà i suoi frutti ai politici locali. Nuovi orizzonti si apriranno agli amici sfaccendati. Posti da occupare e nei quali occupare il tempo ad attaccare caccole sotto la scrivania di uffici pubblici, sottratti a più onorevoli iniziative di cittadini volenterosi. L’orda mediocre degli uomini acculturati solo grazie alle prefazioni dei “Nuovi temi svolti per l’esame di maturità”, marzullerà le folle, grazie a pessimi manifesti di vacui eventi. Si cambia nome, si cambia la casacca, a forza di non voler dire quello che si voleva dire, si finisce per avere ragione sempre e comunque. La verità è che nessuno è all’altezza dei compiti assegnati. Questo non esiste nella barra opzioni. Negare sempre, mostrare limiti mai. Così, scialbi individui entrano in teatro con le pantofole, come fossero nell’antibagno di casa propria. Essi comandano, organizzano hanno “idee”, anche se le hanno carpite agli altri. La non memoria collettiva sfumerà le loro nullità, storicizzerà la superficie delle loro creature. Così il mediocre, tra mezzo secolo, sarà “quello che fatto tanto per la nostra città”, non sapendo che, in verità, mezzo secolo prima, non aveva fatto proprio niente, ma lo aveva fatto così bene…

Senza un Euro vai alla Neuro

Scoperto

mi allerti

di introiti incerti.

Presto il telefono suonava

era la banca che chiamava…

Maudits!

Dovrei rientrare

di alcuni euro…

La voce rauca del bancario

trasforma la mia tuta

in un sudario.

Avevo staccato un assegno

al fornitore

e lo richiamo lesto

con timore…

Postino con bollette

e lunghe buste

son RiBa dalle quote

assai robuste.

Basta!Basta!

Mi chiudo in ripostiglio.

“Papà, è cotta la pasta!”

grida un figlio…
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