Ognuno ha il suo imbuto

Ho iniziato ad avere coscienza dell’imbuto all’età di vent’anni. Prima non ci pensavo. Credevo di vivere eternamente sul piano non inclinato della giovinezza. Ogni luce era più luce ed ogni amore era l’amore. Ci si infiammava per una parola non detta, bruciati dallo sguardo di una ragazza qualsiasi. I dolori erano palpabili e ingiusti ma brevi come l’entusiasmo per una canzone passata improvvisamente alla radio. Quando si è presentato l’improrogabile, il gesto con il quale decidi di dare un percorso alla tua vita, è giunto il momento di entrare nell’imbuto. All’inizio ci camminavo sul bordo, imprudente, ignaro della sua meravigliosa levigatezza, arrogante dei muscoli che mi trattenevano dallo scivolare dentro troppo in fretta. Li avevo visti, tanti amici, cadere velocemente fino al punto più stretto: il primo che mi fece impressione fu Massimo. Qualche giorno prima eravamo andati giù al mare insieme a Paolo. C’era tempesta e le onde scavalcavano il muro del molo nord. Decidemmo di scommettere su chi non si sarebbe fatto colpire dalle onde, correndo velocemente lungo il marciapiede ad occhi chiusi. Tornammo a casa bagnati fradici e divertiti. Qualche tempo dopo, Massimo andò via, a causa di una macchina troppo vecchia per affrontare la strada. Compresi, da allora, come l’imbuto fosse reale e spettava a noi seguirne la discesa obbligata e al tempo stesso arbitraria, tentando di farlo meno velocemente possibile. Talvolta ho conosciuto persone incapaci di accettare la strada, qualcuno avrebbe voluto risalire la parete, aggrappandosi ai bordi. 
Con gli anni, il bordo dal quale, i miei occhi di ragazzo gettavano oltre lo sguardo, si è fatto sempre più alto, come un muro di cinta. Sono costretto ad alzare la testa per vedere le nuvole o il sole, bisogna farlo, è necessario non vedere la strada verso il fondo, se si vuole procedere senza lo sgomento ci prenda alla gola. Le nuvole sul nostro capo, quelle che ci fanno ancora sognare, segnano le giornate nelle quali perseguiamo lo scopo della vita: evitare il dolore.

Come sopravvivere al ventennio senza scatenare una guerra mondiale

Gli ultimi vent’anni sono stati quelli della famiglia, del fallimento della mia vita lavorativa, delle soddisfazioni sportive, degli incidenti, dei lutti, dei miei cani, dei viaggi che non avevo ancora fatto, del mio premio letterario del mio libro ,delle moto, degli articoli sul giornale, di un assessorato durato cinque ore, dell’orto, del come sono invecchiato e di quello che mi aspetto, delle letture che mi hanno salvato e di quelle che mi hanno portato alla dannazione. Su tutto, c’è stata una lunghissima colonna sonora, frutto di quello che ero stato prima della fine del millennio. 

1 –     Blackwater – Rain tree crow
2)      Emma Bovary – Patty Pravo
3)      Euro child – Massive Attack
4)      E’ stato molto bello – Battiato
5)      New town – Vic Chesnutt
6)      Feel like makin love – D’Angelo
7)      Thinking about you – Frank Ocean
8)      Ciao amore – Dalida
9)      Carpet crawlers – Genesis
10)   I’m the highway – Audioslave
11)   Falling at your feet – Daniel Lanois
12)   Racing like a pro – The National
13)   My moon my man – Feist
14)   I want you so hard – Eagles of death metal
15)   Mixed bizness – Beck
16)   Venus – Almamegretta
17)   Visions – Stevie Wonder
18)   Gentle spirit – Jonathan Wilson
19)   Believing makes it easy – Shearwater
20)   Chapter 24 – Pink Floyd
21)   Hit the city – Mark Lanegan
22)   Career of evil – Blue Oyster Cult
23)   Computer love – Kraftwerk
24)   The ballad of Lucy Jordan – Marianne Faithfull
25)   Il sogno di Maria – Fabrizio De Andrè
26)   Love will tear us apart – Joy Division
27)   Take a giant step – Taj Mahal
28)   Flutter girl – Chris Cornell
29)   Concerning the ufo… – Sufjan Steven
30)   Talk is cheap – Chet Faker
31)   I don’t feel it anymore – William Fitzsimmons
32)   Colours – Amos Lee
33)   Happiness – Elliott Smith
34)   The time is now – Moloko
35)   Behind – Lacquer
36)   Miracle – Temper trap
37)   Trouble – Ray La Montagne
38)   Miss miss – Benjamin Biolay
39)   I heard – Young fathers
40)   Jubilee street- Nick Cave
Il 2020 invece, sarà prevalentemente dedicato a De Andrè.

Il fantasma del Natale qualunque

Mi era concesso posizionare  i babbi Natale di cioccolata, rivestiti di stagnola, sull’albero in plastica che avevamo comprato al Carrefour. Un albero triste come può esserlo solo un abete di plastica. Delle poche cose presenti alla base di questo affare fatto di ferro filato e aghi di poliestere verde, più di tutte mi affascinava  il regalo aziendale concesso benevolmente dalla premiata ditta nella quale lavorava come agente. Lo immaginavo , insieme agli altri colleghi, ammucchiati nella sala riunioni, sorbirsi il discorso di fine anno del megapresidente galattico. Tutti dovevano sorridere, giulivi del prezioso dono. Il cesto troneggiava come un non precisato scrigno dei tesori abbastanza malcelati. Un panettone Alemagna dalla confezione azzurra, ci ricordava, con l’effigie del Duomo, la lontananza dall’Abruzzo, seguiva un torrone bianco Sperlari, troppo duro per i denti da latte della mia fanciullezza. Uno spumante Gancia dal tappo in plastica bianca si appoggiava dolciastro, al panforte Sapori. Non riuscivo a spiegarmi come mai fosse consentito quello spargimento indiscriminato di canditi, dolciumi che odiavo con sommo disgusto, tanto che il cesto era per me qualcosa di semplicemente inutile. Tuttavia ero convinto che avesse una certa importanza per mio padre quasi fosse una sorta di promozione sul lavoro.

Con il passare degli anni compresi come i cesti non sempre rappresentassero qualcosa di positivo ma divenissero, con il tempo, una specie di anestetico per una scalata sociale che non sarebbe mai avvenuta. Nonostante tutto l’albero aveva una zona “vuota” nella quale, durante la notte della vigilia, Babbo Natale avrebbe posizionato i suoi doni per me. Uno dei primi che ricordo era un robot in latta che si caricava a molla ed aveva un bulbo in plastica verde che emetteva una lucina intermittente, grazie ad un sistema simile a quello dell’accendino, azionato dalla carica. Tra i regali memorabili della mia infanzia, un proiettore in plastica e la pista Polystil con due macchine che potevano essere condotte a folle velocità, dopo aver montato il tracciato. L’apice della felicità fu raggiunto durante la notte dell’Epifania quando i miei genitori, organizzarono per me, una sorta di caccia la tesoro, tramite bigliettini nei quali vi erano degli indovinelli che mi avrebbero permesso di scoprire la collocazione dei doni. Da quella divertentissima esperienza ho il ricordo del primo gioco da tavolo della mia vita: “Colpo grosso a Topolinia”, con le pedine a forma di Basettoni, Topolino e Macchia nera. Mi chiedevo con chi avrei giocato visto che ero figlio unico ed il mio miglior amico era tornato in Puglia per le vacanze. Fu lì che iniziai a coltivare la creatività nella solitudine. La solitudine è una condizione che implica soprattutto il concetto di perdita. L’assenza, la mancanza sono stati che possono essere declinati non solo a presente ma indifferentemente al futuro. La mia intima essenza di materialista mi porta a considerare la perdita fisica di persone o oggetti come qualcosa di irreparabile. Non ho speranze di poter relazionarmi con chi ho perso, in una dimensione diversa da quella che sto vivendo. Ciò produce una sorta di dolore continuo e costante che aumenta con il sommarsi delle perdite. La stratificazione delle assenze diventa così, un rumore di sottofondo che condiziona le giornate fino a diventare un sibilo insopportabile. Troverei molto più semplice e rassicurante pensare ad una seconda possibilità per le cose e le persone. Sono riuscito a superare anche il rimpianto e la nostalgia e questo ha moltiplicato il dolore perché lo ha reso ingiustificato, immutabile.Chiunque possieda una fede o un credo, può cercare la serenità ne l’immateriale che genera speranze. Io credo nella profonda “essenza del tangibile” che mi consente di vivere le cose e le persone ora e definitivamente. Alla mia età si iniziano a fare i conti con quello che è stato e quello che rimane, ci si sente come il viaggiatore di Caproni davanti al cartellone degli orari dei treni. Molti rimpiangono i “Natali di una volta” quasi che quella condizione che molti ricordano come “idilliaca” potesse essere replicata infinitamente e generasse lo stesso tipo di sensazione. Giudico questa nostalgia come qualcosa che si avvicini molto alla paranoia.  Siamo stati una sola volta, per ogni istante della nostra vita e non c’è possibilità di replica. Immaginiamo per un attimo che la nostra mente “finita e temporale” replicasse la stessa identica situazione per un numero imprecisato di volte: quella che un tempo avrebbe potuto essere una condizione di gioia e felicità, diventerebbe ben presto un incubo ed un’agonia. I Natali sono fatti per passare, per essere diversi gli uni dagli altri. Per questo motivo, non ci saranno più piste giocattolo sotto il mio albero o panettoni immangiabili, regalati da megadirettori generali.

Barbarism begins at home

Uscire da un social network dopo tanti anni è operazione dolorosa. Nel 2006, complice la facilità di accedere alla rete da parte di mio fratello, usavo passare il dopocena in camera sua davanti al computer. Avevo già avuto qualche approccio con internet nel 1996, collaborando con un ufficio comunale della mia città. Fu solo dieci anni dopo che mi avvicinai a questa neonata “piattaforma di socialità virtuale”. La possibilità di caricare foto, scambiare commenti su fatti o persone, condividere passioni o desideri, mi illuse sul fatto che avrei potuto parlare con i miei conoscenti o amici anche solo rimanendo seduto a casa davanti al pc. Credevo che il mondo intero mi leggesse e qualsiasi cosa avessi detto, avrebbe influenzato l’opinione pubblica quasi che fossi un oratore sul piedistallo ad arringare una folla immensa. Iniziai così a regolare la mia vita in base a ritmi che mi avrebbero consentito di ritagliare del tempo da dedicare alla rete. Dapprima con discrezione e goffaggine, in seguito con assiduità quasi maniacale. Con gli anni non stavo cambiando solo io ma anche quelli che come me, erano dentro il social.  Si andava sviluppando una sorta di luogo nel quali tutti, complice la mancanza di corporalità dei rapporti, avevano la possibilità di sfogare le proprie frustrazioni sugli altri: dalle insoddisfazioni sentimentali ai problemi di lavoro e di salute, alle difficoltà economiche dovute alla crisi che sarebbe esplosa alla fine del decennio. La mancanza di corporalità e quindi l’impossibilità di provare dolore fisico, spingeva le persone ad andare oltre il normale dibattito civile, sicuri di non essere colpiti o feriti. Una sorta di invulnerabilità da schermo che spingeva a disertare il lettino dello psicologo per risolvere tensioni e incomprensioni contro la sagome-bersaglio degli altri. Nonostante ne percepissi il pericolo, per un certo periodo, mi sono fatto coinvolgere in discussioni sterili nelle quali, per quanto apportassi contributi interessanti e ne ricevessi altrettanti, nessuno cambiava idea, nessuno era capace di confessare l’errore o il malinteso, spingendosi verso la pratica della negazione della verità pur di non essere perdente. Ci fu il periodo dell’autoscatto che accrebbe il proprio io, spazio atemporale nel quale proiettare la propria immagine filtrata dallo specchio di Dorian Gray. Piacersi, amarsi, venerare la propria opinione, cercando di essere migliori della propria intima natura, terrorizzati dallo scoprire sul tavolo le proprie debolezze, i propri limiti, i propri no. Così il tempo è passato, rinunciando a qualche passeggiata, un buon libro, un centimetro in più nell’altezza dei figli, una ruga che veniva scavata ai lati della bocca. Ci sono stati momenti piacevoli nei quali, ho ritrovato lontanissimi amici con i quali mi impacchettavo nelle cabine telefoniche per dare appuntamento agli altri il sabato pomeriggio. Qualcuno mi ha mandato foto di cose che avevo dimenticato, di persone scomparse, di avventure vissute veramente. Tutto si è appiattito nell’abitudine allo stupore, nel qualunquismo del dolore, nell’assuefazione alla vanità scomposta. Ho vinto e ho perso un’elezione sulla rete. Ho perso l’umanità sulla rete, sono stato sempre sul pezzo nella rete. Un giorno, dopo aver passato a sguazzare nel grottesco dei commenti, nell’analfabetismo come caratteristica vincente, nell’allarmismo bigotto, nella deitalianizzazione dello scritto, ho capito che, quando sarei stato troppo vecchio, non avrei potuto raccontare agli altri cosa avevo fatto in questi ultimi quattordici anni  ma come li avevo passati stando davanti al computer. Ho detto basta, sono uscito senza salutare, ho lasciato i miei mal di stomaco nell’account. Ho deciso di ritornare alle mie pagine sul blog dove ognuno e nessuno è il benvenuto.

Ballare nel ’69

Avevo un anno e mezzo. Abitavamo da poco a Milano. Quando accadde, mio padre decise che sarebbe andato ai funerali delle vittime. Molti erano già sicuri della matrice terroristica. La cerimonia fu partecipata, migliaia di milanesi erano presenti, silenziosi, attoniti. Papà mi raccontava la strana atmosfera allo sfilare delle bare. Anche il cielo era divenuto oscuro, color del piombo. La storia ha coperto i responsabili ma ha reso la verità più chiara a chi ha voluto leggere oltre le appartenenze. 

La polvere si muove nell’aria seguendo le correnti invisibili che entrano dalle vetrate in frantumi. Il silenzio. Piccoli incendi divampano nei mucchietti di carte e indumenti. Cadono frammenti di marmo dalle pareti rivestite. Sul pavimento, lunghe strisce di sangue terminano sui vestiti dei fattori, dei bovari, arrivati in città per gli affari. Una valigia, una scarpa, un urlo di chi cerca i suoi brandelli di carne. Le figure, in piedi, come fantasmi, barcollano sorde, in cerca dell’uscita. La città è fuori, e sul marciapiede sembra non esserci nessuno. La piazza si riempie di fari, luci arancioni, voci e lamenti. In mezzo all’ampio salone si apre la voragine per il centro dell’abisso. Le anime ci entrano, fino a scendere all’inferno. Lo puoi vedere, il vuoto che lascia quel pozzo dentro lo stomaco delle persone che si affacciano lungo l’orlo. Ci sono i fogli per terra, ma non ti serviranno. Quando stasera i ragazzi ti avranno aspettato invano per cena, dopo aver dato da mangiare alle bestie, qualcuno bussera’ alla porta. Aprirà il figlio, quello maggiore, al quale hai giurato di passare l’azienda, con i cavalli e le vacche. Perché gli hai raccontato che solo la terra non avrebbe mentito anche quando l’avresti bagnata col sangue. Un carabiniere giovane, mandato dalla caserma, dirà ai tuoi, che è successo qualcosa a Milano, una bomba dentro una banca. Il toro ora sbuffa, nella stalla. Lo hai strigliato prima di andare. E’ il maschio da esibire alla fiere, quello che ti darà la progenie migliore. L’occhio triste della bestia guarda invano nel buio come a cercare il padrone che gli stringa il giogo. Il tuo ultimo respiro a fissare il solaio annerito dal fumo. La bestia ora china il capo, perché, prima o poi, arriverà il beccaio e tu, Alfio,  non sarai lì a fermare la sua mano.

Viaggio della morte del Sud (Capitolo 3)

“E’ tornato Pietro! Pietro!” Il reduce si presentò, cappello in mano, nello studio del Conte. Il povero Barone era morto, facendo maritare Cecilia ad un proprietario confinante, il Conte di Scarano, un gentiluomo avanti negli anni.  “E così tu saresti il fattore, quello che stava tanto a cuore al mio povero suocero?” “ Sì Signore, e vorrei chiedervi di tornare a servire la Signoria vostra. Non chiedo che di tornare alle mie bufale.”

“Dovrò parlare prima con la mia consorte, donna Cecilia”, rispose il conte. A Pietro si strinse il cuore, come se una tenaglia volesse staccarglielo dal petto. Lui era rimasto fedele a l’amore impossibile. Ma la terra aveva bisogno di famiglie pronte a coltivarla. Non avrebbe potuto esistere niente tra un bovaro ed una baronessa. Cecilia era stata ai voleri del padre, perché le terre venissero condotte da un altro par suo.  Così, nel secondo anno di guerra, davanti al notaio Di Salvo, il matrimonio fu combinato senza l’amore. Cecilia aveva accettato quel vecchio storpio come una rosa accetta la morte.

Il donzelletto che vien dalla campagna (Terza puntata)

Il giovin ormai allocato nel posto a lui donato dalla norcina senatrice, tosto si abitua agli usi che si convengono a tutti quelli che al lavoro non anelano. Le abitudini uccidono e durante le noiose giornate, il donzelletto addestra le furbizie, le malizie, le astuzie, i vizi e gli ozi. Se fosse un secondino, potrebbe divenire aguzzino per il puro piacere di spendere le vuote giornate coi colleghi suoi simili. Se fosse un contabile, farebbe la conta delle caccole da appiccicare sotto la scrivania, se fosse un usciere, uscirebbe spesso a prendersi un caffè, se fosse al cimitero, passerebbe il tempo ad aprir casse per vender gli scheletri a studenti di medicina. Il giovinetto ormai maturo ha sposa la ragazza, quella vicina di casa, conosciuta alla sagra del paese, l’ha scelta con lo stesso grado di istruzione, perché giammai ha da esser inferiore alla donna (glielo ha insegnato mammà). Per fare il moderno le concede di fare la parrucchiera o l’estetista, in modo che, nella cerchia delle sue clienti, egli possa fare il gallo nel pollaio. La moglie figlia, due tre pupi cos’ che, tra casa, pannolini e lavoro, lasci libero il donzello di fare il provolone con le ragazze dietro al bancone del bar. Si diverte a stalkerare le amiche della moglie, le donne che vede in giro, perché il maschio, come dice mammà, è cacciatore e bisogna capirlo il poverino, ci ha l’uccellone infiammato perché la moglie bigodinata, con il pupo da cambiare in braccio, gli fa abbassare il testosterone e l’autostima. Inizia a zuzzurellare nel collegio genitori, piacione con le pornomammine che sculettano a sentir l’afrore della sua lavanda maschia.

Niun pelo di barba giammai lo strema, egli è teso, raso, dalla giacca facile, dal braccialetto insulso, dall’arbre magique alla vaniglia nell’auto portata a lavare ogni mezz’ora. E’avvezzo a rovinare gli spizzelli ai compagni di calcetto il giovedì sera, non ammette la sconfitta la resa, è l’imberbe che priva tutti della palla per taglieggiare un calcio di rigore inesistente. In questa paranoia dell’invecchiare rimanendo nessuno, lo coglie il senso di sconforto di una vita destinata alla mediocrità del nulla. Ma arriva di nuovo il giorno quando la fortuna bussa alla sua porta, come se avesse trovato in lui un figliuolo meritevole. Un avido avvocato, nel pien della tenzone politica, ha notato il donzelletto accompagnarsi con molti villici suoi pari. Sotto i baffi già fa due conti su quanto il fanciullo conti tra il contado… (continua).

L’intenzione

La prima volta che uscii di casa con l’intenzione di correre, fu terribile. Non avevo cognizione di cosa volesse dire e pensavo che, mettere un piede davanti all’altro più velocemente possibile, sarebbe stata la cosa più giusta da fare. Avevo finito gli orali degli esami di stato il giorno prima. L’idea di fare dell’attività sportiva quasi a voler sudare per “spurgare” le tossine degli ultimi mesi, faceva passare in secondo piano il fatto che potesse essere un’esperienza traumatica per un ragazzetto come me il quale aveva passato gli ultimi due anni a fumare le Camel o le Gauloises rigorosamente senza filtro. Qui non si trattava di fare i soliti giretti del campo di basket per riscaldarsi prima di affrontare la partita di pallavolo. Dovevo percorrere un tratto, da un punto all’altro, all’aperto, di mattina, con o senza colazione nello stomaco, totalmente privo di allenamento. Mi misi d’accordo con la cugina di un mio amico aquilano, in vacanza durante quel periodo a Ortona perché sapevo che era una brava sciatrice e sicuramente aveva un briciolo di attitudine allo sport. In realtà aveva delle belle tette e la mia intenzione era quella di vedergliele ballare mentre correvano lungo la discesa di via Marina. Era il 2 luglio 1986, ci incontrammo davanti la chiesa di San Rocco. Senza indugio, iniziammo la nostra corsa a ritmo sostenuto affiancati. La fortuna volle che la giovincella indossasse una maglietta cortissima la quale custodiva a malapena delle vistose poppe che le stavano alte e dritte come fossero scolpite. Facevo finta di guardare avanti ma, ogni volta che mi giravo per parlarle, notavo quelle protuberanze che ballavano al ritmo del suo passo. Distratto da cotanto spettacolo, non miresi conto che, dopo qualche centinaio di metri, il mio respiro era divenuto affannoso in modo eccessivo. Ostentavo una freschezza che in realtà non avevo per nulla, pur di rimanere al suo fianco per guardarle le tette. Lei non sembrava affaticata, avrei dovuto sospettarlo, dato che praticava sport regolarmente. Non feci alcuna opposizione al fatto che, una volta arrivati sulla piazza del faro, ci dirigessimo lungo il marciapiede esterno del molo nord che a quel tempo era accessibile. Se, fino a quel momento, la discesa aveva facilitato la mia corsa da principiante, una volta in pianura, dovetti fare appello a tutto il mio arrapamento, per continuare. Lei aveva addirittura aumentato il ritmo. Non le stavo più a fianco ma dovevo continuare. Ansimavo come una vecchia locomotiva ma la ragazza si allontanava sempre di più. Dovevo aggrapparmi a qualcosa. Lungo il muro di protezione del molo erano incastonate delle targhe in marmo che segnavano i decametri.  Ecco, mi attaccai lì. Il faro, mi sembrava lontanissimo così come la ragazza. Dovevo farcela. Dopo pochi ma interminabili minuti arrivai al termine del molo, proprio sotto la torretta bianconera. Sembravo un vecchio asmatico in un fienile. Mi buttai per terra, tentando di scovare tra le nuvole, un segno divino che decretasse l’indulgenza plenaria per l’impresa che avevo compiuto. Accadde di meglio: la ragazza, accorsa per saggiare le mie condizioni,  si avvicinò  nel luogo dove ero steso, facendo ombra sul mio viso con il suo corpo. Da quella posizione, non c’era più nessuna maglietta che impedisse alla mia visuale di ammirare le sue incredibili poppe.

Viaggio della morte del Sud – Capitolo secondo

Pietro divenne un giovane forte e bello. Le ragazze facevano a gara per avvicinarlo ma lui no, lo aveva promesso al Barone: avrebbe rinunciato a farsi una famiglia pur di badare a Cecilia. Passava sull’aia tirando i buoi per l’aratro, a sera. Dalla finestra della casa padronale usciva la musica del pianoforte. Cecilia cantava una vecchia aria di pescatori e Pietro si fermava ad ascoltare. Cecilia conosceva il rumore degli zoccoli ferrati e si affacciava . A Pietro bastava quel sorriso per sapere che lei era sicura. Pietro aveva troppa paura di pensare a quello che non era lecito pensare per un giovane abituato a badare alle bufale, a cogliere i carciofi, a zappare. Pietro si stringeva il collo con la mano callosa, quando, nella calura estiva, la giovane Cecilia disegnava, con il suo corpo agile, un’ombra snella sui muri di calce. La ragazza percepiva lo sguardo del suo bovaro, sulle spalle, dietro la nuca, come un soffio leggero a rinfrescarle le tempie sudate. Avevano giocato insieme da bimbi, si erano azzuffati, nascosti dietro il canneto, stringendosi l’un l’altra, con l’ardore innocente che solo i bambini avrebbero potuto avere. Ora tutto era diverso .Cecilia aveva terrore e desiderio delle mani di Pietro. Sfiorarsi sarebbe stato come passare la mano su fuoco, attratti dal calore, quasi si volesse ardere come  ceppi. Pietro era solo un povero fattore, quale scandalo sarebbe stato, dichiarare l’amore per Cecilia!

“Devo partire, Donna Cecilia! E’ scoppiata la guerra!” La ragazza chinò la testa. Pianse con un sibilo impercettibile, mentre Pietro si strofinava le mani quasi a consumarle. “ Come faremo con le bestie e i campi?” Avrebbe voluto urlargli in faccia la giovane, in piedi davanti a lui nel fienile colmo di paglia dorata. Cecilia fermò le mani di Pietro, le strinse e lo portò velocemente in fondo ai covoni, aprendo la sua camicia di seta, offrendogli i suoi seni. Assaporarono il gusto delle loro lacrime, lungo la pelle nuda, uno sull’altra.

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