Il donzelletto che vien dalla campagna (seconda puntata)

Seconda puntata
“Ohibò cosa vedono i miei occhi!” La tronfia senatrice, passata per il borgo natio del giovin donzelletto, nota molti fanciulli non più imberbi, i quali strombazzano con le moto truccate a scureggetta, scambiando le marmitte per falli da satiri. La maschialità oziosa si diffonde nell’aria, tra mozziconi sfumacchiati e giornaletti tipo “il tromba” dove le donne vengon trattate a colpi di turbonerchie. Il donzelletto ci sguazza nel testosterone, con una mano nell’acquasantiera e l’altra sulla cippa. La prode Annuzza sente la puzza di elettore e di relativi genitori i qual, pur di sistemare il figli allergico all’abeccedario, son disposti a far votare la famiglia, compresi i trisnonni già morti e putrefatti al fin di sistemare bellamente l’accidioso giovinetto. “Ci sarebbero tanti bei posti per posteggiare stabilmente il figliuolo” esclama la senatrice all’indirizzo del silenzioso padre, il quale baciar vorrebbe la mano porcina e inanellata. Subito il contratto è stabilito, segnati nomi e cognomi, l’astuta candidata ricorda ai timidi cafoni quali siano le combinazioni  da apporre sulla scheda, ricordando che, nel segreto dell’urna, Dio vi vede ma anche donna Anna calcola. Dopo mesi di sollazzo, a proclamazione avvenuta, il donzelletto vien chiamato al cospetto dell’eletta. “Ricorda eterna gratitudine a ciò che ti donai e giammai sorprendoti a negare aiuto agli amici degli amici quando sarai abbastanza vecchio per contare qualcosa”. Come il marchio a fuoco per il vitello, l’ex villico ormai civilizzato dallo spirito santo della raccomandazione, si forgia nel cervello il do ut des. E’ pronto per la casa, la chiesa, la sposa… (continua)

La via

Il primo ricordo che ho di via Cervana risale all’estate del 1973.
A quei tempi abitavo a Milano e l’unica possibilità che avevo di passare le vacanze al mare, era quella di stare, per qualche tempo, dai miei nonni paterni, i quali avevano deciso, dopo un discreto girovagare, a causa del lavoro di nonno Camillo, di vivere il tempo della pensione proprio ad Ortona. La nostra famiglia non aveva alcun legame con questa cittadina. A lungo, il cognome Di Renzo, è rimasto l’unico nell’elenco telefonico. Tuttavia, per me che respiravo tutto l’anno, lo smog della Milano industriale, Ortona rappresentava una grande possibilità di scoprire il mare. Tutti i parenti si innamorarono della cittadina: i genitori di mia madre, aquilani puri, le sorelle, i cugini e  gli affini. A quei tempi Ortona godeva di una costa incontaminata, dove tantissimi turisti, specialmente quelli tedeschi, amavano frequentare camping, alberghi, affollando spiagge e calette, dal Lido Riccio fino a San Vito. L’acqua era cristallina e appariva normale, per me, che si potesse vedere il fondo con estrema facilità.
Prima di avventurarmi per il fondali bassi e sabbiosi del Lido Saraceni, era necessario rinnovare l’attrezzatura “subacquea” acquistando una maschera economica da Leo Basti, Farinelli o Primavera Sport. Prima che mi trasferissi definitivamente, ero affidato alle cure dei miei nonni e delle mie zie le quali, data la mia costituzione gracile e apparentemente malaticcia, avevano ritenuto che fosse meglio, per me, andare al mare evitando di utilizzare, per quanto possibile, il torpedone blu della premiata ditta Napoleone, il quale faceva la spola tra il Lido e la città alta. Forse ho passato molte mattinate seguendo quel percorso con i sandali ai miei piedi mentre vedevo l’autobus carico di bagnanti comodamente seduti ma una la ricordo bene e potrebbe far testo per tutte: non è il ricordo di un evento particolare ma è la memoria di una sensazione, di un tempo particolare, di visioni che non torneranno più: essere bambini apparentemente spensierati agli inizi degli anni settanta. Così, quella stradina ancora sterrata che partiva dalla radice di via Marina e che finiva, alla seconda curva di via Marina, proprio sopra la fonte delle fate e scendeva fino alla piazza del porto. Scendevo con mia zia Rosaria verso le sette e trenta. Le officine e i fondaci a sinistra erano già all’opera, meccanici riparavano pesanti motori di pescherecci e reti da pesca uscivano dai grossi portoni fino a stendersi lungo la strada. Nell’osteria di Ciacciantonio, il rude gestore era intento a preparare colazioni e a dispensare cordiali ai pescatori più gagliardi. Era un vociare “silenzioso” di parole in dialetto che a me allora parevano incomprensibili ma che avrebbero cullato il mio crescere ed invecchiare in questa città. Prima di affrontare il lungo rettilineo, sul marciapiede ombreggiato dai pini allora giovani e bassi, vecchi pescatori, i cui volti rugosi erano illuminati dalla luce del sole nascente, rammendavano con gesti sicuri le reti da pesca, seduti su cassette di legno. Mi appariva tutto così bello nella sua semplicità, come se quello fosse il preludio alle ore spensierate che avrei vissuto sulla spiaggia, solo dopo aver percorso quella strada che allora per me sembrava lunga e interminabile: via Cervana.

Il donzelletto che vien dalla campagna

“Ogni riferimenti a fatti o persone è puramente casuale o casualmente puro”.
Prima puntata
Nel ridente villaggio, amorevolmente allocato tra le montagne e il mare, terreno di coltura per il politico di turno, gli irsuti e paonazzi contadini, si moltiplicano fertili, spandendo, tra le campagne di viti ordinate, la progenie loro, pronta a conquistar gloriosa, i feudi viciniori. I vecchi, posto lo scarpone sull’apice della vanga, maledicono la zolla appiccicosa che impedisce loro di camminare svelti per le strade di questo modo. Altro sperano per i figli loro, augurandosi il riscatto dalle grame esistenze di cafoni. Una laurea, un dottorato, un carriera fatta di gradi nelle italiche caserme. Il giovane che agli studi ben promette, tosto vien mandato nelle città del mondo a diventar qualcuno, alcuni indossan la divisa. Rimane tuttavia un nutrito branco di fanciulli, i quali attendono l’occasion propizia, continuando a sforbiciare le viti, legandole ordinate. Negli opifici, lungo le vie maestre talvolta espletano il loro genio meccanico, altre volte apron le botteghe. In ultimo rimangono solo i restii ai libri, color ai quali una vecchia maestra prende i capoccioni, per strofinar le nocche sulla testa di neri capelli.  Il periodo è pregno di nonne sopravvissute a linee Gustav, nascondendo gli ori nelle grotte di vallone, tra una gallina che produce qualche ovetto e le radici da bollire per farci le zuppe ai figli smunti. Arrivano, insieme alla Vespa e le rate per il televisore, i senatori bonari i quali carezzano i fanciulli durante le feste patronali, con il cafone rivestito che bacia loro la mano a chiedere grazie, favori ed una buona parola affinchè le braccia rubate all’agricoltura non “faccino” il militare tra le zanzare del Polesine. Sbavano, sul dorso dell’arto cicciuto, leccano con la coppola in mano e la lagrima da strizzare via dalla palpebra, a mostrare il villico, prostrato davanti all’uomo che può.
Nel frattempo, il senatore di turno, mentre si lascia sbavazzare la mano, conta i voti della famiglia e a tutti distribuisce numeri da combinare sulla scheda a realizzar miracoli e uno scranno in parlamento. Così, arriva il congedo per i novelli zappatori insieme alla tessere scudocrociata, posata dal babbo riconoscente a monito della prole sua. Ma le madri imbiancano, i padri muoiono, le nonne si cagano addosso davanti ai larghi camini nelle sere di ottobre quando, i nipotini avvezzi al rosario della sera insieme agli scapaccioni e al timor di Dio, scorgono i primi languori pubici con le immagini della cosciuta Parisi. L’assioma paterno recita il disprezzo della donna, il pallone maschio, la gara di sputo radente e il dovere di metterlo nel culo al confinante. Cresce in siffatto modo, il giovinetto, costretto alla riga di lato, alla glabra nuca, dalla madre che lo adora fino all’estremo sacrificio purchè si trovi un posto fisso e il resto si vedrà. Nell’estremo nitore delle facciate, dei giardini ben rasati, delle madonne in gesso presso l’ingresso, l’odor di libri è come l’iprite per l’austro ungarico, è polvere che si accumula inutile sugli scaffali, è lo sterco del diavolo che corrompe il giovine e lo distoglie dall’unico obiettivo del genitore ovvero generare l’anaffettivo, perché la vita è dura in ogni caso e gli scrupoli riempiono le buche nel cimitero. Tutto è concesso, perché la selezione naturale è un dogma darwiniano; il giovinetto lo impara a tirare bastonate sulla testa dei conigli, a sgozzare tacchini, a recidere le giugulari ai porci. Quando il “cello della casa” è quasi uomo, iniziano i confronti coi compagni di bisboccia, crescono le invidie per i figli dei compari di cui sopra, mandati a studiare in città, a fare il dottore, l’ingegnere. Il uaglioncello di primo pelo anela anche lui al pezzo di carta da appendere nel salotto buono, perché vuole comandare in “frazione”. Ci prova e ci riprova mentre la fidanzatina lo aspetta a casa per coronare il sogno della cafonetta: sposare il laureato. Ma lo sforzo manda il ragazzo sotto sforzo: i libri tanto odiati, tornano a pesargli sul groppone, non sa come sfogliarli. Al massimo potrà mandar a memoria i titoli, tanto per farsi il figo il sabato in paese. Giunge il tanto agognato giorno per la rubizza senatrice, di mieter voti e clientele nella ridente cittadina… (continua).

Le colpe dei figli ricadano sui padri

Sono le ore diciotto. Siamo arrivati alla fine di marzo. Ha smesso di piovere da poco e mi trovo in fila, con il mio furgone, all’ingresso del paesotto che per comodità sigleremo per O. Il mio stereo quasi a palla produce vibrazioni profonde nella carrozzeria del mio van, causate dal basso di Jaco Pastorius. Aspetto distrattamente che la fila di auto proceda. Davanti a me uno scooter, guidato da una ragazza, è posizionato sulla destra. Allo scoccare del verde, la fila avanza con un sobbalzo. La ragazza accelera nervosamente ma la strada resa viscida dalla pioggia , fa sbandare il motorino. La ragazza perde il controllo e finisce a terra. Io mi trovo immediatamente dietro e assisto a tutta la scena con un misto di sorpresa e disappunto. La ragazza si rialza ma è visibilmente dispiaciuta. Istintivamente scendo dal furgone per prestarle soccorso. La giovane non ha riportato danni ma piange amaramente guardando lo scooter. Noto subito che la motoretta è nuova fiammante e questo costituisce il motivo del suo pianto. Le chiedo se ha bisogno di aiuto e tento di rialzare il ciclomotore. “Lasci stare quella moto”! Dalle mie spalle odo una voce in tono di comando e uno scalpiccio di tacchi in cuoio. Mi giro. Un ometto, baffi riportino e occhiale di foggia antica, sta correndo verso la scena dell’incidente mentre le altre auto passano oltre, curiosando noiosamente. “La stavo solo aiutan…” Non riesco a finire la frase “ Lei stia zitto!” mi apostrofa il tipo, rivolgendosi alla ragazza “Cosa è successo, signorina”? Il tizio interroga la giovane ma lei piange e riesce solo a bofonchiare qualcosa. Rimango senza parole e non mi rendo conto subito della situazione” Io…”, vengo nuovamente interrotto. “Non l’ho interrogata, deve essere la ragazza a dirmi cosa è successo veramente!”. Poi si rivolge nuovamente a lei “ Su, mi dica, sono un assicuratore”. In questo momento comprendo quale ipotesi, questo ometto, venuto dal nulla, abbia potuto formulare nella sua testa: Io, individuo fuori dall’aspetto standard di persona di cui fidarsi, ho causato la caduta della giovane dallo scooter e ora sto approfittando per  inquinare la scena del sinistro rialzando la suddetta moto e lasciando la giovane al suo destino. Per fortuna, la ragazza ha il buon senso di rispondere al tizio. Discolpandomi completamente. Aspetto invano delle scuse ma ricevo solo le sue spalle. Ho troppa fretta per acchiapparlo per il bavero e insegnarli l’educazione, sono impietrito, non so cosa dire. La scena in sé stessa ha occupato il tempo di un minuto ma le azioni e le intenzioni mi hanno raccontato tutta la vita di quell’uomo e come egli si ponga nei confronti degli altri. Mentre mi rimetto alla guida, allontanandomi, guardo lo specchietto retrovisore per sincerarmi che la ragazza stia bene. L’uomo le è ancora vicino. A questo punto mi viene il dubbio che la mia innocenza possa trasformarsi in una colpa. Quell’uomo, quel piccolo essere dal riporto leccato, potrebbe spingere oltre il limite la sua attitudine a ricercare la situazione nella quale sguazzare, me lo immagino dire alla ragazza: “Mettiamoci d’accordo, io sono assicuratore, posso testimoniare, dichiariamo che quel furgone , con una mossa azzardata, ti ha fatto sbandare e diamo la colpa a quel barbuto con gli orecchini. Secondo me è disonesto già dall’aspetto, forse usa droga e maltratta figli e moglie, forse è un ladro. Vedrai, caveremo soldi dalla sua assicurazione. Si vede dalla faccia quanto sia colpevole geneticamente.” No, la mia mania di persecuzione non può spingersi oltre. Forse sono colpevole veramente, quel tizio ha ragione. Non avrei dovuto fermarmi, avrei dovuto farmi i cazzi miei, perché c’è sempre un assicuratore fermo ad accorrere sulla scena dell’incidente per dare la colpa a qualcuno. Adesso torno indietro e mi invento qualcosa tipo: in effetti l’ho fatta cadere io la ragazza e l’ho minacciata in modo che lei desse la colpa dell’incidente all’asfalto bagnato e alla sua imperizia. L’ho fatto perché avevo fretta, non avevo la patente in regola oppure stavo trasportando della droga ed un contrattempo avrebbe rovinato i miei piani criminosi.
Potrei vedere così, il volto dell’assicuratore illuminarsi, per il fatto che aveva ragione a non fidarsi, perché quelli con il mio aspetto sono tutti dei poco di buono. Avrebbe chiamato i carabinieri per verbalizzare la mia confessione ed essere sempre più convinto che la sua condotta fosse quella giusta. Sarebbe stata la glorificazione della sua faccia schifata quando mi ha apostrofato. Lo vedo, seduto davanti al televisore, vomitare improperi contro il malcostume di quelli come me, con l’aspetto di sovversivi, pronti a sfidare l’ordine costituito in virtù del loro aspetto, gente che non oserebbe mai celare la calvizie come fa lui, sotto un riportino appiccicato sulle tempie con il gel, uomini pronti ad ostentare un’oscena calvizie, una scoppatura eversiva.Per fortuna sono oltre l’incrocio e l’impossibilità di poter fare un’inversione a “u” mi salva dal mio proposito suicida. Immagino l’assicuratore dagli occhiali alla Rick Moranis, tenere sulle sue ginocchia i suoi figli ed insegnar loro i rudimenti della diffidenza verso il prossimo, dell’andare in culo agli altri per avere successo, della sopraffazione, del saper riconoscere l’abominio da un abito, un pelo fuori posto, una maglia peccaminosa, una scarpa pornografica. L’assicuratore è un Tognazzi in un episodio di un film di Risi: “Educazione sentimentale”. All’improvviso, il suo volto mi riconduce alla sua prole! Sì, io conosco i suoi figli, in particolar modo una, la quale ha intrapreso una carriera politica con i mezzi più squallidi. Come riavvolgessi un nastro, tutto diventa più coerente con quello che conosco di questa persona quasi che, conoscendo la sua progenie, avessi dovuto prevedere il comportamento del padre. Se avessi avuto più spirito e più memoria, avrei potuto girarmi, dopo l’incidente e prevedere, dal rumore dei suoi passi e dal suo riporto, quello che mi avrebbe detto. Lo avrei dovuto anticipare, urlando: “So chi è sua figlia quindi lei ora mi dirà delle cose di merda!” Sarebbe rimasto basito, muto, in mezzo alla strada, distrutto da una verità la quale invece si è tramutata in menzogna nei miei confronti. La colpa di un figlio sarebbe potuta ricadere, per la prima volta, sul padre.

Durmì

Ho deciso che devo dormire. E’ l’unica maniera per difendermi. Tutta la mia giornata è incentrata sul fatto che, qualsiasi cosa io potrò portare al termine nelle ore di veglia, tutto sarà finalizzato al momento nel quale, tirata su la coperta, ci infilerò le gambe dentro e sprimaccerò il cuscino. A sera, non vedo l’ora di coricarmi, dopo una doccia bollente, per sprofondare nel nulla sicuro dell’oscurità Divento nervoso, irascibile, devo mettermi nel letto, chiudere gli occhi, non pensare, quello che potrò fare, lo farò domani perché tanto è lo stesso. E’ l’unica cosa intatta, pura che mi è rimasta. Dormire ininterrottamente almeno sei ore. Dormire nonostante il collo mi si stia piegando inesorabilmente verso destra e percepisca un dolore continuo, senza tregua, come un intruso che venga a modificare la trama dei miei sogni. Nella stanza potrebbe entrare chiunque, un ladro, un assassino. Io non me ne accorgerei. La mia sveglia non è così traumatica, quando posso dormire indisturbato. L’unica cosa è che devo ristabilire i confini tra me stesso e le motivazioni della mia diffidenza verso la nuova giornata: bestemmio. Conosco molti i quali, al risveglio, sentono la necessità di accendersi una sigaretta, pisciare o attaccarsi alla tavoletta del fondente. Lo facevo anch’io, una volta. Ora ho sostituito la cioccolata con l’imprecazione. Le azioni si susseguono con ripetitività maniacale: mi alzo, bestemmio, vado al bagno, indosso i pantaloni stando in bilico su una gamba, saluto i cani e preparo il caffè. In quella mezz’ora che precede la sveglia del resto della famiglia, riesco a continuare l’indefinito che si è materializzato durante il sonno e che rappresenta la base inconsistente sulla quale costruire la giornata. La notte invece, diventa il luogo nel quale sono nessuno, i miei nemici sono lontani, impegnati a combattere battaglie contro altri. 
Non russo. Non so come reagirei se qualcuno mi svegliasse, nel cuore della notte, per rivelare la mia debolezza inquieta, le mie frasi orribili, nel deliquio di un incubo che la mattina ho la forza di negare a me stesso. Le verità che nascondo durante il giorno, sono lì, alle porte del mio sonno, pronte a distruggere l’impalpabilità cadenzata e silenziosa del mio respiro. Ricordo mio nonno, vittima dell’insonnia, il quale non dormiva perché temeva di essere colto dalla morte. Nel suo enorme giaciglio intorno al quale troneggiava una barocca lettiera di ottone lavorato e sulla quale aveva appeso una radiolina sempre accesa, egli stava, circondato dall’oscurità, in una sorta di veglia narcosi, come una sentinella costretta alla guardia, durante una notte gelida e tranquilla. Per una strana sorte, proprio di fronte al muro della sua camera, si ergevano le alte mura della caserma degli alpini agli angoli della quale, ragazzi in corvè, battevano gli stivali per il freddo, chinando spesso il capo, nelle ore più buie, per un colpo di sonno, tra un’imprecazione per l’ingiustificata penitenza. Erano in due, di notte, il marmittone e mio nonno, a vegliare sulla notte, quasi un invisibile nemico, stesse appostato, pronto a tagliar loro la gola, ai primi cenni di sonno continuo. La radiolina trasmetteva, nella casa, una voce meccanica, talvolta uscita da un lontano, incomprensibile radio giornale d’oltre cortina, captato a stento dalle onde medie. Mio nonno, il quale aveva passato gli ultimi quarant’anni della sua vita con questo sonno disturbato, è morto di notte, nel deliquio di un disfarsi delle sue membra, in tardissima età. No, neanche a me piacerebbe morire durante la notte. Preferirei farlo appena sveglio, al mattino, dopo una bestemmia e un’abbondante colazione.

L’invasione degli ultraporci

Alle ore sette e trenta del mattino, in pieno agosto, quando la piazza antistante la basilica del paese non è ancora illuminata completamente dal sole, una fiammante Mercedes si ferma davanti al baretto, parcheggiando nell’unico modo in cui, un possessore di cotale veicolo, avendolo comprato al solo scopo di mostrarlo, può fare: intralciando il traffico. Mentre il lattaio con camioncino tenta di passare, mandando una serie ben definita di madonne, dal clamoroso vetturone, con tanto di cerchi in lega scintillante, esce un coso smilzo, con gli occhi di tartaruga da finto intellettuale e la camicetta su misura. Nell’aria, un’acqua di colonia dal gentile olezzo di agrume e lavanda. Mentre scarico il bidone del lavabile dal mio vecchio Transit, assisto alla scena del finto manager il quale giammai si preparerebbe un caffè a casa per il solo fatto che non riesce a svitare la macchinetta ben stretta dalla cameriera dominicana, il giorno prima. Mi guarda, mi conosce, con il sorriso ebete descrive esattamente la situazione nella quale io e lui ci troviamo: il sottoscritto con la t shirt sporca di idropittura, pronto a sudare per portare a nuova vita cessetti di appartamenti  affittati per la gioia di oriundi e lui, pronto a scaldare la sedia di un ufficio nel quale nessuna carta importante si poserà sulla sua scrivania, perché le azioni della sua azienda le ha vendute a rapaci manager polentoni, in cambio di una targa sulla porta e la certezza di portare a casa stipendio con annessa futura pensione.  Subito distoglie lo sguardo di commiserazione sulla mia persona per rivolgersi a quattro simili seduti da tempo con il caffè in mano. Gli altri, lo salutano con vigorose pacche sulle spalle e elogi che farebbero inorridire anche il più sordido dei leccaculo. 
Non ci sarebbe nulla di strano in questa scena della provincia borghese se non fosse che il suddetto tipo si è fatto qualche mese di domiciliari e non ha la patente ergo non potrebbe scarrozzare per le vie del borgo con il macchinone. Sono ancora lì, nello stridor di denti della mia pura invidia quando arriva anche il secondo individuo, ha le palpebre a gradoni come una centenaria tartaruga di terra, la barba fintamente incolta e un centinaio di milfone pronte a cliccare like sulla sua pagina solo perché, oltre alla cocaina, si diletta nel citare frasi raccolte dalla mediocrità degli scrittori blockbuster italiani. Me lo ricordo, da giovane, bello a causa del suo cognome nel quale sguazzava il mito di una indecifrabile allure da sciupafemmine. Dopo una vita passata a mangiarsi i soldi alle slot e mandare a puttane varie attività, anche lui ai domiciliari per qualche mese. Il problema è che lui, i domiciliari, li sta scontando e si permette il lusso di farsi i selfie al mare, andando in culo ai caramba. Ma si sa, il paese è piccolo, povero ragazzo, ad uno con il cognome da ex bello nulla si nega.  Anche per il Califano della costa dei Trabocchi, generose pacche sulle spalle e caffè pagatissimi dagli amicissimi carissimi. Chiudo il furgone con uno “slam” deciso che risuona in tutta la piazza onde evitare che le mie maledizioni agli dei immortali, facciano crollare la navata con il santo apostolo incluso. Nella calura estiva di questo agosto infinito che sembra un lunedì perenne, mi chiedo solo una cosa: quanto costa una persona? Fino a che punto, per salvare la nostra immagine, appannata dalle nostre colpe, siamo disposti a sopravvalutare gli altri al solo scopo di sentirci accettati nella società? Siamo certi di avere un giusto prezzo e fino a quando siamo disposti a tenere in piedi delle simulazioni collettive che abbiano il solo scopo di esercitare l’ipocrisia assoluta? Io, ad esempio, non so far di conto. Non ho mai imparato. Quando conosco una persona non riesco mai a calcolarne il valore in base a quanto mi convenga frequentarla. Potrebbe essere una definizione che riesce a generare consenso dalla maggior parte dei lettori ma non è così. Nell’angolo più recondito della nostra mente si nasconde, non visto, il concetto di utilità il quale ci consente del monetizzare i rapporti umani. Per me, al contrario, ogni individuo ha una storia da raccontare, una storia diversa dalla mia che, per quanto scontata, può generare un’esperienza “utile” alla mia persona. In ogni momento della giornata osservo tutti quelli che incontro, li ascolto parlare, dire cose, toccare oggetti, muoversi. Penso a come sarà la loro vita, a quello che troveranno a casa, chi amano, con chi divideranno le loro ansie, i loro desideri. Se potessi conoscere le intenzioni di tutti, avrei materiale per scrivere infiniti racconti. In tutto questo “osservatorio personale” non c’è mai stato un momento nel quale io abbia pensato che queste persone servissero al mio arricchimento materiale. Forse non sono stato mai educato a vedere nell’altro un mezzo. Per questo motivo mi porto dietro , a detta di molti, una sorta di povertà genetica e di inutile pratica dell’empatia. Dicevo dell’aver imparato a conoscere gli inutili, coloro i quali ti impoveriscono perché erodono la tua predisposizione ad accettare le esperienze degli altri. Di queste persone ne ho conosciute molte, specialmente negli ultimi tempi e devo confessare  che mi hanno sorpreso per la capacità di elaborare calcoli, avendo una visione a lungo termine dei risultati che otterranno. Ho un unico problema, delle persone di cui ho raccontato sopra, la storia che li rappresenta è racchiusa nella bugia in cui gli altri hanno creato per loro una dimensione nella quale sguazzare.  Qualcuno parlava della “provincia”, quella che si leggeva tra le righe di Piero Chiara o nei film di Risi. Delimitare questo modo di essere, inizia ad essere esercizio vacuo perché stanno cambiando gli stessi valori di quello che riteniamo esser passibile di critica. Emerge una nuova definizione, quella di furbo post provinciale il quale ha sdoganato qualsiasi concetto di moralità elegante, un sopravvissuto dei dopobarba frocizzanti anni ’80 di Armani, gli adesivoni pro surf sul cofano della mini e gli occhiali di Briatore. La nuova vetrina dello sbruffo-truffatore non è più l’Harry’s bar ma la pagina del webbe, dove si può essere tutto: dal salumiere porno spagnolo di Bigas Luna al sociologo con il culo sulla poltrona di Costanzo, terminando nell’invettiva contro lo Stato patrigno che a tutti ruba senza nulla donare. Tutto, in questo allegro caleidoscopio della nullità, è calcolato in relazione all’interlocutore che si ha davanti. La gara di resistenza si fa solo per evitare di scoprire le carte quando chi ti sta ascoltando, ha il terribile vizio di conoscere la “natura umana”. Il problema si fa serio quando, una volta che il piacione è stato “spiaciato”, egli farà di tutto per isolarti, perché non sei utile alla sua causa di beatificazione. Inizia il gioco del “tirammerda”. Il risultato è sempre al favore del farabutto. L’isolamento produce in coloro che hanno coscienza e dignità un subdolo complesso di colpa misto ad un crisi dell’io. I malcapitati si pongono dei dubbi sul fatto di essere loro i diversi, quelli che non vanno bene. C’è un grosso equivoco, il cambiamento è più profondo e sfugge la logica consolidata. Secondo la società che è in procinto di sostituire quella “di prima”, come un film maccartista con i suoi body snatchers, il bianco sarà nero, il bello sarà brutto, la menzogna sarà verità, il giusto sarà sbagliato, lo stupido sarà il saggio. Il senso di tutto questo si può racchiudere nello slogan del relativismo cafone: “Ma però”. La maledizione rimarrà perenne sul capo di coloro che si pongono dubbi perché perdono il tempo a pensare mentre gli altri, nonostante tutto, ti sorrideranno beffardi, chiudendo il loro macchinone per andare a fare colazione.

Viaggio della morte del Sud – Capitolo 1°

Inizio, da stasera, la pubblicazione di un romanzo che non vedrà mai la luce. Ci sono, nella vita, delle cose che si possono fare e le persone adatte a farle. Il tempo mi ha rivelato che io non posso. Per questo motivo, reputo che sia disonesto verso me stesso, continuare a cercare. Gli anni riducono le vie da percorrere fino a quando ti viene concesso di camminare solamente lungo un sentiero che non ammetta deviazioni. Non so quanti leggeranno queste righe ma non importa. 

L’idea del romanzo è maturata negli anni, rileggendo la storia del dopoguerra italiano fino agli anni di piombo. Per quest’ultimo periodo, ho avuto la testimonianza di un protagonista: un estremista di destra.  Buona lettura.

 “L’inganno è lo stato della mente e la mente dello Stato”.
Prologo
Jesus cammina lungo la strada di casa. Pensa a quello che troverà da mangiare, per cena. Ha una scarpa slacciata, il ragazzo, ma non gli importa. Le punte delle stringhe si sporcano, la madre lo sgriderà, lui lo sa. “Jesus, che orrore! Vuoi rovinare le scarpe appena comprate? Come ci andrai in chiesa in quelle condizioni? Lo sai che tuo padre vuole vederti ordinato e pulito! Jesus! Mi farai morire!” Attraverso gli occhiali dalle lenti così spesse da fargli diventare le pupille due spilli, il ragazzo si difende con lo sguardo ebete di chi sta a sentire, fingendo di essere  pentito. E’ stato giù al fiume. Nonostante le scarpe nuove. Non ha pescato niente, il ragazzo. Le trote sono diffidenti, necessitano di pazienza. La trota annusa la tua ingenuità. Jesus ha delle buone mosche per la stagione. Non hanno funzionato stavolta. “Jesus, non mi dire che sei stato ancora giù, al fiume! Quante volte ti devo dire di non andare da solo?” La madre insiste. Il ragazzo la osserva come a dire: – mamma, ti prego, tra pochi giorni andremo in città, dove ci sono fiumi che non conosco o forse non ci sarà alcun fiume. Troverò pesci che non guarderanno un giovane ragazzo e non abboccheranno alle mie belle mosche. Lasciami pescare ancora un po’, ti prego mamma-. La piccola messicana lo guarda e si rabbonisce, accarezzandolo sulla chioma spettinata. “Su, vatti a lavare, tra poco si cena”.
Capitolo 1
I
Il piccolo Pietro entrò nello studio. I piedini scalzi, facevano risuonare il pavimento di marmo bianco. Il bimbo poteva sentire il freddo della pietra ma, la smania di presentarsi all’uomo che lo attendeva, superava il disagio. Il Barone Bellelli, alla vista del piccino, si aprì ad uno sguardo carico di affetto e tenerezza. “Sali, Pietro”. Il vecchio aveva sistemato una sedia vicino ad un alto leggìo, sul quale troneggiava un voluminoso libro. Le pagine giallastre erano illuminate da un fascio di luce polveroso che entrava dalla finestra principale, quella che ridava sul roseto.  Dalle ante socchiuse giungeva un lontano rumore di campanacci e una brezza delicata che muoveva leggermente le pagine. Pietro si arrampicò agilmente sulla sedia. Ora stava dritto, in piedi di fronte al libro aperto, il volto illuminato dal riflesso del sole sui fogli. Puntò il ditino tozzo e poco pulito sulla grande illustrazione nella quale, Noè sulla poppa dell’Arca, guardava atterrito i marosi del diluvio universale. Il Barone, da qualche tempo, aveva preso in simpatia il bimbo, figlio del fattore. Non aveva eredi maschi, il padrone. Solo Cecilia, sua unica figlia, alla quale non avrebbe certamente potuto lasciare la baronia, le mandrie e le proprietà. Il vecchio era convinto che Pietro sarebbe stato un valido aiuto per la figlia adorata. Noè fu il prescelto da Dio, per salvare la sua famiglia e tutti gli animali della terra”, il Barone lo redarguiva. “Comportati bene Pietro, Dio salverà anche te.” “Posso portare con me la mia bufala?” domandava il bimbo, preoccupato di dover abbandonare il suo animale preferito. Il Barone sorrideva accarezzandogli il mento: “ Certamente ma voglio pure che tu stia sempre vicino a Cecilia, quando sarai grande!” Pietro abbassava lo sguardo. “Cecilia è piccolina ed è troppo duro per lei badare alle mandrie , ai cavalli, ai campi.” “Signor padre, come volete voi” rispondeva Pietro.

La settimana delle uova

Essere dei poveri, di questi tempi, è un lusso proprio di coloro che vogliono provare il brivido della caducità. Non si tratta di essere poveri come nei quadri del verismo dove, madri morenti allattano al seno bimbi smunti, mentre il padre, alla porta della baracca, si attacca impudicamente ad un fiasco di vino. Oggi la povertà ha un suo stile, possiede linguaggi, che possono essere utilizzati a proprio favore, trasformando un povero vero, in un uomo assolutamente anonimo all’interno di un gruppo, nell’illusione di condividere lo stesso tenore di vita. In questo tempo sospeso, tra gli altri, un povero come me, si muove, sfruttando al massimo tutte le risorse che ha perché la sua sciatteria sia considerata un atteggiamento neodandista, talmente portato all’estremo da risultare invidiato da persone facoltose ma prive di qualsiasi qualità umana. Ho fatto il classico, questo può deporre a mio favore quando si tratta di ricordare passaggi di testi classici, da recitare rigorosamente in greco antico. La cosa non funziona quando vado al cementificio perché, in genere, il mio interlocutore, un magazziniere con l’occhio iniettato di sangue per l’abuso di pessimo vino da discount, preferisce vantarsi del suo novissimo calendario da camionista nel quale, la pratica della depilazione femminile, è cosa misconosciuta. Per mimetizzare le povertà, con gli altri, si può ricorrere alla boutique cinese. Basta acquistare svariati capi, per pochi euro. Si otterrà, dopo qualche tempo, la possibilità di sfoggiare indumenti sempre diversi ma si riempirà l’armadio di inutile ciarpame il quale, a causa del pessimo tessuto, anche dopo lavato, continuerà a puzzare di calzini sudati. Le caratteristiche dei locali, oggi, fanno sì che io possa rimanere fuori da essi, per ore, senza per questo consumare nulla, approfittando per chiacchierare con qualche amico. L’importante è che la gente mi veda. Tuttavia, è in casa, che la povertà non può essere nascosta. Il frigorifero è la bocca della verità, che si spalanca impietosa, su di me e sui miei familiari, ogni volta che le finanze languono. Le prime cose che si notano, nel frigorifero del povero, sono due mele rinsecchite e mezzo limone, nello scompartimento frutta. Di seguito, sullo sportello, alcuni barattoli smezzati, dalla maionese ad un recipiente nel quale, l’ultima alice è pietrificata nell’olio addensato e giallastro. Su tutto, la cosa più importante: le uova.
 Questo alimento può rappresentare la salvezza per una famiglia di quattro persone, quando viene gestito in larghezza come nel caso di una frittata. Non importa lo spessore, la cosa essenziale è l’estensione dello spicchio spettante ad ogni commensale. E’ dimostrato, infatti, che l’occhio riesce ad inviare la sensazione di sazietà allo stomaco, quando viene ingannato. Se nel frigo c’è un cespo di lattuga, il piatto è pieno.

La faccia di Roma

Era da tanto che non visitavo Roma con questi occhi. Anni fa, quando la città era completamente diversa eppure immota con la sua immagine di un’isola delle meraviglie, ad ogni angolo, tra una foglia scolpita da Borromini ed una bottega polverosa, si potevano ascoltare le voci schiette dei pizzicagnoli. Tutto mi sembrava perfetto per i miei diciott’anni che poi sono diventati venti, ventiquattro, ventotto. In quegli anni di gioventù, ogni volta che visitavo la città, cercavo le mie bolle di felicità, percorrendo i vicoli, fotografando le facciate barocche, rifugiandomi tra le colonne di San Pietro, passeggiando a sera lungo il Tevere, commuovendomi come un vecchio nei tramonti di Villa Borghese. Una metropoli di campagna nella quale perdersi , dove non eri nessuno e per questo potevi diventare qualcuno. In questi trentacinque anni di continuo prendersi e lasciarsi, l’ultimo incontro fu pieno di emozioni e sofferenze allo stesso tempo. Era un Capodanno piovoso: lo trascorremmo tra una mostra di Caravaggio e i luoghi di una città totalmente trasformata da una antropizzazione multietnica e alienante. Roma mi appariva proprio come un’opera di un’artista in cerca di segni e simboli. Dove erano i miei vicoli pieni di voci dalle botteghe, dai portoni tarlati, dalle vespette attaccate ad un palo con la catena? Una sola cosa mi rimaneva ancora: i campanili alti che si stagliavano da una folla eterna di cerulei turisti, di filippini che ti volevano appioppare ombrellini inutilizzabili e rose, l’odore di cipolla come in qualsiasi posto del mondo e i sacchi di riso per le famiglie numerose. L’altro ieri ci sono tornato, dopo tanto tempo. Questa volta i monumenti li ho lasciati stare. Incomincio ad essere vecchio per commuovermi davanti a pietre disposte in modo regolare. Ho voluto osservare le persone. Gente che si muove lungo le strade, che scende le scale, uomini e donne che aspettano un mezzo pubblico. Nei segni del tempo sulle guance, nelle rughe della fronte, negli occhi , si possono ascoltare le storie di una città. Ho scoperto un’altra Roma, quella
 dei colori diversi, dei linguaggi più incomprensibili. Mi sono perso nello sguardo degli indiani con le buste della spesa che tornavano a casa, seduti nella metro, dei senegalesi vestiti come dei rapper, dei pakistani nelle fritterie, dei filippini che parlavano quattro lingue mentre servivano in pizzeria. Roma è il centro del mondo perché il mondo sta dentro Roma. Ho immaginato la stessa scena qualche millennio fa, quando la città era la capitale dell’Impero e moltitudini di uomini da tutte le terre conosciute, giravano per le sue strade in una Babele di lingua e costumi. I veli cobalto che incorniciavano i volti delle donne indiane sono gli stessi che scendono da un autobus di linea. Nei quartieri ottocenteschi dove le fontane funzionano ancora, gli atrii dei palazzoni, ospitano accademie, fondazioni, famiglie borghesi con il terrazzino pieno di rose. Al piano terra i parrucchieri cinesi accolgono chiassosi ragazzi di colore. Il sole taglia le chiome degli alti platani mentre i vecchi portano i cani a spasso e le badanti polacche spingono pesanti portoni. Su tutto rimarrà un’immagine, quella sì commovente: la piccola donna di servizio messicana, seduta davanti a me sull’88. Da un cellulare con il vetro rotto, guarda sorridendo le foto del nipotino lasciato dall’altra parte dell’oceano, il quale avrà un futuro grazie anche a questa nonna che lavora, instancabile, nella casa di una famiglia romana. Nei suoi occhi forse ho visto il Dio che non conosco ma è più forte di qualsiasi odio per lo straniero.

Born to be coglione

Lo sguardo perso tra un Oscar Giannino al quale abbiano ammazzato il gatto e l’espressione di Austin Powers mentre guarda Madonna che canta “Beautiful stranger”. La stagione non decolla.  In attesa che qualcuno venga a dirmi che il furgone funziona e di non preoccuparmi che tanto “ i soldi per la bolletta sono nel cassetto della scrivania”. No, non ci sono riuscito, in cinquant’anni a diventare una persona seria. A patto che ci si metta d’accordo sull’accezione del termine. Gli amici mi dicono di scrivere: non ci fu persona più indisciplinata di me nel buttare al vento questa possibilità, visto che riesco a scrivere un racconto da capo a piedi in solo venti minuti, salvo poi perdere il resto del tempo libero a disposizione, smanettando sui siti di silver porn. Altri miei simili, totalmente privi di talento ma disposti a tenere il sedere attaccato sulla sedia della scrivania per ore, costruiscono fame e fortune per le quali varrebbe la pena mandare affanculo le fabbrichette nelle quali lavorano. Io non sono mai riuscito a disintossicarmi dal libro più importante della mia vita: “Martin Eden” di Jack London. Ho perseguito, con estrema caparbietà, le strade dei bassifondi e dei lavori umilianti, pensando che questa sorta di espiazione ascetica, avrebbe contribuito ad intagliare la grezza scorza del mio io letterario, fino a ricavarne un puro diamante. La storia finisce male perché Eden e London scompariranno nel grande nulla dei loro suicidi, una volta presa coscienza che più di così non si possa. Qui siamo ancora all’anno mille, tra una fogna da sturare e l’attesa di qualcuno che venga a caricare i tuoi bidoni vuoti. Allora ti adatti, al romanzo per anziani, mentre moriture lettrici lasciano sale ricche di quadri romantici, perché il pannolone è ormai pieno e la dentiera si è staccata. Confido ancora che qualcuno venga a dirmi in faccia che è meglio lasciar perdere, perché i sogni hanno una loro scadenza come il latte della centrale e bisogna capire il momento della ritirata prima che tutto diventi stracchino. Praticare l’arte del coglione consente di passare indenne attraverso le crisi del padre non più giovane il quale, benevolmente, si bea dei piccoli complimenti paraculi, fatti dalla prole, il tutto per vedersi estorcere fine settimane a scopacchiare con fidanzati e affini. Articoli dentro periodici locali tra la ricetta del porco in umido e le notizie sul calcio a cinque dei finanzieri in pensione. Essendo tristemente esaurito il filone della politica locale, il  tentativo è stato quello di passare agli editoriali sui grandi temi della vita o la bellezza delle aiuole. La pletora dei concorsi letterari diviene l’ultima spiaggia sulla quale approdare per dare una spennellata all’autostima, contendendo le semifinali al bancario in pensione che si è fatto raccontare le storie dal vicino bersagliere nella campagna di Russia. In premio, al vincitore, una targa in silver plated, raffigurante una veduta di Posillipo vecchia ed uno scatolone di pasta senza glutine. MI chiedo quale senso abbia scrivere se non ho le pene d’amore o so non partecipo, con sdegno, alla lotta proletaria, contro un imprecisato pericolo che mette duramente a rischio i diritti del varano di Comodo. Provo a scrivere lettere minatorie conto terzi, stando attento a ritagliare dai quotidiani, le lettere da incollare con la coccoina. Anche lo stile nei preventivi mi sta abbandonando. Anni fa, nell’innamoramento dell’edilizia, ero all’elenco dovizioso e particolareggiato di materiali e lavorazione, illudendomi che il cliente avrebbe apprezzato. Oggi, sono una frase mi rende contento: “non si fa credito a nessuno”. Non più.

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