Le foglie del faggio

Detestavo l’autunno. Ora attendo le mattine umide quasi che la rugiada sulle scarpe, portando il cane a spasso nell’uliveto, mi riportasse alla realtà della nuova giornata. Odiavo le giornate che accorciavano inesorabilmente il loro percorso. Detestavo la bruma come la colpevole dei colori grigi, delle foschie sul mare. Ho capito che la bella stagione è un retaggio della tenera età, della costruzione delle cose, dei sogni che non finiscono. Da qualche anno, provo un crescente trasporto per le albe. Sarà che, abitando ad Oriente, possiamo godere del sorgere del sole, camminando lungo la spiaggia. Eppure ho trovato qualcosa di tragicamente effimero nella bellezza di un nuovo giorno. E’ come gustare un frutto dolcissimo ma dal sapore corto. Rimanere lì, a puntare il sole, mentre i colori delle nubi notturne, sul mare, esplodono con i primi raggi. Tutto dura cinque minuti, nei quali non pensi a quello che ti porterà il nuovo dì ma sei conscio che quella sarà l’anestesia momentanea dal pensiero seguente. Ho iniziato a godere dell’autunno, percorrendo in bici, da settembre a dicembre inoltrato, la strada da Roccamontepiano a Mamma Rosa. Dalle querce sui colli, fino alle faggete, tutto cambia lentamente, nei colori, lentamente. Allora ti accorgi di quanto, un mese come novembre, possa accendere le foglie di un albero come fosse in procinto di prendere fuoco. L’estate è sguaiata, plateale, palesa ogni sua manifestazione, non ti permette di immaginare, di avere dubbi. Per questo motivo, smetto di nuotare in mare a giugno e riprendo a settembre, quando l’acqua inizia a farsi più fredda e sento i brividi dietro la schiena e così fino ad ottobre inoltrato, quando le mani ed i piedi si indolenziscono. E’ una sensazione vitale, diretta. Il freddo ti legge nelle ossa. Non puoi mentire al freddo. Non mi nego agli autunni che avanzano, si accavallano, stratificano come i cerchi del tronco di un albero sulla mia pelle. Detestavo l’autunno, ora è la stagione nella quale sembro veramente io.
Colonna sonora:
Tim Buckley – Dolphins
The Byrds – It’s all over now, baby blue
Xtc – Making plans for Nigel
Roxy Music – My only love
Pete Townshend – I’m an animal
Iron Maiden – Running free
Lucio Dalla- Telefona tra vent’anni
Quincy Jones – I no corrida

I muscoli di Achab

Ho cinquant’anni. Dovrei essere vecchio, ricordando come apparisse mio padre alla mia età. Nonostante l’apparenza, ho sempre esaminato il mio volto, il mio corpo, ogni mattina, per vedere e registrare nella memoria, piccoli e grandi cambiamenti. Le variazioni si notano nel lungo solo quando, un bel giorno, qualcosa di te è cambiato drasticamente, all’improvviso, da un giorno all’altro. Inizi con le gengive che si tirano, mostrando leggermente la radice dei denti. Qualcosa che ti ricorda le sembianze che avrai, quando sarai posto ordinatamente nell’ossario. La ruga a destra si accentua. Non è la ruga di espressione ma una marcata abitudine al sentimento dell’amarezza. Amarezza.  Negli anni ho imparato a convivere con questo stato d’animo. All’inizio ho dato colpa agli altri, in una sorta di gioco al vittimismo che spesso ha contraddistinto la cerchia familiare.  Ho provato a ragionare spesso sul fatto che, alcuni atteggiamenti degli altri, derivassero dalla maniera nella quale mi ponevo. Il risultato è stato illuminante. Credevo che i miei interlocutori avessero la mia stessa sensibilità e comprendessero le mie esigenze, i miei desideri, le mie scelte, i miei limiti, le mie manchevolezze.  Erravo nell’errore. L’unico modo è comprendere il prossimo, almeno nella parte della sua vita della quale vuole farti partecipe. Cosa possiamo pretendere di conoscere degli altri? Cosa ne sappiamo di loro veramente?  Così, per pigrizia, per impotenza, ci chiudiamo nel nostro mondo fatto di azioni che riteniamo giuste al momento adatto, di pensieri pensati per gli altri. Quando scopriamo che le nostre convinzioni sulle persone, si sgretolano contro il muro delle loro realtà, dentro noi prevale l’amarezza.  Questa sensazione che ci incolla la bocca, come una medicina indesiderata ma inevitabile, arriva fino al petto. Il respiro si stringe fino a tapparci le orecchie. L’amarezza, è un animale che appesantisce le spalle, si nutre aggrappato alla nostra nuca e cresce curvandoci le spalle. Avrei voluto festeggiare il traguardo simbolico del mezzo secolo in altro modo, guardando ai giorni passati, con la soddisfazione di chi ha costruito un percorso di serenità per sé e per i suoi cari. Mi sento come il capitano di una nave, nel mezzo di un oceano dall’onda variabile, il quale tiene stretto il suo timone tra le mani sempre più dolenti. Non so quando fino a quando la mia presa sarà sicura.

Colonna sonora:

David Sylvian – Black water
Chet Faker – Talk is cheap
William Fitzsimmons – I kissed a girl
Joni Mitchell- Woodstock
Benjamin Biolay – Miss Miss
Frank Ocean – Pink + white
The Young fathers – I heard
Nick Cave & the Bad seeds – Hang on to yourself
Bjork – All neon like
David Gray – This year’s love

Le ossa

La prima volta che mi sono rotto un osso, stavo giocando a pallavolo durante l’ora di educazione fisica, a scuola. Stavamo preparando le selezioni per formare la squadra che avrebbe rappresentato il liceo al torneo comunale. La mia cittadina ha sempre avuto una grande tradizione pallavolistica e il torneo comunale era la grande occasione per essere notati dalla squadra locale che ai quei tempi militava nella massima divisione. Non fu una frattura grave ma, l’incidente mi escluse definitivamente dalla rosa scelta dalla professoressa. Dovetti abbandonare anche la chitarra per qualche settimana. Non ebbi pazienza e, dopo una decina di giorni, mi levai la stecca. Il dito non fu lo stesso di prima. A distanza di anni ho ancora difficoltà a fare certe cose con lo strumento. L’incidente più grave fu quando caddi dall’impalcatura. In quell’occasione compresi il concetto di dolore. Tutti i malanni. I fastidi avuti prima di quel momento si annullarono all’interno di un un’unica voragine nella quale l’oscurità del fondo sembrava un buco nero nel quale si fosse concentrata materia agonizzante ed io a cercare di risalire, aggrappandomi disperato alle sue pareti scoscese. Conobbi gli anestetici ed i loro effetti sulla percezione della realtà. Immobilizzato, nel letto, come un Cristo morente e stitico, materializzavo nel sonno, strane visioni di apocalissi. Di tutto, mi rimasero dolori improvvisi legati al barometro e qualche callo osseo. Anche in quel caso ebbi l’impressione che qualcuno avesse voluto interrompere un periodo nel quale, la mia carriera lavorativa stava progredendo, permettendomi di realizzare i sogni e l aspettative della mia famiglia. Dopo alcuni anni accadde di nuovo, per un incidente di una banalità sconcertante. Ero in magazzino e, nell’atto di voltarmi, spostai il braccio, con la mano aperta, sbattendo il palmo contro la cornice della porta. Il mignolo andò in due pezzi. Fui ingessato in modo da riuscire a lavorare. Durante quella settimana un grosso camion, in manovra, distrusse la fiancata della macchina, appena acquistata, fuggendo. Compresi come in quel periodo ci fosse un’aurea sfortunata intorno a me, quando andai in banca qualche giorno dopo. Ero alla cassa e di colpo tre rapinatori irruppero, minacciandomi con un taglierino. La rabbia accumulata in quei giorni non mi impedì di controbattere ai rapinatori i quali volevano legarmi, nonostante il gesso. Ne ricavai un piccolo taglio sulla testa. Fu una settimana particolare, nella quale, si erano accumulati tre eventi indesiderati ed indipendenti dal mio arbitrio. Non ho mai creduto alla sfortuna anche se, in quell’occasione, percepì una sorta di negatività come se un evento sfavorevole ne attraesse altri. A volte mi meravigliavo avendo notizie di disastri aerei che capitavano a pochi giorni di distanza gli uni dagli altri. Feci il paragone con una molla carica, la quale ha bisogno di scaricare la sua energia, improvvisamente, con un atto definitivo e liberatorio.  Ora sono qui, a scrivere con la mano sinistra. La destra è ingessata, nuovamente. Un altro incidente sul lavoro. Ero in un periodo di gran recupero fisico e psicologico, dopo un anno caratterizzato da un’esperienza politica negativa nella quale avevo conosciuto la miseria e la grettezza umane. Stavo effettuando un lavoro delicato, molto apprezzato dalla committenza e dai tecnici. Ciò mi avrebbe permesso di avere ottime referenze per lavori futuri. L’infortunio mi impedisce totalmente di lavorare per un certo periodo e questo porterà problemi alla famiglia e alla sua gestione. Adesso ho la netta sensazione di avere qualcuno che mi stia levando gli appigli, diabolicamente, durante il mio disperato tentativo di raggiungere il bordo del pozzo. Le mie ossa sono la storia della mia sfida a viso aperto e sono l’impalcatura con la quale combatto, ogni giorno, una battaglia contro un nemico invisibile il quale ha deciso che la mia strada dovrà essere irta di ostacoli. Mi chiedo quale divinità abbia tempo da perdere a rendermi la vita difficile. Con gli anni, la mia rabbia ha trovato dimora nel mio petto ed ogni volta mi trovo a maledire Dio, guardando il cielo, a voce alta, senza timore. Se questa è la guerra, morirò con gli stivali ai piedi.

Mastro Achille


Oggi volevo comprare un paio di scarpe. Le mie hanno iniziato a sfaldarsi. La pelle della tomaia, in corrispondenza del mignolo si è aperta, lasciando intravvedere la calza di lana rossa. Se cammini, il buco si nota poco, ma non puoi fare finta di niente. Quel punto rosso sulla scarpa attirerà l’attenzione , prima o poi. La gente ricca la riconosci da cosa porta ai piedi. Ho sempre avuto una fissa per le scarpe. Mi fermo a lungo, davanti alle vetrine, dove i manichini, dagli abiti più o meno eleganti, sono completati da un paio di calzature coordinate, poste ordinatamente, bel lucidate. Talvolta può trovare il prezzo a fianco e renderti conto se quella scarpa possa rappresentare un valore abbastanza adeguato da poter entrare nella tua lista dei desideri. Altre volte, per decenza, non c’è il prezzo. Allora ti chiedi quanto possa effettivamente valere quell’oggetto il quale, facilmente, esula dalle tue possibilità. Mio padre aveva il piede cavo. Non riusciva a portare i mocassini. Doveva, per forza, indossare calzature con i lacci. Aveva amicizia con il calzolaio del paese, il quale portava stranamente il suo stesso cognome. Il calzolaio lavorava, in una piccola bottega del centro storico. Seduto per ore dietro al banco, affogato in quell’odore penetrante di cuoio vecchio, scarpe usate e colla al solvente. Parlava tutto il giorno con il suo cane, un meticcio che riposava sotto la vecchia macchina da cucire, che lo guardava con occhi umidi e languidi, ogni volta che Mastro Achille, questo il suo nome, gli rivolgeva la parola. Papà inizio a farsi confezionare delle scarpe su misura. La sera trovai un paio di stivaletti di pelle di capretto, con la chiusura lampo, posati nel bagnetto di casa. Mastro Achille era un vecchio calzolaio e la foggia di quegli stivaletti risultò essere alquanto datata. Nonostante tutto, mi meravigliavo di come mio padre avesse cambiato umore, da quando aveva quelle scarpe. Mi diceva di non aver mai camminato tanto comodamente da quando aveva iniziato ad indossare quelle scarpe. Con regolarità, mio padre si faceva confezionare un apio di scarpe. A seconda delle stagioni e usava quelle piccole opere d’arte minore, fino a quando si riducevano a delle ciocie consunte ed inguardabili. Un giorno mi portò da Mastro Achille e volle regalarmi un paio di scarpe su misura. Era la prima volta che qualcuno si interessava ai miei piedi ed io mi prestai con curiosità ed imbarazzo, a farmi misurare da quell’uomo dalla punta dell’alluce fino alla caviglia. Le scarpe che mi fece, erano brutte ma, dopo mezz’ora dall’averle indossate, riuscì a comprendere la differenza tra una scarpa acquistata ed una scarpa su misura. Mio padre stava male, non aveva soldi, iniziò a non farsi fare le scarpe da Mastro Achille ma si ostinò ad indossare l’ultimo paio di stivaletti che il calzolaio aveva fatto per lui, fino al giorno della sua morte. Nella bara portava le sue vecchie scarpe. In seguito, barattai la tinteggiatura della bottega di Mastro Achille, con un paio di scarpini bianchi e neri, da musicista jazz. Portai un vecchio libro fotografico nel quale, durante un minstrel show, un vecchio cantante, con la faccia dipinta con il carbone, recitava la parte di un negro sempliciotto. Aveva ai piedi delle scarpe, con i lacci, lucide, stupende. Mastro Achille osservò quella foto con l’aria di chi trovi improbabile imbarcarsi in un’opera più difficile del previsto. Dopo un mese ebbi le mie scarpe. Le possiedo ancora oggi, chiuse nella scatole, riempiti di carta morbida, per conservare la forma. Le uso qualche volta, quando vado a suonare. Se potessi, le indosserei ogni giorno ma non potrei permettermene un altro paio, se dovessi rovinarle. Le scarpe misurano il grado della tua felicità. Nei grandi negozi dei centri commerciali, riesco a passare delle ore alla ricerca della scarpa ideale. Amo esaminare le cuciture, le sfumature del colore, il luogo di produzione della scarpa, se ci sono sbavature di colla, se hanno la punta troppo rotonda, troppo panciuta, se la punta è troppo accentuata, se ha una forma ”stupida”. Detesto le fibbie, le perline, i lacci dai percorsi complicati, odio le scarpe con lo strappo, quelle che hanno la pelle con parti di diverso colore. Mi piacciono le scarpe blu, quelle rosso scuro, amo il marrone, odoro la pelle, esamino la larghezza del tacco. Rimetto la scarpa sull’espositore, sperando di tornare presto per poterne concretizzare l’acquisto. Stasera continuo a guardare il buco sulla mia scarpa, di tomaia scamosciata, comprata l’anno scorso ai saldi e penso a come le cose possano cambiare in poco tempo. Un buco non avrei potuto tollerarlo, tempo fa. Sarei andato da mio padre ed avremmo provveduto ad andare in un negozio a comprare le scarpe adatte alla stagione in arrivo. Il buco appare meno visibile quando ti rendi conto che quel buco te lo devi tenere e lo devi chiudere nel miglior modo possibile. La mia scarpa azzurra da jogging, anni fa, fu sottoposta ad un lavoro di patchwork estremo, quando mi resi conto che la stoffa del dorso si stava riempiendo di buchi. Iniziai una ricerca di pezzi di stoffa delle  stesso colore. Fatti alcuni piccoli ritagli, iniziai a tempestare la superficie della scarpa con questi brani di pezza, cuciti in modo dozzinale. Doveva piacermi quella scarpa, non avevo altra scelta. Ho capito allora, come ci si possa adattare ad una nuova situazione e come i gradini di una scala, visti con orrore dall’alto, qualche attimo prima, una volta scesi, non sembrano così ripidi. I giorni del calzolaio sembrano persi nel buco della memoria, nonostante Mastro Achille sia ancora vivo e continui a lavorare nella sua piccola bottega. Il suo cane è morto da anni, mio padre è morto da anni. Ogni tanto mi fermo a salutarlo, lui rimane dietro il suo banchetto, sempre più curvo, rivolgendo distrattamente lo sguardo sotto quella vecchia macchina da cucire, quasi vedesse ancora il suo cane lo guarda con gli stessi occhi lucidi d’amore. Anch’io guardo nella sua bottega, come a voler scorgere un paio di stivaletti in fase di ultimazione, nell’llusione che, mio padre fosse passato ancora una volta a volerne ancora perché, nonostante tutto, dobbiamo continuare a camminare.

Il Grande bianco


Velia stava seduta sul mucchio di pietra solitario, al centro del grande stazzo, vicino a Beffi.  Si muoveva con prudenza, in quella primavera del 51’, aspettava un bambino. Non importava se maschio o femmina, l’importante era che Antonino non sarebbe andato a lavorare fuori dalla provincia, per stare vicino a lei, almeno il giorno del parto. La donna era lì, sotto al sole, Antonino era andato a prendere un po’ d’acqua da bere, in attesa della Littorina che li avrebbe riportati a L’Aquila. Dal vecchio rudere vicino udirono dei guaiti. Velia vinse la riluttanza del marito e si avvicinò al vecchio capanno. Accanto al corpo di una femmina di pastore abruzzese morente, c’era un cuccioletto in cerca del seno della madre. Velia si commosse ed il suo pensiero si rivolse immediatamente alla creatura che aveva in grembo: “Se anch’io morissi, cosa succederebbe a mio figlio?”. A sera sul treno verso L’Aquila, il suo grosso cesto di vimini nascondeva le vivande ed il piccolo cucciolo addormentato. Gli inquilini del casolare sotto la Stazione alla Rivera, dissero che quel cane lì non ci poteva stare. Antonino, decise di portarlo dall’amico, che aveva un orto proprio sotto il fiume Aterno. Lui e Velia andavano spesso a trovare il cucciolo ed il cane ricambiava le loro attenzioni con affetto smisurato, soprattutto nei confronti di lei. Si avvicinava a Velia e posava delicatamente il testone sulla pancia quasi percepisse la presenza di una piccola vita. In autunno Antonino e Velia si trasferirono su in città, il parto era imminente e decisero, a malincuore, che il cane non sarebbe venuto insieme a loro. Il cucciolone era lì, ogni giorno, vicino al cancello ed aspettava invano l’arrivo di Velia per poterle mettere la sua testa nel suo grembo. La piccola Rosaria nacque. Fu un parto difficile. La bambina fu estratta con il forcipe e l’operazione le causò danni permanenti alla vista. L’ortolano li venne a trovare in Ospedale e raccontò ai due genitori un fatto strano: il cane, proprio il giorno della nascita della bambina, aveva iniziato ad ululare ininterrottamente per tutto il giorno.
Quando la piccola Rosaria fu in grado di camminare, Antonino pensò bene di scendere verso l’Aterno per andare a trovare il cane, che ormai era diventato un enorme pastore, candido come la neve del Gran sasso.
All’inizio la piccola Rosaria, la quale, al cospetto dell’animale, appariva minuscola, era intimidita da quell’essere gigantesco le girava intorno scodinzolando. Lo stupore di Antonino e dell’ortolano fu grande quando, approfittando di un momento di distrazione dei due uomini, il cane si avvicinò alla bambina e si gettò a pancia all’aria, per farsi coccolare, tra le risate argentine di Rosaria…
1955. Nevicò per quasi dieci giorni. Non era stato un dicembre freddo, quello. Tutto lasciava presagire ad un inverno come gli altri. Qualche fiocco, ma niente a cui la popolazione aquilana non fosse abituata. Rosaria, guardava la neve, scendere dalla finestra della camera, con le gambe poggiate contro il termosifone, scaldato dalla grande caldaia a cherosene. Sulla rosa canina , che formava una tettoia naturale, tra il muro della casa ed il recinto vicino la strada, si posavano i grandi fiocchi. La neve faceva contrasto con il grande muro della caserma degli alpini di fronte. “Quando torna papà?” si girava verso la madre china sull’uncinetto, seduta accanto a lei. Rosaria non aveva ancora cinque anni e già portava dei pesanti occhialoni da vista. Era una bimba precoce e già leggeva qualche parolina. Si divertiva, con il suo atlante, a ripetere a memoria tutte le capitali degli stati del mondo. Non era stata bene Rosaria. Soffriva di frequenti ed abbondanti epistassi e questo preoccupava molto Antonino. Cresciute le altre tre sorelle, era Laura l’ultima nata da Osvalda, a prendersi cura ed a giocare con Rosaria. L’aspetto indifeso della bambina ed il fatto che fosse la minore, faceva rivivere a Laura il momento in cui lei aveva perso sua madre e di quanto lei fosse piccola in quel periodo. Passò Gennaio. Il freddo si fece molto intenso ed il riscaldamento non bastava a mantenere una temperatura soddisfacente in casa. Le ragazze si scaldavano avvolgendo la borsa dell’acqua calda nelle coperte, oppure facendosi scaldare un mattone e mettendolo sotto le lenzuola. Poi arrivò quella nevicata. Il quartiere si trovava sotto le propaggini del Gran Sasso e la casa di Antonino era una delle ultime case popolari prima della campagna aperta. La neve superò presto il metro e mezzo. In quelle condizioni era difficile persino uscire di casa. L’ultima notte, Rosaria iniziò a sanguinare dal naso. Un fiotto inarrestabile, continuo. La neve cadeva sempre più abbondante, altissima, una muraglia. Nel silenzio, ovattato della neve cadente, all’improvviso, ululati. Antonino si fermò ad ascoltare, poi aprì la finestra della cucina: lupi!
Erano scesi, spinti dalla fame ed ora si trovavano a poche centinaia di metri dal quartiere. Rosaria peggiorava. Bisognava fare in fretta. Antonino vestì la bambina, la avvolse in una coperta ed uscì. La strada fino al Torrione ed all’incrocio era una distesa bianca. Sarebbe stato difficile camminare sulla neve fresca,  non battuta per almeno tre km, fino alla fontana luminosa e poi, da lì, fino all’Ospedale. I lupi sembravano vicini od era la paura, la solita paura di Antonino, quella che lo aveva salvato tante volte? In realtà, tra la neve non c’era nulla. Quegli ululati li aveva sentiti solo lui. I lupi era i demoni, i demoni che bussavano alla porta, quando la bambina stava male, oppure quando compariva nel sonno il volto di sua moglie Osvalda. Antonino, riuscì a cacciare le vecchie racchette da neve dalla cantina e si incamminò. Avvolse la piccola Rosaria in una pesante coperta di lana ed inizio ad inoltrarsi nella muraglia di neve fresca che lo separava dall’Ospedale. Stava salendo la strada che costeggiava il castello quando, delle ombre veloci lo circondarono. I lupi avevano seguito le sue tracce ed ora i loro occhi brillavano come fiamme nella notte biancastra. Ringhiavano, erano pronti ad attaccare per saziare la loro fame. Tonio stringeva Rosaria al petto. Giurò che avrebbe venduta cara la pelle, prima di cedersi alle fauci di quei predatori. All’improvviso, dal nulla, un enorme pastore abruzzese, si avventò contro le bestie, ingaggiando una sanguinaria lotta contro il capobranco. Antonino guardava, paralizzato dalla paura. Il cane riuscì mettere i lupi in fuga. Si avvicinò, il manto bianco inzuppato di sangue, al piccolo fagotto che Antonino stringeva a sé. Strofinò delicatamente il suo muso sul corpicino tremante di Rosaria quindi si girò e scomparve nella tormenta. Antonio arrivò in Ospedale a notte fonda. La bambina era quasi congelata, ma questo aveva bloccato in parte l’epistassi. Giorni dopo, Antonino scese al rione Rivera, per andare a trovare il suo cane. Non c’era più.

La vittoria del pensiero unificato

Dilemma marino

Mai visto tanto buon senso. Nessuno che riesca ad odiarsi nei modi e nei tempi stabiliti da una normale convivenza civile. Tutti dicono cose buone e giuste. I giovani dicono cose giovani ma anche vecchie, i vecchi tentano di dire cose giovani ma sono vecchi e non possono fingere oltre. Si sta al centro ma anche un pò a sinistra, non troppo perchè altrimenti non si riescono a chiedere consensi fuori dalla porta della sagrestia. Si sta a sinistra ma si fa l’occhiolino al centro perchè, ogni tanto, un segno della croce ed un paio di corna non guastano. Arriva il pensionato che ha tutto il tempo per governare il paese, seguito dal giovane che non ha ancora un lavoro ma riesce a dirti quale sia il tuo posto nella società con la saggezza e la spocchia di un cavaliere del lavoro. Ci sono quelli che hanno fatto i cazzi loro con l’aiuto dei Santi ed adesso bussano alle porte delle segreteria, tanto un buco vale l’altro. Ci sono i fattori X, quelli che galleggiano da oltre quarant’anni, i quali passano la loro vita ad evitare che le cose semplici abbiano un iter semplice. Ci sono gli illuminati sulla via di Damasco, tutto presenzialismo e spirito di servizio verso persone che non sanno di poter essere servite. Ci sono i realisti gaspariani, con la benevolenza di chi ti dà l’altra scarpa solo ad elezione avvenuta. Esiste il circolo di chi cerca il circolo da riempire, tanto sono tutti a vedere la Champions. Nel frattempo, passano gli anni, aspettando che Cristo, lasciata ormai Eboli, si possa fermare ad Ortona. I padri muoiono, le madri sono imbiancate da tempo, il mare odora sempre meno di mare e sempre più di merda, ci si bagna alla Ritorna, con gli scarichi aperti, si passeggia sul molo, con l’augurio che un’onda od una nave ci portino via verso una terra bellissima. Molti si affacciano all’Orientale, sperando che il buon Galileo sia ancora aperto, perchè il cono al limone è per i poveri e quello al cioccolato è per i ricchi. Guardando lo specchio, ogni mattina, impariamo a memoria le rughe nuove, l’odore del mosto ad ottobre, le noccioline calde al Perdono, il sugo di pesce a bollire dalle finestre aperte e la barchetta che a forza di andare avanti e dietro ha consumato le nostre scuse per non far nulla. Tanto, anche questo, sarà un anno di merda.

Verrà il diluvio


In un angolo dell’ampio salone, aperta sopra un alto leggio di noce scuro, illuminata dalla polverosa luce che filtrava dalle tende, stava l’enorme Bibbia illustrata di nonno Giona. La conosceva a memoria. Ogni giorno della sua vita, da quando era bambino, ne leggeva un passo, mandando a memoria ogni singolo verso. Era la stesso libro, che conservava da anni e che adesso stava lì, ingiallito, su quel piedistallo ingombrante. Da fanciullo rimaneva ore ad osservare quelle illustrazioni a china, in bianco e nero, che esaltavano gli episodi salienti, dalla Genesi a Mosè che separava le acque del Mar Rosso. Un’ illustrazione, più di tutte, aveva colpito l’immaginazione di quel bambino e lo ossessionava ancora adesso che era anziano a malandato: l’Arca di Noè. Da ragazzo, era piuttosto timido, nonostante fosse un giovane bello e aitante. Le ragazze facevano a gara per avvicinarlo ma lui era schivo e introverso. Solo una aveva scelto tra mille: l’ossuta bambina che aveva difeso, da piccola, dalle grinfie di alcuni bambini in vena di fare i bulletti. Si erano incontrati di nuovo a scuola e dopo al liceo. Prima di partire soldato le chiese di sposarlo e li accettò quasi fosse la conseguenza più naturale di tutti quegli anni passati a dirsi poche parole.
Avevano avuto tre figli e tanti nipoti. Ora che lei era morta, le ossessioni di quelle figure stampate nel libro avevano trasformato la sua timidezza in misantropia. Nel capanno in cui si rinchiudeva per ore, a creare opere di complicata inutilità, non lasciava entrare nessuno tranne il suo cane, un vecchio spinone di nome Peppe e l’unico nipotino che provasse un briciolo di affetto per lui: Domenico. Somigliava terribilmente alla nonna e il ragazzino era il solo ad amare quell’ampio baraccone di legno e lamiera nel quale il nonno Giona illustrava i suoi progetti quasi fosse un genio incompreso. Il bambino ascoltava i sermoni del vecchio che assomigliavano più alle prediche di un parroco di campagna. Aveva iniziato a parlare delle grandi storie contenuto nell’unico libro che avesse mai letto e che ora giaceva nel salotto di casa sua. Domenico si era appassionato soprattutto alla storia di Noè e dell’Arca. -Un giorno verrà un nuovo diluvio universale e i giusti dovranno costruire imbarcazioni per potersi salvare dalla furia delle acque-. -Nonno ma come faceva Noè a sapere che quella fosse la voce di Dio? – Chiedeva il nipotino. Rispondeva secco, Giona: -Lo sapeva e basta. Noè ha creduto. Non si può dubitare di Dio-. Il nipote rimaneva pensieroso – Nonno,  questo libro lo hanno scritto gli uomini o Dio-? Giona declamava gravemente: – Gli uomini che hanno ascoltato la voce di Dio – Nonno, io conosco tanti uomini che raccontano bugie-. Domenico attendeva una risposta ma Il nonno non sapeva cosa controbattere e si nascondeva dietro una smorfia silenziosa.  Il cane, seduto elegantemente osservava le lunghe conversazioni tra nonno e nipote girando la testa a ogni suono della voce. Una mattina d’estate il nonno arrivò più cupo del solito, non aveva dormito. Non appena il nipote fu entrato nella baracca, il nonno lo prese e lo fece sedere su di un tronco di legno. Nipote – stanotte Dio è venuto nei miei sogni e mi ha parlato- mi ha detto di costruire una barca perché noi possiamo salvarci dal diluvio che sta per mandare.  – Il nipotino lo guardò stupito, incredulo. Nonostante l’idea fosse bizzarra, il suo spirito di bambino ebbe il sopravvento. Sorrise a Giona per fargli capire quanto l’idea lo allettasse. Iniziarono così, da quel giorno, la costruzione di una piccola imbarcazione, un sandolino di legno, traendo spunto da alcuni disegni che il nonno aveva avuto in dono da un vecchio pescatore di Maiori. Il piccolo Domenico si divertiva a vedere quanto il nonno, sudasse  mentre piallava, inchiodava le ordinate , i fasciami, quanto amore mettesse nel modellare la prua. Spesso il bimbo era messo al barattolo della colla sotto la guida attenta del nonno. Entrambi a studiare quelle vecchie pergamene spiegazzate. I genitori di Domenico si chiedevano cosa ci fosse di tanto attraente in un vecchio che a loro sembrava astioso e burbero. In quel gioco tra nonno e nipotino, febbrile, quanto magico, l’anziano recuperava quella serenità perduta e il bimbo scopriva la ricchezza di chi aveva esperienza. Passarono tutta l’estate nella costruzione della barca. A settembre, con l’inizio dell’anno scolastico, il sandolino era terminato. Venne la stagione delle mareggiate. Il nonno ed il nipote erano impazienti di trovare una domenica di bonaccia per poter effettuare il varo. “Dobbiamo provare la barca- diceva il vecchio- quando verrà il diluvio dobbiamo essere sicuri che tutto sia a posto”.- Il piccolo Domenico, non si faceva capace di quella profezia. Il nonno, dopo i mesi di tregua, impegnato nella costruzione, aveva trascurato il motivo di quell’opera. Ora il nipote rivedeva negli occhi del nonno, ardere il fuoco della sua fissazione. Fu proprio quella notte. Il vento si era alzato all’improvviso, mentre il bimbo era nel suo letto intento a sfogliare un grosso volume ricco d’illustrazioni raffiguranti mostri marini. Il padre entrò trafelato: – il nonno è scomparso!-.  Il piccolo Domenico fu vestito di fretta dalla madre e venne sommerso dalle più disparate domande, dato che era stato lui il più assiduo frequentatore del vecchio negli ultimi mesi. La pioggia scrosciava incessante. Domenico raccontò ai familiari riuniti della fissazione del vecchio per il diluvio universale ed il perché di tanta alacre operosità nel costruire la barca. Non si poteva perdere tempo: Vigili del fuoco, Carabinieri, Protezione civile, tutti si misero sulle tracce del vecchio. Albeggiava ormai, le nubi si erano diradate dopo l’acquazzone notturno ma il vento era freddo e teso.  Domenico, i suoi genitori e alcuni amici erano sulla spiaggia ancora increduli: della barca sulla spiaggia non c’era traccia, solo una linea disegnata dalla chiglia. Nessuno capì come aveva fatto quel vecchio a trascinare il natante fino in acqua. Tanti erano rimasti sulla battigia a scrutare i marosi all’orizzonte. Il nipotino piangeva tenendo stretta la mano della madre. Rimasero vicino al mare ancora un po’. Il nonno era scomparso insieme al cane. Arrivarono i Carabinieri che avevano effettuato una perquisizione nella casa del vecchio, avevano delle scartoffie in mano: il nonno aveva lasciato sul tavolo di casa le sue cartelle cliniche. Sapeva di avere un tumore. Non lo aveva detto a nessuno. Il bimbo si girò ancora verso il mare. Niente all’orizzonte, oltre la linea sconnessa dalle onde di tempesta. Lo sguardo si abbassò sulla riva sabbiosa, dove ancora si notava il lungo solco lasciato dal sandolino tirato in acqua. Tutti volsero la testa verso monte sulla strada di casa. Solo il nipote cercò ancora ansioso un segno che lo rincuorasse Gli occhi umidi si fermarono sulla scia  lentamente  vanificata dalla bufera. Lungo la sabbia  decine di impronte. Non tracce di uomini ma zoccoli, zampe unghiate, palmi di uccelli. Su tutte, la profonda orma della zampa di un elefante.

Il Panettone di Don Rocco.


Il panettone troneggiava sul piccolo piedistallo di porcellana finissima,  nella vetrina  dell’Antica Pasticceria Fratelli Cenci. Tutti i paesani si fermavano a guardare quella meraviglia. Uno zuccotto bronzeo, tenuto stretto da una carta decorata in motivi natalizi. Anche Don Rocco Mariotti, il medico del paese ,tornando dall’ambulatorio, si bloccò, attratto da quello visione Il dottore diede un tiro al suo mezzo toscano, alzando il sopracciglio sinistro. Sì, era proprio un bel dolce. Non i soliti dolci che la moglie Ida usava preparare sotto le feste. Quel panettone lo aveva già visto, in televisione, nelle pubblicità del Carosello, al bar, quando tutto il paese si riuniva per vedere Mike Bongiorno.   “Essè, lu galiuppe!” esclamava il barista. Tutti i presenti favoleggiavano sulla bontà di quel panettone che il comico piemontese brandiva, nello sketch in bianco e nero. “ Ci stanno pure i canditi dentro!” diceva Pasquale la “Chi Chi”, lo stupido del paese “Me lo ha detto il mio compare, che sta a Milano!”. Don Rocco aveva deciso: doveva avere quel dolce per Natale. Dall’altra parte della vetrina, Nonna Adele, continuava a prendersela con il marito. “Possibile? A momenti arriviamo sulla luna e siamo costretti ad andare in bagno, sotto in cantina?” Il Cavalier Pietro Cenci, titolare della blasonata pasticceria, ormai rimasto solo al comando, dopo la morte del fratello, ascoltava quella tiritera da qualche mese a questa parte. “Adè, il balcone della camera da letto, già lo abbiamo chiuso con la vetrata, il lavandino ci sta. Manca solo la tazza; vedrai, prima di Natale arriva e la montiamo giusto in tempo per le feste!” Ma Adele non volle sentire ragione. Costrinse  Pietro ad andare a sollecitare Terenzio, proprietario della bottega “Merce Varia”, una sorta di magazzino, allestito in un vecchio fondaco, dove si poteva trovare di tutto, dai mattoni alle olive in salamoia. “Cavaliè, purtroppo i cessi buoni non mi sono arrivati, il Trigno ha straripato ed il camion che veniva da Vasto è rimasto in panne. C’ho qualche tazza, ma è di quelle di pessima qualità: una porcellana sottile che sembra la carta velina. Va bene per il bagno della stalla ma, per una casa no.” Il Cavalier Cenci mostrò tutto il suo disappunto. Poi, dopo aver considerato, le conseguenze di un mancato montaggio del sanitario, sui rapporti coniugali, decise” “ Vabbuò, prendo quello che avete! L’importante è che chistu’ ciesso venga pronto per Natale”. Nel pomeriggio il bagno fu montato per la gioia della famiglia, la quale, tutta al completo, volle presenziare alla “quagliatura” del nobile presidio igienico. La notizia del “montaggio” arrivò perfino al bar del paese, dove qualche temerario espresse forti  dubbi sul fatto che un donnone come Adele avrebbe potuto usufruire del gabinetto lungo e stretto, costruito sul balcone. Donna Adele era stata una bella donna molti anni prima, ma ora… I seni prosperosi, con gli anni ed il lavoro vicino al forno, era diventati delle zavorre pesanti e cadenti, tenute da reggiseni rinforzati. I fianchi mediterranei erano deragliati in un ciambellone di ciccia che contrastava la gravità solo grazie alle “panziere” di lana marrone.  Quello che impressionava di più era l’enorme sederone, cresciuto negli anni a forza di assaggiare dolci. Le uniche vestigia di gioventù erano le gambe: snelle nervose, dalla caviglia sottile, miracolosamente scampate a questo naufragio corporale. I nipoti la chiamavano “Nonna Tacchina” perché, sembrava proprio un volatile da cortile. La sera della Vigilia, Donna Adele e il Cav. Pietro erano stati fino a tardi in pasticceria a preparare le ordinazioni per il pranzo del giorno dopo. Don Rocco era passato ad ordinare il panettone, raccomandando di impacchettarlo in una confezione, da poter ostentare a tavola, per l’invidia dei parenti. I coniugi Cenci andarono alla messa di Natale in fretta e furia. Donna Adele commise l’imprudenza di coprirsi poco.  Quella notte di Natale fu particolarmente fredda.  Tutti dormivano. Tutti tranne Adele. La temperatura e la fatica avevano risvegliato le sue coliche intestinali. Si rigirava nel letto in preda ai dolori. Il marito non si accorse di nulla, tanto era sotterrato dal rantolio profondo del suo russare. Adele non ce la faceva più. Una fitta più dolorosa delle altre , la fece scattare dal letto. Non poteva fare in tempo ad arrivare fino al bagno del piano terra. Aprì, la porta del balcone, sollevando velocemente la vestaglia. Dondolando, si lasciò cadere sulla tazza. Il rumore del sanitario in frantumi, fu sordo. Subito dopo, un urlo di dolore, intenso, lungo, lancinante, squarciò il silenzio della Santa notte. Il sederone bollente di Adele aveva avuto un effetto dirompente sulla tazza di pessima qualità, ghiacciata a causa del gelo notturno. Il Cav Cenci saltò dal letto. La scena che si trovò di fronte, una volta entrato nel stretto bagno, superò la sua fantasia: Donna Adele seduta per terra, a culo nudo, sul cumulo di frantumi di coccio. Don Rocco Mariotti ebbe il suo panettone quella notte. Ma non fu quello che aveva visto in vetrina. Fu il sederone di donna Adele sotto i riflettori del suo ambulatorio, sederone dal quale, il dottore, passò tutta la notte a levare, con la pinza, decine di pezzi di porcellana.

Avrei scritto un libro

Non ci ho creduto, fino a quando non ho avuto il volume, tra le mie mani. E’ strano. Ero abituato a vedere, nel mio scaffale, i libri degli altri. Da una vita. Ho preso l’abitudine di scrivere da quasi trent’anni. All’inizio, mi sono dedicato alle fanzine, ciclostilate, da distribuire nei negozi. Avevo diciotto anni e la convinzione che, quello che stavo facendo, fosse solo un gioco. Non pensavo avrebbe potuto essere un lavoro. Nonostante quel giornale clandestino fosse molto apprezzato in Italia ed all’estero, ho lasciato cadere la cosa, da stupido, come solo un adolescente può essere. Ho continuato, qualche anno dopo, con i racconti delle mie avventure in montagna, da escursionista e scalatore, nella raccolta “Valeria e le altre”. In questi brani, tutto il fervore romantico, intriso di retorica, ha potuto trovare il suo epilogo, liberandomi dal peso dei “grandi gesti sulla roccia”. Passata la fase da lord inglese nel Grand Tour, ho iniziato con un foglio di satira poltica, “Il Peloso”, di grande diffusione e poco impegno economico.

Ho calcolato che, utilizzando il sistema delle fotocopie a cascata, mi bastava stampare dieci copie del foglio, per vederle moltiplicate fino a duemila circa, in qualche settimana. Qualcuno mi citò in una tesi ed ebbi momentanea fama e tanti nemici. In effetti, esagerai, nel formulare alcuni giudizi, ma ciò mi bastò per capire come, in politica, gli amici di ieri, possono diventare gli antagonisti di oggi. Nonostante questa fervida attività editoriale, non vi era nulla di ufficiale; la stampa veniva effettuata, nello studio di mio padre, con una vecchia fotocopiatrice Olivetti. Questo mi è bastato per compiangere l’ingegno del signor Adriano. In seguito ho iniziato a raccogliere i testi che fanno parte, oggi, del mio libro, quello vero, di carta, con la copertina, la casa editrice ed il mio nome. Molti di questi racconti sono stati pubblicati sul giornale locale nell’arco di quindici anni, altri sono finiti nei blog che gestisco. Non ho pagato, per stampare le copie della mia opera. Prenderò, al contrario, una piccola percentuale su ogni copia venduta, avrò una distribuzione in molti paesi del mondo ed il mio libro potrà essere acquistato su Amazon in tre lingue: italiano, spagnolo ed inglese. Per il momento, assaporo il piacere di vedere, nel mio scaffale, il mio nome. Ogni tanto sposto il volume, inserendolo ora fra Turgenev ed Arbasino, ora tra Mann e Brancati. E’ un’operazione poco degna, lo so, ma la faccio a casa mia, non mi vede nessuno. Siate comprensivi.

Il Fattore Umano


Non era questo, ci
ò che avevate promesso. Ricordo ancora quelle parole, noi, seduti tra i banchi di scuola. Una professoressa occhialuta, di quelle che avevano studiato Kant ed Hegel, solo per scappare dalla durezza di una vita, altrimenti relegata a far da moglie ad un pescatore di una sperduta isola dell’Adriatico. “Ricordate – sentenziava – ciò che conterà nel lavoro dei prossimi anni, sarà il fattore umano!” . Lo diceva a noi, poveri studenti del liceo classico, pieni di brufoli e alquanto arroganti, convinti di frequentare una scuola di elite, di quelle che “aiutano a ragionare”. I genitori rincaravano la dose, ostacolando qualsiasi deviazione dal percorso, tipo frequentare coetanei di istituti professionali. La manualità era bandita, quasi fosse una colpa grave, per un giovane, amare le scintille di una saldatrice o emozionarsi al suono di un motore riparato. La lingua greca avrebbe vinto, ne eravamo tutti convinti. Tutti ad aspettare l’avvento delle nuove stoà, delle agorà, delle piazze ove noi, spiriti illuminati, avremmo vissuto, parlando dell’amor che move il sole e l’altre stelle. Eravamo pronti costruire i ponti con l’aiuto di Cicerone, discutendo di Lucrezio con il capomastro. Questo credevamo e questo ci avete fatto credere. Nel Falansterio, nel Familisterio, dove sarebbero cresciuti amore ed empatia, le moderne fabbriche, liberate dal peso del capitale, sarebbero state produttrici di aretè anche per gli operai più umili. Tutti avrebbero mangiato, avrebbero fatto all’amore, avrebbero vissuto dignitosamente e sarebbero invecchiati aspettando la buona morte con un testo di Italo Calvino fra le mani rugose. La società che ci avevate prospettato, era lì, sotto i nostri occhi ed avrebbe concesso i suoi doni una volta che avessimo conseguito la nostra laurea, da esibire al popolo tutto, come razza eletta. Le prime crepe nel muro le notammo sul finire degli anni ’80 quando, le mura vere crollarono, portando con loro polvere e macerie e liberando i demoni chiuse nelle segrete dei popoli costretti ad impossibili convivenze. Così, ci siamo trascinati, ventenni e poi trentenni, alla ricerca di questo fattore umano, quasi fosse un santo Graal, tra le pulizie etniche, uomini barbuti con i turbanti, segretari di partito pigliatutto ed organizzazioni criminali con pulsioni da finanza creativa. Sono arrivati i quarant’anni e molti di noi hanno rinunciato. Alcuni hanno capito il meccanismo ed ora ci guardano dalle loro scrivanie con la lampada verde, dagli sportelli dei Suv con gli sci dell’ultima vacanza a Cortina, dai banchi di una chiesa durante il tempo libero. Noi siamo ancora qui a chiederci il significato di quelle parole rivolte a noi studenti perché avessimo fiducia nel futuro, nell’avvento della società dei giusti, noi, a bocca spalancata nell’udire le meraviglie prospettate dalla nostra professoressa…cara professoressa…non potevi farti i cazzi tuoi?
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