Il mare nella buca


“Augustine, Augustine, quid quaeris ? Putasne brevi immittere vasculo mare totum ?”.

Non riesco. Su questa spiaggia che percorro da oltre quarant’anni, ho visto i giorni nascere e morire, sempre cercando, oltre l’orizzonte, l’arrivo dell’estate e le prime foschie d’autunno. Ogni mattina, adesso, al sorgere del sole, mi trovo ad imprimere nella memoria, albe uguali e tuttavia diverse. Immaginavo, un tempo, che avrei potuto incontrare, le anime dei mie defunti, al limite della battigia, dove l’onda si ferma e subito si ritira. Lì immaginavo l’ombra di mio padre, dei mie nonni, degli amici che ho perso. Non c’è nulla, solo sabbia ed acqua. Molti si affannano alla ricerca di una ragione, di una regola, di una reazione chimica, per spiegare il colore del sole tra le nubi, quando le prime luci tagliano orizzontali l’acqua del mare. Qualcuno ha studiato il volo dei gabbiani, in gruppo sulle curve lievi della bonaccia. I gabbiani sembrano ascoltare in silenzio il nuovo giorno. Gli scienziati hanno già misurato questo vento freddo ed umido, che arriva dal fosso, frenato dal caldo delle acque marine, sbattendo contro la mia nuca a svegliarmi.

Tutti hanno il metro per ridurre, ciò che vedo e quello che non riesco a vedere, in una tabella di numeri e formule, quasi fosse un piacere malvagio, smontare la meraviglia del mattino ai miei occhi. A volte mi chiedo se un Dio beffardo non si stia prendendo gioco di noi, appannandoci la mente, col manto della scienza, della ragione, al fine di impedire la vista del suo volto ai mortali. Qualcuno ha trovato il suo Dio e lo ha ridotto a sua immagine, perché immaginare un Dio senza immagine, non è semplice. Un Dio tascabile, da usare come l’aspirina. Io ho visto Dio. L’ho visto dentro gli occhi del mio cane. Lo vedo nella sua anima sofferente, quasi fosse un custode di segreti al quale avessero tagliato la lingua. Lo vedo quando fissa, insieme a me, la prima luce del sole, che arrossa le acque del mare. Vedo Dio, quando cerca il mio sguardo, perché lui vuole parlarmi di sé e tuttavia non potrà mai farlo. Vado, domani mi aspetta una nuova alba

Ortona, paese dei cazzi miei ( Piccolo trattato di etologia frentana)


Quello a cui stiamo assistendo in questi giorni, nello scontro frontale all’interno del partito di maggioranza della nostra cittadina, è il risultato della pessima educazione ricevuta dai genitori, di alcuni amministratori ortonesi. L’imprinting animale, quando viene esercitato dai procreatori, serve a stabilire e definire caratterialmente ogni singolo membro della cucciolata. Se volessimo fare un esempio con i canidi, potremmo affermare che la madre del setter o dell’epagneul breton, insegna ai propri cuccioli, le movenze della ferma o della punta, incentivando determinati comportamenti. Così come i rapaci, educano, i loro pulcini, all’attività della caccia. Questi insegnamenti, rimangono impressi nel cucciolo, il quale, da animale adulto, sarà aduso a ciò che ha imparato. Tornando al caso umano e , nello specifico, al caso ortonese: se il piccolo avvocato o dentista o professionista, sono stati educati, da piccoli, alla pratica del sopruso, dell’ingordigia e dell’egoismo, visti come “qualità” necessarie per avere successo, questi individui, una volta entrati da adulti, nella cosiddetta società attiva (quella riguardante le attività lavorative ed i rapporti tra gruppi umani), applicheranno in modo istintivo gli insegnamenti ricevuti nella fanciullezza. Questo imprinting, potrà essere dissimulato tramite l’utilizzo della ragione, la quale può intervenire come freno , onde evitare atteggiamenti cosiddetti “sconvenienti” nei rapporti di cui sopra, ma emergerà prepotente, qualora riemergano potenti i catalizzatori che esaltano le linee educative ricevute: successo, sopruso e arricchimento tramite l’esercizio del potere e la gestione del denaro. In genere, taluni individui, utilizzano alcuni meccanismi per poter accedere alle chiavi del soddisfacimento delle loro esigenze: dall’ingresso in alcuni consessi sociali esclusivi quali club ed associazioni ( sfruttando i successi lavorativi e scolastici), alla frequentazione di circoli nei quali venga esaltato il lato spirituale degli individui che frequentano ( movimenti religiosi e culturali). Abbiamo lasciato in ultimo, il modo più semplice, per arrivare al successo: la candidatura in liste e partiti, per il governo del proprio territorio.  Gli uomini e donne di cui trattiamo, nascondono, nella scelta di “attivarsi per la città, mettendosi al servizio della comunità”, la loro reale natura, quella modellata loro dai genitori. Arroganza, ingordigia, egoismo, riemergono, a discapito dei cittadini ai quali loro, a tempo debito, promisero attivismo, buona amministrazione e ottima gestione del bene pubblico. Quando gli stracci volano o meglio, quando la merda viene a galla, l’imprinting primordiale riemerge, dal suo letargo, come un rotweiller al quale la madre nutrice abbia insegnato ad azzannare le chiappe del ladro che scavalca il recinto di casa. Inutile nascondersi dietro comunicati di partito o conferenze stampa con volti contriti, meglio leggere trattati di etologia: si potranno trovare risposte più dirette ai propri comportamenti.

Pissin’ in a bottle


Non parlo mai del mio lavoro. Non c’è niente di speciale, in fondo. E’ un ‘attività che ho intrapreso, agli inizi per divertimento e per tirar fuori qualche soldo che mi consentisse di tirare avanti, nell’attesa della laurea. Con gli anni si è sostituito alle mie ambizioni da architetto, per assumere un ruolo centrale nel sostentamento della famiglia che si stava formando. E’ stato facile iniziare come ho fatto io. Una scala, due pennelli, pinza e martello e la voglia di imbrattarsi di vernice. Poi è arrivata la fase “professionale”, quella in cui si seguono corsi, si prende la partita Iva, si va in banca a chiedere prestiti per il furgone, per i trapani, per i trabattelli, per saldare i fornitori. Ho pagato personalmente gli errori, imparando da essi, continuando a sbagliare. Mi piaceva il mio lavoro. E’ un po’ come un’amante. Dapprima la passione, l’applicazione, la dedizione, poi la routine, il lavorare di “mestiere”. Ora questa attività mi procura amarezze. Non è più ciò che speravo. Paradossalmente, all’esperienza, la quale mi permette di essere “efficace” più che “efficiente” , non corrisponde un miglior tenore di vita, anzi.  Ora che riesco a fare le cose a “regola d’arte”, senza quegli sforzi che mi tenevano in cantiere fino alla domenica, qualche anno fa, sento che c’è il vuoto. L’unica cosa che vivo con piacere, del mio lavoro, è la possibilità di entrare nell’animo dei miei clienti, di studiarne, la psicologia, le nevrosi, i gusti, talvolta anche i piccoli drammi familiari. Negli oggetti posati sugli scaffali, nei quadri, nelle piccole cose sistemate in cucina, nella disposizione dei letti, leggo la vita delle persone. Niente è più rivelatore dell’intimità umana, quanto ciò che è contenuto in un appartamento. Spesso maledico la mia sorte quando, realizzo cose stupende, le quali non potrò mai replicare in una casa mia, perché vivo in affitto. In questo senso, la mia amarezza sale in proporzione alla  qualità di ciò che mi viene richiesto e di cui non godrò mai i frutti. A parte qualche foto, sono costretto a rimuovere dalla mia memoria il senso di compiuto , di fresco, di comodo, di bello, ogni volta che riconsegno un appartamento o vedo il sorriso sul volto dei miei clienti. A volte ci sono problemi. Se è vero che riesco a decifrare la psicologia di chi mi commissiona un lavoro,  ogni lavoro allo stesso tempo,  mette a nudo i miei limiti e mi indica cosa posso e so fare e cosa non riesco a fare bene. Quello che riuscirò a ricordare veramente, di ciò che ho creato, prima di lasciare questa terra,  sarà la quantità di bottiglie piene di urina di cui ho disseminato i cantieri, nel corso degli ultimi venti anni. Non è un sorta di turba sessuale od una pratica feticista: è pura necessità. Mi è capitato di lavorare in cantieri nei quali non fosse possibile usufruire dei servizi igienici, per molte ragioni: sia perché i sanitari non erano ancora stati montati, sia perché si trattava di case isolate. Tuttavia una volta si è presentata una situazione differente. Ho esaminato superficialmente il cliente, scambiando la sua ossessività per zelo. Sbagliavo. Si è trattato di una casalinga con manie igieniste e nevrosi compulsive. I nodi sono venuti al pettine, alla prima richiesta di poter usufruire delle “infrastrutture igieniche”, la signora, con piglio fermio e deciso, mi ha negato la possibilità di accesso alle “facilities” , senza addurre motivazioni plausibili. Non esistendo pubblici esercizi nelle vicinanze e lavorando in altra città, ho tentato di “contenere” il problema il più possibile ma, solo una voce insistente ha iniziato a prendere corpo nella mia mente: quella di mia nonna. Nonna è stata per decenni una “stitica” da record ma una cosa spesso mi diceva: “ se non cachi, cacherai, ma se non pisci, creperai”. Così ho deciso. Dovendo eseguire lavori per un mese in quell’appartamento, senza inimicarmi i proprietari e senza potermi allontanare dal luogo di lavoro, ho iniziato a pisciare regolarmente nelle bottiglie dell’acqua minerale, dopo averle bevute. Risultato alla consegna dei lavori e dell’assegno da parte della signora, dodici bottiglie da un litro e mezzo di urina di pittore. Alle vive proteste del cliente, ho risposto con una sola frase: quella che mi ripeteva nonna Velia.

Diary of a madman


E’ dal 1990. Non so come sia accaduto. Ho una vecchia agenda di una compagnia assicurativa, una di quelle che ti regalano sotto Natale. Ho sempre avuto la mania delle agende, nelle quali scrivere appuntamenti, cose da ricordare, numeri di telefono, quasi volessi creare una vita ricca di avvenimenti, molto di più di quelli che ho effettivamente. Ultimamente vado in giro con un Moleskine, un’agenda Mondadori ed un’agenda di rappresentanze. Porto questi tre tomi insieme ad una versione in inglese di “Gente di Dublino” di Joyce, scovata dentro gli scaffali di una libreria ortonese per soli quattro euro.

L’agenda del 1990 è diversa: nelle sue pagine ho annotato tutti gli acquisti discografici che ho effettuato dalla fine del 1989, all’altro ieri. E’ un’agenda che è cresciuta pian piano, senza particolari ansie, compilata dopo le mie puntate nei negozi di mezz’Italia, da Roma a Bologna. Ventiquattro anni di scelte, ricerche, sorprese e delusioni. In questo diario, ogni tanto, ho provato a fare classifiche annuali di ciò che avevo acquistato ed ascoltato.
Spesso, scorrendo le prime pagine, mi rendo conto di quanti dischi ancora oggi mi sono rimasti nel cuore e di quanto sono durato l’arco di una stagione. La musica ha condizionato tantissimo la mia vita e molto spesso risulta essere un limite per la fruibilità, da parte mia, di alcuni luoghi.

Non sopporto le palestre perché odio le radio commerciali e la loro musica, detesto la voce gracchiante di Ramazzotti negli altoparlanti dei parcheggi Iper, odio gli uffici dove, di prima mattina, la Pausini infesta i locali con la sua lamentosa nenia. Il mio diario rispecchia totalmente quella che è la mia idea di musica, i momenti della mia vita nei quali ho prediletto determinati generi, i momenti nei quali ho acquistato pochi cd. Sono arrivato addirittura a creare diagrammi, per esaminare, come sia cambiata la propensione all’acquisto di lp o cd, con il passare degli anni. Altro elemento interessante è quello della scoperta di alcuni artisti “classici” lasciati da parte, solo per negligenza o pigrizia e rivalutati in “tarda età”. A differenza di molti miei coetanei, non mi sono mai aggrappato alle nostalgie, rifuggendo le nuove proposte. Ho sempre avuto la convinzione che la musica rock avesse un forte potere rigenerante, una sorta di araba fenice, la quale riprendesse forza dalle sue ceneri. Così, ultimamente, seguo tanti bloggers, i quali mi danno continuamente delle dritte sulle nuove uscite. Io ascolto sempre con la mente aperta e l’anima predisposto, non ho preclusioni, sono convinto che i ragazzi abbiano tanto da dire, musicalmente parlando. Quello che mi rammarica è il non aver tenuto il diario della mia vita, avrebbe potuto essere un’esperienza molto interessante. Mi accontento, per il momento di questa agenda piena di titoli. Chissà che non sia questa a rappresentare veramente quello che sono.Ci sono ancora tante pagine vuote.

Southern Death Ride


Volevo solo comprarmi quella moto”. 
La sottile linea di fumo che correva ondulata fino al lampadario ingiallito, nascondeva a tratti il volto di Nicolas. Una scorza di rughe si attaccavano ai lati degli occhi, due punti azzurri, offuscati leggermente da un velo, il quale tuttavia, lasciava intatta un’espressione vivida, da contadino strafottente. Avrebbe potuto avere ottant’anni e zoppicava palesemente tanto da appoggiarsi, anche quando era seduto ad un bastone di legno intagliato. Lo avevo notato, sere prima, di ritorno da uno dei miei tour nel Cilento, a scarrozzare ciclisti stranieri. Ero rimasto colpito quella vecchia moto monocilindrica, tenuta in piedi da un restauro, parcheggiata davanti al locale. Avevo dedotto che Nicolas, fosse un motociclista poiché portava  costantemente addosso un giubbotto di pelle, liso e rattoppato. Puntò subito i miei tatuaggi sbiaditi, quasi fossero un segno distintivo tra vecchi biker. Ero io a non essere più un centauro, la mia vecchia Guzzi languiva, ormai danni, impolverata nel garage, ma questo sembrava non interessargli più di tanto.  Mi prese in simpatia. Così la sera, dietro un bicchiere di vino, mi trovai ad ascoltare la sua vita o quella parte che Nicolas voleva raccontarmi. Scoprì che era belga e che aveva deciso di fissare la sua dimora estiva lì, a Capaccio, presso l’agriturismo della Baronessa Bellelli. In inverno si trasferiva a Bangkok, dove viveva grazie all’aiuto di alcuni amici per i quali sbrigava quelli che lui definiva “affari”. 
 Era uscito dalla guerra ancora ragazzo, con la voglia di scappare dalla miseria e dalle macerie. In Italia tutto era da ricostruire, ma lui non aveva voluto rimanere ed era partito per l’America. Portò con sè una valigia malconcia ed una ragazzina altrettanto malandata, frutto di un amore disperato e contrastato. Arrivarono a New York e furono subito messi in fila per la quarantena ad Ellis Island. Lì incontrarono Vito, un giovane siciliano che era partito in cerca di fortuna e voleva entrare a lavorare presso il ristorante dello zio a Little Italy. Non fu difficile per loro riuscire a strappare la promessa di un lavoro. Iniziarono a prestare servizio, lui come aiuto cuoco e lei come cameriera. La clientela del locale era costituita, per la maggior parte, da italiani che avevano già fatto fortuna negli States.  -Un giorno – mi disse Nicolas- il padrone ordina a mia moglie di preparare un tavolo appartato, dietro un separè, perchè dovevano arrivare ospiti importanti. Si presentano una decina di persone e tra di loro riesco a scorgere, sbirciando dalla porta della cucina, Frank Sinatra. Siede vicino ad un altro tizio e lo chiama Jimmy. Scopro poi che si chiama Jimmy Hoffa ed è un pezzo grosso del sindacato. Cinque minuti dopo la loro uscita, il locale salta in aria. Qualcuno ha piazzato una bomba per far la pelle ad Hoffa. Noi ci salviamo per un pelo ma io rimango ferito ad una gamba. Dissero poi, che quella bomba ce l’avevano messa gli scagnozzi dei Kennedy. Qualche giorno dopo, il gestore mi chiama e mi offre un altro lavoro in cambio del mio silenzio sulla faccenda, lasciandomi intendere che un rifiuto non sarebbe stato “gradito” dagli “quelli” Si trattava di un posto come autista di tir presso una squadra corse, diretta da un miliardario eccentrico: il compito era trascinare da est ad ovest un vecchio truck, carico di automobili, da far correre sui circuiti privati, per la gioia di anelluti benestanti dalla Florida al Texas. Dormivo quando potevo, mi fermavo in quelle vecchie stazioni lungo le route infinite verso il west. Imparai a distinguere ogni singolo cactus che costellasse i tramonti del Colorado-. Nicolas aveva uno strano bagliore negli occhi , quando parlava di quei paesaggi lungo i quali aveva trascorso giorni e notti alla guida. Avrebbero potuto essere bugie. Non mi importava che lo fossero. La mattina seguente, e quelle dopo,  nonostante mi alzassi di buon’ora, non lo trovavo mai. Chiedevo alla cameriera dove fosse. Mi diceva sempre che era partito presto, senza lasciare indicazione sul suo tragitto. Così radunavo i miei clienti e passavo la giornata insieme a loro, in cerca di una cala, di una spiaggia e di un buon ristorante che cucinasse una pezzogna decente. A cena, lo trovavo sempre lì, seduto al suo tavolo. “Riuscì a comprare quella vecchia Triumph” – mi disse l’ultima sera – “L’avevo estorta al cuoco portoricano del fast food sotto casa. Aveva lasciato la moglie sola con quattro figli e si era messo insieme ad una spogliarellista. La moglie era tornata alla carica per reclamare il mantenimento dei figli e lui doveva vendere la moto per ricavare soldi” – Nicolas mi guardava, stringendo i piccoli occhi, con una smorfia di soddisfazione. “ La moto era malandata, per farla partire occorreva prenderla a martellate sulla testata” . – Poi cambiò espressione – “ La felicità di quella moto non durò a lungo, la mia compagna tornò in Italia, stanca di quella vita senza prospettive e rimanemmo soli in quella topaia vicino ad Harlem, io e la mia Triumph. – Il volto di Nicolas si era fatto scuro – “ Decisi di ritornare anch’io in Italia, ma non potevo portare la moto con me, così feci pubblicare un annuncio sul giornale. Ero arrivato a pochi giorni dalla partenza e nessuno aveva risposto all’inserzione. Avrei dovuto abbandonare quel ferro in mezzo alla strada ed andarmene ma, il giorno prima del mio volo di ritorno per l’Italia, un tizio mi chiama perché è interessato alla moto. Mi dà l’indirizzo e mi dice di andare da lui per fare un giro di prova. Parto ed arrivo in questo residence fatto di villette isolate” – Si presenta questo tizio e dice di chiamarsi Laszlo. Non sa guidare la moto e vuole che glielo insegni in un quarto d’ora. Mi ero presentato con un giubbotto nero ed un cappello di pelle nera ed avevo un aspetto molto “selvaggio”, molto “cool”. Mentre faccio lezione a questo ungherese, lui di colpo si gira e mi fa: – Ragazzo, hai stile. Te lo dico sinceramente. Sono un regista e sto girando un film su una banda di motociclisti. Ho sotto contratto un attore giovane, ma che sono sicuro si farà strada, si chiama Brando, Marlon Brando. Tu potresti essere uno del gruppo dei biker.- A quei tempi Brando non era nessuno e l’idea di rimanere ancora in America, per prendere parte ad un film con attori misconosciuti, non mi allettava. – Ho già il biglietto in tasca per l’Italia, – gli rispondo -ho disdetto il contratto d’affitto, non posso-. Nicolas chiuse il racconto dietro una nuvola di fumo a coprire il suo sguardo, che si andava spegnendo quasi fosse un giradischi alla fine dei suoi solchi. Si alzò, prese il suo bastone, mi fece un cenno con il capo e uscì nella notte che aveva preso l’odore del lentisco. La mattina dopo, la moto era lì, ma di lui nessuna traccia. Chiesi alla cameriera – “ Guardi che la moto non è di Nicolas” – mi disse lei con tono di rimprovero – “la moto è del giardiniere. Nicolas esce a piedi tutte le mattine con il casco in mano , ma va fino alla fermata dell’autobus. Forse prende la linea che va fino a Magliano Vetere, ma non sappiamo esattamente dove scenda.” – rimasi senza parole. Inforcai la bicicletta e iniziai a salire oltre Capaccio. Di Nicolas nessuna traccia. Ero arrivato fino a Monteforte. Entrando nel paese, presso il parapetto di una curva, notai una figura alta, giaccone di pelle, capelli grigi lunghi fino alle spalle, mani in tasca e casco tenuto dall’avambraccio attraverso la visiera aperta. Nicolas era lì, di spalle alla strada e fissava la vallata. Lo sguardo era impietrito, vitreo, perso in un punto dell’orizzonte. Non notò il mio passaggio né io feci nulla per attirare la sua attenzione. Mi fermai al bar trecento metri più giù in paese. “Mi scusi, ma chi è quell’uomo, in piedi, vicino la curva che guarda a valle?” – Chiesi alla vecchia barista che mi versava una birra – “ Chi l’americano? Il pazzo?” – mi apostrofò con espressione di sorpresa la signora – “ Quello viene ad aspettare l’amico suo” – “L’amico suo?” – insistetti io – “ Sì, l’amico suo che è morto. Tanti anni fa , dopo lo sbarco degli alleati a Paestum, i soldati avevano lasciato una vecchia moto inutilizzabile in mezzo alla strada. Lui e il suo amico erano poco più che ragazzini. Riuscirono a metterla in piedi e ci saltarono su. La discesa fino al paese non era ripida, ma la moto era pesante e i due non riuscirono a fare la curva. Finirono di sotto. Lui si salvò, ma rimase zoppo, l’amico morì sul colpo spezzandosi l’osso del collo. La moto è ancora là” – Uscì senza consumare. Presi la bicicletta ed iniziai a risalire. Arrivai presso la curva ma Nicolas non c’era più. Fu allora che decisi di affacciarmi oltre il parapetto. Guardai giù. Più sotto, nel piccolo pezzo di terra incolto, sotto un fico malandato, i rottami di una vecchia Triumph.

Il Comandante Cesare


Papà è imbarcato”. Rimanevo affascinato quando udivo queste parole dai miei nuovi compagni di scuola, io, appena arrivato da Milano, da quella città degli anni ’70, fatta di violenza, di smog, fabbriche, manifesti dei radicali e prostitute la sera sotto casa. Il mare per me, era la spiaggia dei Saraceni, pescare sotto i trabocchi abbandonati, andare alle Tremiti con il Nibbio. In ogni famiglia ortonese, c’era stato o c’era, qualcuno che avesse avuto a che fare con il mare. Me le ricordavo le facce dei miei compagni, quando scendevamo sotto a piedi, la mattina presto, tra i pescatori che rammendavano le reti su via Cervana, quasi storditi dall’odore dell’olio dei motori, la puzza di pesce e le alghe secche ammucchiate. Vedevo i miei compagni guardare con fastidio a quelle banchine, pensando ai padri lontani, in un porto cinese od australiano. Parlavano come può parlare un ragazzino, dei padri assenti quasi senza volto, come li avessero dimenticati in un limbo di uomini persi nella nebbia di un fiordo, a riapparire ogni tanto con le valigie piene di ricordi e qualche puttana nascosta nelle loro menti, a smorzare il desiderio delle compagna. Questi padri lontani parlavano dai telefoni pubblici di Singapore, di New York, ad orari concordati, affinchè i figli si mettessero sulla sedie per arrivare all’apparecchio, per sentire le voci di quei marinai, ai quali chiedevano di essere padri a Natale o a Pasqua, senza risposte. Era difficile vederli, i padri. Entravi nelle case dei miei amici e sentivi la loro presenza negli oggetti, usciti dalle valigie aperte dopo sei mesi, un anno, due anni. Arrivavano i padri, davanti la porta di casa c’erano questi figli sempre più grandi, sempre più diversi, estranei. Nel volto delle madri, costrette ad essere uomini, ad essere famiglia, tra le mura delle loro solide case, fatte con le tempeste nel Pacifico, con le roventi coste d’Africa, con i ghiacci di Terranova, dove i padri, stretti nel rombo delle macchine, sotto le chiglie o serrate nei cappotti in plancia, guardavano le fotografie dei loro bimbi, attaccate con lo scotch ai bordi degli oblò. I miei compagni mostravano orgogliosi i regali dei padri da tutto il mondo. Mancava la luce nei loro occhi, la luce di quegli uomini lontani a contare i giorni: Tommaso, perché nei mari del mondo c’è sempre un Tommaso che naviga, Ernesto, Pompeo e la sua Bourbon Street, Nino ed i suoi bambini del Maracanà, Gabriele e le navi granaio sul Baltico, che ci mettevano due mesi a scaricare, Antonello al Centro del Golfo del Messico, Cesare e le sue scatole di sigari.

I padri andavano in pensione nelle città da dove erano partiti e nelle quali si perdevano più facilmente che a Bangkok. Li vedevi i padri, vecchi con le rughe rubate ai venti dell’oceano, guardare il mare dall’Orientale, sperando che nuove petroliere potessero arrivare a prenderli di nuovo, perché quando si è stati così lontani, per così tanto tempo, gli affetti sono affetti senza ancore. Questi figli con i padri anziani accanto, quasi volessero convincersi che furono bambini mentre un uomo spingeva la loro altalena od alzava la voce per un compito non fatto, guardano questi vecchi pensando a quello che avrebbe potuto essere e non è stato. Li rivedo, i miei compagni, con le barbe bianche come la mia, ora che perdono per sempre i loro padri, aspettare che qualcuno telefoni loro, da molto lontano, per promettere che sì, torneranno per Natale e resteranno a casa, per sempre.

Nonni


Festa. Non ho mai avuto chiaro il concetto secondo il quale, un individuo possa essere felice, attenendosi alle disposizioni del calendario. La celebrazione “imposta”, mi ha sempre lasciato un fondo di malinconia, per il fatto che fossi già proiettato verso la “fine della festa”. E’ la stessa aria che si può respirare la domenica pomeriggio, quando iniziamo a prendere coscienza del lunedì mattina seguente. Ma l’allegria, di questi tempi, può essere pilotata in un giorno specifico, dato che la nostra vita segue delle scadenze come quei timer che si trovano alle fermate degli autobus di linea a Bologna. Parlo di allegria, perché la felicità è un concetto che non può essere definito neanche da Umberto Eco in tredici volumi. C’è un attimo di queste feste, che mi permette di fermarmi a ricordare le volte nelle quali sono stato veramente felice. Solo adesso riconosco come quella fosse felicità, perché allora non mi rendevo conto. Le feste con i nonni erano la felicità. Due odori su tutto: il brodo di pallotte e cardone di nonna Adele, il sugo con la pasta fatta in casa di nonna Velia. In quella casa con l’affaccio sul mare, si ammucchiavano gli zii, i cugini, ognuno con le sue storie, ognuno con il suo carico di aspettative per quel giorno insieme. La nonna Adele in cucina con le figlie, le nuore, la vecchia suocera in un angolo, vestita di nero. Passava il giorno, tra i giochi, la tombola, papà che cacciava il vecchio telegrafo dall’armadio ed inizia a dialogare con nonno Camillo, attraverso l’alfabeto morse. Il vecchio telegrafo che nonno aveva riportato dall’ultimo ufficio postale nel quale aveva lavorato, il telegrafo al quale era stato attaccato, tra le dune del deserto, durante la guerra d’Africa, ; il telegrafo al quale papà si era attaccato per giorni, lui piccolino, aiutando il padre a tradurre ed inviare telegrammi. In quelle poche righe che si battevano nel soggiorno, tra la nostra impossibilità di capire cosa si dicessero, si vedevano gli sguardi di due persone le quali avrebbero dovuto amarsi, ma non riuscivano se non in quel momento. In un’altra scena, in un altro posto, sotto il Gran Sasso, mi levavo la sciarpa dal freddo pungente. Subito mi accoglieva l’odore del sugo di nonna Velia, ai fornelli sin dalla mattina presto. Nonno era sempre in cantina, a tagliare prosciutti, ad affettare salami. Tutto sembrava possibile. Quella piccola casa avrebbe potuto resistere a qualsiasi terremoto, perché c’eravamo noi dentro. Guardavo i miei nonni, mia zia, mio fratello piccolo girare per casa con i regali appena scartati, in uno scatto senza tempo, una fotografia che non avrebbe potuto ingiallirsi mai. Guardavo quella fotografia io, grande, sposato, quando i miei nonni, al termine del loro viaggio, stringevano amorevoli, le mie piccole figlie. Accompagnavo mia nonna, lei ormai quasi cieca, in quella casa che mi aveva visto bambino, nella quale era lei a tenermi per mano. Ora le stringevo la mano, perché non inciampasse. Il ricordo di quella mano stretta nella mia, è il mio regalo di Natale.

L’ultimo bicchiere


L’uomo tirò fuori dalla sacca sgualcita, un cartoccio dalla forma allungata. Il terrazzo che si affacciava sulla grande piazza era illuminato dal sole filtrato dalle nubi grigie dei palazzi in fiamme. Una nebbia giallastra sul lastrico sottostante, avvolgeva le carcasse delle auto e le carlinghe degli aerei anneriti dalle esplosioni. – Ti aspettavo- disse al suo ospite – E’ la nostra ultima occasione per stare insieme-. Preparò il tavolino ottenuto da una portiera di una utilitaria. Sulla catasta di legna ardente, stava un pentolone malconcio. Il liquido nella tanica bolliva , lasciando trasparire tranci di carne, il cui odore copriva a sprazzi le mefitiche esalazioni dei fuochi sottostanti. L’uomo si alzò per andare a girare , con amorevole attenzione il bollente intingolo. Mancava solo un’ora e tutto sarebbe finito, per tutti. Ma l’uomo aveva calcolato i tempi di cottura. Il suo ospite di spalle non si muoveva, come aspettasse solo il momento di mangiare. Da lontano si udivano le esplosioni ed il cielo era tagliato dagli aerei che precipitavano al suolo con schianti fragorosi. I due esseri guardavano quello che accadeva con indifferenza sorprendente, tornando subito a porre la loro attenzione sulla pentola che bolliva. Da una radiolina giungevano le voci dei cronisti i quali descrivevano le scene apocalittiche con voci congestionate dalla disperazione, per coloro che erano rimasti. No, non c’era più nessuno. I pochi superstiti, girovagano tra le macerie di quelle che erano state fino a poco tempo prima le loro città.  Nel cielo le astronavi stavano abbattendo i pochi aerei rimasti. Tra qualche ora tutto sul pianeta terra sarebbe cambiato. L’uomo, ultimo superstite della sua razza, aveva di fronte il primo essere che avrebbe sostituito i terrestri, ma sembrava non preoccuparsi della sua sorte. Tenendo stretto il suo cartoccio, continuava a girare il sugo. –Vedi- disse  – era l’ultima lepre che correva libera nel prato vicino la mia vigna. Avevo un solo colpo nel fucile. Ho preferito usarlo per lei piuttosto che per uno di voi, altrimenti non mi avreste mai preso-. L’ospite emise un grugnito metallico. – Ma questo ti farà peggio della mia pallottola – lo interruppe l’uomo. L’ospite si irrigidì: dai monti all’orizzonte, il grosso fungo si alzò nel cielo, lento, enorme. – Abbiamo mezz’ora prima che le radiazioni arrivino fino qui, passami il piatto- L’ospite tese una mano artigliata. L’uomo iniziò a posare i pezzi di carne ancora fumanti, bagnandoli con il sugo. – stai attento perché scotta- avvertì il suo ospite. Poi con un gesto ieratico, scoprì quello che il cartoccio nascondeva: una bottiglia di vetro verdastro. – Porgimi il tuo bicchiere- disse. Il gorgoglio, del liquido violaceo, sembrò per un attimo zittire le esplosioni lontane. L’ospite fissò il bicchiere, i cui riflessi erano esaltati dai lampi dell’artiglieria extraterrestre. – Qui su la terra usavamo brindare con questo liquido, alla nostra vita … Ora brinderemo anche a voi, nuovi padroni della terra! L’uomo ,dopo aver fatto roteare il bicchiere sotto il suo naso, chiuse gli occhi, quindi sorseggiò lentamente. L’ospite dopo aver assistito alla scena, fece la stessa cosa. Mentre l’extraterrestre beveva, l’uomo lo osservava. – Che ne dici? – disse. L’ospite emise un verso che non aveva bisogno di traduzioni. Ormai la grande radiazione era vicina e la bottiglia era finita. – Ti ho voluto fare questo dono per farti capire cosa è stato capace di creare l’essere umano: il vino. – Disse l’uomo. L’ospite rise. – Ma c’è un particolare –. Quella che avete distrutto, quando mi avete catturato, era l’ultima vigna esistente sul pianeta terra è questa era l’ultima bottiglia. L’ospite emise un ruggito rabbioso. – Avete perso, anche se occuperete il pianeta terra e l’uomo non ci sarà più. Avete perso ed io ora vi ho fatto comprendere cosa avete per…- La grande radiazione coprì la sua voce.

Orazione in contumacia.


Amici, compagni,

sapete bene quale possa essere la mia ritrosia nel parlare in pubblico, non sono un buon oratore. Con la penna me la cavo meglio. Mi è stato chiesto un intervento. Sarà il compagno Enzo a leggerlo in mia vece.  Chi vi scrive, ha vissuto con interesse e passione le vicissitudini degli ultimi trent’anni di vita politica ortonese. Ho creduto in questi anni, alla costruzione di un futuro per me e la mia famiglia ad Ortona. Dopo alcune battaglie perse insieme a mio padre, dal punto di vista lavorativo, scontrandomi con la superficialità, la furbizia, la disonestà, di una larga fetta del mondo imprenditoriale locale. Ho tentato, di ricominciare, prendendomi sulle spalle la responsabilità di un’impresa artigianale. Provenendo da una famiglia di impiegati statali, con il cuore a sinistra, ho vissuto le contraddizioni che questa condizione può comportare. Gli inizi sembravano carichi di promesse e speranze. Oggi sto atterrando in modo traumatico, dal volo che avevo iniziato con tanto entusiasmo. E’ vero, non sono un uomo libero. Le difficoltà economiche mi soffocano, ma ho ancora la libertà di dire quello che penso e sento, senza paura di farmi  dei nemici, anche fra di voi. Quello che vedo, in questa città, è l’impossibilità di scorgere la realtà oltre il proprio naso. Ortona non è una città a vocazione turistica. Non potrà esserlo mai. Forse lo è stata fino agli inizi degli anni ‘70, prima del Piano Regolatore, che ha variato gli assetti commerciali del nostro paese. Ma questo non basta ad affermare la mia convinzione. Ortona non è una città turistica perché non esiste una cultura dell’accoglienza e della ricettività. Chi volesse controbattere alla mia affermazione, potrà essere smentito dalle vicende relative al G8 de L’Aquila nel 2009 quando, numerosi furono gli stranieri i quali usufruirono del nostro scalo per gli incontri diplomatici. La città fu impreparata ad accogliere quanti avrebbero potuto portare benefici economici alla nostra dissanguata economia. Ci fu incapacità organizzativa, ignavia, mancanza di idee, assenza delle istituzioni. Il fallimento nel cogliere questa opportunità, fu il peggiore di una serie di fallimenti: ricordiamo i traghetti per Spalato, gli aliscafi per le Tremiti, le associazioni di commercianti in perenne battaglia, la decisione “politica” di avere un Ipermercato, la chiusura decennale del Palazzo Farnese, lo sventramento urbanistico del centro cittadino in favore dei palazzinari, la chiusura del cinema, gli orari improbabili dei pochi musei cittadini, lo smantellamento dell’Istituto tostiano, la totale inconsapevolezza da parte dei cittadini di avere l’Enoteca Regionale, il disarmo delle festività del Perdono sostituite da sagre tunisino-cinesi, la distruzione del Parco Ciavocco in favore di un inutile parcheggio, la quasi totale chiusura dell’Ospedale, la desertificazione dell’area industriale, la scomparsa del cinema, la gestione fumosa di via Cervana e del molo nord, il totale disfacimento del vecchio tracciato ferroviario, la cementificazione cubista dei quartieri più vivibili. Termino con il capolavoro assoluto: il crollo dell’unico trabocco esistente nel comprensorio comunale. Amici, diciamo la verità, fino alla fine degli anni ’90, quando un gruppo di lavoro di architetti, si interessò di loro, a nessun ortonese fregava niente dei trabocchi. Andavamo su queste spiaggette per i picnic, per mettere due tette all’aria e pescare qualche peloso illegalmente. Così abbiamo lasciato sfuggire questa occasione, colta al volo da San Vito in giù. Ora mi chiedo, siete pronti a far cambiare testa ed intenzione agli ortonesi nel giro di qualche anno e trasformare Ortona in una piccola Monte Carlo oppure nella messapica costa salentina? Siete pronti a dire ai disoccupati ortonesi di pazientare in attesa di queste rivoluzioni pacifiche, invitandoli a aspettare qualche anno, considerando che le bollette e la spesa si pagano QUASI OGNI GIORNO? Siete pronti ad imporre ai contadini, ulteriori vincoli ad un’agricoltura che oggi è di pura sussistenza? E’ un discorso che non vi farà piacere, ma vi chiedo di guardare oltre i vostri sogni: cerchiamo di sfruttare la nuova occasione che si sta offrendo al paese con i nuovi appalti ricevuti dalle imprese portuali e marittime. Potenziamo le infrastrutture che collegano il nostro scalo alla rete viaria, creiamo delle aree per lo stazionamento dei container, invogliamo l’attracco delle imbarcazioni da diporto, incentiviamo i giovani a seguire percorsi di studio inerenti discipline marittime, teniamoci stretto il Nautico, regolamentiamo l’attracco di pescherecci da altre regioni, evitando il saccheggio del nostro mare in cambio di nessun beneficio economico, rivalutiamo il mercato ittico. Soprattutto: non facciamoci dire come dobbiamo vivere o morire da persone che hanno la propria vita, il proprio reddito altrove, che non rischiano di farsi staccare la corrente perché non hanno lavoro. Solo così avremo la possibilità di essere sereni per iniziare un cammino di trasformazione della nostra città. Adesso: mirate dritto al cuore, non voglio la benda sugli occhi.

Wherever I lay my hat, that’s my home

Non ci sono riuscito. Eppure ci ho provato. Sono passati tre anni da quando ho traslocato in una frazione del mio comune. Ho cambiato stile di vita ed orizzonti , iniziando a vivere la campagna in tutte le sue sfumature. Ho dovuto entrare nei meccanismi delicati che regolano i rapporti, specialmente quelli consolidati nelle piccole comunità dove, si è stretti nella morsa del vicinato, fin dalla nascita, dove ognuno deve essere partecipe della tua vita e tu devi essere partecipe della sua in una sorta di apoteosi dell’empatia forzata, totalmente contraria alle dinamiche cittadine. Un luogo dove un metro di confine può esere oggetto di dispute sanguinarie, dove un favore ha da essere ricambiato, pena la rottura dei rapporti. Ho iniziato così, sfruttando la terra, ad avvicinare chi quella terra la viveva e con essa dava sostegno alla famiglia. Ho iniziato a coltivare un piccolo orto, cercando, con umiltà, di avvicinare i contadini più anziani, per conoscere segreti, stagioni, tecniche. Piano piano il mio orto è fiorito insieme alla confidenza  con questi uomini, profondamente diversi da quelli del “capoluogo”. Tuttavia qualcosa non è passato inosservato. La comunità nella quale vivo, considera elemento qualificante, la partecipazione alla pratica della fede, nelle sue istituzioni fondamentali. Professare un certo agnosticismo, o addirittura ateismo è simile a praticare il satanismo. La cosa più preoccupante è stata scoprire come ogni atteggiamento moralmente civile,  fosse meno valido, se non accompagnato da una giustificazione religiosa. Hanno iniziato a prendere il sopravvento le prime prese di distanza dalla mia famiglia. Le mie attività sportive, la normale “eccentricità” del nostro atteggiamento familiare è stata intesa come fortemente deviante e destabilizzante per una comunità, unità strettamente e poco propensa ad accettare esterni come elementi di arricchimento per la comunità stessa. Ho iniziato a percepire un leggero senso di isolamento che all’inizio imputavo ai doveri che ognuno ha e che portano spesso a non avere tempo per i rapporti sociali. Piano piano ho scoperto che questo isolamento in parte era dovuto alla mia impossibilità di partecipare alle attività aggreganti della mia comunità. Pranzi, cene, manifestazioni folklorisitche e religiose, attività musicali e sportive. in ogni caso eventi organizzati da un gruppo fortemente unito perchè cresciuto con una identià comune e consolidata dal contesto territoriale. Alla fine, non sono stato accettao e non mi sono fatto accettare. Ho tirato i remi in barca ed ultimamente, mi limito al saluto cordiale che è dovuto specialmente alle persone anziane. Non sono solo in questo atteggiamento. Ho scoperto che esiste una parte della popolazione la quale, concepisce contrada, come luogo di riposo e pernottamento, preferendo altri siti per espletare i bisogni di socialità. Sono persone che riesco solo a scorgere , la mattina, quando vanno al lavoro e la sera quando rientrano. Esse non hanno alcun rapporto con i contradaioli e, ho scoperto, non intendono averne assolutamente.
Esiste anche un elemento molto inquietante: la vita a stretto contatto, anche visivo, con i vicini e la mancanza di rapporti, costringe gli altri a tessere la trama delle vite altrui, costruendo miti e leggende, le quali, passate di comare in comare, assurgono a poemi epici, molto spesso conditi da poco nobili gesta. Si diventa strani ad honorem. Inizi a notarlo quando tenti il saluto ed ottieni una risposta ritardata da una finta distrazione. Quando le ciance delle attempate signore scendono di volume al tuo passaggio, quando le ombre si muovono, dietro gli scurini, ad osservare il uo passaggio, per scrutare i tuoi vestiti, le tue borse, le tue buste della spesa ed i tuoi armeggi davanti la macchina parcheggiata. Approssimandosi il terzo autunno, voglio dire basta. Non mi va più di forzare il mio animo nella ricerca di un punto di contatto, non voglio cercare il cenno di saluto, non voglio essere il primo ad avvicinarmi. I nostri mondi non combaciano, non ci sono migliori o peggiori modi di vivere e di pensare, sono solo diversi e non collidono. Non c’è molto da fare. Ci abbiamo provato, ci ho provato. Non ce l’ho fatta.

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