Ho vinto.
Ho approfittato della lunga preparazione per una gara di triathlon, caricando i brani sull’Ipod ed ascoltandoli nelle tante ore passate sulla bici. Dovevo farmi un’idea che non fosse superficiale, perché la musica ed i musicisti di queste canzoni, non sono superficiali. Poi ho pensato al mare che si vede da Livorno. Un mare diverso dall’Adriatico ed ho provato a capire come avessero fatto queste due sponde ad unirsi. Spero di aver trovato un filo comune a queste storie e di essere entrato nell’essenza di queste note, anche perché, di questi tempi, mi è difficile ascoltare musica che non abbia dentro di sé, la rabbia che non riesco ad esprimere nei confronti di tutto ciò che è esterno a me. Mi è altrettanto difficile separare questa musica dall’immagine di quello che è stato il rapporto con il compositore della maggiore parte di questi brani, rapporto che ho lasciato andare, per mia manifesta negligenza, complice un periodo di estrema superficialità. Ormai, a cose fatte, rimane la musica.
Cambiare i luoghi della propria vita, cambiare amori ed amicizie, lasciarsi andare nella nebbia di quello che sarà, con tanto dolore ma senza rimpianti, perché i rimpianti fanno schifo, si attaccano come le zecche. Tutto questo ha sostenuto l’emergenza della ragione di questi brani. Dall’altra parte c’è una persona sensibile, con i nervi appuntiti come una matita, pronti a cogliere qualsiasi sbalzo di umore, qualsiasi cambiamento dello sguardo. Così, la sua voce non può mentire, lo senti dal tremolio delle pause, dalla voglia di piangere tenuta a stento. Raramente qualcuno ha potuto essere così partecipe di un testo, di una melodia; senti che qualcosa potrebbe spezzarsi da un momento all’altro, come se una cantante potesse fermarsi all’improvviso e registrare questa sua esitazione nei solchi di un disco. Questo a Chiara, potremmo perdonarlo, perché a volte la sua voce, ti prende alla gola, ti chiede di tenderle la mano, per tirarla fuori da quel baratro, dal quale ella tenta di uscire. C’è Genova nella mente, quelle strade arancioni di polvere, vicino al porto, dove si ammucchiano colori, volti ed odori.
Di colpo mi sono trovato nella camera di questo mio amico quasi ventinove anni fa. Non ero solo, con me c’erano Marco, Andrea, Antonio, Eugenio. Era un momento particolare della nostra adolescenza. Vivevamo quel passaggio che precede le scelte per la vita che dovevamo vivere, dagli studi, al militare, alla possibilità di imbarcarsi, al continuare le attività di famiglia. Nella stanza c’era un Commodore 64, con il quale giocavamo a “Ghostbusters”. La grafica era terribile, ma per noi era come vivere nell’era spaziale. Era il periodo dell’Impavida pallavolo in serie A1 e delle grandi seghe sulle ragazze del paese che ci piacevano. Febbraio era anche il periodo che precedeva le gite lunghe della scuola. A tale proposito si formulavano progetti astrusi sul comportamento da adottare durante il viaggio d’istruzione. Ci dividevamo in chi aveva il motorino e chi no. Io ero posto in una via di mezzo. Avevo restaurato una Graziella, verniciandola di nero e customizzandola con il mio nome “anglofonizzato”: Jan Lucky. Ci andavo a scuola e qualche volta al mare. Era bruttissima, tanto che, una volta, la lasciai per il corso e ritornai a casa a piedi, scordandomi di lei. Me ne accorsi la mattina dopo e una volta arrivato sul posto, col timore che l’avessero rubata, la trovai appoggiata sui bidoni dell’immondizia. A quei tempi ascoltavamo di tutto: io ero quello della compagnia, dai gusti più estremi., Eugenio era il raffinato, Marco amante della musica italiana. Avevo comprato un bootleg rarissimo degli X, si chiamava “Angry young lovin'”, lo avevo passato su cassetta e lo avevo mischiato ad altre cose che non c’entravano niente tipo “Pyromania” dei Def Leppard e “Waiting for the sun” dei Doors. Eugenio era in pieno trip post Police e ci sfiatava con il primo di Sting. Chi ascoltava Sting, Sade, Lloyd Cole & The Commotions era giusto, chi come me ascoltava Accept, Ozzy Osbourne e Joy Division era un truzzone.Arriverà di nuovo. In questo freddo tagliente, senza compromessi, chiuso nella mia giacca, mi ostino a cercare lungo la spuma lasciata dai flutti, sulla spiaggia, il segno. Si ripete il sole di taglio tra le creste del mare. Un branco di piccoli pesci, in controcorrente, sul torrente gelido dai fossi. Tuttavia il cane sembra infischiarsene. Corre tra le dune, le immondizie lasciate dal vento. Le settimane veloci, un dolore aggiunto a vecchi dolori sul corpo, un brivido di brezza più caldo e la voglia di levarsi la sciarpa. Ma gli odori no, non li sento più. Come un animale, da ragazzo, riuscivo a scorgere negli ampi respiri, gli odori delle stagioni. Dalle sterpaglie in mucchi lungo i campi, ai ceppi delle potature, alle prime fioriture lungo le strade d’aprile, conoscevo i volti delle stagioni. Il naso tra gli scogli ad aspirare il salmastro ristagnare, le tane dei granchi. L’odore di vecchio pescato tra i legni delle barche, il lezzo del bitume e della miscela tra le banchine. Ora no. Come un sipario lento, le stagioni, si chiudono al mio olfatto. Inverno, estate, primavera…forse mi è rimasto l’autunno, dove credo ogni cosa abbia inizio. Altro si chiude, mi accorgo ora, che tutto ciò mi indignava qualche anno fa e mi faceva fremere di sdegno, mi interessa in modo assai relativo. Mi arrabbiavo con chiunque avesse, a quei tempi, l’atteggiamento che ora io stesso mantengo, verso fatti e opinioni diverse. Comprendo solo adesso la vanità delle questioni, gravi per me anni or sono. Cinismo? Non credo. Rassegnazione? Forse. Ritengo più opportuno parlare di corazza, crosta, guscio. Sopravvivere è l’imperativo. Inizio a contare le stagioni dalle semine, le colture, le potature. Penso che natura non si dia pensiero per gli inutili bisticci dell’essere umano. Inizio ad avere la stessa linearità di pensiero del mio cane: mangiare, dormire, bere, fare all’amore. Così aspetto l’estate per tornare a vedere le lucciole la notte, nell’oliveto dove porto Peppe a fare i bisogni, per veder crescere i miei pomodori e le mie zucchine nell’orto e contare il tempo in mezzo alle piante dei peperoni in fila ordinata. Arriverà l’estate, sì.

Di solito non parlo degli altri chitarristi. Il chitarrista non è un individuo appartenente alla categoria delle “brave persone”. Non completamente, almeno. Tutti non chitarristi, sappiamo fin dal primo giorno in cui prendiamo la chitarra in mano, che la nostra vita di axeman sarà speciale, diversa dalle altre. Le nostre certezze possono essere riassunte in vari punti fissi, come assiomi già dimostrati o dogmi non disgregabili da dubbi od incertezze. Parlerò in prima persona e sono sicuro che molti chitarristi capiranno cosa intendo. Punto primo: sono il miglior chitarrista che ci sia in circolazione. Non importa quello che fanno gli altri, anche se sono più veloci di Malmsteen, più funambolici di Vai, più geniali di Zappa, più tecnologici di Bill Frisell, perchè io ho qualcosa di speciale anche se adesso non ho tempo di esprimere le mie potenzialità. Punto secondo: parlo bene degli altri chitarristi per cortesia ma, quando mi chiedono un parere, passo lentamente dall’elogio alla stroncatura tramite la tecnica dell’insinuazione-dubbio. Punto terzo: se vedo un chitarrista fare un assolo da manuale, sono capace di negare anche l’evidenza. Punto quarto: la chitarra che ho e l’attrezzatura che ho sono il top, anche se il mio suono è simile a quello di una canna spaccata. Ultimo punto: anche se suoniamo insieme in un apparente contesto musicalmente democratico, primo o poi alzo il volume del mio ampli e ti sotterro. Detto questo, i chitarristi non potranno mai essere amici tra loro a meno che uno dei due non decida di cambiare strumento. Così per stilare la classifica di quelli che reputo essere i migliori chitarristi oggi in circolazione ad Ortona, devo effettuare un’operazione molto semplice: escludere totalmente che io sia un chitarrista. Potrebbe anche essere plausibile, dato che la mia chitarra ha iniziato, negli ultimi anni e specialmente negli ultimi mesi, a prendere sempre più polvere sopra al treppiedi.