Il Cinghiale


Quella fu la prima volta che lo vide.

Gironzolava sotto la Font a balle, come può fare un ragazzino troppo piccolo per fare il contadino e troppo grande per stare davanti casa. La discesa non era ancora coperta dai canneti e dalle acacie. Ai lati della discesa, fossi scavati dalle bombe di mortaio, pietre, pezzi di ferro e quella specie di pigna che attrasse la sua attenzione. Giggino la prese in mano. Era una pigna di ferro con un anello in cima. Giggino ne aveva viste tante. Tirò con forza l’anello. Fu allora che lo sentì arrivare. Era un’onda, una folata di vento tra le foglie, un ansimare di bestia, un ringhio feroce, un tuonare di zoccoli. Le urla si sentirono fino alla piazza, tra le macerie delle case di San Leonardo, nella navata della chiesa sventrata dalle bombe. A sera il Dott. Gaeta riuscì a salvargli solo un occhio. La mamma guardava Giggino sconsolata. Dall’unico occhio rimasto, di un azzurro intenso, nascosto a malapena dai lunghissimi capelli ricci, spuntavano lacrime di dolore copiose. Fu così che Giggino rimase con quell’orbita vuota. Non avevano i soldi, nel dopoguerra, per ricostruirsi la casa, a San Leonardo, figuriamoci per comprare un occhio di vetro a Giggino. Ma Giggino la notte, lo sentiva passare quel cinghiale sotto casa, lo sentiva passare il giorno, quando giocava con gli altri bambini ed inciampava, perché non metteva bene a fuoco gli ostacoli. Non ne poteva più Giggino di quella bestia e si ripromise, quando fosse stato possibile, di cambiare vita, di scappare in Germania. Gli italiani andavano per la maggiore, in Germania. Erano lavoratori indefessi e si abituavano a vivere come bestie, sopportando silenziosamente il disprezzo dei tedeschi, che ancora li ritenevano dei traditori e dei voltagabbana. Trovò subito lavoro nelle acciaierie di Dusseldorf, Giggino. Pur di riuscire a comprarsi un occhio di vetro faceva due turni consecutivi da otto ore. I compagni di lavori lo consideravano una bestia. Dalla visiera del casco spuntava, accanto ad una benda nera sull’occhio, l’altro occhio come un fanale carico di rabbia. Pochi si avvicinano a Giggino e lui li ricambiava con la stessa moneta. Ma, a sera, nella sua baracca, seduto sulla branda, tirava fuori da sotto il cuscino una vecchia foto di San Leonardo, una foto scattata in un campo sulla strada per Villa Torre, dentro l’oliveto secolare di Tommaso. Anche Tommaso era emigrato, in Canada e gli aveva lasciato l’orto e l’uliveto da accudire. Giggino lo aveva fatto fino a pochi giorni prima di partire per la Germania. Giggino lavorava ormai ininterrottamente da due anni nella fonderia, per due turni al giorno, senza fare un giorno di vacanza. Fu proprio la mattina della viglia di Natale che lo vide di nuovo. Durante la fase della colata, lui e suoi compagni si apprestavano a far saltare i residui liquidi di acciaio che ostruivano la bocca dell’altoforno quando, una bolla di gas trasformò la colata in un’esplosione. Giggino udì altissimo il rantolo della bestia ed i suoi zoccoli sulla schiena. Fece appena in tempo a saltare lontano. Il getto incandescente travolse i suoi tre compagni, carbonizzandoli. Erano italiani e la tragedia non scosse più di tanto i superiori né fece interrompere la produzione. Ma Giggino si svegliò da quella trance fatta di lavorò massacrante, calore e fumo. Il giorno dopo prese la valigia e scappò in Belgio. “Vedrai, si sta bene nelle miniere” gli diceva l’amico Peppone, che ormai ci lavorava da qualche anno. Giggino fu spedito dopo qualche giorno, a trecento metri di profondità. Mentre l’ascensore veniva inghiottito dalla terra, iniziò a sentire, flebile, il sottile respiro della bestia. Non poteva essere, anche lì, lontano centinaia di km da casa, il cinghiale lo aveva trovato. Si tappò le orecchie per non sentire. Alla fioca luce della lampade dei caschi, gli operai vennero indirizzato nei culi, all’interno dei quali doveva estrarre il carbone, allungati con un piccolo trapano pneumatico in mano. Lì sotto, allungato, con centinaia di metri sopra la testa, respirando carbone e aria malata, lo sentì, il morso della bestia. Il cinghiale gli aveva afferrato le caviglie e le dilaniava. Giggino fu preso dal panico, ma così allungato, con la schiena puntata contro la roccia, poteva solo urlare di disperazione. Svenne. Si risvegliò e decise che quello non era posto per lui. Era tempo di tornare a casa, a San Leonardo.  Con i soldi racimolati, riuscì finalmente a comprare un occhio di vetro. In Abruzzo qualcosa stava cambiando. Iniziavano a sorgere le prime industrie  Giggino trovò lavoro in una fabbrica di vernici. Si facevano gli scherzi tra di loro, rendendo più leggero quel lavoro velenoso, senza maschere di protezione, senza occhiali, senza guanti. Ficcavano sotto il naso, ai malcapitati, stracci imbevuti di ammoniaca pura, senza prevedere quello che sarebbe accaduto in seguito. Lo capiva ora,  Giggino, quando si svegliava la mattina e si toglieva la maschera dell’ossigeno, quando sentiva mancare il fiato, per fare due scale, quando sveniva anche solo per stare seduto sulla tazza del cesso. Era lui ora, ad avere il rantolo della bestia, quella bestia che aveva creduto di scorgere poche volte, ma la cui presenza, avevo sentito tutta la vita. Era vecchio ormai Giggino e passava le sue giornate tra la piazzetta di San Leonardo, con gli amici e il piccolo pezzo di terra da curare, sotto alla Font’a balle. Il viso segnato dalle rughe di un respiro ormai strozzato in gola, a cercare aria in quei polmoni colabrodo. Su tutte una ruga come un nervo riottoso, gli tendeva la palpebra sotto quell’occhio di vetro, tenendolo ancora più fisso, inquietante, mentre il resto del volto si muoveva in altre direzioni. Fu così che guardò per l’ultima volta Mariano, mentre scendeva a prendere l’acqua alla fonte, con il suo trattore. Ma lì, da una siepe, Giggino non vide arrivare la bestia dalla parte dell’occhio finto e quando gli fu davanti, all’improvviso lo aggredì con la furia di un demonio che non esiste. Sbandò Giggino, cadde dal trattore ed il trattore, come un grosso cinghiale abbattuto, gli si rovesciò addosso.

Vincere un premio letterario

Ho vinto.

Non ci credevo, non l’aspettavo, non lo speravo. Chiuso in questa corteccia di amianto, appiccicata al mio cuore da anni, non facevo affidamento alcuno, sulla possibilità di vincere un premio internazionale di scrittura. La notizia è arrivata come l’agente delle riscossioni, alla porta, mentre stai pranzando. Quando è stato pronunciato il mio nome, da una giuria di scrittori e professori sconosciuti, in mezzo ad una platea di perfetti sconosciuto, ho praticato il gesto meccancio dell’alzarmi, mentre mia moglie scoppiava in lacrime. Il mio cuore era assente. Nulla. Forse conosco il perchè di tutto questo. Quando sei giovane e sperimenti le tue ali per la prima volta, tenti il volo più alto. L’atterraggio è scomposto. Molto spesso il finale è doloroso e traumatico. Tante volte ho provato le mie ali, tante volte un cacciatore, nel bosco, ha mirato al mio volo. Ora non volo più. Le mie emozioni sono chiuse nel barattolo sullo scaffale della cantina. Non è giusto, ma non posso oppormi a questo dato di fatto.

La discesa


E’ arrivata la discesa. Ripida, improvvisa, senza curve, senza spianate all’orizzonte. Il foglio è bianco, ma è la solita mano a scrivere. A riscrivere. Ancora una volta. Il demone che accompagna la mia stirpe, alita il suo fiato greve sul mio collo. Devo correre, devo correre. Nulla può essere relativo. Tutto può accadere ma, rimanere seduti, in attesa che passi un treno sulla linea ormai smantellata, è inutile. Muoversi, muoversi, senza affannarsi in efficienze, prive di efficacia. Quello che è stato non è importante, non deve esserlo. Manipolare il cadavere del rimpianto è stupido e dannoso. Ho i freni buoni per la discesa, ma la devo affrontare. Da qualche parte ci sarà pure una salita.

Chiara Jerì


Ci ho messo tempo, lo ammetto.

Ho approfittato della lunga preparazione per una gara di triathlon, caricando i brani sull’Ipod ed ascoltandoli nelle tante ore passate sulla bici. Dovevo farmi un’idea che non fosse superficiale, perché la musica ed i musicisti di queste canzoni, non sono superficiali. Poi ho pensato al mare che si vede da Livorno. Un mare diverso dall’Adriatico ed ho provato a capire come avessero fatto queste due sponde ad unirsi. Spero di aver trovato un filo comune a queste storie e di essere entrato nell’essenza di queste note, anche perché, di questi tempi, mi è difficile ascoltare musica che non abbia dentro di sé, la rabbia che non riesco ad esprimere nei confronti di tutto ciò che è esterno a me. Mi è altrettanto difficile separare questa musica dall’immagine di quello che è stato il rapporto con il compositore della maggiore parte di questi brani, rapporto che ho lasciato andare, per mia manifesta negligenza, complice un periodo di estrema superficialità. Ormai, a cose fatte, rimane la musica. 
Cambiare i luoghi della propria vita, cambiare amori ed amicizie, lasciarsi andare nella nebbia di quello che sarà, con tanto dolore ma senza rimpianti, perché i rimpianti fanno schifo, si attaccano come le zecche. Tutto questo ha sostenuto l’emergenza della ragione di questi brani. Dall’altra parte c’è una persona sensibile, con i nervi appuntiti come una matita, pronti a cogliere qualsiasi sbalzo di umore, qualsiasi cambiamento dello sguardo. Così, la sua voce non può mentire, lo senti dal tremolio delle pause, dalla voglia di piangere tenuta a stento. Raramente qualcuno ha potuto essere così partecipe di un testo, di una melodia; senti che qualcosa potrebbe spezzarsi da un momento all’altro, come se una cantante potesse fermarsi all’improvviso e registrare questa sua esitazione nei solchi di un disco. Questo a Chiara, potremmo perdonarlo, perché a volte la sua voce, ti prende alla gola, ti chiede di tenderle la mano, per tirarla fuori da quel baratro, dal quale ella tenta di uscire. C’è Genova nella mente, quelle strade arancioni di polvere, vicino al porto, dove si ammucchiano colori, volti ed odori. 
Ma c’è anche il taglio dei tramonti sul tirreno, con quegli occhi rivolti sempre agli orizzonti lontani, dove partire, significa uscire nel mare aperto, verso le terre lontane, nelle quali ognuno ha almeno desiderato scappare, per una volta. Saranno diversi gli amori sul Tirreno? E gli abbandoni? Anni fa volli fare un vicino dall’Adriatico alla costa laziale. Lo feci per il solo obiettivo di levarmi le scarpe e bagnare i piedi in un mare differente. Quella giornata significò molto per me e per quelli che erano con me. E’ vero, succedono cose straordinarie dall’altra parte del mare. 
Grazie Chiara.
Chiara Jerì – Mobile identità
Chiara Jerì e Andrea Barsali – Mezzanota

La paletta del destino

Lungo la schiena scorre lenta la goccia di sudore. L’abbiamo scampata. Adesso il piede è più pesante sull’accelleratore, ma l’ultimo chilometro è stato interminabile. Certo, andare in Facoltà con la macchina che ti ha prestato mamma dovrebbe rappresentare un’ottima alternativa all’autobus dell’Arpa, reso simile, a causa dei semafori francavillesi, ad una carovana andina con tanto di pollame sul portapacchi. Senza togliere la possibilità di farsi quei trenta km con gli Slayer a palla. Nel 1990 sono al massimo della forma, nelle vesti di metallaro truzzo e cotonato. Vado a comprare le mie scarpe da basket da Challenge che, a quei tempi, era un piccolo negozietto alle porte di Pescara. Arrivo con la mia copia di Metal Shock e chiedo alla proprietaria se ha le scarpe come quelle di Hetfield in copertina o come quelle di Steve Harris. Sono un bel grezzone. Il capello è ancora folto e mi permette qualche pettinatura hard con tanto di bigodini. L’aspetto generale è quello di un ventenne tipica preda degli spacciatori ed ambìto per la pratica della perquisizione anale da parte delle forze dell’Ordine. La macchina di mammà è una A112 elite, che sgomma anche in seconda, con due adesivoni degli Slayer e dei Gun’n’Roses, sullo sportellone posteriore. La dotazione amp è composta da una autoradio Bandrige più piccola del vano radio, la quale rimane attaccata ad esso solo per i cavi. La Radio, acquistata da tale Rosvelto (così battezzato in onore del Presidente americano), per la modica cifra di lire venticinquemila, riproduce solo audiocassette. Così, esco di casa quel pomeriggio, per andare a prendere il mio compagno di studi, Cristian. Cristian ed io ci siamo conosciuti in facoltà e condividiamo qualche lezione. Cristian è tutto il mio opposto: sempre vestito in modo adeguato, lavora già per qualche cooperativa di servizi e si sa muovere molto bene nell’ambito politico. Spesso ci troviamo a discutere per le differenze di vedute ma ,tutto sommato, siamo complementari. vado a prendere Cristian e, nell’impeto della sboronaggine, giro in Piazza Plebiscito, presso la fermata del bus, per vedere se possiamo caricare qualcun altro. Alla fermata dell’autobus troviamo Nico L., nostro amico comune. Nico è un palestrato col capello più lungo del mio ed un vistoso orecchino. Porta uno di quegli orribili spolverini tipo Raf anni 80 ma , considerando i crimini della società negli anni seguenti (vedi le versioni sado maso di Irene Pivetti) è un orrore sopportabile. La macchina, così assortita, potrebbe già costituire di per sè, oggetto di studi da parte di volanti della polizia e finanzieri travestiti da tossici. Una A112 con due capelloni ed un pseudo boss stile Al Capone, ha poche motivazioni per viaggiare lungo la costa: trasporto di carico fresco erbe ed affini, riscossione pizzo macellerie e pizzicagnoli, spedizione punitiva zingari ad importunatori sorelle. Niente di tutto questo. Tre ignari cazzoni che non hanno nulla da nascondere. Ma il destino è treccartista. Subito dopo avera caricato Nico ed ingranata la marcia, un omaccione corpulento si pianta contro il cofano anteriore dell’auto, costringendomi ad una frenata che manco Raikkonen. Trattasi di tal A. Mistror., noto tossicodipendente ortonese, a quei tempi benvoluto da tutte le questure del chietino, famigerato per il suo famelico appetito. Ero stato testimone, qualche anno prima, di una serata presso una tristissima festa dell’Unità, nella quale, piantatosi presso lo stand nel quale lavoravo, aveva ingurgitato centoventi arrosticini e cinque litri di birra. A. M. si fa un sacco di pere ed è la punta di diamante degli strafattoni ortonesi. Ora me lo trovo a sbarrarmi la strada. La A112 emette un rantolo come volesse dire: “Ejacrist!”. Senza preamboli A.M. mi dice di abbassare il finestrino e mi apostrofa con parole che sembrano più una minaccia che una supplica: “Uagliù, dovete portarmi a Pescara!”. Guardo velocemente nello specchietto retrovisore: il volto di Cristian ha lo stesso colore del suo cappotto grigio ed il cranio si è visibilmente rimpicciolito tanto che il cespo dei suoi riccioli sembra grande come il suo barboncino Popi. Non percepisco più la temperatura di Nico, seduto al mio fianco, sento solo il raschiare del suo pomo d’Adamo sulla gola, come a voler disperatamente cercare l’ultima goccia di saliva. meccanicamente, come un condannato a morte si alza, si mette dietro e lascia sedere il tossicone. Così inizia il nostro viaggio verso l’ignoto, insieme a Caronte che, a differenza di quello di Dante, lascia a me la guida verso l’Averno. Nella macchina non vola una mosca, posso percepire soltanto il respiro pesante dei miei due compagni di sventure,seduti dietro. C’è un sole nitido e lucente, ma scende il buio sui miei occhi, il buio quando vedo,ungo il rettilineo del Riccio, un posto di blocco dei caramba, con tanto di brigadiere in stivaloni mitraglia e paletta , sul ciglio della strada. Sudo come un Cristo prima che lo inchiodino. Percepisco uno strano nervosismo da parte di questo obeso Lou Reed. Si è accorto dell pattuglia ed inizia a mettersi le mani sulla faccia, tentando di aggiustarsi sul sedile, quasi volesse farsi più alto per nascondere la faccia sul bordo superiore della carrozzeria. Di colpo abbassa il parasole. E’ certo. A.M. ha qualcosa da nascondere. Due le opzioni: ho non può andare a Pescara per qualche ragione legale o deve andare a Pescara perchè deve vendere qualcosa. Ma le porte dell’inferno non sono abbastanza larghe, perchè si aprono sotto di noi, nonostante si tenti di rimanere attaccati alle maniglie della mia A112. Così, ad appena duecento metri dal caramba palettato, A.M. visibilmente bianco in volto, si gira verso di noi e con voce simile a quelle di un dottore che vi diagnostica il tumore, ci dice: “Uagliù, se ci fermano, è finita.” Anche il rombo del motore è muto, le mie orecchie sono ovattate. Guardo per inerzia lo specchietto retro e scorgo lo sguardo vitreo e perso nel vuoto dei miei fratelli di sventura, che leggono gli ultimi istanti della loro vita per bene sul ciglio della strada. Arrivo a cinque metri dalla pattuglia. Guardo una sola cosa: la paletta rossa stretta nelle mani del carabiniere, pronta ad alzarsi con gesto meccanico. Ma questo non avviene. Probabilmente qualcuno scoreggia in macchina, perchè la tensione degli orifizi si allenta di colpo. Il resto del viaggio, non lo ricordo. So solamente questo: da quel giorno, quando vedo uno strafattone sul bordo della strada, cerco di finirlo, sterzando di colpo.

I’m out of touch

Domenica di febbraio. C’è qualcosa che attrae in modo irresistibile verso il mare. E’ come se le mura di casa, l’orizzonte chiuso ti soffocassero; devi assolutamente cercare un luogo aperto alla visuale, per poter respirare. Se non vado in bici per i miei soliti allenamenti, vado al mare. Il cane mi guarda, è pronto per entrare nel furgone, lo sa che andremo in spiaggia.
 E’ strano notare la stessa ansia in lui, la stessa voglia di fare quattro passi sulla riva, la mattina presto. Non c’è nessuno. La spiaggia è ancora “fuori uso”, ad aprile ci saranno i primi preparativi per la nuova stagione. Metto in cuffia un pò di musica e passeggio guardando i primi chiarori. Questa mattina è stato diverso. Mentre ero assorto nei miei pensieri, nel succedersi dei brani in sequenza non ordinata, mi è capitato un pezzo particolare, che mi ha fatto ritornare con la mente ad un determinato periodo, un pezzo di Dayl Hall & John Oates: “Out of touch”.
 Di colpo mi sono trovato nella camera di questo mio amico quasi ventinove anni fa. Non ero solo, con me c’erano Marco, Andrea, Antonio, Eugenio. Era un momento particolare della nostra adolescenza. Vivevamo quel passaggio che precede le scelte per la vita che dovevamo vivere, dagli studi, al militare, alla possibilità di imbarcarsi, al continuare le attività di famiglia. Nella stanza c’era un Commodore 64, con il quale giocavamo a “Ghostbusters”. La grafica era terribile, ma per noi era come vivere nell’era spaziale. Era il periodo dell’Impavida pallavolo in serie A1 e delle grandi seghe sulle ragazze del paese che ci piacevano. Febbraio era anche il periodo che precedeva le gite lunghe della scuola. A tale proposito si formulavano progetti astrusi sul comportamento da adottare durante il viaggio d’istruzione. Ci dividevamo in chi aveva il motorino e chi no. Io ero posto in una via di mezzo. Avevo restaurato una Graziella, verniciandola di nero e customizzandola con il mio nome “anglofonizzato”: Jan Lucky. Ci andavo a scuola e qualche volta al mare. Era bruttissima, tanto che, una volta, la lasciai per il corso e ritornai a casa a piedi, scordandomi di lei. Me ne accorsi la mattina dopo e una volta arrivato sul posto, col timore che l’avessero rubata, la trovai appoggiata sui bidoni dell’immondizia. A quei tempi ascoltavamo di tutto: io ero quello della compagnia, dai gusti più estremi., Eugenio era il raffinato, Marco amante della musica italiana. Avevo comprato un bootleg rarissimo degli X, si chiamava “Angry young lovin'”, lo avevo passato su cassetta e lo avevo mischiato ad altre cose che non c’entravano niente tipo “Pyromania” dei Def Leppard e “Waiting for the sun” dei Doors. Eugenio era in pieno trip post Police e ci sfiatava con il primo di Sting. Chi ascoltava Sting, Sade, Lloyd Cole & The Commotions era giusto, chi come me ascoltava Accept, Ozzy Osbourne e Joy Division era un truzzone.
Proporre ad Eugenio sul suo megastereo Kyocera un lp heavy metal, era impossibile. Tuttavia adottai la tecnica dell’adattamento al nemico per potermi infiltrare nella sua retroguardaia. Lasciai i miei lp a casa sua, chiedendo di passarmeli su musicassetta e di registrarmi qualcosa della sua discografia. La strategia fu vittoriosa ed in poco tempo le barriere musicali fra noi si sgretolarono. Un altro pezzo che mi è tornato in mente è “New year’s day” degli U2, uno dei pezzi più belli della musica rock. Mi ricordo che vidi un live da Red Rocks su Rai tre, ma questo risale al 1983 circa. Li conobbi così e per delle vecchie recensioni su “Mucchio Selvaggio”.  Altre meraviglie del periodo che ho riportato alla memoria sono il Farewell Concert degli Who da Toronto e le dirette live dalla Germania di concerti heavy metal. Sempre a Febbraio la Rai tre trasmetteva esibizioni dei Judas Priest, dei Def Leppard, di Michael Schenker, degli Iron Maiden. Quello che mi colpiva di quel periodo è come già amassi trascorrere pomeriggi ancora freddi, passeggiando lungo le banchine o sulla spiaggia. Già andavo in cerca di qualcosa, non cosa, forse l’urgenza di veder cosa mi avrebbe riservato il futuro. Il ricordo che mi riempie di commozione è quello della “Roulette russa con le onde”. A volte con il mare in tempesta, le onde erano talmente alte da scavalcare il muro di protezione del molo nord. Si trattava di correre rasente al muro con la speranza di non venire beccati dall’ondata. Spesso tornavamo a casa bagnati fradici anche a dicembre. Questo mi è tornato in mente stamattina, ricordi e basta, senza nostalgia per quel periodo, perchè la nostalgia ed il rimpianto portano alla tomba. Se dovessi passare i miei quarant’anni a ricordare i miei venti, cosa farò a sessant’anni? Ricorderò di quando avevo quarant’anni e passavo il tempo a ricordare i miei venti?

L’aquilone

Era da un pò che la sentiva. Qualche volta si girava, di scatto, per vedere chi fosse. Il vuoto. Quella sensazione non lo abbandonava, si materializzava invece, in una mano stretta sulla spalla. All’inizio Nicola pensava fosse la mano amichevole di qualcuno, come un vecchio compagno che volesse sentire il suo contatto, dare il suo conforto. Invece no. Questa mano stretta sulla spalla era un freno. Dapprima, la sentiva leggermente appoggiata poi, col passare degli anni, si era fatta più pesante, più energica. La sua stretta ora si stava trasmettendo a tutto il corpo. La mattina Nicola, si alzava tentando di vincere quella forza che lo respingeva verso il basso, quasi a volerlo far rimanere seduto sul letto. Questa gravità aggiuntiva gli faceva scricchiolare le ossa, infiammare i tendini, piegare la schiena, aumentava impercettibilmente ogni giorno. Aumentava, cme il peso sui polmoni, di quelle centinaia di sigarette. Non pensava di poter arrivare a capirne la ragione. Quel mese fu tutto chiaro. Così, Nicola si sveglio quel mercoledì e mentre guidava la sua vecchia R4 sulla strada che costeggiava la marina, con la solida fredda mattina rossastra, capì: quella mano ere la verità. Inutile essere sfuggito per tutti questi anni, inutile aver pensato e fatto altro, inutile aver riempito la vita di cose, persone, lavoro. La verità era lì, un pò sopita, da questa fiumana di metabolismo portata all’eccesso. Alla fine cedette, perchè il respiro non si può trattenere così a lungo. Così la realtà si è presentata con il suo conto, dettagliato, analitico, fatto di voci chiare, senza sconti, molto salato. La verità è che per anni Nicola aveva vissuto nella provvisorietà, rimandando tutto al domani. Dai progetti di vita, alle cose materiali che spesso servono a tenere in piedi i progetti di vita, agli impegni con la società, agli impegni con gli amici, fino agli impegni con la famiglia. Se lui avesse tenuto questa condotta solo per se stesso, avrebbe creato danni esclusivamente alla sua persona, ma aveva fatto di peggio. Aveva costruito una famiglia sulla provvisorietà, sul “vedremo domani”, sul “tra qualche giorno”. Questo non era onesto.  Credeva, Nicola che il mio essere burbero potesse bastare a nascondere i suoii difetti, le sue incapacità. Probabilmente aveva tarpato le ali alla sua compagna, la quale si era affidata totalmente nelle sue mani, nella speranza di poter scappare dal suo padre padrone. All’inizio le sue parole erano piene di idee, intenzioni e progetti, anche piccoli, ma progetti. Ora non aveva il coraggio di formulare nessuna idea perchè sapeva di mentire a se stesso e a chi gli stava di fronte.Negli occhi dei suoi cari iniziava a notare i primi segni di cedimento, una timida rassegnazione per una vita che non avevano chiesto di vivere in questo modo insieme a  lui. Li vedeva, Nicola, stufi di dover sempre vivere al limite, di racimolare spiccioli anche solo per programmare una gita, di dover rimandare i sogni in un’altra stagione. Così questa mano che stringeva sempre di più la sua spalla, iniziava a fargli mancare il respiro, quando si svegliava la notte a fissare i fianchi della moglie che dormiva per non pensare troppo, quando avrebbe voluto dire qualcosa di carino, ma riusciva solo ad essere cinico, quando mi sarebbe piaciuto fare qualcosa, ma riusciva solo a dire che ormai era tardi e bisognava tornare a casa. Il telefono squillava in continuazione in ufficio, a casa e qualcuno si alzava a rispondere, a dire che non c’era, che sarebbe stato avvisato una volta tornato, una scusa per dire quello che non si era in grado di dire, che tutto era a posto, che tutto era regolare. La verità non era il suicidio, ma una lenta autodistruzione, a vincere, con un atto definitivo tutta quella provvisorietà, la verità era almeno chiedersi se tutto questo aveva avuto un senso in questi anni, solo per sentirsi vivo e dire “lo so fare”. L’unica cosa che avrebbe potuto donare Nicola, era l’unica cosa che gli rimaneva: un pò d’amore verso chi aveva avuto fiducia in lui, tanti anni fa, come quel bambino al quale teneva l’aquilone, aquilone che gli scappò di mano, finendo nel bosco vicino alla spiaggia. Ancora lo cerco quell’aquilone.

Arriverà l’estate

Arriverà di nuovo. In questo freddo tagliente, senza compromessi, chiuso nella mia giacca, mi ostino a cercare lungo la spuma lasciata dai flutti, sulla spiaggia, il segno. Si ripete il sole di taglio tra le creste del mare. Un branco di piccoli pesci, in controcorrente, sul torrente gelido dai fossi. Tuttavia il cane sembra infischiarsene. Corre tra le dune, le immondizie lasciate dal vento. Le settimane veloci, un dolore aggiunto a vecchi dolori sul corpo, un brivido di brezza più caldo e la voglia di levarsi la sciarpa. Ma gli odori no, non li sento più. Come un animale, da ragazzo, riuscivo a scorgere negli ampi respiri, gli odori delle stagioni. Dalle sterpaglie in mucchi lungo i campi, ai ceppi delle potature, alle prime fioriture lungo le strade d’aprile, conoscevo i volti delle stagioni. Il naso tra gli scogli ad aspirare il salmastro ristagnare, le tane dei granchi. L’odore di vecchio pescato tra i legni delle barche, il lezzo del bitume e della miscela tra le banchine. Ora no. Come un sipario lento, le stagioni, si chiudono al mio olfatto. Inverno, estate, primavera…forse mi è rimasto l’autunno, dove credo ogni cosa abbia inizio. Altro si chiude, mi accorgo ora, che tutto ciò mi indignava qualche anno fa e mi faceva fremere di sdegno, mi interessa in modo assai relativo. Mi arrabbiavo con chiunque avesse, a quei tempi, l’atteggiamento che ora io stesso mantengo, verso fatti e opinioni diverse. Comprendo solo adesso la vanità delle questioni, gravi per me anni or sono. Cinismo? Non credo. Rassegnazione? Forse. Ritengo più opportuno parlare di corazza, crosta, guscio. Sopravvivere è l’imperativo. Inizio a contare le stagioni dalle semine, le colture, le potature. Penso che natura non si dia pensiero per gli inutili bisticci dell’essere umano.  Inizio ad avere la stessa linearità di pensiero del mio cane: mangiare, dormire, bere, fare all’amore. Così aspetto l’estate per tornare a vedere le lucciole la notte, nell’oliveto dove porto Peppe a fare i bisogni, per veder crescere i miei pomodori e le mie zucchine nell’orto e contare il tempo in mezzo alle piante dei peperoni in fila ordinata. Arriverà l’estate, sì.

Il parente


Tutto sommato gli volevo bene. Mi piaceva, il parente. Fin da piccolo provavo una naturale attrazione per quell’uomo che faceva lo stesso mestiere di mio padre ma, a differenza di mio padre, era disposto al gioco, alla scoperta, alla stupidata. Lui, uomo di campagna, mi aprì le porte ai segreti dei boschi, degli orti, alla caccia nelle piantagioni di tabacco, alle piccole storie di quella piana sulla quale, ancora, pascolava qualche mucca ed a primavera, si potevano raccogliere asparagi selvatici. All’imbrunire, ci si arrampicava sul gelso secolare al centro dell’aia, sul quale costruivamo gabbie per i merli catturati tra le macchie di querce e ginestre. C’era sempre un trattore da cavalcare, un arnese da intagliare nel legno. Fu lui, a differenza di mio padre, a capire che mia madre era incinta di mio fratello, fu lui a stare con me, sulle rive del lago, a scoprire la quiete delle acque e la pesca delle carpe. Così mi rimase nel cuore ed in lui riposi la fiducia come testimone, durante i rituali religiosi che accompagnavano i rovelli spirituali nella tarda fanciullezza. Mi facevo intanto grande, il lavoro con mio padre mi prese. Con il parente ci vedevamo spesso, durante le feste comandate, nei fine settimana. Lui con quell’aria di padre complementare, sempre pronto al discorso, allo scherzo. Poi arrivarono i problemi. Nel suo burbero silenzio, mio padre si chiudeva, tranne che nei conviviali in cui, preda dell’alcol, si lasciava in confidenze coi parenti. Il parente sopportava, stando al gioco, praticando la nobile arte della gaiezza moderata, lasciando al mio genitore la gestione dei deliqui. In quei tempi, stando spesso a contatto con mio padre, ne condividevo le gioie, le preoccupazioni. Cresceva in me il desiderio di non lavorare  con lui, una volta laureato, a causa delle sue ire e delle sue rigidità. Cresceva anche in me l’affetto per un uomo inadeguato ai tempi, convinto che ciò che spettasse lui di diritto non doveva essere concessione. Un uomo pignolo nei conti, tanto da dover mettere in difficoltà la propria famiglia. Mio padre non mi fece mai partecipe della pericolosa china economica nella quale stava dirigendo l’intera famiglia, compromettendo anche le fortune dei suoi cari. Il parente ogni tanto si affacciava in ufficio. Mi chiedeva dei miei studi, parlavamo del lavoro, mi rendeva partecipe e quasi collega. Poi, un giorno, la fine. La rovina economica giunse. Trascinò con sé tutto: famiglia, beni e possedimenti dei cari, l’ufficio, la mia laurea, il futuro. Mi ritrovai con una tuta da pittore a decidere del mio fato. Non mi arresi. Mio padre, no. Si trascinava, masticando anatemi contro il cielo, bruciato dal fumo, a maledire tramonti e mattine senza scopo. Lui, senza denari, ad elemosinare spiccioli da una moglie che lo aveva accontentato per non sentirselo tra i piedi. Lui, ancora innamorato, schiacciato dall’indifferenza di mio fratello al quale aveva rivolto solo distratte carezze e che ora lo ripagava con tanta amarezza per aver subito creditori in casa. Rimanevo io, col quale vi erano litigi accesi e lunghi discorsi. A mio padre volevo bene, nonostante tutto. Il parente intanto, mutava i suoi atteggiamenti. Dapprima dispiaciuto, si faceva ora preoccupato, poiché i beni indivisi erano alla mercè delle banche. Emerse l’animo contadino del possesso. Nell’animo dei miei consanguinei si avvitò il sospetto di una complicità truffaldina tra padre e figlio, la quale nascondeva, secondo alcuni, fortunate accumulate in segreto per fallir fintamente senza denari. Mi accorgevo che il parente mi parlava sì, con lo stesso tono cordiale, ma questa malcelava una totale diffidenza verso le mie risposte. Si giunse al sospetto che il mio lavoro, ora umile, fosse un paravento per calmare le acque e campare in seguito, col frutto del maltolto. Sentivo alitare su di me il vento del sospetto. Avevo timore di comprare anche un paio di scarpe, affinchè non mi venisse chiesto con quali soldi. Mio padre morì. Consumato da un tumore che lui stesso aveva progettato, si spense senza affetto. Arrivai tardi in ospedale. Avrei voluto dirgli che non era solo, che non tutto il suo amore era stato sprecato. Gli mancò, in ultimo, anche la mia parola. Fu cremato, senza Dio e senza uomini. Alla fine arrivarono le carte, i bolli, i tentativi di salvataggio ed il parente divenne l’interlocutore. Avevo ancora nella mente e nel cuore la sua figura di amico, con il quale potevo aprirmi e sul quale avrei potuto contare per salvare il salvabile. Una sera, nel suo ufficio, discutevamo delle modalità di salvataggio dei beni di famiglia ed io gli parlavo di quello che facevo e del lavoro che mi ero costruito per poter far vivere dignitosamente la famiglia che nel frattempo mi ero costruito. Nei suoi occhi notai una luce diversa. Mi invitò presso una bettola sottostante il palazzo, sede del suo nuovo ufficio, palazzo che aveva da poco acquistato. Da principio non capii. Era questo un angusto locale nel quale, vi erano disposti quattro tavolacci con squallide incerate a quadri bianchi e rossi.  Alle pareti, sporche, qualche stampa ed un frigorifero di bibite in lattina. C’era un vecchio bancone che dava verso una cucina sul retro. Seduti ai tavoli, una vecchia ubriaca con il fazzoletto in testa, un barbone e due anziani che giocavano a carte. Il parente sembrava trovarsi a suo agio in questo ambiente, cercando di propugnarmi questo squallore per tipicità ed esaltandomi le qualità del mangiare e del bere. L’oste, un uomo panciuto con l’occhio iniettato dal vino cattivo, ci portò salumi formaggi ed una caraffa di rosso. Il parente divenne gioviale in modo eccessivo. Mi porse da bere ed ogni tanto mi riempiva il bicchiere incitandomi alla libagione. All’inizio fui partecipe di cotanto conviviale anche perché fui coinvolto ulteriormente nella discussione circa gli aspetti del salvataggio dei beni di famiglia. Iniziai a percepire un’aria diversa, col passare del tempo e dei bicchieri. Il parente aveva un altro progetto per me: farmi bere fino a che sciogliessi la lingua e rivelassi segreti su me e mio padre, confermando i sospetti che da tempo erano nelle corde dei miei consanguinei. Il parente, memore delle debolezze di mio padre, loquace durante i banchetti familiari, pensava lo stesso di me: un essere debole, capace di leggerezze con un bicchiere di vino in più. Non avevo nulla da nascondere, ma lui sì. Per tutti questi anni era stato un Giano mentore, un uomo apparentemente paterno. Questa consapevolezza mi chiuse la gola e mi forzò ad un gelido sorriso per il resto della serata. Uscii da quella bettola, usando la stessa falsa cortesia del parente nel saluto cordiale. Chiuso in macchina, piansi. Ero veramente solo, adesso.

I migliori chitarristi ortonesi


Di solito non parlo degli altri chitarristi. Il chitarrista non è un individuo appartenente alla categoria delle “brave persone”. Non completamente, almeno. Tutti non chitarristi, sappiamo fin dal primo giorno in cui prendiamo la chitarra in mano, che la nostra vita di axeman sarà speciale, diversa dalle altre. Le nostre certezze possono essere riassunte in vari punti fissi, come assiomi già dimostrati o dogmi non disgregabili da dubbi od incertezze.  Parlerò in prima persona e sono sicuro che molti chitarristi capiranno cosa intendo. Punto primo: sono il miglior chitarrista che ci sia in circolazione. Non importa quello che fanno gli altri, anche se sono più veloci di Malmsteen, più funambolici di Vai, più geniali di Zappa, più tecnologici di Bill Frisell, perchè io ho qualcosa di speciale anche se adesso non ho tempo di esprimere le mie potenzialità. Punto secondo: parlo bene degli altri chitarristi per cortesia ma, quando mi chiedono un parere, passo lentamente dall’elogio alla stroncatura tramite la tecnica dell’insinuazione-dubbio. Punto terzo: se vedo un chitarrista fare un assolo da manuale, sono capace di negare anche l’evidenza. Punto quarto: la chitarra che ho e l’attrezzatura che ho sono il top, anche se il mio suono è simile a quello di una canna spaccata. Ultimo punto: anche se suoniamo insieme in un apparente contesto musicalmente democratico, primo o poi alzo il volume del mio ampli e ti sotterro. Detto questo, i chitarristi non potranno mai essere amici tra loro a meno che uno dei due non decida di cambiare strumento. Così per stilare la classifica di quelli che reputo essere i migliori chitarristi oggi in circolazione ad Ortona, devo effettuare un’operazione molto semplice: escludere totalmente che io sia un chitarrista. Potrebbe anche essere plausibile, dato che la mia chitarra ha iniziato, negli ultimi anni e specialmente negli ultimi mesi, a prendere sempre più polvere sopra al treppiedi.
Prima di iniziare vorrei specificare che per me un chitarrista è bravo quando può avere una delle seguenti qualità oppure le stesse qualità combinate in varie maniere: tecnica, suono, idee, sensibilità, adattabilità, cultura dello strumento, cultura musicale trasportata in musica, creatività, presenza scenica.
Inizierei da quelli più “anziani” in attività’. Tre sono per me i senatori della chitarra ortonese: SergioCivitarese, Walter Saba e Sauro Grumelli. Del primo posso solo menzionare l’enorme conoscenza del repertorio rock. Con Sergio si può suonare tutto dal 1980 in giù. Una cultura enciclopedica, una sicurezza per gli altri musicisti. Questo è un chitarrista che ti para il culo in ogni occasione. Walter Saba è il chitarrista dell’imprevedibile: dotato di gusto raffinato nei solo melodici e capace di affrontare brani senza conoscerli. Walter è il chitarrista delle jam. Puoi accennare un motivo improvvisato e Walter ti segue, solo guardando il cambiamento delle espressioni sul tuo viso. Instancabile guitar barman. Sauro è un Neil Young dal suono secco definito a tratti nervoso, dall’accordo calibrato e cristallino. Sauro è il chitarrista – impressionista.
Arriviamo velocemente al quartetto dei master: Cesare Paolini, Francesco Olivieri , Augusto Miccoli e Nico Marino. Cesare è rock italiano, per eccellenza. Potrebbe essere un Dodi Battaglia, un Poggipollini ,un Solieri, ma è un accademico della chitarra acustica con grande conoscenza dei brani. A tratti imprevedibile, riesce sempre a darti l’accordo migliore nelle trasposizioni. Francesco Olivieri è la chitarra moderna per eccellenza. Grande esecutore di Satriani, Vai e Van Halen, ha una collezione incredibile di chitarre che riesce scambiare con altri maniaci a gran velocità. Grandi capacità didattiche lo rendono perfetto per l’insegnamento ai ragazzi. I suoi alunni raggiungono ottimi risultati in poco tempo. Non ama i vecchi chitarristi e la chitarra suonata con le dita. Augusto Miccoli è il chitarrista completo. Riesce a passare dall’heavy metal alla musica napoletana, al jazz, cambiando strumento, suono e tecniche in poco tempo. Per Nico Marino il discorso potrebbe essere simile a quello di Augusto anche se Nico predilige molto la personalizzazione di brani conosciuti, utilizzando strumenti acustici o classici. Ottimo gusto nei solo.
Arriviamo agli junior: Alberto Soraci, Leonardo Antonelli, Lorenzo Di Deo e Angelo Di Nunzio.
Alberto è il talento per eccellenza. Polistrumentista, arrangiatore. Sta scoprendo le delizie del lap steel. Uscito come Leonardo e Lorenzo, dalla scuola di Francesco Olivieri, ha completato il repertorio chitarristico grazie ad altri modelli di riferimento, tra questi Knopfler o Landreth. Stesso discorso per Leonardo Antonelli, con l’aggiunta di una maggiore cattiveria e velocità in alcuno solo. Per Lorenzo vale il discorso dei primi due anche se il ragazzo sta scoprendo una dimensione più intimista della chitarra. Questo è un aspetto che lo rende molto simile a me, per certi versi. Angelo ha il dono di essere rigoroso nel cercare le sonorità adatte al genere musicale che ama di più: il rock anni ’60/70. E’ un chitarrista essenziale , dotato di buon gusto. Oltre al rock ha un progetto parallelo nel quale esplica la sua fertilissima vena reativa ed è conosciuto anche fuori Abruzzo. E’ un piacere suonare con lui.
Ok spero di non aver fatto torto a nessuno, oppure no?
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