Franco Zaio, solo tu potrai capire il Lebowski dentro di noi

Niente da fare. R. getta disperato la fronte sul volante. L’ennesimo tentativo. Il furgone non parte. Nel silenzio della notte, solo il rantolo di un motore imballato viene restituito dai ripidi versanti di roccia della gola nella quale siamo chiusi da ore. Sinceramente, non ci aspettavamo un epilogo così tragico di queste due giornate, ma il peggio è accaduto. Mi giro, verso la vecchia Ford, nella quale mia moglie e W. Si battono le braccia sul petto per darsi un po’ di calore. Fuori ci sono tredici gradi sotto zero. “Li muorte di’Criste!” Bestemmia R., mentre la sua voce si perde lungo la pietra. Non parte, non parte, il diesel è ghiacciato. Inutile tentare ancora. Non passa nessuno. Non passerà nessuno. Non può passare nessuno alle 4 di mattina del 1° Gennaio 2000. Non passerà nessuno nel primo giorno del primo anno del terzo millennio Dopo Cristo. “Mannaggiasanda!”. Se ora ci vedesse un satellite dall’alto di questo cielo, terso, senza una nube, trasmetterebbe lo svolgersi di questa tragicommedia che neanche i fratelli Cohen, neanche i Monthy Piton, neanche Villaggio… E pensare che tutto era iniziato nel migliore dei modi.

Riusciamo ad ottenere la possibilità di suonare durante le celebrazioni del capodanno. Di solito il musicista non definisce la sua carriera solo in base al successo che viene decretato dal pubblico, ma anche dagli eventi base ai quali è tenuto a partecipare, per avere il titolo di “uno che ha fatto la gavetta”. Così io il Deg e Di Tokio, riusciamo a passare i tanti esami dell’artista acciaccatutto, grazie alle esibizioni live nei più disparati contesti: si va dalla Festa della Lega Navale, al matrimonio con rito civile, alle feste di partiti della prima e seconda Repubblica fino all’intervallo musicale tra uno spettacolo porno fist fucking e l’altro, con tanto di mixer montato vicino al tavolino con falli in gomma di varie misure. Leggende metropolitani si vanno così, ad accumulare nel sottoscala dei nostri ricordi. Tra i must del gavettaro c’è indubbiamente il “suonare a Capodanno”. Per l’occasione si assemblano formazioni musicali variamente assortite. Nella band di solito, al musicista di professione si affiancano strimpellatori per necessità e vecchi amici messi lì a fare presenza, con il volume dello strumento rigorosamente a zero. Arriva così il gran giorno. Il nostro Manager Alessandro ci segnala per la serata di capodanno 99/2000 presso un noto locale a Scanno, dove si terrà una megafesta di fine anno e dove non ci sono particolari esigenze danzerecce. Stiliamo quindi un repertorio misto tra successi pop del periodo e sempreverdi brani rock.  Per arrivare a Scanno, si prende l’A24 e si esce a Cocullo ( nota per la processione dei serpari). Si passa quindi per Anversa degli Abruzzi e, attraverso le inquietanti Gole del Sagittario, si arriva a Scanno. Avendo un po’ di parenti ad Anversa, riesco ad ottenere da parte di un cugino di mammà, l’utilizzo di un paio di stanze che potranno essere utili per riposare, quando torneremo dalla serata e per non fare tutta una tirata fino ad Ortona. Partiamo il pomeriggio. Deg si fa prestare il furgone dallo zio che ha un’attività sotto il porto.  Deg fa il pieno presso il distributore sulla banchina, lo stesso dove i pescherecci si riforniscono per le loro battute si pesca. Errore fatale. Dopo aver caricato gli strumento partiamo alla volta di Anversa. Arrivati, giretto per il paese, incontro con il lontano cugino, accesso all’abitazione, accensione riscaldamento, rilascio chiavi, saluti e baci. Partenza alla volta di Scanno. Le gole del Sagittario sono uno stretto budello scavato nella roccia, nel quale si snoda una piccola strada asfaltata carrabile quasi come quelle andine.  Passando sotto la diga del lago arriviamo a destinazione presso il locale dell’Evento. La sera è limpida ma già fredda e questo potrebbe destare non poca preoccupazione se non fossimo affaccendati con l’attrezzatura. Dopo il cenone si attacca. Della serata, dal punto di vista musicale, non ho un gran ricordo. Forse una versione di “Back in Black” abbastanza squallida ed un “Flaca” ripetuta almeno 3 o 4 volte. Già dal primo pit stop, la temperatura si aggira intorno ai cinque gradi sotto zero. Dopo il tanto temuto passaggio del millennio, così carico di profezie nefaste che manco Umberto Eco, suoniamo fino alle tre. Pagamento cachet, saluti, baci e partenza alla volta di Anversa dove, una casa ben riscaldata, ci aspetta per farci godere un meritato riposo. Io e la mia signora andiamo avanti mentre il DEg e W. Ci seguono con il furgone a due tre minuti di distanza. Di Tokio invece, è partito prima con la sua vecchia Peugeot a recuperare la sua consorte russa, in un locale della costa dove si esibisce. Costeggio lentamente il lago. Il cielo è terso, la strada è ghiacciata, ci sono tredici gradi sottozero. La notte è assolutamente silenziosa. Al di fuori del rumore della nostra auto. Sul lato della carreggiata ci sono due auto ferme, in panne. Non possiamo aiutarli, anzi, quasi ci viene da ridere. Non sappiamo cosa ci aspetta. Mentre scendiamo oltre la diga, uno squillo al cellulare. Il Deg. “Giallù, il furgone non cammina! Pare che vada a tre cilindri!” Spinto fino ad adesso da una leggera discesa, il Ducato ci è stato dietro anche se distante. Ora è fermo al lato della strada ed a nulla valgono i tentativi di rianimarlo. Intanto la temperatura nell’abitacolo scende. Dopo un’ora siamo qui, in quattro, al centro d’Italia, che poi per gli italiani sarebbe il centro del mondo, al freddo, nella notte tra un millennio e l’altro, alle quattro del mattino, senza un’anima, con la possibilità che qualche branco di lupi del vicino Parco Nazionale ci sbranino, con una casa non molto distante che ci aspetta , calda ed  accogliente e non possiamo fare nulla per cambiare la nostra situazione. Alte si levano bestemmie d’Ognissanti. Riemergono vecchi rancori tra musicisti. Tutti maledicono tutti, il freddo obnubila le menti, si cerca di menar le mani, si rimpiange di aver imparato lo strumento, si impreca il divino immacolato cuore della divinità madre, si giura al cielo, etrna vendetta agli dei immortali. Solo la mia vecchia ford, a benzina riesce a fare spola tra Anversa ed il luogo del delitto. Al mattino, un benzinaio crumiro, con l’alito di stracotti all’aglio e spumanti dolci, ci vende a caro prezzo un litro di verde. Deposto il sacro liquido nel serbatoio del cassone morente, avviene il miracolo sotto il sole del primo gennaio. Una botta di vita. Parte il furgone ma ormai tutto è perduto: amici, felicità, riposo, possibilità del paradiso dopo la morte.

Appunti per il Capodanno definitivo


Niente da fare. R. getta disperato la fronte sul volante. L’ennesimo tentativo. Il furgone non parte. Nel silenzio della notte, solo il rantolo di un motore imballato viene restituito dai ripidi versanti di roccia della gola nella quale siamo chiusi da ore. Sinceramente, non ci aspettavamo un epilogo così tragico di queste due giornate, ma il peggio è accaduto. Mi giro, verso la vecchia Ford, nella quale mia moglie e W. Si battono le braccia sul petto per darsi un po’ di calore. Fuori ci sono tredici gradi sotto zero. “Li muorte di’Criste!” Bestemmia R., mentre la sua voce si perde lungo la pietra. Non parte, non parte, il diesel è ghiacciato. Inutile tentare ancora. Non passa nessuno. Non passerà nessuno. Non può passare nessuno alle 4 di mattina del 1° Gennaio 2000. Non passerà nessuno nel primo giorno del primo anno del terzo millennio Dopo Cristo. “Mannaggiasanda!”. Se ora ci vedesse un satellite dall’alto di questo cielo, terso, senza una nube, trasmetterebbe lo svolgersi di questa tragicommedia che neanche i fratelli Cohen, neanche i Monthy Piton, neanche Villaggio… E pensare che tutto era iniziato nel migliore dei modi.

Riusciamo ad ottenere la possibilità di suonare durante le celebrazioni del capodanno. Di solito il musicista non definisce la sua carriera solo in base al successo che viene decretato dal pubblico, ma anche dagli eventi base ai quali è tenuto a partecipare, per avere il titolo di “uno che ha fatto la gavetta”. Così io il Deg e Di Tokio, riusciamo a passare i tanti esami dell’artista acciaccatutto, grazie alle esibizioni live nei più disparati contesti: si va dalla Festa della Lega Navale, al matrimonio con rito civile, alle feste di partiti della prima e seconda Repubblica fino all’intervallo musicale tra uno spettacolo porno fist fucking e l’altro, con tanto di mixer montato vicino al tavolino con falli in gomma di varie misure. Leggende metropolitani si vanno così, ad accumulare nel sottoscala dei nostri ricordi. Tra i must del gavettaro c’è indubbiamente il “suonare a Capodanno”. Per l’occasione si assemblano formazioni musicali variamente assortite. Nella band di solito, al musicista di professione si affiancano strimpellatori per necessità e vecchi amici messi lì a fare presenza, con il volume dello strumento rigorosamente a zero. Arriva così il gran giorno. Il nostro Manager Alessandro ci segnala per la serata di capodanno 99/2000 presso un noto locale a Scanno, dove si terrà una megafesta di fine anno e dove non ci sono particolari esigenze danzerecce. Stiliamo quindi un repertorio misto tra successi pop del periodo e sempreverdi brani rock.  Per arrivare a Scanno, si prende l’A24 e si esce a Cocullo ( nota per la processione dei serpari). Si passa quindi per Anversa degli Abruzzi e, attraverso le inquietanti Gole del Sagittario, si arriva a Scanno. Avendo un po’ di parenti ad Anversa, riesco ad ottenere da parte di un cugino di mammà, l’utilizzo di un paio di stanze che potranno essere utili per riposare, quando torneremo dalla serata e per non fare tutta una tirata fino ad Ortona. Partiamo il pomeriggio. Deg si fa prestare il furgone dallo zio che ha un’attività sotto il porto.  Deg fa il pieno presso il distributore sulla banchina, lo stesso dove i pescherecci si riforniscono per le loro battute si pesca. Errore fatale. Dopo aver caricato gli strumento partiamo alla volta di Anversa. Arrivati, giretto per il paese, incontro con il lontano cugino, accesso all’abitazione, accensione riscaldamento, rilascio chiavi, saluti e baci. Partenza alla volta di Scanno. Le gole del Sagittario sono uno stretto budello scavato nella roccia, nel quale si snoda una piccola strada asfaltata carrabile quasi come quelle andine.  Passando sotto la diga del lago arriviamo a destinazione presso il locale dell’Evento. La sera è limpida ma già fredda e questo potrebbe destare non poca preoccupazione se non fossimo affaccendati con l’attrezzatura. Dopo il cenone si attacca. Della serata, dal punto di vista musicale, non ho un gran ricordo. Forse una versione di “Back in Black” abbastanza squallida ed un “Flaca” ripetuta almeno 3 o 4 volte. Già dal primo pit stop, la temperatura si aggira intorno ai cinque gradi sotto zero. Dopo il tanto temuto passaggio del millennio, così carico di profezie nefaste che manco Umberto Eco, suoniamo fino alle tre. Pagamento cachet, saluti, baci e partenza alla volta di Anversa dove, una casa ben riscaldata, ci aspetta per farci godere un meritato riposo. Io e la mia signora andiamo avanti mentre il DEg e W. Ci seguono con il furgone a due tre minuti di distanza. Di Tokio invece, è partito prima con la sua vecchia Peugeot a recuperare la sua consorte russa, in un locale della costa dove si esibisce. Costeggio lentamente il lago. Il cielo è terso, la strada è ghiacciata, ci sono tredici gradi sottozero. La notte è assolutamente silenziosa. Al di fuori del rumore della nostra auto. Sul lato della carreggiata ci sono due auto ferme, in panne. Non possiamo aiutarli, anzi, quasi ci viene da ridere. Non sappiamo cosa ci aspetta. Mentre scendiamo oltre la diga, uno squillo al cellulare. Il Deg. “Giallù, il furgone non cammina! Pare che vada a tre cilindri!” Spinto fino ad adesso da una leggera discesa, il Ducato ci è stato dietro anche se distante. Ora è fermo al lato della strada ed a nulla valgono i tentativi di rianimarlo. Intanto la temperatura nell’abitacolo scende. Dopo un’ora siamo qui, in quattro, al centro d’Italia, che poi per gli italiani sarebbe il centro del mondo, al freddo, nella notte tra un millennio e l’altro, alle quattro del mattino, senza un’anima, con la possibilità che qualche branco di lupi del vicino Parco Nazionale ci sbranino, con una casa non molto distante che ci aspetta , calda ed  accogliente e non possiamo fare nulla per cambiare la nostra situazione. Alte si levano bestemmie d’Ognissanti. Riemergono vecchi rancori tra musicisti. Tutti maledicono tutti, il freddo obnubila le menti, si cerca di menar le mani, si rimpiange di aver imparato lo strumento, si impreca il divino immacolato cuore della divinità madre, si giura al cielo, etrna vendetta agli dei immortali. Solo la mia vecchia ford, a benzina riesce a fare spola tra Anversa ed il luogo del delitto. Al mattino, un benzinaio crumiro, con l’alito di stracotti all’aglio e spumanti dolci, ci vende a caro prezzo un litro di verde. Deposto il sacro liquido nel serbatoio del cassone morente, avviene il miracolo sotto il sole del primo gennaio. Una botta di vita. Parte il furgone ma ormai tutto è perduto: amici, felicità, riposo, possibilità del paradiso dopo la morte.

Il Nulla che avanza


Credevamo altro noi, per questo duemiladodici. Credevamo che sarebbe cambiato qualcosa. Piccole cose, per noi, che avevamo ormai abbandonato le illusioni negli scaffali della cantina.  Immersi nel cinismo di chi ha perso per molti anni le battaglie combattute a viso aperto, abbiamo avuto la necessità di voltare la pagina delle nostre storie. Non si trattava di grandi storie, ma della vita di ognuno, in un piccolo posto come Ortona. Eravamo coscienti, in tutta onestà, dell’impossibilità di una svolta politica radicale, ma credevamo si potesse, a piccoli passi iniziare il cammino “culturale” che mancava in città ormai da molti anni. La passata amministrazione appariva, alla luce delle nuove speranze, complice di un ventennio di luce soffusa, eccetto qualche raro tentativo da parte di pochi. Mancava una visione generale che spaziasse con metodo interdisciplinare tra le varie istanze portate avanti dai giovani, dalle associazioni, dai movimenti artistici. Tutto ciò era soffocato da una gestione spesso affidata ad individui che avevano fatto tabula rasa delle precedenti esperienze, senza approfondire gli argomenti, ma rimanendo alla “copertina dei libri”. Molte cose erano state fatte, in ogni caso, da chi sperava, un giorno, potessero essere consacrate dal crisma dell’ufficialità. Così, con rinnovato entusiasmo, qualcuno si è gettato in una campagna elettorale con tutto il suo animo.  Non il sottoscritto. Come un funesto indovino, conoscendo la natura umana, avevo già predetto fato ben diverso a smorzare primaverili entusiasmi. La realtà si è rivelata peggiore delle previsioni. L’apparato amministrativo gestito in modo familistico, l’evanescente figura del sindaco, ma soprattutto la figura dell’assessore alla cultura, hanno rappresentato motivo di grande delusione. Molti sono di nuovi atterrati sul pianeta, dai loro voli pindarici. Il silenzio fragoroso sulle critiche più che legittime, presagisce ad una nuova stagione degli orrori. Qui da noi, più che in ogni altro paese, una maggioranza di centro sinistra, dove c’è anche un consigliere del SEL, vi sono due consiglieri di centro destra ed un assessore alla cultura ammiratore di un noto politico di estrema destra, colluso con gli stragisti ed i golpisti. Forse Ortona è proprio questa. E’ difficile accettarlo, ma è così.

Natura morta

La giornata non ha avuto mezzi termini. Sono uscito, grazie al cambio d’ora, prima del dovuto. Sulla spiaggia, deserta fotografia di un film di Antonioni, l’aria ancora tiepida mi entrava nella felpa. Peppe era contento come può esserlo un cane che vede davanti a sè una distesa dove correre e cagare a volontà. Nelle cuffie “Le clochard” dei Focus sembrava accompagnare il movimento del mare. Speravo, come al solito tento da anni, di incontrare sulla riva, in quel punto dove l’onda si ferma sulla sabbia e torna indietro, lasciando un’impronta lucida per un istante, i miei fantasmi. Sono convinto che in quel luogo si possano incontrare i demoni malvagi o buoni non importa, i quali ti sussurrino ciò che vuoi ascoltare o che temi. Anche oggi niente. All’improvviso, dai lati del fosso Saraceni, una lama di vento freddo, senza se, senza esitazione, ha cambiato le sorti del giorno e della stagione. E’ l’aria che porta l’umido del fosso, l’odore degli sterpi secchi e dei torrenti fangosi. Lì, in quella natura morta, di canne e tronchi sulla sabbia, è iniziata la fine di quest’anno. Mi sono seduto sull’ultima sdraio, dimenticata da Roberto, aperta, sotto un capanno, a fissare giù, a sud, dove ritengo possa trovarsi la verità che ora non comprendo. Non ancora.

Vadano in culo gli Zeppelin

E’ accaduto. Dopo tre anni di ripensamenti, abbandoni, riprese, ho finalmente mandato affanculo Zeppelin e dintorni. Non l’ho fatto con cattiveria ma con la consapevolezza di chi, dopo aver masticato il cosiddetto “rock classico” per anni, non può passare il resto della sua vita a manipolare cadaveri. Ho conosciuto persone capaci di vivere, già avanti con gli anni, solo per il ricordo di quello che fu e coltivare questi frammenti di memoria come l’ambrosia degli dei immortali a coprire tutto il nuovo che si  presentava loro sotto il naso. Sono questi i nostalgici degli anni  ’60, dei ’70, degli ’80. Non ho mai visto in loro un barlume di curiosità per il nuovo, per l’inatteso, ma sempre un continuo rifugiarsi negli assoli di Gilmour o nell’inno americano di Hendrix a Woodstock. Alcuni a fantasticare della vita “libera” degli hippie, altri a glorificare le pistole cariche di Cobain. Ho deciso: è stato bello ma ora basta. Metto nella cantina della memoria il vecchio e vado avanti. Lo devo fare perchè questo essere “fedeli ai classici” mi ha fatto perdere il treno dei chitarristi. Mi sono reso conto che il mio modo di suonare non è solo superato, è inadeguato. Oggi la tecnica si è molto sviluppata, non in termini di velocità o funambolismo, ma dal punto di vista della cura nello studio dello strumento. Ancorandomi al mestiere di chi suona da tanti anni, mi sono illuso di poter ricavare un posto speciale nella piccola cerchia dei musicisti locali ed ho dovuto constatare la mia incapacità di competere perfino con i quindicenni. Sono stati belli questi 32 anni passati con la chitarra, ma ho capito che posso avere solo un posto rigidamente definito nel settore, non posso pretendere di più. Penso che questo mio limite sia proprio colpa dell’attaccamento al “vecchio stile”, un attaccamento ostinato e talvolta stupido. Non voglio più sentire parlare di “era meglio prima”, non si può morire di nostalgia, almeno io no.

44

Non mi aspettavo il 2012. Non lo aspettavo per quello che è accaduto. Un meccanismo si è messo in funzione. La macchina definitiva, quella che aziona la seconda parte della vita, quella che viaggia sul rettilineo prima della discesa. Ora vedo l’orizzonte, senza monti, senza pendii, senza le ripide salite. C’è una pianura ondulata, disegnata da arbusti solitari, immersa in una continua attesa dell’alba. E questo la prima tappa del viaggio che terminerà all’inizio del declivio che mi porterà dentro il buio. Allora, sul bordo, prima di iniziare a scendere, mi volterò un attimo indietro, senza il rimpianto, senza nostalgie. Ora il caso mi ha offerto di rivivere il mio corpo, come quando, tanti anni fa, sapevo fare, per la strada, sulle rocce, nelle nebbie d’inverno. Quest’anno ho portato a termine due triathlon medi, un triathlon olimpico, un triathlon over olimpico e due duathlon classici, oltre ad una nuotata di fondo. Non avrei scommesso un centesimo anni fa sulle possibilità di riuscire. Il mio lavoro mi ha permesso di capire quello che so fare e quanto abbia imparato dai miei errori. Riesco a lavorare il legno, il ferro, la pietra, con semplicità. Posso montare congegni, risolvere problemi pratici a dispetto degli anatemi lanciati dai miei avi circa l’inettitudine della nostra stirpe a lavori manuali. Posso litigare con una persona. Non ci sarei mai riuscito prima. Posso chiedere scusa ad una persona. Non ci sarei mai riuscito prima. Ho eliminato dai miei pensieri problemi che non posso risolvere. Posso finalmente archiviare quaranta anni di musica rock, archiviando anche tutti quelli che ancora ascoltano gli Zeppelin. Ho rinunciato a bere vino, ho rinunciato agli insaccati, ho rinunciato ai fritti, ho rinunciato al Dio degli eserciti. Ho imparato a scrivere in maniera mediocre, in modo da essere comprensibile a tutti ma soprattutto, sono guarito dalla malattia del leggere. Senza libri si sopravvive, si sopravvive specialmente oggi, perchè leggere fa male, fa venire gli scrupoli, fa prevalere i rimorsi, i dubbi. Leggere è dannoso, può rovinare la vita. Spero di essere guarito. Si, ora mi sento splendidamente stupido…

Quello che non è stato

Sono riuscito, dopo vari tentativi, ad inziare un lungo lavoro di passaggio della musica che ho composto, dal mio vecchio multitracce Fostex x-28h, al cubase che ho installato sul computer. Il lavoro è molto lungo e la sequenza dei brani, va da fine 1987 fino alla settimana scorsa. Se si esclude il mio disco uscito nel 2007, tutti i brani sono inediti e raramente suonati dal vivo. Le prime realizzazioni le ho registrate utilizzando il metodo dei registratori ” a cascata”. La qualità sonora è terribile e sicuramente il riportarli in digitale non contribuirà alla loro rianimazione. Tuttavia questa operazione che è sempre risultata laboriosa e che è stata tentata negli anni, con molta faticosa e poca soddisfazione, potrà farmi capire quello che è stata la mia vita musicale in questo quarto di secolo. Ho sempre pensato alla chitarra come ad uno strumento per creare. La prima cosa che feci, la sera antecedente la prima lezione di chitarra della mia vita, avendo una chitarra prestata da un vicino, fu quella di registrare delle cose con un vecchio Hitachi mono, inventando delle sequenza su singole corde ( siamo nel dicembre del 1981). Durante i primi anni di studio, raramente mi capitava di passare il tempo suonando brani di autori conosciuti. Quello che mi interessava era inventare arpeggi, melodie, giri di accordi. Spesso mi veniva chiesto di portare la chitarra nelle feste tra ragazzi e a queste richieste opponevo un cortese rifiuto: non avrei saputo riprodurre alcun brano di Battisti, dei Pink Floyd o di De Andrè. Ho seguito l’iter contrario a quello dei chitarristi adolescenti: suonare per acchiappare. Ho iniziato a sviluppare la dimensione della chitarra come momento per dialogare con me stesso lasciando gli altri fuori. Così questi brani hanno rappresentato emozioni speranze, amarezze, tentativi, ricerche, progetti che hanno scritto la mia storia. Non mi importa se questa storia non mi ha visto diventare famoso, ma è la mia storia. Ora è il giudizio su me stesso quello che conta: ascoltare per capire cosa avrebbe potuto essere e non è stato. Non so se questo giudizio lo possa dare solo io; in ogni caso sto mettendo nero su bianco la quantità elefantiaca di brani di musica acustica, brani cantati, bozze di brani elettrici compiuti con testo ed arrangiamenti, brani nper spettacoli teatrali, interi albun fatti per scherzare con gli amici, registrazioni live irripetibili, registrazioni con band che mai più torneranno insieme e di band che non avrebbero mai pensato di tornare insieme. Quello che non è stato forse non lo capirò mai, ma quello che è stato è qui e lo sto ascoltando ora.

Fenomenologia del Sig. Peppe


Signor Peppe è un uomo anziano travestito da cane. Rare volte ho potuto scorgere nello sguardo di un quadrupede una espressività simile a quella di un vecchio seduto alla panchina del parco. Sig. Peppe già ha organizzato la sua giornata; sa quello che vuole e quando lo vuole.
Sveglia ore 6,35: Sig. Peppe si lamenta dal fondo delle scale a causa della vescica piena. Guai a non accontentarlo, la farebbe in cucina.
Ore 6,40: Sig. Peppe, una volta aperto il cancelletto che gli impedisce di venire a dormire insieme a noi, sale nella zona notte e ad un mio cenno, si reca presso la padrona, ficcando il naso sotto le lenzuola. Simpatici effetti si possono ottenere quando, a causa della sua coda che l’allevatore ha avuto il buon gusto di non tagliare, scodinzolando, suona la chitarra che si trova appoggiata al muro, accanto al letto.
Ore 6,45: Sig. Peppe si indirizza verso il magazzino ove il padrone, calzati gli stivali di gomma onde evitare di bagnarsi per la uazza mattutina di campagna, appronta il guinzaglio più simile ad una gomena di veliero che ad un arnese per tener fermo un cane.
Ore 6,47: Primo incontro del Sig. Peppe con il suo acerrimo nemico: un gatto bianco e nero, perfetta copia di Gatto Silvestro. Se il sottoscritto non è attento, ne consegue una lussazione della spalla.
Ore 6,50: in prossimità dell’oliveto secolare, Sig. Peppe ha l’incontro con il secondo acerrimo nemico: un gatto nero che sosta tra le fratte e che fugge lasciando una traccia la quale provoca sul cane il risveglio dell’animo cacciatore (prime minzioni sul percorso)
Ore 7,00: atto grande del Sig. Peppe su zona di preferenza e tentativo di fare colazione con il resto delle olive cadute dagli alberi.
Ore 7,05: Seconda passata di saluti ai familiari e grandi aspettative per la colazione canina:
mattinata: tempo libero affacciato alla finestra su due zampe(giuro!), relax, gioco con i presenti a casa e furto di indumenti intimi sporchi dal cesto della biancheria.
Nel caso si trattasse di domenica mattina: passeggiata con extra trail sulla spiaggia, dove Sig. Peppe si lancia in corse forsennate e produce quintali di sterco che una mucca maremmana impallidirebbe. Momenti di empatia con cani e gente che cammina. Allenamento con lancio del bastone e riporto in puro stile filmetto americano di Walt Disney.
Ore 13,00: Sig. Peppe saluta calorosamente i familiari arrivati per il pranzo e si affaccia di nuovo al balcone del soggiorno, per dissuadere venditori ambulanti di colore che suonano alla porta.
Ore 13,05: Elemosina intorno al tavolo con sguardo rubato ai bambini di “we are the world”, frequenti posizionamenti del muso questuante sulle cosce e occhio da mendicante.
Ore13,30: seconda passata nell’oliveto, previa richiesta del servizio tramite l’appoggio della zampa sulla coscia del padrone
Ore14,30: riposo e meditazione
Ore18,30: Sig. Peppe saluta i presenti ed i convenuti e subito richiede con vigore l’accompagnamento al fine di svuotare le viscere.
Ore 19,00: Grattata sotto il muso o gioco con lotta e finti morsi, simpatico effetto trottola, girando su se stesso. Piccoli ruggiti di piacere
Ore 20,30: altra elemosina intorno al tavolo
Ore 22,00: Uscita notturna e svuotamento soporifero.
Ore 23,30: eventuale ultima uscita veloce, su richiesta esplicita del Sig. Peppe, per pisciatina di sicurezza.
Ore 24,00: grattatina e saluti sulla brandina.

Questo programma è molto simile ad un orario di un qualsiasi ospizio, tranne i bisogni, che gli anziani purtroppo, sono costretti a farsi addosso.

Tirarmi per la giacca

Non ho mai pensato di essere indispensabile per cambiare il destino di Ortona. Ho un “valore elettorale” risibile, potendo contare su un bacino di elettori, oscillante tra il numero dieci ed il numero diciannove; sarei ridicolo se dovessi mercanteggiare favori o titoli in cambio di voti ed è una cosa che non ho mai fatto, per abitudine. Non capisco, quindi l’interessamento di molti pezzi da novanta della politica ortonese nei miei confronti. Siamo evidentemente di fronte ad un grosso equivoco: il fatto di scrivere cose più o meno condivisibili sulle pagine di un periodico locale, ha creato intorno a me un’aura di autorevolezza, la quale aura si dilata in maniera direttamente proporzionale al mio volere essere fuori da qualsiasi scelta di campo. Ho amici e conoscenti in tutte le fazioni politiche e questo, non per opportunismo, ma perchè valuto sempre le ragioni delle scelte altrui e lo faccio per capire le mie. Ho sempre avuto “il dubbio” come motore per demolire e ricostruire le mie convinzioni e questo può essere fatto solo ascoltando chi la pensa diversamente da sè. Mi lusinga il fatto di essere contattato da “notabili” della politica ortonese, ma allo stesso tempo la cosa mi preoccupa perchè vuol dire che queste persone non conosco la mia verità e la mia verità

è che io sono inaffidabile. Sono inaffidabile perchè vivo nel mio mondo, un mondo fatto di interessi che mi fanno sentire vivo. Questi interessi sono: la grande avventura della famiglia, lo sport, la musica, passeggiare col cane, leggere un buon libro, cercare di essere onesto con i miei clienti e dir loro sempre la verità, coltivare l’orto, realizzare oggetti nel mio laboratorio – magazzino,registrare ricordi tipo bei tramonti o albe in mezzo ad un oliveto secolare, cercare di andare in culo al fisco e guardare da lontano un paese che non mi è mai entrato nel cuore a causa dei suoi abitanti. Questi sono i miei interessi e chi pensa che io abbia premura per le sorti della nostra comunità sbaglia di grosso. Ho passato troppi anni in mezzo agli ortonesi tanto da apprezzare di loro esclusivamente la possibilità di passeggiare affacciandosi dall’Orientale. Chi ha governato Ortona negli ultimi vent’anni ha causato il mio distacco definitivo della mia persona dalle cose di Ortona. Se gli amministratori di questo paese “rappresentano” i cittadini che governano, c’è poco da stare allegri. Per questo, alcuni, come a volermi rendere partecipe di un nuovo saccheggio, tentano di “tirarmi per la giacca”. Mi dispiace, il futuro che tanto mi sbandierano sotto il naso, è altrove nella mia mente.

La cravatta

Non so spiegare perchè accade. Ho la malattia dei ricordi e so che questo mi porterà, con il passare del tempo, in una sorta di monomania nella quale rifugiarmi, eliminando il presente che andrò a vivere. Tra questi ricordi che si accumulano come la polvere sui libri che non leggo più, ci sono quelli che rappresentano, stupidamente, alcuni avvenimenti della mia infanzia, che non hanno alcun valore specifico ma che la memoria, in modo beffardo, ha salvato dalla vita vissuta quasi quarant’anni fa. I ricordi sono quelli di un bambino, in un palazzo di un quartiere residenziale milanese degli anni ’70, che aspetta il ritorno del padre dal lavoro. Mio padre è stato, nella storia familiare, l’elemento catalizzatore delle sciagure familiari, economiche e relazionali; l’uomo sul quale, le inadeguatezze di una famiglia del sud e dei suoi riti e pregiudizi ancestrali, hanno trovato martirio ed espiazione. Due ragazzi troppo giovani per sposarsi: l’una col desiderio di scappare da un padre tiranno, l’altro senza l’ausilio affettuoso di una figura paterna e narcotizzato da una madre la quale, pur di non averlo in mezzo alle palle, lo aveva fatto crescere a pacchetti di sigarette e piatti di pasta. Due ragazzi, di quelli che oggi starebbero a casa tranquillamente con i genitori, buttati dalla quiete bigotta delle loro provincie d’Abruzzo, in una città caotica e laboriosa, quale era Milano tra i sessanta ed i settanta, dove tutto poteva essere ed ogni fortuna avrebbe potuto essere costruita. Così un bambino, allora figlio unico, aspettava il padre, un padre incapace di gestire tutta quella vita, mentre una madre alla quale già non importava nulla di lui, preparava una cena fatta di pubblicità del Carosello. Aprivo l’armadio nel quale vi erano appese le cravatte. Papà faceva il rappresentante ed aveva una serie di vestiti di quelli che hanno fatto storia nella horror fashion degli anni ’70: larghi completi in velluto verde con pantaloni a zampa di elefante, camicie, dai colli che neanche Ricardo Montalban in Fantasilandia e le cravatte… Di quelle che ricordo, una era la più orribile creatura sartoriale (sebbene papà si servisse da un suo amico che aveva un negozio di alto livello dietro la Scala) che avesse concepito mente umana. Era marrone con rombetti ricamati in oro e spigoli a frange barocche, il tutto su uno sfondo arancione e beige. L’armadio aveva le ante ambedue dotate di specchi per tutta la loro altezza. Si otteneva un effetto particolare ed inquietante, ponendo gli specchi l’uno di fronte all’altro con un angolo particolare. Uno specchio rifletteva la mia immagine ed, allo stesso tempo, questa immagine veniva riflessa nell’altro specchio, il quale a sua volta , la rimandava nel primo, creando un effetto moltiplicatore fino a che l’immagine si perdeva in una sorta di limbo infinito in fondo agli specchi stessi. In quei momenti, io bambino, indossata la cravatta e messa un cintura in cuoio arancione, quasi ad atteggiarmi a novello supereroe, pensavo fosse quella la porta per entrare in un’altra dimensione sconosciuta e misteriosa. Mi trovavo, quindi, a richiudere in fretta e furia le ante dell’armadio, con il terrore di venire risucchiato negli specchi senza poterne più uscire. Suonavano alla porta. Papà era tornato. Nonostante i momenti passati da bambino con mio padre, siano rari ed egli ci abbia assicurato, con la sua inettitudine, a me e mio fratello, un futuro fatto di nulla e di vita alla giornata, questi sono ricordi indelebili, più indelebili di quanto lo siano stati quelli di mia madre che ci ha allevati con amorevole cura. O no?
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