Lo Spallone

Vi propongo un altro brano estratto dal mio romanzo non pubblicato. L’ispirazione mi è stata data dal racconto di una persona a me cara la quale ha vissuto questa esperienza da protagonista.

Il contrabbando gli serve per “arrotondare” le entrate.  Sigarette. Da Ponte Chiasso. Partono di notte i suoi ragazzi fino all’autostrada dove i tir li aspettano per andare verso sud. Schiena di ferro si è arricchito a forza di accumulare soldi dentro le banche di Lugano. Ha calcolato che deve trafficare ancora un paio di anni, poi lascerà la carrozzeria in mano a Giuvannin -sempre che non vada a finire in galera prima- , e si ritirerà dentro qualche villetta con il giardinetto dalle parti di Zermatt. Ci ha visto bene, lui, e poi i ragazzi guadagnano  quasi seimila lire a viaggio. Io li vedo gli spalloni che hanno fatto i soldi a forza di portare le bricolle cariche di pacchetti di sigarette. Hanno tutti la moto nuova, la scarpe lucide e le ragazze imbellettate da esibire dalla parte posteriore del sedile, con le chiappe fasciate nei jeans stretti. Io vado in giro ancora con una vecchia Atala e l’eskimo ricucito da mamma. Non riesco ancora a comprendere come possano fare il contrabbando di notte ed andare in sezione a parlare di giustizia agli operai che sputano sangue nella fabbrica di solventi. Sarà ma, gli operai, le sigarette di contrabbando se le fumano. Sembra quasi che la sezione sia una sorta di confessionale dove depurare la propria coscienza a forza di leggere le pagine di Gramsci. Stanno tutti lì a sbadigliare, quando il segretario, un vecchio professore di lettere, declama i versi “rivoluzionari”. Dopo essersi levati questo dente, su ancora, verso, la Svizzera, di notte, d’accordo con la Finanza, tanto le pistole non servono.

“Boccia, vuoi alzare due sghei?” Mi aspettavo questa proposta. “Schiena di ferro ti vuole parlare! Gli ho raccontato di te e lui sembra interessato. Uno veloce come te non ci darà problemi.”

E’ bello, lo Scrambler. Ha il serbatoio arancione con la placca cromata al centro e la scritta “Ducati”. Ci ho messo poco a comprarlo. Fino ad oggi non mi sono fatto beccare una volta. Ho consegnato tutte le sigarette che mi avevano dato. Mamma non mi ha mai chiesto niente. Lavora in tabaccheria, oltre il confine. E’ una frontaliera. Lo sa cosa faccio. Mi guarda, la sera, quando passo a trovarla. Parliamo poco, del suo lavoro non mi frega niente. Mi preoccupo solo che stia bene. Mia madre ha il silenzio dentro. Le serve per sopravvivere. Mi sorride, quando mi rimetto la giacca pesante e le dico la solita frase “ci vediamo la settimana prossima”. Lei comprende. Ha sempre compreso. E’ abituata ad aspettare. Anche quando aspettava qualcosa, in quella casa di Capaccio. Ci ho provato a chiedere cosa aspettasse. “Tu si ‘uaglione” mi ha sempre risposto, chiudendo il discorso ancor prima di iniziare. Eppure lo sento il suo sguardo dalla finestra, mentre mi guarda allontanarmi.

Stanotte l’aria è strana. Abbiamo uno nuovo nella comitiva. Uno spallone giovane, venuto dalla Calabria. Non mi piace. Stava lì, lo sguardo basso, mentre lo Schiena me lo presentava. “Stai attento a lui, Boccia, è nuovo. Me lo hanno presentato alcuni “amici” venuti dal sud. Questi vogliono entrare in affari. Non ho potuto di no”. Non lo so chi sono questi amici, ma il tono della sua voce non mi rassicura. Non è veloce. Non ha mai caricato una bricolla ma sembra abbastanza sicuro di sé. Soprattutto quando, durante la sistemazione della  cinghia sulle spalle, si ostina a volerne caricare di più del consentito. “Guarda che ne devono essere meno di mille i pacchetti, altrimenti ti arrestano.” “Non me ne fotte una minchia! Mi dissero di caricarne di più, gli amici.” “Facciamo quello che dice lo Schiena.” Il calabrese mi guarda, accenna ad un sorriso ironico, come se sapesse qualcosa che io non devo conoscere. “Lo Schiena è andato in pensione.” Ride. Ci guardiamo con gli altri. “ Che cazzo dici? Sei venuto a rompere i coglioni? Vuoi metterci nei guai?” All’improvviso si accendono i fari. La Finanzia illumina la boscaglia. Ci hanno scoperto. “ Fermatevi!” Per tutta risposta il calabrese estrae  dal giaccone una mitraglietta ed inizia a sparare verso i militari. I finanzieri rispondono al fuoco. Scappiamo. Non riesco a liberarmi della bricolla. Corro con quanto fiato ho in corpo. Sento il calabrese seguirmi a distanza ansimando. Le pallottole fischiano sotto i miei piedi. La luce ormai ci illumina. “Bastardo! Terrone di merda! Ci fai ammazzare tutti!” Riesco a liberarmi della bricolla e la getto a valle. Tenta di farlo anche il calabrese ma una raffica di mitra lo fredda. Mi butto sotto la scarpata…

La mattina è fredda. Sono zuppo di sudore. MI sono nascosto per tutta la notte. Mi libero del giaccone. Ormai è tutto strappato a causa dei rovi nei quali mi sono gettato. Devo andare dallo Schiena e dal Giuvannin per avvisarli. La carrozzeria è poco fuori Como. Recupero la bici. Non pensavo che un piazzale di vecchi rottami d’auto potesse prendere fuoco. Ci sono ambulanze, carabinieri, vigili del fuoco. Il Tetta mi ferma poco distante. “Dove cazzo pensi di andare? Non c’è più niente da fare! Sono morti tutti e due.”

Non posso rimanere a casa. Devo andare da mia madre. Almeno per qualche tempo. Mia madre è alla finestra. Non mi dice nulla, mentre mi disinfetta le ferite sulle braccia e sulle gambe.

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