L’unica salvezza dalla paranoia è quella di riordinare le viti. Molti uomini in piena crisi d’identità credono di poter cercare il “sé stesso ormai perduto”, compiendo viaggi improbabili. Qualcuno si rifugia in Tibet, pensando di poter mangiare il miglio nella ciotolina mentre pratica la meditazione come un bonzo. Altri vanno nel deserto a tirare le zinne delle capre tuareg, aspettando che un gruppo di estremisti li rapisca e li renda famosi su internet. I più fanno il coast to coast con la macchina decappottabile a noleggio per poi farsi ciulare tutti verdoni nel primo casinò di Las Vegas. Raramente questa fuga dalla realtà, per andarsi a ficcare in un’altra realtà di merda, produce gli effetti sperati. Ci mancava il virus a mettere davanti ad ognuno la verità del proprio essere, senza i paraventi di quello che si è costretti a interpretare quando si è a contatto con gli altri. La prima settimana, tutti si fiorellizzano come in uno spot telefonico e via insieme a cantare canzoni frocie sul balcone, con i sorrisi alla Guglielmo il dentone. Nella seconda settimana inizia la lotta al coltello per tagliare il pane, contro le mogli in crisi da astinenza da pemanente o i figli che smanettano l’ennesima serie televisiva strafatta di angeli e fantasmi che spacciano metanfetamine mentre investigatori ricercano delitti pre guerra di secessione nei fondi del caffè di presidenti degli Stati Uniti. La verità è che se il vuoto alberga nei nostri cuori quando si è all’aperto, non si può cercare il pieno quando si è dentro casa da soli. Meglio non farlo, la sorpresa potrebbe essere terribile e nessuna maschera col filtro o senza potrà cancellare l’espressione della disfatta waterlooiana dai nostri volti.

Un uomo saggio ha detto alla tivvù che questa esperienza ci migliorerà. Quante atrocità vengono commesse sulla strada dell’autorevolezza, quando ti pagano per comparire davanti alla telecamera a rischio della tua vita. Questa esperienza di clausura ci farà rimanere uguali a quelli che eravamo prima. Chi è stato fesso sarò fesso e chi furbo sarà furbo. Peggioreranno solo gli stronzi i quali diventeranno più stronzi anzi strastronzi. Nelle uazzappate di personaggi più o meno noti della vita locale inizia ad insinuarsi una sorta di paraculaggine pre elettorale che facilmente viene scambiata per la volontà del sacrificio. Tutti siamo colpevoli, nessuno escluso. Mentre si compie, senza navigatore, questo viaggio all’interno del corpo umano, l’unica cosa che non si riesce ad avere è quella di un “pensiero felice”. Ho provato anch’io per giorni, non ne ho trovato uno forse perché pensavo a qualcosa di straordinario. Sbagliavo i termini della mia ricerca. Un pensiero felice può essere anche piccolissimo.

Così, dentro un magazzino, nel quale ho concentrato tutta la vita di lavoro, ho trovato una redenzione momentanea, sistemando migliaia di viti, bulloni, punte di trapano, attrezzi, pezzi meccanici, con ordine quasi maniacale, per ore, senza sosta se non quella dedicata al cibo e al sonno, in una pratica zen molto più vicina alle manie di un serial killer che a quelle di un archivista. In questa metodica e ripetitiva selezione delle minuterie a l’improvviso la radio ha trasmesso un brano dei Doors. La mia mente, nel vuoto creato da questa attività di riordino quasi totalmente inutile, ha riattivato la memoria di un ricordo felice. Era l’inizio dell’estate del 1983: intorno alle panchine in legno che inanellavano i tronchi degli abeti, davanti la sala Eden, eravamo seduti io, Marco, Fabrizio, Roberto, Rocco, Eugenio e Mauro. La scuola era finita. Stavamo decidendo sul da farsi per il giorno successivo.
Qualche settimana prima avevo ascoltato i Doors alla Radio ed io volevo andare a Pescara a comprare un loro disco. Ci saremmo ritrovati alla fermata dell’autobus, il pomeriggio seguente. Non ricordo i discorsi, ma ricordo le luci di quella sera tiepida di fine giugno e i raggi del sole che tramontava, filtrati dai grossi abeti della villa comunale, i nostri volti di ragazzi e la sensazione di una giovinezza perfetta, senza alcuna preoccupazione per quello che sarebbe stato. Il giorno dopo piovve ma andammo lo stesso, una pioggerellina breve che non riuscì a smorzare il tepore della nostra passeggiata pescarese. Entrammo nel negozio Ferri. Una distesa di scaffali pieni di vinili. Trovai il mio disco e chiesi a l’addetto di farmelo ascoltare. Il primo brano della b side era “Backdoor man” e non scorderò mai le facce dei clienti più attempati quando Jim Morrison iniziò ad urlare dagli altoparlanti del negozio. Quel disco passò di mano in mano tra i miei amici nei giorni seguenti ma il ricordo del vento dal finestrino aperto dell’autobus, di ritorno da Pescara quella sera, mentre chiacchieravamo contenti, è ancora vivo nella mia mente. Se fare niente ora ci rende infelici, non dimenticate che tanti anni fa, ognuno di noi ha avuto almeno una giornata nella sua vita nella quale non fare niente e essere assolutamente felici.
Molto bello questo racconto. E molto condivisibili le tue riflessioni. Saluti da Genova!
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